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martedì 5 maggio 2026

CICLONE HARRY. RISTORI SIMEST, COME FARE LA DOMANDA

 


Guida semplice per le imprese colpite dal ciclone: requisiti, documenti e tempi per ottenere il contributo.


Le imprese colpite dal ciclone Harry possono accedere al fondo da 130 milioni gestito da Simest, destinato a sostenere la ripresa delle attività, in particolare quelle legate all’export o alle filiere esportatrici. Il contributo è a fondo perduto e può arrivare fino a 5 milioni di euro per impresa. Le domande vanno presentate direttamente a Simest, attraverso la piattaforma online, entro i termini previsti dal bando e comunque fino a esaurimento delle risorse.


Per essere ammessi è necessario che l’impresa sia localizzata nei territori colpiti, che svolga attività di esportazione (diretta o indiretta) e che i beni danneggiati siano di proprietà dell’azienda. Sono ammissibili sia immobili strumentali sia beni mobili come macchinari, arredi e attrezzature. Fondamentale è dimostrare che il danno sia conseguenza diretta dell’evento calamitoso.

Documenti da presentare:

- Domanda compilata sulla piattaforma Simest.

- Dati anagrafici e visura camerale aggiornata.

- Bilanci degli ultimi esercizi o dichiarazioni fiscali.

- Documento di identità del legale rappresentante.

- Titolo di proprietà degli immobili o dei beni danneggiati.

- Perizia tecnica asseverata che certifichi i danni subiti (redatta da professionista abilitato).

- Documentazione fotografica dei danni.

- Eventuale polizza assicurativa catastrofale e relativa attestazione.

- Relazione descrittiva dell’attività e dell’impatto del danno.

Una volta presentata la domanda, Simest valuta la pratica e, in caso di esito positivo, eroga il contributo. Il ristoro copre una parte rilevante dei danni accertati e, trattandosi di fondo perduto, non deve essere restituito. Per questo è importante preparare con attenzione tutta la documentazione: una pratica completa accelera i tempi e aumenta le possibilità di ottenere il finanziamento. ♓

GAETANO GALVAGNO, L'IMPUTATO IMMOBILE

 CORSIVO 




In Sicilia l’assurdo diventa prassi: l’Ars si accusa da sola, il presidente resta al suo posto e la giustizia cambia città come un turista prudente.


In Sicilia, si sa, la realtà non imita la fantasia: la umilia. E così accade che un’assemblea di deputati, con la compostezza di una processione e la leggerezza di una sagra paesana, si costituisca parte civile contro se stessa, come uno che si denuncia allo specchio sperando che il riflesso venga arrestato. Pirandello, se fosse ancora tra noi, chiederebbe i diritti d’autore. Il presidente resta lì, immobile sullo scranno più alto, come certe statue che piangono lacrime finte ma incassano offerte vere. E intanto il processo comincia… anzi no: si sposta. Palermo? Catania? Fate voi, basta che il sipario non si apra troppo presto.

La difesa è un capolavoro di geografia creativa: l’auto blu non è colpevole, è nomade. Sessanta viaggi, forse pellegrinaggi, forse gite fuori porta con vista istituzionale. E se il peccato si consuma altrove, anche il giudizio deve traslocare, come un parente scomodo. Intanto l’Ars si costituisce parte civile: una famiglia che si autodenuncia a Natale, tra un cannolo e una assoluzione preventiva. L’autista tace, il presidente pure, ma parlano i chilometri, che in Sicilia hanno sempre ragione. E tra peculato, truffa e missioni fantasma, sembra di assistere a una commedia dove i rimborsi sono più reali dei viaggi.

Poi arriva la politica, che è l’unica capace di trasformare un processo in un piano di fine legislatura. Si blindano governi mentre traballano le sedie, si smentiscono rimpasti come si smentiscono i pettegolezzi di paese: con più fervore che convinzione. E Gaetano Galvagno resta lì, uomo di Fratelli d’Italia: garantisti per necessità. Intanto Giorgia Meloni si dice figlia di Paolo Borsellino. Silenzio, che è meglio.  


domenica 3 maggio 2026

GIUSTIZIA, LISTE E CONVERSIONI IMPROVVISE

 


Norme elastiche, indignazioni selettive e sorprendenti conversioni sulla via dei tribunali.

A Messina la legge elettorale è diventata, più che un codice, un elegante esercizio di ginnastica interpretativa. Il sindaco Federico Basile si muove con una certa disinvoltura tra le pieghe della norma, come chi conosce bene il regolamento e sa dove può essere stirato senza strapparsi. Non è necessariamente un reato: è, se vogliamo, un’arte tutta politica. Ma proprio per questo stupisce lo scandalo improvviso, quasi teatrale, che si leva da chi oggi scopre con candore che le regole, in Italia, non sono mai monoliti ma materia duttile.

Il Partito Democratico, dal canto suo, riscopre una vocazione giustizialista che sembrava sopita: ricorsi, denunce, appelli alle autorità. Non potendo battere l’avversario nelle urne, lo si rincorre nelle aule. Strategia legittima, certo, ma che tradisce una certa nostalgia per quella stagione in cui la politica delegava alla magistratura il compito di riequilibrare i rapporti di forza. Più che una battaglia di principio, sembra una scorciatoia elegante, con tanto di lessico indignato a fare da cornice morale.

E poi c’è il dettaglio più gustoso, quasi letterario: la convergenza con Marcello Scurria, oggi in Forza Italia, partito che per decenni ha costruito la propria identità denunciando l’invasione giudiziaria nella politica, con Silvio Berlusconi a farne scuola e simbolo. E invece eccoli lì, sullo stesso fronte, a invocare verifiche e interventi. Corsi e ricorsi, direbbe qualcuno con memoria storica: ieri garantisti, oggi improvvisamente sensibili al fascino del timbro e della toga. In fondo, più che una crisi della democrazia, sembra una commedia degli equivoci, dove le parti si scambiano senza preavviso e ciascuno recita, con ammirevole serietà, il ruolo dell’altro. ♓

MESSINA, CONTI VERI O ILLUSIONI



 Residui per centinaia di milioni, promesse impeccabili e una città che aspetta da sempre: i programmi dicono tutto, tranne l'unica cosa che conta.


Messina ha il dono raro delle città che sembrano sempre sul punto di cominciare. I suoi candidati sindaco condividono questo talento: ciascuno promette sviluppo, servizi, Stretto, con la solennità di chi annuncia per la prima volta ciò che viene annunciato da decenni. Ma sotto questa liturgia elettorale, silenziosa e implacabile come un creditore paziente, pesa una sola parola che i programmi evitano con cura chirurgica: residui attivi. Centinaia di milioni iscritti a bilancio, crediti vantati con fiducia istituzionale ma riscossi con la frequenza di un treno notturno su un binario dimenticato. È il tema principale: sono le risorse finanziarie che servono per cantare la messa. 

Federico Basile preferisce la prudenza del notaio: pulizia graduale, riscossione migliorata, realismo senza eccessi. Marcello Scurria propone il gesto drammatico: cancellare i residui inesigibili, dire la verità. Nobile proposito, se non fosse che la verità presenta sempre il conto — e il conto si traduce in una domanda che nessuno osa formulare: dove si taglia? Valvieri invoca tagli "in alto", formula di grande effetto e confini volutamente incerti. Antonella Russo propone la riforma strutturale della riscossione: strumenti digitali, banche dati incrociate, ufficio entrate finalmente degno del nome. Tutto ragionevole, tutto in attesa di leggi quadro nazionali che non ci sono e di risorse ministeriali che non arrivano. Aria fritta.

Rimane il paesaggio: auto in doppia fila come installazioni permanenti, dehors che colonizzano il marciapiede con la disinvoltura dei conquistatori, periferie che inseguono un'emergenza dopo l'altra senza mai raggiungere la normalità. Tutti i candidati vedono il problema; tutti promettono di risolverlo; la città, con l'eleganza di chi ha già sentito tutto, aspetta. Il voto non decide il cosa — quello è scritto da anni — ma l'unica domanda che un'elezione dovrebbe porre: chi governerà Messina per quella che è, o per quella che si preferisce credere che sia? Tra la contabilità delle illusioni e quella della realtà, la scelta prima o poi arriva. Di solito tardi. ♓

BIPOLARISMO, FEDE CIECA

 


Destra e sinistra si fronteggiano da trent'anni come due eserciti senza causa: stessa trincea, nemici diversi, identica confusione.


C'è in Italia una religione laica senza dogmi scritti, senza teologi di grido, senza un concilio che la definisca: il bipolarismo. Una fede che resiste al ridicolo, sopravvive alle legislature cartone animato, si perpetua nonostante le evidenze si accumulino con la puntualità di un treno svizzero. Mario Segni la predicò, il referendum la battezzò, Berlusconi la vinse subito. Era il 1994. La sinistra non capì nulla, andò divisa, perse. Trent'anni dopo, divide il tempo tra litigi interni e urla al sacrilegio ogni volta che qualcuno osa pronunciare la parola: convergenza. Il modello anglosassone funziona dove esistono due partiti. Basta. Non sedici, come nel governo Prodi II del 2006, dove comparivano Turigliatto e Pallaro, uomini di saldi princìpi purché negoziabili. Sedici che si reggevano come ubriachi al bancone: bastava che uno mollasse e cadevano tutti. E caddero.

Oggi, a destra, la stessa alleanza del '94 con gli eredi del Msi al posto di Berlusconi, morto nel frattempo. A sinistra, il Pd coi Cinque stelle — che sulla politica estera la pensano come la Lega — e con Fratoianni e Bonelli, pubblici accusatori dell'Occidente. Schlein li tiene insieme con la tecnica con cui si trasporta l'acqua nel cestino: energia infinita, risultato zero. Eppure basterebbe guardarsi negli occhi senza il paraocchi bipolarista per accorgersi di una verità scomoda: Pd e Forza Italia hanno più cose in comune tra loro che con i rispettivi alleati. Entrambi europeisti, atlantisti, garantisti. Su questi tre assi — che non sono dettagli, sono l'ossatura di una visione del mondo — Tajani e Schlein si troverebbero d'accordo in venti minuti. Provino invece a mettere d'accordo Forza Italia con la Lega sull'Europa, o il Pd coi Cinque stelle sull'Ucraina. Le coalizioni italiane sono costruite non sulle affinità ma sulle convenienze elettorali, il che è umano, ma almeno non lo si chiami destino.

Nella Prima Repubblica i grandi statisti sapevano nominare l'innominabile con eleganza. Moro coniò gli "equilibri più avanzati" per prefigurare l'apertura al Pci senza mai pronunciarne il nome. De Martino, leader storico del Psi, usò la stessa formula per evocare un centrosinistra allargato. Formule audaci che trasformavano la necessità in visione. Oggi non si sente un solo statista capace di battezzare con altrettanta dignità la fine di questo bipolarismo logorato.

In Italia si fa politica per fede. E come tutte le fedi, non ammette domande. ♓


QUATTRO ORE, MILLE DISAGI

 


di Roberto Barbera*

Sciopera l’Atm, ma la vertenza non riguarda solo turni e ferie: nella città che corre senza sapere dove, la mobilità è ormai un affare pubblico e i cittadini rischiano di restare a piedi e senza voce.


C’è sempre un momento, nelle città moderne, in cui il tram si ferma e la verità sale a bordo. Martedì accadrà per quattro ore: non abbastanza per cambiare il mondo, ma sufficienti per ricordare che senza lavoratori il progresso resta un cartellone pubblicitario. I sindacati — quelli che secondo certa narrativa disturbano il traffico più dei cantieri — dicono una cosa semplice: non è accettabile che chi guida la città venga trattato come un optional. Straordinari imposti, ferie come miraggi, trasferimenti punitivi: una mobilità che pretende efficienza ma pratica improvvisazione. E no, non è propaganda elettorale: è la vecchia, ostinata questione della dignità che torna a battere cassa.
Il punto, però, è che mentre azienda e lavoratori si scambiano accuse come biglietti non timbrati, fuori dai depositi c’è una città che nel frattempo è cambiata. 

La nuova mobilità urbana — quella dei monopattini abbandonati come idee, delle piste ciclabili intermittenti e dei bus pieni di buone intenzioni — ha prodotto un curioso paradosso: tutti si muovono, nessuno arriva. In questi anni, raccontati nell’“Osservatorio sulla mobilità” di dissonanzesud.com, abbiamo visto nascere una città che sperimenta senza governare, che innova senza includere. E così il cittadino diventa spettatore: subisce ritardi, rincorre coincidenze, paga biglietti e silenzi. Un passeggero senza diritto di parola, che nella vertenza non ha nemmeno una sedia.
Eppure, se davvero questa è una trattativa seria, quel tavolo andrebbe allargato. Non per folklore partecipativo, ma per necessità. I cittadini hanno richieste precise, persino ragionevoli: continuità del servizio, trasparenza sugli orari, integrazione tra mezzi, sicurezza reale e non dichiarata. Chiedono una mobilità che non sia una scommessa quotidiana ma un diritto esercitabile. E forse è qui la provocazione: se i sindacati difendono il lavoro, perché non difendere anche chi quel lavoro lo rende necessario? Far sedere simbolicamente i cittadini al tavolo significherebbe trasformare uno sciopero in qualcosa di più di un disagio: un’occasione per ricordare che la città non è un’azienda e nemmeno un sindacato, ma una comunità che, quando si ferma, dovrebbe almeno capire perché. 

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

NON PRENDIAMOCI TROPPO SUL SERIO , IN OGNUNO DI NOI C’È UNA PORZIONE PIÙ O MENO NASCOSTA Il Cretino è eterno. E vota.




di AG Rizzo 

 Il Cretino è eterno. E vota.

Fruttero & Lucentini lo avevano già scritto quarant'anni fa. 

Nessuno li ha presi abbastanza sul serio. 

Errore imperdonabile.



La notizia buona è che non sei scemo. 


La notizia cattiva è che sei circondato , al lavoro, in famiglia, sui social, in televisione, in Parlamento , da una specie che Carlo Fruttero e Franco Lucentini avevano già catalogato, dissezionato e imbalsamato con precisione chirurgica tra il 1985 e il 1992. 


Tre volumi. Un'autopsia. Un testamento spirituale. La Trilogia del Cretino.

Peccato che il paziente fosse immortale.

ANATOMIA DELLA SPECIE

Fruttero & Lucentini chiariscono subito: il cretino non è lo stupido. 

Lo stupido non capisce il nesso causa-effetto. Il cretino lo capisce benissimo e lo ignora con sovrana eleganza, sostituendolo con un'opinione. La sua opinione. Che vale quanto la tua, anzi di più, perché lui l'ha letta su un gruppo Telegram.

La Trilogia nasce come pamphlet brillante e finisce come profezia. 

La prevalenza del cretino (1985) diagnostica il problema: il cretino non è minoranza, è sistema. Non occupa la periferia del discorso pubblico, lo governa. 

Poi La manutenzione del sorriso(1988) indaga i meccanismi di sopravvivenza , il sorriso è l'arma, la diplomazia del nulla, il modo per dire tutto senza dire niente e sembrare profondi. Infine Il ritorno del cretino (1992) annuncia quello che avremmo dovuto già sapere: non torna perché non è mai andato via.

"Il cretino non ha opinioni sbagliate. Ha opinioni sue. Il che, per lui, è esattamente la stessa cosa."

L'arma del delitto: il linguaggio

Il vero genio della trilogia sta nell'identificare il linguaggio come campo di battaglia principale. Il cretino non usa le parole per comunicare: le usa come scudi, come fumogeni, come foglie di fico intellettuale. Negli anni Ottanta il repertorio era fatto di "convergenze parallele", "auspici condivisi" e "soluzioni strutturali". Parole che suonavano bene, pesavano poco e coprivano il vuoto cosmico con la stessa efficacia di un tappeto sul buco nel pavimento.

Oggi il catalogo si è aggiornato con la diligenza di un sistema operativo che si auto-installa nel cuore della notte. 


Resilienza, usata per descrivere qualsiasi cosa sopravviva a qualsiasi evento, inclusa una gomma bucata. 


Disruptive, pronunciato in inglese anche da chi non sa l'inglese, perché in inglese fa più figo e nessuno osa chiedere spiegazioni. 


Mindset, la parola tuttofare che rimpiazza "mentalità" con un tocco di coaching motivazionale da aeroporto.


DIZIONARIO DEL CRETINO MODERNO

Resilienza: qualunque cosa non sia esplosa del tutto.
Disruptive: uguale a quello che c'era prima, ma con un'app.
Mindset: pensiero, ma in abbonamento.
Narrativa: bugia con musica di sottofondo.
Paradigma: usato quando "modo" suonerebbe troppo onesto.

L'evoluzione darwiniana: dal quotidiano al Reel

Se Fruttero & Lucentini si fermarono alle soglie dell'era digitale, è solo perché l'editore non aveva ancora previsto TikTok nel contratto. 

Perché la specie non si è estinta: si è adattata. Con una velocità che farebbe invidia a qualunque batterio.

Il cretino d'epoca "auspicava" sulle pagine dei quotidiani. Quello moderno "asfalta", "smonta", "inchioda" , verbi bellicosi applicati a tweet di 280 caratteri. 

La missione non è più convincere, non è mai stata convincere: è accumulare cuoricini. L'indignazione è diventata merce. 

L'hashtag è il nuovo editoriale. 

Il Reel da trenta secondi ha soppiantato il saggio di trenta pagine con la stessa nonchalance con cui lo Spritz ha soppiantato il Campari.

E poi c'è il salto evolutivo più straordinario: l'esperto universale. 

Grazie a un video di YouTube di tre minuti e quarantadue secondi, il cretino contemporaneo è simultaneamente virologo, geopolitologo, climatologo, nutrizionista e ,naturalmente , arbitro di Serie A. 


La "prevalenza" descritta nel primo volume è diventata dominio totale. Occupazione militare del discorso pubblico.

Non è più lui a cercare il luogo comune.

È l'algoritmo che glielo porta a domicilio,

caldo e confortante come una pizza.


La bolla: habitat naturale della specie

Ma il vero colpo di genio dell'evoluzione cretina è la bolla algoritmica. Fruttero & Lucentini descrivevano un cretino che doveva faticare per trovare conferme alla sua visione del mondo: comprare giornali, frequentare certi salotti, collegarsi alle reti giuste. 

Oggi non deve fare nulla. 

Bastano tre like strategici e l'algoritmo costruisce attorno a lui un ecosistema su misura dove ogni contenuto conferma ciò che già pensa, ogni commento applaude ogni sua uscita, ogni "mi piace" viene interpretato come validazione intellettuale.

La cretineria non viene più sopportata. 

Viene premiata. Viene monetizzata. Viene chiamata "libertà di pensiero".

In questo senso, la Trilogia del Cretino non è solo letteratura: è manuale di sopravvivenza. Per chi ancora vuole sopravvivere, s'intende. Leggerla non immunizza , nessun vaccino esiste contro questa variante , ma almeno ti dà il vocabolario giusto per riconoscere l'agente patogeno quando ti siede accanto in ufficio, ti compare nel feed o , Dio ce ne scampi , sale sul palco a fare un discorso.


NOTA DELL'AUTORE

Questo articolo è stato scritto nella piena consapevolezza che almeno il quaranta percento dei lettori si starà già chiedendo a chi si riferisce, senza minimamente considerare di poter essere, anche solo in parte, inclusi nella categoria. 


Il che, come avrebbero detto Fruttero & Lucentini, è esattamente il punto.

Il cretino è per sempre. 

Non perché siamo stupidi , siamo intelligentissimi, soprattutto noi. 


Ma perché ogni generazione inventa nuovi strumenti, e il cretino li adotta sempre prima dei geni. Più in fretta. Con più entusiasmo. 

E con risultati molto, molto più rumorosi.

Fruttero & Lucentini riposino in pace. Avevano ragione. Come sempre.


LA TRILOGIA DEL CRETINO · FRUTTERO & LUCENTINI · MONDADORI · 1985–1992  


LEGGERE PER CREDERE

venerdì 1 maggio 2026

SPECIALE PRIMO MAGGIO

 




a cura di E. L. M. Irali


IL LAVORO PER AMICO


di Orazio Nastasi *



Quanto ancora per strade di chiodi

nel paese dove il martello non splende

e di ruggine ha sapore la falce

e le idee il tempo ha incrostato?

A che vale una collana di parole

senza avere percorso tutti i marciapiedi

senza eliminare il disagio

e le menzogne e l’indifferenza persino

sulla strada per Gerico?


Non mentire, amico mio,

se un padre in fila sotto il sole

con un gemito s’è spezzato in due,

se la tenebra e la solitudine

predano occhi spalancati e fissi,

se la paura mostruosa dell’alba

del giorno senza di te

devasta oggi il cuore delle madri

per la tavola muta di casa.

Non mentire.


Dannata la giungla delle colpe

che ha moltiplicato i vizi 

se il pane nero ha una smorfia d’orrore

in una casa di secondo ordine 

sotto un cielo senza terra.


Pretendi e inganni

folle strumento in mano ai mercanti

che di beffe atroci si alimentano

quando si diventa una sola cosa con te

e ordine duro si fanno gli altiforni

e le miniere e le reti d’amaro sale

o il brivido bianco nell’azzurro vuoto.


No, amico mio,

non puoi restituire ora quanto hanno rubato: 

era la fede nel tuo valore,

era per giustizia la fine del bisogno,

il riscatto consacrato, l’afflizione

che svaniva, l’ignoranza che spariva.


Forse il tempo ebbe tempo

di perdere chi pure ti tradì

e complice si fece di nuova avarizia,

di nuovo potere senza verità

senza ragione, senza libertà.

E tu lasciasti fare, o corrotto più

di chi corruppe! Tanto che finisti

senza sorriso, senza mani aperte 

e strette ad altre mani, con patti menzogneri.

Fino a che chiusero le porte dei forzieri

e andasti per il mondo lasciando qui

la superbia triste di chi smise

di partecipare la bellezza del legno

e la fragranza del pane,

riempiendo di silenzio interessato 

il sacco del tradimento.


E ora che le mani si rigirano nelle tasche vuote

finiremo per te con armi, con sangue,

prigioni dell’odio e della coscienza prostituita?

O riprenderemo a lottare ancora una volta

come un seme che continua 

come lumi che osano contro artigli oscuri?


Per te, amico, è nato questo canto

e contro le strade nere dei mercanti 

e l’abbraccio mortale della servitù.

Perché ritorni ad essere mezzo nostro

di scalare di nuovo la luce.


Orazio Nastasi è un letterato e poeta messinese, già docente di lettere nei licei e negli istituti magistrali, ha insegnato Letteratura Italiana anche presso l'Università della Terza Età di Messina ed è presidente dell'Associazione Culturale "Archimede" di Messina. (GLOBUS Magazine). Autore di due sillogi poetiche: "La sapienza del filo d'erba" e "Caibele". Ha conseguito il primo posto assoluto in numerosi concorsi di poesia, edita e inedita, di importanza nazionale, e alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo. 

Il suo profilo intellettuale è quello del classicista aperto alla modernità: nelle sue conferenze spazia in un ampio excursus che va da Dante a Pascoli, da Emily Dickinson a Raymond Carver.


Autore per la collana Abralia di una raccolta di poesie "Il filo d'erba" la cui cifra identificativa  è la ricerca di una poetica dell'umile e del minuto, in cui la natura — il filo d'erba come emblema del fragile e del quotidiano — diventa veicolo di contemplazione e di senso. Poesie che cercano la saggezza non nelle grandi altezze ma nell'osservazione paziente del piccolo, secondo una tradizione che ha radici nella lirica italiana novecentesca.


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...