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domenica 3 maggio 2026

BIPOLARISMO, FEDE CIECA

 


Destra e sinistra si fronteggiano da trent'anni come due eserciti senza causa: stessa trincea, nemici diversi, identica confusione.


C'è in Italia una religione laica senza dogmi scritti, senza teologi di grido, senza un concilio che la definisca: il bipolarismo. Una fede che resiste al ridicolo, sopravvive alle legislature cartone animato, si perpetua nonostante le evidenze si accumulino con la puntualità di un treno svizzero. Mario Segni la predicò, il referendum la battezzò, Berlusconi la vinse subito. Era il 1994. La sinistra non capì nulla, andò divisa, perse. Trent'anni dopo, divide il tempo tra litigi interni e urla al sacrilegio ogni volta che qualcuno osa pronunciare la parola: convergenza. Il modello anglosassone funziona dove esistono due partiti. Basta. Non sedici, come nel governo Prodi II del 2006, dove comparivano Turigliatto e Pallaro, uomini di saldi princìpi purché negoziabili. Sedici che si reggevano come ubriachi al bancone: bastava che uno mollasse e cadevano tutti. E caddero.

Oggi, a destra, la stessa alleanza del '94 con gli eredi del Msi al posto di Berlusconi, morto nel frattempo. A sinistra, il Pd coi Cinque stelle — che sulla politica estera la pensano come la Lega — e con Fratoianni e Bonelli, pubblici accusatori dell'Occidente. Schlein li tiene insieme con la tecnica con cui si trasporta l'acqua nel cestino: energia infinita, risultato zero. Eppure basterebbe guardarsi negli occhi senza il paraocchi bipolarista per accorgersi di una verità scomoda: Pd e Forza Italia hanno più cose in comune tra loro che con i rispettivi alleati. Entrambi europeisti, atlantisti, garantisti. Su questi tre assi — che non sono dettagli, sono l'ossatura di una visione del mondo — Tajani e Schlein si troverebbero d'accordo in venti minuti. Provino invece a mettere d'accordo Forza Italia con la Lega sull'Europa, o il Pd coi Cinque stelle sull'Ucraina. Le coalizioni italiane sono costruite non sulle affinità ma sulle convenienze elettorali, il che è umano, ma almeno non lo si chiami destino.

Nella Prima Repubblica i grandi statisti sapevano nominare l'innominabile con eleganza. Moro coniò gli "equilibri più avanzati" per prefigurare l'apertura al Pci senza mai pronunciarne il nome. De Martino, leader storico del Psi, usò la stessa formula per evocare un centrosinistra allargato. Formule audaci che trasformavano la necessità in visione. Oggi non si sente un solo statista capace di battezzare con altrettanta dignità la fine di questo bipolarismo logorato.

In Italia si fa politica per fede. E come tutte le fedi, non ammette domande. ♓


QUATTRO ORE, MILLE DISAGI

 


di Roberto Barbera*

Sciopera l’Atm, ma la vertenza non riguarda solo turni e ferie: nella città che corre senza sapere dove, la mobilità è ormai un affare pubblico e i cittadini rischiano di restare a piedi e senza voce.


C’è sempre un momento, nelle città moderne, in cui il tram si ferma e la verità sale a bordo. Martedì accadrà per quattro ore: non abbastanza per cambiare il mondo, ma sufficienti per ricordare che senza lavoratori il progresso resta un cartellone pubblicitario. I sindacati — quelli che secondo certa narrativa disturbano il traffico più dei cantieri — dicono una cosa semplice: non è accettabile che chi guida la città venga trattato come un optional. Straordinari imposti, ferie come miraggi, trasferimenti punitivi: una mobilità che pretende efficienza ma pratica improvvisazione. E no, non è propaganda elettorale: è la vecchia, ostinata questione della dignità che torna a battere cassa.
Il punto, però, è che mentre azienda e lavoratori si scambiano accuse come biglietti non timbrati, fuori dai depositi c’è una città che nel frattempo è cambiata. 

La nuova mobilità urbana — quella dei monopattini abbandonati come idee, delle piste ciclabili intermittenti e dei bus pieni di buone intenzioni — ha prodotto un curioso paradosso: tutti si muovono, nessuno arriva. In questi anni, raccontati nell’“Osservatorio sulla mobilità” di dissonanzesud.com, abbiamo visto nascere una città che sperimenta senza governare, che innova senza includere. E così il cittadino diventa spettatore: subisce ritardi, rincorre coincidenze, paga biglietti e silenzi. Un passeggero senza diritto di parola, che nella vertenza non ha nemmeno una sedia.
Eppure, se davvero questa è una trattativa seria, quel tavolo andrebbe allargato. Non per folklore partecipativo, ma per necessità. I cittadini hanno richieste precise, persino ragionevoli: continuità del servizio, trasparenza sugli orari, integrazione tra mezzi, sicurezza reale e non dichiarata. Chiedono una mobilità che non sia una scommessa quotidiana ma un diritto esercitabile. E forse è qui la provocazione: se i sindacati difendono il lavoro, perché non difendere anche chi quel lavoro lo rende necessario? Far sedere simbolicamente i cittadini al tavolo significherebbe trasformare uno sciopero in qualcosa di più di un disagio: un’occasione per ricordare che la città non è un’azienda e nemmeno un sindacato, ma una comunità che, quando si ferma, dovrebbe almeno capire perché. 

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

NON PRENDIAMOCI TROPPO SUL SERIO , IN OGNUNO DI NOI C’È UNA PORZIONE PIÙ O MENO NASCOSTA Il Cretino è eterno. E vota.




di AG Rizzo 

 Il Cretino è eterno. E vota.

Fruttero & Lucentini lo avevano già scritto quarant'anni fa. 

Nessuno li ha presi abbastanza sul serio. 

Errore imperdonabile.



La notizia buona è che non sei scemo. 


La notizia cattiva è che sei circondato , al lavoro, in famiglia, sui social, in televisione, in Parlamento , da una specie che Carlo Fruttero e Franco Lucentini avevano già catalogato, dissezionato e imbalsamato con precisione chirurgica tra il 1985 e il 1992. 


Tre volumi. Un'autopsia. Un testamento spirituale. La Trilogia del Cretino.

Peccato che il paziente fosse immortale.

ANATOMIA DELLA SPECIE

Fruttero & Lucentini chiariscono subito: il cretino non è lo stupido. 

Lo stupido non capisce il nesso causa-effetto. Il cretino lo capisce benissimo e lo ignora con sovrana eleganza, sostituendolo con un'opinione. La sua opinione. Che vale quanto la tua, anzi di più, perché lui l'ha letta su un gruppo Telegram.

La Trilogia nasce come pamphlet brillante e finisce come profezia. 

La prevalenza del cretino (1985) diagnostica il problema: il cretino non è minoranza, è sistema. Non occupa la periferia del discorso pubblico, lo governa. 

Poi La manutenzione del sorriso(1988) indaga i meccanismi di sopravvivenza , il sorriso è l'arma, la diplomazia del nulla, il modo per dire tutto senza dire niente e sembrare profondi. Infine Il ritorno del cretino (1992) annuncia quello che avremmo dovuto già sapere: non torna perché non è mai andato via.

"Il cretino non ha opinioni sbagliate. Ha opinioni sue. Il che, per lui, è esattamente la stessa cosa."

L'arma del delitto: il linguaggio

Il vero genio della trilogia sta nell'identificare il linguaggio come campo di battaglia principale. Il cretino non usa le parole per comunicare: le usa come scudi, come fumogeni, come foglie di fico intellettuale. Negli anni Ottanta il repertorio era fatto di "convergenze parallele", "auspici condivisi" e "soluzioni strutturali". Parole che suonavano bene, pesavano poco e coprivano il vuoto cosmico con la stessa efficacia di un tappeto sul buco nel pavimento.

Oggi il catalogo si è aggiornato con la diligenza di un sistema operativo che si auto-installa nel cuore della notte. 


Resilienza, usata per descrivere qualsiasi cosa sopravviva a qualsiasi evento, inclusa una gomma bucata. 


Disruptive, pronunciato in inglese anche da chi non sa l'inglese, perché in inglese fa più figo e nessuno osa chiedere spiegazioni. 


Mindset, la parola tuttofare che rimpiazza "mentalità" con un tocco di coaching motivazionale da aeroporto.


DIZIONARIO DEL CRETINO MODERNO

Resilienza: qualunque cosa non sia esplosa del tutto.
Disruptive: uguale a quello che c'era prima, ma con un'app.
Mindset: pensiero, ma in abbonamento.
Narrativa: bugia con musica di sottofondo.
Paradigma: usato quando "modo" suonerebbe troppo onesto.

L'evoluzione darwiniana: dal quotidiano al Reel

Se Fruttero & Lucentini si fermarono alle soglie dell'era digitale, è solo perché l'editore non aveva ancora previsto TikTok nel contratto. 

Perché la specie non si è estinta: si è adattata. Con una velocità che farebbe invidia a qualunque batterio.

Il cretino d'epoca "auspicava" sulle pagine dei quotidiani. Quello moderno "asfalta", "smonta", "inchioda" , verbi bellicosi applicati a tweet di 280 caratteri. 

La missione non è più convincere, non è mai stata convincere: è accumulare cuoricini. L'indignazione è diventata merce. 

L'hashtag è il nuovo editoriale. 

Il Reel da trenta secondi ha soppiantato il saggio di trenta pagine con la stessa nonchalance con cui lo Spritz ha soppiantato il Campari.

E poi c'è il salto evolutivo più straordinario: l'esperto universale. 

Grazie a un video di YouTube di tre minuti e quarantadue secondi, il cretino contemporaneo è simultaneamente virologo, geopolitologo, climatologo, nutrizionista e ,naturalmente , arbitro di Serie A. 


La "prevalenza" descritta nel primo volume è diventata dominio totale. Occupazione militare del discorso pubblico.

Non è più lui a cercare il luogo comune.

È l'algoritmo che glielo porta a domicilio,

caldo e confortante come una pizza.


La bolla: habitat naturale della specie

Ma il vero colpo di genio dell'evoluzione cretina è la bolla algoritmica. Fruttero & Lucentini descrivevano un cretino che doveva faticare per trovare conferme alla sua visione del mondo: comprare giornali, frequentare certi salotti, collegarsi alle reti giuste. 

Oggi non deve fare nulla. 

Bastano tre like strategici e l'algoritmo costruisce attorno a lui un ecosistema su misura dove ogni contenuto conferma ciò che già pensa, ogni commento applaude ogni sua uscita, ogni "mi piace" viene interpretato come validazione intellettuale.

La cretineria non viene più sopportata. 

Viene premiata. Viene monetizzata. Viene chiamata "libertà di pensiero".

In questo senso, la Trilogia del Cretino non è solo letteratura: è manuale di sopravvivenza. Per chi ancora vuole sopravvivere, s'intende. Leggerla non immunizza , nessun vaccino esiste contro questa variante , ma almeno ti dà il vocabolario giusto per riconoscere l'agente patogeno quando ti siede accanto in ufficio, ti compare nel feed o , Dio ce ne scampi , sale sul palco a fare un discorso.


NOTA DELL'AUTORE

Questo articolo è stato scritto nella piena consapevolezza che almeno il quaranta percento dei lettori si starà già chiedendo a chi si riferisce, senza minimamente considerare di poter essere, anche solo in parte, inclusi nella categoria. 


Il che, come avrebbero detto Fruttero & Lucentini, è esattamente il punto.

Il cretino è per sempre. 

Non perché siamo stupidi , siamo intelligentissimi, soprattutto noi. 


Ma perché ogni generazione inventa nuovi strumenti, e il cretino li adotta sempre prima dei geni. Più in fretta. Con più entusiasmo. 

E con risultati molto, molto più rumorosi.

Fruttero & Lucentini riposino in pace. Avevano ragione. Come sempre.


LA TRILOGIA DEL CRETINO · FRUTTERO & LUCENTINI · MONDADORI · 1985–1992  


LEGGERE PER CREDERE

venerdì 1 maggio 2026

SPECIALE PRIMO MAGGIO

 




a cura di E. L. M. Irali


IL LAVORO PER AMICO


di Orazio Nastasi *



Quanto ancora per strade di chiodi

nel paese dove il martello non splende

e di ruggine ha sapore la falce

e le idee il tempo ha incrostato?

A che vale una collana di parole

senza avere percorso tutti i marciapiedi

senza eliminare il disagio

e le menzogne e l’indifferenza persino

sulla strada per Gerico?


Non mentire, amico mio,

se un padre in fila sotto il sole

con un gemito s’è spezzato in due,

se la tenebra e la solitudine

predano occhi spalancati e fissi,

se la paura mostruosa dell’alba

del giorno senza di te

devasta oggi il cuore delle madri

per la tavola muta di casa.

Non mentire.


Dannata la giungla delle colpe

che ha moltiplicato i vizi 

se il pane nero ha una smorfia d’orrore

in una casa di secondo ordine 

sotto un cielo senza terra.


Pretendi e inganni

folle strumento in mano ai mercanti

che di beffe atroci si alimentano

quando si diventa una sola cosa con te

e ordine duro si fanno gli altiforni

e le miniere e le reti d’amaro sale

o il brivido bianco nell’azzurro vuoto.


No, amico mio,

non puoi restituire ora quanto hanno rubato: 

era la fede nel tuo valore,

era per giustizia la fine del bisogno,

il riscatto consacrato, l’afflizione

che svaniva, l’ignoranza che spariva.


Forse il tempo ebbe tempo

di perdere chi pure ti tradì

e complice si fece di nuova avarizia,

di nuovo potere senza verità

senza ragione, senza libertà.

E tu lasciasti fare, o corrotto più

di chi corruppe! Tanto che finisti

senza sorriso, senza mani aperte 

e strette ad altre mani, con patti menzogneri.

Fino a che chiusero le porte dei forzieri

e andasti per il mondo lasciando qui

la superbia triste di chi smise

di partecipare la bellezza del legno

e la fragranza del pane,

riempiendo di silenzio interessato 

il sacco del tradimento.


E ora che le mani si rigirano nelle tasche vuote

finiremo per te con armi, con sangue,

prigioni dell’odio e della coscienza prostituita?

O riprenderemo a lottare ancora una volta

come un seme che continua 

come lumi che osano contro artigli oscuri?


Per te, amico, è nato questo canto

e contro le strade nere dei mercanti 

e l’abbraccio mortale della servitù.

Perché ritorni ad essere mezzo nostro

di scalare di nuovo la luce.


Orazio Nastasi è un letterato e poeta messinese, già docente di lettere nei licei e negli istituti magistrali, ha insegnato Letteratura Italiana anche presso l'Università della Terza Età di Messina ed è presidente dell'Associazione Culturale "Archimede" di Messina. (GLOBUS Magazine). Autore di due sillogi poetiche: "La sapienza del filo d'erba" e "Caibele". Ha conseguito il primo posto assoluto in numerosi concorsi di poesia, edita e inedita, di importanza nazionale, e alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo. 

Il suo profilo intellettuale è quello del classicista aperto alla modernità: nelle sue conferenze spazia in un ampio excursus che va da Dante a Pascoli, da Emily Dickinson a Raymond Carver.


Autore per la collana Abralia di una raccolta di poesie "Il filo d'erba" la cui cifra identificativa  è la ricerca di una poetica dell'umile e del minuto, in cui la natura — il filo d'erba come emblema del fragile e del quotidiano — diventa veicolo di contemplazione e di senso. Poesie che cercano la saggezza non nelle grandi altezze ma nell'osservazione paziente del piccolo, secondo una tradizione che ha radici nella lirica italiana novecentesca.


giovedì 30 aprile 2026

WILLIE NELSON, O DELL'ARTE DI NON SMETTERE MAI

 


On the Road Again, ancora e sempre: Willie Nelson compie 93 anni e non ha la minima intenzione di fermarsi — né sulla strada, né in studio di registrazione.



Vi sono uomini che invecchiano, e vi sono uomini che semplicemente continuano. Willie Hugh Nelson appartiene con ogni evidenza alla seconda categoria. Nato il 29 aprile 1933 ad Abbott, Texas — un borgo così piccolo da essere quasi invisibile sulle mappe — ha attraversato novantadue anni di storia americana con la stessa aria di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte, ma non ha neppure la minima intenzione di fermarsi.

Scrisse la sua prima canzone a sette anni e si unì alla sua prima band a dieci. Un curriculum che farebbe impallidire qualunque talent scout moderno, sebbene all'epoca nessuno si preoccupasse di filmarlo per i social media. Dopo il diploma, nel 1950, si arruolò nell'esercito — dettaglio che i suoi biografi citano con la stessa sorpresa con cui si nota un vegetariano al banco della macelleria.

La carriera vera e propria decollò lentamente, come si conviene ai fenomeni duraturi. Nashville lo accolse negli anni Sessanta con quella cortesia fredda che le metropoli riservano a chi non si adatta al loro stile. Nel 1973, firmato con Atlantic Records, pubblicò Shotgun Willie, disco grezzo ed eclettico che cristallizzò la sua figura di protagonista dell'outlaw country — un genere che suona come una dichiarazione di guerra al buon gusto convenzionale, nel senso migliore possibile. Il successo critico di Shotgun Willie, combinato con quello commerciale di Red Headed Stranger (1975) e Stardust (1978), fece di Nelson uno degli artisti più riconosciuti della musica country.
La discografia, ovvero la prova che un uomo può fare troppe cose contemporaneamente
La discografia di Nelson comprende 104 album in studio — di cui 78 da solista e 26 in collaborazione — 14 album dal vivo, 51 raccolte e 41 video album. Ha venduto oltre 40 milioni di album solo negli Stati Uniti. Nel mezzo di tutto ciò, ha anche trovato il tempo di recitare in oltre trenta film, scrivere libri e dedicarsi all'attivismo ambientale e alla legalizzazione della marijuana — quest'ultima causa perseguita con una coerenza che pochi politici potrebbero vantare.

Tra le tappe fondamentali: Phases and Stages (1974), Wanted! The Outlaws (1975, con Waylon Jennings, primo album country a raggiungere il platino), l'indimenticabile Stardust (1978, 530 settimane in classifica — un record di flemma straordinaria). A metà degli anni Ottanta fondò con Jennings, Kristofferson e Johnny Cash il supergruppo The Highwaymen, che raggiunse vendite da disco di platino e tournée mondiali. 
Il brano e l'album più celebri
Il brano più famoso è quasi certamente On the Road Again (1980), colonna sonora del film Honeysuckle Rose: cinque parole che bastano a far venire voglia di salire in macchina senza sapere dove si va. L'album più celebre e influente resta probabilmente Red Headed Stranger (1975): un concept album di outlaw country registrato alla Columbia, acclamato dalla critica come uno dei dischi fondativi dell'intera tradizione americana.

Nel 1980, Nelson si esibì sul prato della Casa Bianca. Il concerto del 13 settembre vide la First Lady Rosalynn Carter duettare con lui. Fin qui, tutto abbastanza protocollare. Meno protocollare fu il fatto che, secondo la biografia scritta da Joe Nick Patoski, Nelson fumò marijuana sul tetto della Casa Bianca. La storia non riferisce se qualcuno degli agenti del Servizio Segreto abbia chiesto di partecipare.
Nel 1990 l'IRS — l'erario americano — gli sequestrò tutti i beni, sostenendo che dovesse 32 milioni di dollari. Nelson reagì con la soluzione più americana possibile: registrò un album, The IRS Tapes: Who'll Buy My Memories?, i cui proventi andarono direttamente a saldare il debito. Un gesto di tale eleganza pratica che Jerome avrebbe certamente approvato.
A 92 anni, ha pubblicato Oh What a Beautiful World (aprile 2025), il suo 77° album in studio da solista, candidato al Grammy per il miglior album country tradizionale. Nel 2025 ha anche pubblicato Workin' Man: Willie Sings Merle, tributo a Merle Haggard, e nel 2026 è già annunciato Dream Chaser. 
Novantadue anni, centocinquantacinque album, un debito fiscale pagato con una canzone, e un concerto presidenziale il cui retroscena è rimasto impresso nella storia. 
Happy Birthday, Big Willie. 


POLVERE DI STELLE



 Francantonio Genovese da enfant prodige della sinistra a dominus condannato: vent'anni di potere che hanno svuotato una città e silenziato chi avrebbe dovuto parlare.

Francantonio Genovese ha percorso la sua parabola con la disinvoltura di chi sa che le regole sono scritte per gli altri. Partito dalla sinistra messinese — quella che si credeva immune per costituzione morale — aveva intuito che il Pd siciliano non era un partito ma uno strumento, e gli strumenti si usano finché servono poi si gettano. Li usò senza rimpianti. Divenne parlamentare, ras delle preferenze, il nome per candidature, risorse, silenzi. La formazione professionale era il suo laboratorio: milioni pubblici, rivoli societari collegati sottobanco, nessun controllo. La Procura lo definì «dominus» di un «meccanismo delinquenziale». Saccheggio con copertura politica.

Accanto a lui i Franza, padroni di Caronte & Tourist, monopolio del traghettamento sullo Stretto valutato mezzo miliardo. Nel febbraio 2021 il Tribunale di Reggio Calabria, operazione «Scilla e Cariddi», dispose l'amministrazione giudiziaria ex art. 34 del Codice antimafia, accertando la permeabilità della società alle cosche Buda-Imerti. Tre proroghe, con i giudici a stigmatizzare «riluttanza e insofferenza ai controlli» della governance. Insieme, Genovese e i Franza hanno fatto di Messina un luogo dove politica e affari si intrecciavano nell'indifferenza dei partiti e nel silenzio di chi sapeva e taceva.

Oggi la condanna è definitiva. L'avvocato spiega perché probabilmente non tornerà in carcere. Può darsi che abbia ragione: l'Italia ha perfezionato l'arte di rendere le condanne inesorabili senza che nessuno le sconti. Ma quello che nessuna alchimia processuale restituisce è il costo civile: vent'anni in cui Messina ha smesso di essere una comunità che decide ed è diventata un territorio che obbedisce. Non fu conquista. Fu resa silenziosa, quasi volontaria. La vera domanda non riguarda il dominus. Riguarda la città che lo ha lasciato fare. ♓


Alì Terme in festa per Maria Ausiliatrice: una comunità unita tra fede, devozione e tradizione

 di Carmelo Tringali  Si sono conclusi sabato scorso ad  Alì Terme  i solenni festeggiamenti in onore di  Maria Ausiliatrice , un appuntamen...