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sabato 9 maggio 2026

ALÌ TERME, CONTI E SILENZI



 La campagna elettorale promette toni sobri e civili. Il rischio, però, è che fra tante cortesie nessuno trovi il coraggio di spiegare davvero perché il Comune sia finito commissariato e come intenda uscirne.



Ad Alì Terme la campagna elettorale si annuncia elegante, composta, quasi ovattata. In una parola: noiosa. Toni bassi, complimenti reciproci, attestati di stima distribuiti con generosità notarile. Tutto molto rassicurante. Forse troppo. Il paese avrebbe bisogno di qualcosa di meno educato e molto più concreto: risposte. 

Risposte sui conti, innanzitutto. Perché dietro le inaugurazioni delle sedi elettorali e le fotografie di rito si nasconde una realtà meno fotogenica: residui attivi che sembrano reperti archeologici, Tari e Imu dimenticate da troppi contribuenti con ammirevole perseveranza, servizi comunali trasformati in una forma avanzata di beneficenza pubblica. Metà paese che vive sulle spalle dell'altra metà.

E allora i due candidati alla fascia tricolore, gli avvocati Tommaso Micalizzi e Alessandro Triolo, dovrebbero spiegare non soltanto come intendano amministrare, ma soprattutto come pensino di riscuotere.

Entrambi orbitano, con sfumature diverse, nella galassia politica di Cateno De Luca, uomo che della moralità tributaria ha fatto una religione civile: elenchi pubblici dei morosi, crociate contro gli evasori, pedagogia fiscale praticata con l’entusiasmo di un Savonarola del catasto. Benissimo. Allora sarebbe interessante capire se i due aspiranti sindaci intendano davvero applicare quel modello oppure limitarsi a citarlo nei santini elettorali.

Pubblicheranno la situazione tributaria degli eletti? Degli assessori? Dei dirigenti e degli impiegati comunali? Ritengono compatibile amministrare il Comune ed essere contemporaneamente debitori dello stesso ente? La questione non è folkloristica, né moralistica: riguarda la credibilità di chi governa. Perché se si chiedono sacrifici ai cittadini, il minimo sindacale è che chi firma determine e delibere possa guardare senza imbarazzo lo sportello tributi. Esiste una strategia seria di riscossione oppure si continuerà con quella filosofia meridionale del “poi vediamo” che da decenni accompagna le finanze di tanti piccoli comuni? Un paese può sopravvivere a un ciclone, perfino a una crisi politica nata con dinamiche da asilo Mariuccia. Più difficile è sopravvivere alla convinzione collettiva che pagare sia facoltativo.

Sarebbe persino salutare — rivoluzione inaudita — che il prossimo Consiglio comunale inaugurasse ogni anno amministrativo con una relazione pubblica sul reale stato della cassa e chiudesse l’esercizio con un bilancio raccontato ai cittadini in modo comprensibile, verificabile, persino misurabile.  Entrambi i candidati devono spiegare cosa farebbero, concretamente, per ricostruire il paese dopo le ferite del ciclone Harry. Perché le macerie, a differenza dei manifesti elettorali, non spariscono dopo il voto. In questa campagna dai toni anestetizzati manca soprattutto il conflitto delle idee. 

Alì Terme merita qualcosa di più delle strette di mano da cerimonia e delle cortesie istituzionali. Merita una risposta semplice, persino brutale: chi pagherà il conto del futuro del paese? E soprattutto chi avrà finalmente il coraggio di presentarlo. ♓

venerdì 8 maggio 2026

BUTTAFUOCO E L'IPOCRISIA EUROPEA

 

L'Ue ritira due milioni alla Biennale per non finanziare Putin, e intanto compra il suo gas e gli vende le armi attraverso le repubbliche dell'Asia centrale.


Pietrangelo Buttafuoco ha inaugurato la sua Biennale. L'Europa, sdegnata, ha ritirato il finanziamento: due milioni in tre anni, cifra che a Bruxelles non basta per i rinfreschi. Il motivo è nobile: non si deve aggirare le sanzioni alla Russia. Principio condivisibile. Peccato che, mentre si sottraggono i soldi all'arte, si continui ad acquistare gas russo — fino alla fine del 2026 e con ogni scorta possibile — così Putin possa fare scorta, a sua volta, di armi per l'Ucraina.

Ma c'è di meglio. Le esportazioni tedesche verso il Kirghizistan — paese alleato di Mosca, strategicamente lontano dal Lido di Venezia — sono aumentate di dieci volte dall'invasione in poi. L'Italia, che esportava armi in quel paese per un milione, ne esporta ora per cinquanta. La Spagna pacifista è passata da dieci a cinquanta milioni. L'Austria da dieci a ottanta. Anche Armenia, Uzbekistan e Tagikistan registrano incrementi analoghi. Il tutto rigorosamente dopo febbraio 2022.

Vale la pena fermarsi un momento. Non per stupore — lo stupore è un lusso che la politica europea si è da tempo tolta — ma per registrare con esattezza quello che sta accadendo: il continente che ha sanzionato Mosca rifornisce Mosca attraverso interposta repubblica, con denaro guadagnato vendendo il gas di Mosca. Il cerchio è chiuso, la coerenza è perfetta, e la Biennale era l'unica cosa da fermare. ♓


MY BEAUTY -MESSINA


 

IL VENTRE SEGRETO DEL MARE

 



Roberto Antonuccio e il mistero delle budella di stocco


C'è un momento, nella vita di ogni messinese che si rispetti, in cui si trova a dover spiegare a uno straniero — svedese, americano, marziano — cosa sia il pescestocco. Non il merluzzo essiccato in astratto, non la variante ligure, non il baccalà travestito da altro. Il pescestocco di Messina. Quello vero. Quello che profuma già alle sei del mattino nel mercato di Ganzirri e che un nordeuropeo in visita alla città dello Stretto incontra come si incontra un destino: senza averlo cercato, senza poterlo più dimenticare.

A Messina lo stocco non è un ingrediente: è un'identità. Un piatto nato dalla necessità, cresciuto nella memoria, arrivato sulle tavole come un vecchio manoscritto trovato in soffitta e riletto con occhi nuovi.

IL PIATTO


I ventri , il ventre, quella parte del pesce che i nordici butterebbero e i messinesi hanno trasformato in gioiello — vengono puliti con pazienza certosina: via la pellicina scura, via le spine, via tutto ciò che non serve. Rimane la polpa morbida, porosa, capace di assorbire e restituire sapori come una spugna marina d'alto pregio.

Il ripieno è una cosa seria: pangrattato, formaggio pepato (non il parmigiano del nord, quello che sa di latifondo padano — il pepato siciliano, che sa di pascoli arsi e di pecore convinte), parmigiano, prezzemolo, pinoli, olio extravergine che deve essere buono perché tutto il resto dipende da lui.

 Si farcisce, si arrotola, si chiude con uno stuzzicadenti — gesto antico, quasi liturgico, come sigillare una lettera importante.

Poi la padella: una rosolatura leggera, appena un cenno di crosta. 

E intanto dall'altra parte del fornello, in quello che i filosofi chiamerebbero contrappunto armonico e i cuochi chiamano semplicemente fare le cose per bene, cipolla e piselli si soffriggono lentamente. 

I ventri arrotolati entrano nel soffritto, arriva la passata di pomodoro, e il fuoco si abbassa — perché i piatti grandi non si fanno in fretta, si fanno aspettando.

Il risultato è un sughetto che — diciamolo senza pudori letterari — profuma di Messina come nient'altro al mondo.

Una nota finale per i nostri lettori d'oltreoceano: questo piatto non si mangia in fretta, non si fotografa prima di averlo annusato, non si spiega ad alta voce mentre lo si consuma. 

Si mangia in silenzio, o al massimo con una conversazione bassa, come si fa con le cose che contano.

 È cucina povera nel senso nobile del termine: povera di ingredienti costosi, ricchissima di sapere, di tempo e di affetto depositato in ogni piega dei ricordi

. Lo sapevano le nonne che lo cucinavano. Speriamo, lo sappiate anche voi. 

E ora...mangiate con soddisfazione.



giovedì 7 maggio 2026

VENGO ANCH'IO? NO, TU NO

 CORSIVO

Trump ha fatto la guerra all'Iran. Il mondo ha fatto i conti.


Terzo shock economico in sei anni. Il primo fu la pandemia, che ci insegnò che le mascherine vengono dalla Cina. Il secondo fu l'Ucraina, che ci insegnò che il gas viene dalla Russia. Il terzo è l'Iran, che ci insegna che tutto il resto viene dallo Stretto di Hormuz. Siamo grandi studiosi di geografia, purché qualcuno spari prima. L'Europa, naturalmente, non è stata consultata. Lo scopre adesso, come se la novità fosse questa. Trump ha minacciato di ritirare i soldati da Germania, Italia e Spagna. Minaccia che in Italia fa meno paura di quanto dovrebbe, perché i soldati americani portano soldi e noi i soldi non li rifiutiamo mai, nemmeno quelli altrui.

I pasdaran resistono. Lo sapevano tutti tranne chi ha deciso di bombardare. Le monarchie del Golfo sono divise. I premi assicurativi marittimi sono quintuplicati. Tutto sommato, un risultato. Resta un principio nuovo, enunciato dai guardiani dello Stretto: il pedaggio sulle petroliere. Il diritto internazionale di navigazione vacilla. Ma in fondo anche il diritto internazionale è una convenzione, e le convenzioni si rispettano finché conviene.

Giorgia Meloni, trumpiana della Garbatella, voleva fare la pontiera tra Washington e Bruxelles. Il ponte lo ha fatto saltare Donald e lei si è attaccata al tram dei volenterosi: Vengo anch'io? No, tu no.


ARS: L'ULTIMA SPIAGGIA DI UNA COALIZIONE CHE AFFOGA IN CASA

 


Prove generali di dissoluzione della maggioranza di centrodestra in Sicilia.

C'è una scena che si ripete ogni volta che l'Ars prova a legiferare: la maggioranza si siede e si smonta da sola. Non servono le opposizioni — ci pensano Forza Italia, Lega e FdI, bocciandosi a vicenda con la precisione di chi ha fatto del veto incrociato una forma d'arte. Questa settimana: caduti il consigliere supplente, l'assessore aggiuntivo, il terzo mandato per i sindaci. Tutte proposte della coalizione, tutte affondate dalla coalizione. Schifani ha completato il rimpastino — tre assessori giurati con la dovuta solennità — e già dimostra che cambiare le facce non basta.

A colmare il vuoto ci pensano le opposizioni. Cracolici e il Pd hanno fatto approvare il blocco delle assunzioni negli enti regionali fino a fine 2027, misura anti-clientele che ha trovato voti trasversali del centrodestra, quasi un atto freudiano. Di Paola ha ottenuto l'incompatibilità tra cariche politiche e direzioni sanitarie nelle Asp. Le norme più significative portano la firma di chi siede all'opposizione. La Regione è governata dal centrodestra, ma le leggi le scrive il centrosinistra. Alla maggioranza restano le briciole: contributi gonfiati, indennità varie, qualche extra distribuito a pioggia.

Il nodo vero si chiama giustizia. Gaetano Galvagno, presidente dell'Ars, è a processo per peculato, truffa e corruzione; il 18 giugno la difesa chiederà di spostare il procedimento a Catania, mossa che nulla toglie alle accuse. Il 10 giugno il Gup deciderà su altri quattro imputati. E c'è Elvira Amata, assessore al Turismo di FdI, che attende il processo. La figura che emerge dai fascicoli — finanziamenti in cambio di incarichi, fondazioni usate come casse di compensazione — è quella di un ceto politico che ha perso il senso del confine tra pubblico e privato. Una coalizione logorata dai processi e costretta a subire le leggi dell'opposizione ha già imboccato quella strada che non porta al largo: porta all'ultima spiaggia. ♓


LINGUE STRANIERE E DENTI ANCORA BUONI

 



I Rolling Stones annunciano "Foreign Tongues": a ottant'anni passati, il rock, come certa erba cattiva, non muore mai.


C'è una scena che i mitologi greci non hanno previsto: Euterpe, musa della musica, che si siede al bordo dell'Olimpo con una birra e guarda giù, incredula ma vagamente divertita, mentre Mick Jagger — ottantadue anni portati come se fosse una questione di stile, non di biologia — annuncia al mondo che i Rolling Stones hanno un nuovo disco in uscita. Foreign Tongues. Luglio. Quattordici tracce. Produttore Andrew Watt, lo stesso di Hackney Diamonds. Ospiti: Paul McCartney, Robert Smith dei Cure, Steve Winwood, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers.

Euterpe prende un sorso. Non è stupita. Con loro non ci si può mai stupire abbastanza.
I singoli si chiamano In The Stars e Rough and Twisted. Il primo è pop-rock anni Ottanta, un ritornello che si incolla alla memoria con la facilità sospetta dei motivetti che non riesci a toglierti dalla testa neanche sotto la doccia. Il secondo è blues allo stato brado — slide guitar, boogie-woogie, sassofono, armonica di Jagger con quell'ugola consumata che graffia ancora come carta vetrata. Robaccia di lusso. Il tipo che la critica troverà irrimediabilmente retrò e il resto dell'umanità ascolterà con piacere dichiarato o segreto. Un dettaglio non privo di eleganza: Rough and Twisted era già circolata come white label firmata "The Cockroaches" — nome usato dagli Stones nel 1977 per qualche concerto in incognito. 

Anacronistico e bello, in un'epoca in cui tutto si lancia con algoritmi. Loro hanno fatto girare un disco di plastica senza nome tra i feticisti del vinile, come se la musica avesse ancora qualcosa del segreto. Il disco ospita anche Charlie Watts, registrato nelle ultime sessioni prima di morire nel 2021. I morti giusti non scompaiono mai del tutto. Restano nel solco. Foreign Tongues esce il 10 luglio. La tournée è rinviata. Jagger, Richards e Wood hanno rispettivamente ottantadue, ottantadue e settantotto anni. C'è chi a quell'età fa parole crociate. C'è chi invita Paul McCartney in studio.

Euterpe rimette giù il bicchiere. Anche lei ha rispetto per la tenacia.

martedì 5 maggio 2026

GABBIE SENZA FINE PENA

 



a cura di Anna Lombardo

Violenza, abbandono e muri scrostati: le carceri italiane specchio di uno Stato che rinuncia a sé stesso.



Sabato scorso, a Gazzi, una sovrintendente si è frapposta tra un detenuto in furia e un collega accerchiato. Calci, spinte, sputi. Qualche giorno prima, ad Agrigento, otto detenuti devastavano un reparto con brande usate come arieti. Due cronache, si dirà. Eppure in quei verbali c'è qualcosa di più grave: lo Stato che tratta i propri istituti come pattumiere. A Gazzi mancano quaranta agenti su duecentocinquantacinque previsti. Non è emergenza: è normalità.

Eppure Gazzi è considerato, con qualche ironia, un carcere modello. Basta il reparto femminile a sfatare il mito. Una ventina di donne, analfabete che imparano a leggere in cella, lontane da casa. 


La Garante Lucia Risicato le ha descritte in due parole: disagio e solitudine. Il ginecologo entra una volta a settimana; per ogni altra visita si attendono mesi. Una tac da trentamila euro giace inutilizzata perché nessuno finanzia la ristrutturazione della sala. Le richieste al Provveditorato restano senza risposta.

Il quadro diventa grottesco allargando lo sguardo alle carceri minorili. Per decenni il sistema italiano era fiore all'occhiello d'Europa. Poi il decreto Caivano e la grande regressione. Per la prima volta nella storia repubblicana gli istituti penali per minorenni sono sovraffollati: seicento ragazzi dove non dovrebbero stare, Treviso al doppio della capienza, Beccaria al centocinquanta per cento. 


La risposta? Nuove carceri. Nel frattempo quarantadue ragazzi su seicento sono iscritti a corsi di formazione. Il resto passa in cella, sedato con psicofarmaci. La civiltà si misura dalla vivibilità delle carceri. Settantanove suicidi nel 2025, aggressioni in crescita, sessantatremila detenuti per quarantaseimila posti. Le soluzioni esistono: misure alternative con recidiva al due per cento, comunità educative, organici adeguati. Quello che manca non è la fantasia. È la volontà politica. Costruire gabbie è più semplice. Sul lungo periodo è rovinoso. Ma il lungo periodo, in Italia, è sempre colpa di qualcun altro.


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...