Cerca nel blog

giovedì 7 maggio 2026

ARS: L'ULTIMA SPIAGGIA DI UNA COALIZIONE CHE AFFOGA IN CASA

 


Prove generali di dissoluzione della maggioranza di centrodestra in Sicilia.

C'è una scena che si ripete ogni volta che l'Ars prova a legiferare: la maggioranza si siede e si smonta da sola. Non servono le opposizioni — ci pensano Forza Italia, Lega e FdI, bocciandosi a vicenda con la precisione di chi ha fatto del veto incrociato una forma d'arte. Questa settimana: caduti il consigliere supplente, l'assessore aggiuntivo, il terzo mandato per i sindaci. Tutte proposte della coalizione, tutte affondate dalla coalizione. Schifani ha completato il rimpastino — tre assessori giurati con la dovuta solennità — e già dimostra che cambiare le facce non basta.

A colmare il vuoto ci pensano le opposizioni. Cracolici e il Pd hanno fatto approvare il blocco delle assunzioni negli enti regionali fino a fine 2027, misura anti-clientele che ha trovato voti trasversali del centrodestra, quasi un atto freudiano. Di Paola ha ottenuto l'incompatibilità tra cariche politiche e direzioni sanitarie nelle Asp. Le norme più significative portano la firma di chi siede all'opposizione. La Regione è governata dal centrodestra, ma le leggi le scrive il centrosinistra. Alla maggioranza restano le briciole: contributi gonfiati, indennità varie, qualche extra distribuito a pioggia.

Il nodo vero si chiama giustizia. Gaetano Galvagno, presidente dell'Ars, è a processo per peculato, truffa e corruzione; il 18 giugno la difesa chiederà di spostare il procedimento a Catania, mossa che nulla toglie alle accuse. Il 10 giugno il Gup deciderà su altri quattro imputati. E c'è Elvira Amata, assessore al Turismo di FdI, che attende il processo. La figura che emerge dai fascicoli — finanziamenti in cambio di incarichi, fondazioni usate come casse di compensazione — è quella di un ceto politico che ha perso il senso del confine tra pubblico e privato. Una coalizione logorata dai processi e costretta a subire le leggi dell'opposizione ha già imboccato quella strada che non porta al largo: porta all'ultima spiaggia. ♓


LINGUE STRANIERE E DENTI ANCORA BUONI

 



I Rolling Stones annunciano "Foreign Tongues": a ottant'anni passati, il rock, come certa erba cattiva, non muore mai.


C'è una scena che i mitologi greci non hanno previsto: Euterpe, musa della musica, che si siede al bordo dell'Olimpo con una birra e guarda giù, incredula ma vagamente divertita, mentre Mick Jagger — ottantadue anni portati come se fosse una questione di stile, non di biologia — annuncia al mondo che i Rolling Stones hanno un nuovo disco in uscita. Foreign Tongues. Luglio. Quattordici tracce. Produttore Andrew Watt, lo stesso di Hackney Diamonds. Ospiti: Paul McCartney, Robert Smith dei Cure, Steve Winwood, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers.

Euterpe prende un sorso. Non è stupita. Con loro non ci si può mai stupire abbastanza.
I singoli si chiamano In The Stars e Rough and Twisted. Il primo è pop-rock anni Ottanta, un ritornello che si incolla alla memoria con la facilità sospetta dei motivetti che non riesci a toglierti dalla testa neanche sotto la doccia. Il secondo è blues allo stato brado — slide guitar, boogie-woogie, sassofono, armonica di Jagger con quell'ugola consumata che graffia ancora come carta vetrata. Robaccia di lusso. Il tipo che la critica troverà irrimediabilmente retrò e il resto dell'umanità ascolterà con piacere dichiarato o segreto. Un dettaglio non privo di eleganza: Rough and Twisted era già circolata come white label firmata "The Cockroaches" — nome usato dagli Stones nel 1977 per qualche concerto in incognito. 

Anacronistico e bello, in un'epoca in cui tutto si lancia con algoritmi. Loro hanno fatto girare un disco di plastica senza nome tra i feticisti del vinile, come se la musica avesse ancora qualcosa del segreto. Il disco ospita anche Charlie Watts, registrato nelle ultime sessioni prima di morire nel 2021. I morti giusti non scompaiono mai del tutto. Restano nel solco. Foreign Tongues esce il 10 luglio. La tournée è rinviata. Jagger, Richards e Wood hanno rispettivamente ottantadue, ottantadue e settantotto anni. C'è chi a quell'età fa parole crociate. C'è chi invita Paul McCartney in studio.

Euterpe rimette giù il bicchiere. Anche lei ha rispetto per la tenacia.

martedì 5 maggio 2026

GABBIE SENZA FINE PENA

 



a cura di Anna Lombardo

Violenza, abbandono e muri scrostati: le carceri italiane specchio di uno Stato che rinuncia a sé stesso.



Sabato scorso, a Gazzi, una sovrintendente si è frapposta tra un detenuto in furia e un collega accerchiato. Calci, spinte, sputi. Qualche giorno prima, ad Agrigento, otto detenuti devastavano un reparto con brande usate come arieti. Due cronache, si dirà. Eppure in quei verbali c'è qualcosa di più grave: lo Stato che tratta i propri istituti come pattumiere. A Gazzi mancano quaranta agenti su duecentocinquantacinque previsti. Non è emergenza: è normalità.

Eppure Gazzi è considerato, con qualche ironia, un carcere modello. Basta il reparto femminile a sfatare il mito. Una ventina di donne, analfabete che imparano a leggere in cella, lontane da casa. 


La Garante Lucia Risicato le ha descritte in due parole: disagio e solitudine. Il ginecologo entra una volta a settimana; per ogni altra visita si attendono mesi. Una tac da trentamila euro giace inutilizzata perché nessuno finanzia la ristrutturazione della sala. Le richieste al Provveditorato restano senza risposta.

Il quadro diventa grottesco allargando lo sguardo alle carceri minorili. Per decenni il sistema italiano era fiore all'occhiello d'Europa. Poi il decreto Caivano e la grande regressione. Per la prima volta nella storia repubblicana gli istituti penali per minorenni sono sovraffollati: seicento ragazzi dove non dovrebbero stare, Treviso al doppio della capienza, Beccaria al centocinquanta per cento. 


La risposta? Nuove carceri. Nel frattempo quarantadue ragazzi su seicento sono iscritti a corsi di formazione. Il resto passa in cella, sedato con psicofarmaci. La civiltà si misura dalla vivibilità delle carceri. Settantanove suicidi nel 2025, aggressioni in crescita, sessantatremila detenuti per quarantaseimila posti. Le soluzioni esistono: misure alternative con recidiva al due per cento, comunità educative, organici adeguati. Quello che manca non è la fantasia. È la volontà politica. Costruire gabbie è più semplice. Sul lungo periodo è rovinoso. Ma il lungo periodo, in Italia, è sempre colpa di qualcun altro.


GYSPY SULL'ASFALTO ROVENTE

 


Rock americano senza compromessi.



C'è una regola non scritta nel rock americano: il chitarrista non parla. Suona, sorride, fa un passo indietro. Mike Campbell l'ha rispettata per quarant'anni. Nato a Jacksonville, Florida, nel 1950 — terra di palme, umidità e chitarre elettriche — a sedici anni imbraccia lo strumento e non lo posa più. Nel 1976 entra nei Tom Petty & The Heartbreakers: da quel momento la sua biografia coincide con quella del leader. Damn the Torpedoes, Full Moon Fever, Into the Great Wide Open, disco dopo disco. È lui il riff di Boys of Summer di Don Henley. È lui, spesso, la melodia che resta in testa per giorni. Quando Petty muore nell'ottobre del 2017, Campbell si ritrova solo davanti a uno specchio per la prima volta in quattro decenni.

Electric Gypsy nasce per caso, come spesso accadono le cose vere. Campbell la scrive di getto pochi minuti prima di una session e la incidono quel giorno stesso in un unico take — assolo compreso. Nessun ripensamento. Il brano chiude External Combustion, undicesima e ultima traccia: riff blues pesante, ritmo largo, chitarra che sale lenta e brucia senza fretta. Il testo parla di solitudine e strada — il cielo come compagno, l'oceano come amico — ma non c'è malinconia, c'è qualcosa di più antico e più fiero. È il canto del musicista che ha scelto il movimento come condizione permanente, che conosce i retropalco meglio dei salotti. Per Campbell, tre passi dietro a Petty per quarant'anni, è anche una resa dei conti silenziosa: la prima volta che la voce è davvero sua. Il pezzo e l'uomo si somigliano: essenziali, ruvidi, sinceri fino all'osso.


IL CENTRO DI GRAVITÀ PERMANENTE DI DE LUCA FATICA A FUNZIONARE



 Tra liste speculari, crepe locali e ambizioni regionali: la falange non è più tale, logorata da ambizioni e personalismi che ne minano la compattezza.


Cosa sta accadendo nel pianeta di Cateno De Luca? E soprattutto: esiste ancora un sole attorno a cui orbitano, ordinati, i suoi satelliti? Le cronache restituiscono un sistema in fibrillazione. A Alì Terme, due liste contrapposte nate dallo stesso ceppo: scissione o moltiplicazione per gemmazione? A Giardini Naxos, frizioni e problemi che non paiono più episodici. E a Roccalumera, un consiglio salvato per un voto, dimissioni a cascata e una maggioranza che assomiglia sempre più a un mosaico crepato.

È fisiologia o è entropia? Il movimento che ha fatto dell’energia personale del leader la propria cifra ora paga il prezzo della sua stessa formula: quando ogni sodale si sente un piccolo De Luca a casa propria, chi tiene la rotta comune? La politica, si sa, non è una costellazione spontanea: richiede gravità, gerarchie, pazienza negoziale. E qui la domanda si fa più scomoda: l’uomo solo al comando può ancora permettersi di esserlo, mentre all’orizzonte incombe la partita delle partite, la presidenza della Regione?

Servono alleanze, non solo adesioni. Servono ponti, non duplicazioni. E servono, soprattutto, regole interne che impediscano al carisma di dissolversi in mille rivoli locali. Perché la velocità, senza direzione, è solo agitazione. E la sensazione è che la spinta propulsiva si stia disperdendo proprio mentre la corsa richiederebbe compattezza. Misure urgenti, dunque: ricomposizione dei livelli territoriali, chiarimento delle leadership intermedie, un perimetro politico che distingua tra fedeltà e autonomia. Altrimenti il pianeta continuerà a muoversi, sì, ma senza più un centro: e nello spazio, si sa, anche le traiettorie più promettenti finiscono per perdersi. ♓


CICLONE HARRY. RISTORI SIMEST, COME FARE LA DOMANDA

 


Guida semplice per le imprese colpite dal ciclone: requisiti, documenti e tempi per ottenere il contributo.


Le imprese colpite dal ciclone Harry possono accedere al fondo da 130 milioni gestito da Simest, destinato a sostenere la ripresa delle attività, in particolare quelle legate all’export o alle filiere esportatrici. Il contributo è a fondo perduto e può arrivare fino a 5 milioni di euro per impresa. Le domande vanno presentate direttamente a Simest, attraverso la piattaforma online, entro i termini previsti dal bando e comunque fino a esaurimento delle risorse.


Per essere ammessi è necessario che l’impresa sia localizzata nei territori colpiti, che svolga attività di esportazione (diretta o indiretta) e che i beni danneggiati siano di proprietà dell’azienda. Sono ammissibili sia immobili strumentali sia beni mobili come macchinari, arredi e attrezzature. Fondamentale è dimostrare che il danno sia conseguenza diretta dell’evento calamitoso.

Documenti da presentare:

- Domanda compilata sulla piattaforma Simest.

- Dati anagrafici e visura camerale aggiornata.

- Bilanci degli ultimi esercizi o dichiarazioni fiscali.

- Documento di identità del legale rappresentante.

- Titolo di proprietà degli immobili o dei beni danneggiati.

- Perizia tecnica asseverata che certifichi i danni subiti (redatta da professionista abilitato).

- Documentazione fotografica dei danni.

- Eventuale polizza assicurativa catastrofale e relativa attestazione.

- Relazione descrittiva dell’attività e dell’impatto del danno.

Una volta presentata la domanda, Simest valuta la pratica e, in caso di esito positivo, eroga il contributo. Il ristoro copre una parte rilevante dei danni accertati e, trattandosi di fondo perduto, non deve essere restituito. Per questo è importante preparare con attenzione tutta la documentazione: una pratica completa accelera i tempi e aumenta le possibilità di ottenere il finanziamento. ♓

GAETANO GALVAGNO, L'IMPUTATO IMMOBILE

 CORSIVO 




In Sicilia l’assurdo diventa prassi: l’Ars si accusa da sola, il presidente resta al suo posto e la giustizia cambia città come un turista prudente.


In Sicilia, si sa, la realtà non imita la fantasia: la umilia. E così accade che un’assemblea di deputati, con la compostezza di una processione e la leggerezza di una sagra paesana, si costituisca parte civile contro se stessa, come uno che si denuncia allo specchio sperando che il riflesso venga arrestato. Pirandello, se fosse ancora tra noi, chiederebbe i diritti d’autore. Il presidente resta lì, immobile sullo scranno più alto, come certe statue che piangono lacrime finte ma incassano offerte vere. E intanto il processo comincia… anzi no: si sposta. Palermo? Catania? Fate voi, basta che il sipario non si apra troppo presto.

La difesa è un capolavoro di geografia creativa: l’auto blu non è colpevole, è nomade. Sessanta viaggi, forse pellegrinaggi, forse gite fuori porta con vista istituzionale. E se il peccato si consuma altrove, anche il giudizio deve traslocare, come un parente scomodo. Intanto l’Ars si costituisce parte civile: una famiglia che si autodenuncia a Natale, tra un cannolo e una assoluzione preventiva. L’autista tace, il presidente pure, ma parlano i chilometri, che in Sicilia hanno sempre ragione. E tra peculato, truffa e missioni fantasma, sembra di assistere a una commedia dove i rimborsi sono più reali dei viaggi.

Poi arriva la politica, che è l’unica capace di trasformare un processo in un piano di fine legislatura. Si blindano governi mentre traballano le sedie, si smentiscono rimpasti come si smentiscono i pettegolezzi di paese: con più fervore che convinzione. E Gaetano Galvagno resta lì, uomo di Fratelli d’Italia: garantisti per necessità. Intanto Giorgia Meloni si dice figlia di Paolo Borsellino. Silenzio, che è meglio.  


domenica 3 maggio 2026

GIUSTIZIA, LISTE E CONVERSIONI IMPROVVISE

 


Norme elastiche, indignazioni selettive e sorprendenti conversioni sulla via dei tribunali.

A Messina la legge elettorale è diventata, più che un codice, un elegante esercizio di ginnastica interpretativa. Il sindaco Federico Basile si muove con una certa disinvoltura tra le pieghe della norma, come chi conosce bene il regolamento e sa dove può essere stirato senza strapparsi. Non è necessariamente un reato: è, se vogliamo, un’arte tutta politica. Ma proprio per questo stupisce lo scandalo improvviso, quasi teatrale, che si leva da chi oggi scopre con candore che le regole, in Italia, non sono mai monoliti ma materia duttile.

Il Partito Democratico, dal canto suo, riscopre una vocazione giustizialista che sembrava sopita: ricorsi, denunce, appelli alle autorità. Non potendo battere l’avversario nelle urne, lo si rincorre nelle aule. Strategia legittima, certo, ma che tradisce una certa nostalgia per quella stagione in cui la politica delegava alla magistratura il compito di riequilibrare i rapporti di forza. Più che una battaglia di principio, sembra una scorciatoia elegante, con tanto di lessico indignato a fare da cornice morale.

E poi c’è il dettaglio più gustoso, quasi letterario: la convergenza con Marcello Scurria, oggi in Forza Italia, partito che per decenni ha costruito la propria identità denunciando l’invasione giudiziaria nella politica, con Silvio Berlusconi a farne scuola e simbolo. E invece eccoli lì, sullo stesso fronte, a invocare verifiche e interventi. Corsi e ricorsi, direbbe qualcuno con memoria storica: ieri garantisti, oggi improvvisamente sensibili al fascino del timbro e della toga. In fondo, più che una crisi della democrazia, sembra una commedia degli equivoci, dove le parti si scambiano senza preavviso e ciascuno recita, con ammirevole serietà, il ruolo dell’altro. ♓

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...