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martedì 19 maggio 2026

SANITÀ MALATA DI CORRUZIONE. 65 MODI PER DERUBARE CHI È PIÙ FRAGILE



 Immaginate di aspettare mesi per una visita oncologica. Nel frattempo, qualcun altro ,  con le giuste conoscenze o il portafoglio giusto , passa avanti. 

Non è fantascienza. 

È una delle 65 forme di frode e abuso mappate dalla Fondazione Gimbe nel suo ultimo, durissimo report presentato all’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Il quadro è impietoso. 

Frodi, abusi e corruzione in sanità non sono episodi isolati, ma distorsioni che , attraversano l’intera filiera del Servizio Sanitario Nazionale, erodono risorse pubbliche, sovvertono le priorità di accesso alle cure, riducono la qualità dell’assistenza.  


Lo dice Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe. E le parole pesano perché la realtà è veramente pesante . 

Ci sono 70 miliardi nel mirino. 

I numeri fanno impressione. 

ANAC ha stimato che il 25% del valore complessivo dei contratti pubblici , pari a 70,5 miliardi di euro , riguarda gli affidamenti in sanità per farmaci, dispositivi medici, apparecchiature sanitarie, servizi come pulizia, ristorazione, vigilanza.  

Settanta miliardi di euro. 

L’intera area è potenzialmente esposta alla corruzione. Non un’anomalia, una sistematica vulnerabilità.

L’Italia offre un terreno particolarmente favorevole ed infatti il Transparency International Corruption Perceptions Index 2025 assegna al nostro Paese un punteggio di 53 su 100, collocandolo al 19° posto tra i Paesi UE e al 52° a livello globale, in peggioramento rispetto all’anno precedente. 


Non solo reati, perché la zona grigia che fa più paura nel report  di Gimbe,  non parla solo di tangenti e manette. 

Accanto ai reati e agli illeciti amministrativi esiste una vasta area grigia di pratiche molto diffuse e spesso tollerate che, pur restando fuori dal perimetro giudiziario, sottraggono risorse al SSN riducendo la capacità del sistema di garantire servizi efficaci ed equi. 


Anomalie negli appalti, liste d’attesa truccate, favoritismi nelle nomine, accreditamenti opachi. 

Condotte che pesano soprattutto per la normalizzazione sociale dei piccoli abusi quotidiani, spesso accompagnata dal silenzio di chi dovrebbe denunciare. 


Quando una prestazione passa davanti non per bisogno clinico, ma per denaro, relazioni o interessi, non si crea solo una corsia preferenziale, ma si sovverte il principio che deve guidare il SSN, cioè curare prima chi ne ha più bisogno. 

E colpisce sempre i più deboli. 

Frodi e abusi compromettono qualità e sicurezza delle cure, peggiorano l’accessibilità ai servizi e alimentano la sfiducia nelle istituzioni. E colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione, ampliando le diseguaglianze sociali e territoriali. 

La proposta è la creazione di un Osservatorio nazionale,  fatta da Gimbe,  su frodi e abusi in sanità in grado di integrare flussi informativi sanitari, amministrativi e giudiziari, il rafforzamento della capacità predittiva dei controlli tramite indicatori di rischio e strumenti di AI, una più rigorosa gestione dei conflitti di interesse e la protezione del whistleblowing. 

Ma Nino Cartabellotta lancia anche un monito politico sottolineando come combattere sprechi e corruzione non può e non deve diventare il pretesto per tagliare ulteriormente il finanziamento alla sanità pubblica. 

Il SSN va difeso, non smantellato.


La salute viene definita dalla Costituzione  come diritto fondamentale, aggettivo, questo, utilizzato solo ed esclusivamente relativamente alla salute.

Art. 32 : “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”

I FUOCHI D'ARTIFICIO DI FINE CAMPAGNA ELETTORALE



 Tra slogan e ospiti illustri, Antonella Russo chiude la campagna con annunci generosi e conti distratti: molto scintillio, poca chiarezza su chi debba pagare il conto.


Esiste, nella retorica elettorale italiana, una figura ricorrente: la proposta vetrina. Seducente quanto basta per conquistare i titoli, vaga quel tanto da non poter essere smentita, costosa al punto da risultare difficilmente realizzabile. Antonella Russo, candidata del centrosinistra, ne ha offerto un esempio con due eventi e due ospiti di peso. Il primo, con il senatore Antonio Nicita, ha presentato il ddl “Messina, Porta del Mediterraneo”: un masterplan da 650 milioni a un miliardo di euro, con decontribuzione triennale e un’Agenzia di governance unitaria. L’idea di fondo non è sbagliata: Messina paga da decenni la servitù dello Stretto senza adeguate compensazioni. Ma il nodo resta sempre lo stesso: le coperture finanziarie. I fondi evocati — FSC, Piano complementare, TEN-T — sono già vincolati e ogni riallocazione significa sottrarre risorse ad altri territori del Mezzogiorno.

Il capitolo più popolare è quello del traghettamento gratuito. Funziona bene nei comunicati, molto meno nei bilanci. La pendolarità sullo Stretto vale tra i 14 e i 18 milioni l’anno: soldi che oggi finiscono a Caronte & Tourist, agli aliscafi e a Bluferries. Se il servizio diventasse gratuito, qualcuno dovrebbe coprire quel mancato incasso. E quel qualcuno, in assenza di accordi miracolosi con i privati, sarebbe il settore pubblico. Tradotto: i contribuenti. Gli stessi a cui, nello stesso momento, si propone di alleggerire il peso delle cartelle esattoriali, riducendo ulteriormente le entrate comunali.

Il secondo appuntamento, con Roberto Speranza, ha riportato al centro sanità pubblica e medicina di prossimità. Temi importanti, ma sui quali un sindaco ha margini molto limitati: la gestione sanitaria dipende infatti da ASP e Regione. Ai Comuni restano i servizi socio-sanitari, che però richiedono risorse proprie. Qui emerge la contraddizione politica: promettere più welfare mentre si riducono le entrate attraverso la rottamazione delle cartelle, stimata tra gli 8 e i 15 milioni annui in meno per Palazzo Zanca. In campagna elettorale si può promettere tutto. Più difficile è spiegare come far quadrare i conti. ♓

IL CERVELLO VIVE IN SIMBIOSI CON L’ INTESTINO E INVECCHIA INSIEME A LUI


di AG Rizzo*

 Uno studio pubblicato su Nature cambia tutto quello che pensavamo sul declino cognitivo


Perchè alcune persone rimangono lucidissime a cent’anni, mentre altre perdono la memoria già a sessanta? 

La risposta, sorprendente, potrebbe non stare nel cervello. 

Potrebbe stare nell’intestino.

Un nuovo studio condotto da ricercatori di Stanford Medicine e dell’Arc Institute di Palo Alto, pubblicato su Nature, ha identificato un legame diretto tra i batteri intestinali e il declino cognitivo legato all’invecchiamento.  


Come spiega Christoph Thaiss, autore senior della ricerca, la tempistica con cui perdiamo la memoria «non è programmata», ma modulata dall’organismo e l’intestino sembra svolgere un ruolo chiave. 


Con l’invecchiamento, il microbioma intestinale cambia, favorendo alcune specie batteriche rispetto ad altre.  

In particolare, proliferano batteri come Parabacteroides goldsteinii, che producono acidi grassi a catena media capaci di innescare una risposta infiammatoria nelle cellule immunitarie dell’intestino. 


Questa infiammazione silenziosa fa poi qualcosa di devastante: ostacola il funzionamento del nervo vago, la grande “autostrada” biologica che collega intestino e cervello. 

Il risultato? L’ippocampo , la nostra centralina della memoria , riceve meno segnali, riduce la neurogenesi e le performance cognitive calano. 

Nei test, i topi giovani esposti al microbioma di topi anziani hanno registrato risultati peggiori nei test di memoria e di orientamento spaziale, come il riconoscimento di oggetti nuovi o l’uscita da un labirinto. 


La scoperta più emozionante non è il danno. È che il danno si può invertire. 


Stimolando elettricamente il nervo vago , una tecnica già approvata dalla FDA per epilessia e depressione , i ricercatori hanno ripristinato le funzioni mnemoniche nei topi anziani, riportandole a livelli giovanili. 


Anche gli antibiotici, azzerando il microbioma alterato, hanno prodotto effetti simili.

Attraverso l’asse intestino-cervello, i batteri producono molecole che influenzano infiammazione, neurotrasmettitori e plasticità sinaptica. 

Mantenere un microbiota equilibrato potrebbe diventare una strategia chiave per rallentare il declino cognitivo. 

Cosa possiamo fare oggi

Se il profilo intestinale inizia a cambiare in modo riconoscibile già nella mezza età, dieta, movimento, uso prudente di antibiotici e controllo delle malattie metaboliche diventano interventi da leggere in anticipo.  La prevenzione non parte quando la fragilità è già evidente. Parte quando il sistema comincia a perdere resilienza , spesso già tra i 55 e i 65 anni.

I prebiotici , sostanze contenute in alcuni alimenti che promuovono la crescita di batteri benefici , si sono rivelati in grado di cambiare composizione e funzione del microbiota, con riduzione dei comportamenti simili all’ansia e miglioramento delle attività cognitive. 


Siamo ancora ai primi passi per l’uomo, infatti gli studi sono ancora in corso per capire se gli stessi meccanismi osservati nei topi siano presenti anche nell’uomo, con l’obiettivo finale di sviluppare terapie capaci di proteggere la memoria agendo sull’asse intestino-cervello.  Ma la direzione è chiara e rivoluzionaria: il cervello non è un’isola. 

È connesso, influenzato, nutrito , o danneggiato , da ciò che accade molto più in basso.

Prenderci cura dell’intestino, oggi, potrebbe significare proteggere chi saremo domani.

*


lunedì 18 maggio 2026

I GIOVANI, I SOLDI E IL ROMANZO CHE NON SI SCRIVE

 





a cura di Anna Lombardo

Un paese che esporta talenti e importa luoghi comuni sembra aver smarrito persino la voglia di specchiarsi.


C'è qualcosa di commovente nell'Italia che si stupisce di perdere i propri figli migliori. Come una madre che prepara ogni giorno una minestra pessima e poi resta meravigliata quando i ragazzi escono a cena fuori. La ricetta è nota: paghe a tre mesi, contratti a singhiozzo, raccomandazioni come valuta corrente. Bertrand Russell sosteneva che il sistema è sano quando il raccomandato non vale niente. Quando invece chi ha talento deve mendicare una protezione, il sistema non è malato: è morto e non lo sa. Negli Stati Uniti la qualità della vita è insopportabile, ma lo stipendio arriva. In Italia è ottima, purché tu non abbia bisogno di vivere davvero.


La politica parla d'altro. Parla di invasioni e identità da custodire come porcellane di famiglia, ignorando che la vera emigrazione silenziosa non viene dal Mediterraneo ma va verso di esso, con una valigia e una laurea. I giovani riflessivi sono delusi — non da un partito in particolare, che i partiti deluse già i loro nonni — ma da una politica senza progettualità, ferma all'idealità come un orologio rotto che ha ragione due volte al giorno. Al referendum si sono mossi, sì, ma perché non si votava per qualcuno: si votava contro qualcosa, che è il gesto più nobile e anche il più disperato.

E la cultura arranca. La musica di strada racconta la crudeltà del reale con una franchezza che certi libri non si permettono, troppo impegnati a essere equidistanti e pedagogici. La criminalità organizzata colonizza i social con competenza che le istituzioni si sognano. I romanzi storici restano nei cassetti come promesse rinviate per l'urgenza della ferita. Si potrebbe cambiare qualcosa con le leve giuste. Ma chi le leve le ha ottenute non sa a cosa servono, e chi saprebbe usarle preferisce — saggiamente — continuare a scrivere.


domenica 17 maggio 2026

SALUTE : IL CAMBIAMENTO DI PARADIGMA

 


di AG Rizzo *

La vera rivoluzione della medicina non è nei farmaci.

È nei comportamenti che adottiamo prima di ammalarci.


C'è una domanda che ho sempre fatto ai miei studenti di medicina : “ Qual è il medico migliore?" 

Le risposte variano: quello più bravo a operare, quello che fa le diagnosi più difficili, quello che salva più vite in pronto soccorso. 


Nessuno, mai, risponde: “quello i cui pazienti non si ammalano”.


Eppure questa è la risposta giusta. 

E cambia tutto.

"Curare è riparare un danno già fatto. Prevenire è non permettere che quel danno accada. La medicina del futuro inizia decenni prima della malattia."

Per secoli abbiamo costruito la medicina attorno alla malattia. 

Aspettavamo che arrivasse, poi combattevamo. 

Era logico, in un'epoca in cui le infezioni uccidevano in pochi giorni e non c'era tempo per altro. 

Ma oggi il nemico è cambiato. 

Oggi ci ammaliamo di patologie croniche come cardiopatie, diabete, tumori, Alzheimer , che si sviluppano in silenzio per decenni, alimentate da stili di vita sbagliati, prima ancora che un medico entri in scena.

80%

DELLE MALATTIE CRONICHE È PREVENIBILE CON STILE DI VITA CORRETTO

MENO COSTOSA LA PREVENZIONE RISPETTO ALLA CURA DI UNA MALATTIA CRONICA

30 anni

IL TEMPO MEDIO IN CUI SI SVILUPPA IN SILENZIO UNA MALATTIA CARDIOVASCOLARE


IL CAMBIAMENTO

La scienza lo dice con dati inequivocabili. L'80% delle malattie cardiovascolari, il 40% dei tumori, la quasi totalità del diabete di tipo 2 sono prevenibili. 

Non con farmaci miracolosi. 

Con alimentazione, movimento, sonno, gestione dello stress e controlli periodici. Lo sappiamo da decenni. 


Eppure continuiamo a costruire ospedali invece di educare le persone a non averne bisogno.

Non è colpa dei medici. 

È colpa del sistema che li ha formati: un sistema disegnato attorno al paziente malato, non attorno alla persona sana. 

Un sistema che remunera interventi, non prevenzioni. 

Un sistema cge misura guarigioni, non salute mantenuta.


LA NUOVA MEDICINA

La medicina predittiva è già realtà. 

I biomarcatori infiammatori, i profili genetici, il microbioma intestinale: oggi possiamo identificare il rischio di una malattia anni prima che si manifesti. 

Questo non è fantascienza. 

È quello che facciamo ogni giorno nei laboratori di ricerca. La sfida è portarlo nella pratica clinica quotidiana.

Ma c'è un livello ancora più profondo, e più urgente: la prevenzione comportamentale. 


Nessuna tecnologia sostituirà l'effetto di camminare 30 minuti al giorno, di dormire 7 ore, di ridurre gli zuccheri raffinati, di coltivare relazioni sociali solide. 

Questi non sono consigli della nonna. 

Sono interventi con evidenza scientifica di classe A, comparabili ,in certi casi superiori , a molti farmaci.


"Non aspettare che il tuo corpo alzi la voce. La malattia sussurra per anni prima di urlare. Impara a sentirla."


Il futuro della medicina non si gioca in sala operatoria. 


Si gioca a scuola, nelle cucine, nelle politiche urbane che progettano quartieri dove si può camminare, in aziende che garantiscono pause e sonno. Si gioca nella capacità di ogni persona di diventare consapevole del proprio corpo.

La cosa più importante che ho imparato in 45 anni di professione non è una nuova  tecnica diagnostica, ma è questa : 

il medico migliore non è quello che ti salva quando stai morendo. 

Il medico migliore è quello che ti insegna a vivere in salute e non morire prima.

La rivoluzione è qui. 

Inizia con te, adesso.

*



venerdì 15 maggio 2026

IL COMIZIO ELETTORALE DEL “ NULLA COSMICO “ NELLE ELEZIONI SICILIANE



 Nelle campagne elettorali amministrative siciliane,  il palco si illumina, le persone si sistemano ai bordi delle piazze , il microfono gracchia, il candidato si schiarisce la voce e i presenti capiscono  subito che assisteranno a un grande classico della politica locale: il comizio del nulla cosmico.

Non il nulla come silenzio, che almeno avrebbe una sua dignità. No, è il nulla parlato, amplificato, applaudito per cortesia. Il nulla che promette “rilancio”, “territorio”, “giovani”, “famiglie”, “sviluppo”, “legalità”, “turismo”, “ascolto” e “discontinuità”, senza mai spiegare chi farà cosa, con quali soldi, in quali tempi e con quali responsabilità.


Nelle amministrative siciliane, dove spesso si vota per scegliere chi dovrà occuparsi di strade, rifiuti, scuole, acqua, trasporti, uffici comunali, manutenzione e servizi essenziali, il comizio dovrebbe essere il luogo della concretezza. Dovrebbe essere la sede naturale delle domande semplici: come si pulisce una città? Come si ripara una strada? Come si impedisce a un paese di svuotarsi? Come si trattengono i giovani? Come si rende un Comune meno ostaggio dell’emergenza quotidiana?


E invece, troppo spesso, il dibattito scivola altrove. Si parla di appartenenze, di benedizioni politiche, di equilibri tra gruppi, di “squadre forti”, di “stagioni nuove” annunciate con parole vecchissime. 


I programmi diventano cornici decorative, buoni per i manifesti e per qualche post sui social. La politica, quella vera, si restringe a una gara di presenze: chi sale sul palco, chi sta in prima fila, chi applaude, chi viene fotografato accanto a chi.


Il risultato è una liturgia prevedibile. 

Il candidato ringrazia tutti, saluta le contrade, invoca il popolo, denuncia il passato e promette il futuro. 

Ma il presente, quello sporco e difficile, resta fuori dal discorso. 

Restano fuori le criticità reali , le periferie dimenticate, i bilanci fragili, gli uffici senza personale, le scuole da mettere in sicurezza, i giovani che partono, gli anziani soli, le imprese soffocate dalla burocrazia.


Il “nulla cosmico” non è soltanto mancanza di idee. È una precisa forma di potere.

 Perché quando le parole sono vaghe, nessuno può verificarle. Quando le promesse sono generiche, nessuno può misurarle. Quando tutto è “rilancio”, tutto può essere rinviato. 

E così la campagna elettorale diventa un grande teatro dell’indeterminatezza, dove l’importante non è convincere i cittadini con un progetto, ma rassicurarli con una narrazione.


La Sicilia, però, non ha bisogno di narrazioni consolatorie. Ha bisogno di amministratori capaci di dire anche cose scomode, che non tutto si può fare subito, che i Comuni hanno vincoli reali, che i problemi non si risolvono con uno slogan, che governare significa scegliere.

 E scegliere significa anche scontentare qualcuno, spezzare rendite, rinunciare alla promessa facile.


Un comizio serio, oggi, dovrebbe avere meno aggettivi e più numeri.

 Meno “faremo” e più “entro quando”. 

Meno “la nostra comunità merita” e più “questa è la delibera, questo è il finanziamento, questa è la priorità”. 

Meno retorica dell’amore per il territorio e più conoscenza del territorio.


Perché amare un paese non significa nominarlo venti volte da un palco. 

Significa sapere dove perde l’acquedotto, quali strade franano, quali scuole aspettano interventi, quali famiglie non arrivano a fine mese, quali quartieri non hanno voce. 

Significa trasformare il consenso in responsabilità, non in possesso.


Il cittadino siciliano, spesso descritto con superficialità come rassegnato o clientelare, in realtà conosce benissimo la differenza tra chi parla e chi sa.

 La differenza la sente dal tono di voce, dai dettagli, dalla capacità di rispondere senza rifugiarsi nella nebbia del”faremo”. 

 E forse proprio da qui dovrebbe cominciare una piccola rivoluzione democratica: pretendere comizi meno spettacolari e più utili.


Alla fine, il problema non è che i candidati parlino troppo.

 È che troppo spesso non dicono nulla.

 E in una terra che ha problemi antichi, energie enormi e un bisogno disperato di buona amministrazione, il nulla cosmico non è solo noioso, ma è un lusso che non possiamo più permetterci.

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...