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martedì 10 febbraio 2026

IL NEMICO NECESSARIO



 Ovvero come si governa inventando emergenze e chiamandole patria.



Il capo ama i lavoratori, specie quando lavorano gratis. Li celebra, li ringrazia, li fotografa idealmente mentre sudano anche di domenica affinché la Nazione faccia bella figura. 
Poi, quasi per contrasto cromatico, arrivano loro: quelli che dissentono. Non i violenti, non i facinorosi – quelli sarebbero quasi rassicuranti – bensì chi manifesta, chi contesta, chi osa ritenere che l’evento non valga il sacrificio. E allora la parola cade, pesante come una ghigliottina lessicale: nemici. 
Non cittadini con un’opinione sbagliata, non guastafeste, non critici fastidiosi. 
Nemici, appunto. Dell’Italia, possibilmente di tutti.

Il termine non è casuale. È una parola che non descrive: separa. Da una parte ci siamo noi, gli operosi, i volenterosi, i patrioti del cartellino timbrato; dall’altra loro, che disturbano l’armonia, rallentano il racconto, rovinano la foto ufficiale. 
La politica, ridotta a teatro morale, ritrova così il suo antagonista indispensabile. Senza nemico, del resto, non c’è dramma. 
E senza dramma, niente potere che scaldi. A qualcuno, ascoltando questa musica, sarà tornato alla mente un lessico antico e sinistro: quello in cui il dissenso non è errore ma colpa, e la colpa non si discute ma si elimina. Ad altri, più studiosi, sarà affiorato il ricordo di un giurista tedesco che spiegava come la politica non nasca dal confronto, bensì dalla distinzione netta tra amico e nemico. 
Dove non c’è conflitto, diceva, c’è amministrazione. La palude. 

L’emergenza, allora, diventa una risorsa. Anzi, una forma di governo. Perché è nell’emergenza che le procedure appaiono un lusso, le garanzie un impaccio, le regole una debolezza. È lì che il diritto si ritira educatamente e lascia il posto alla decisione. Alla voce forte, al gesto risolutivo, alla promessa di salvezza pronunciata con tono grave. Evviva il garantismo. E più il nemico è vago, più l’emergenza è eterna. 
Un capolavoro di ingegneria politica. 
Così nascono nuovi reati, si allungano le pene, si riempiono le carceri come fossero magazzini della paura. Non per risolvere i problemi, ma per dimostrare che il capo vigila. Che reagisce. Che protegge. Il nemico serve a questo: non a essere sconfitto, ma a essere evocato. Perché senza di lui resterebbe solo la realtà. 
E la realtà, si sa, è molto meno governabile della paura.

NON SIAMO ALGORITMI !! PERCHÉ IL TUO CAPITALE SEMANTICO SALVERÀ IL FUTURO


 di AG Rizzo 

In un mondo che corre alla velocità dei microchip, c’è un tesoro che l’Intelligenza Artificiale non potrà mai replicare: il tuo capitale semantico.

 Non è semplice cultura, ma l’insieme irripetibile di esperienze, dialetti, storie familiari e radici che ti rendono chi sei. 

È la ricchezza che ti permette di dare un senso al mondo, non solo di processare dati.

Essere nati in un certo borgo, aver ascoltato i racconti dei nonni o conoscere il peso di una parola come "azzeccagarbugli" crea un valore che genera altro valore. 

Il capitale semantico è la nostra bussola esistenziale e più è ricco, più la tecnologia resta uno strumento al nostro servizio, evitando che la macchina ci sostituisca.

Oggi, proteggere questa varietà è una missione sociale

Il settore non profit agisce come una "guardia di frontiera" contro la banalizzazione del pensiero, estirpando le erbacce dell'automazione vuota. 

Difendere la nostra unicità non è un esercizio intellettuale, ma l’unico modo per restare umani.

Siamo noi il senso di ciò che viviamo.


lunedì 9 febbraio 2026

ANTONIO ZICHICHI , IL CORAGGIO DELLA RAGIONE

 


Antonino Zichichi non è stato soltanto un grande fisico: è stato una coscienza pubblica. 

Uno di quegli uomini rari che hanno scelto la scienza non come rifugio elitario, ma come strumento di verità, di responsabilità, di lotta civile. In un’epoca incline alla superstizione mascherata da opinione, Zichichi ha difeso la ragione con fermezza, pagando spesso il prezzo dell’impopolarità. Ma senza mai arretrare.


Scienziato di fama internazionale e divulgatore instancabile, ha portato il sapere fuori dai laboratori, parlando a tutti senza semplificare, senza ingannare. Perché rispettare il pubblico, per lui, significava non mentirgli mai. La conoscenza era una cosa seria. Umana. Necessaria.


Grande siciliano, profondamente legato alla sua terra, ha dimostrato che il Sud può essere centro di pensiero, di eccellenza, di futuro.

 Forte, appassionato, talvolta ruvido, sempre autentico. Zichichi ha incarnato l’idea che la scienza non sia fredda neutralità, ma un atto di coraggio.


In tempi confusi, la sua lezione resta chiara: senza ragione non c’è libertà.

….  E senza verità non c’è progresso.


Epilessia, basta ombre!! Oggi la giornata contro lo stigma


di AG RIZZO *


È il secondo lunedì di febbraio, e il mondo si tinge di viola per la Giornata Internazionale dell’Epilessia. Promossa dall’International Bureau for Epilepsy (IBE) e dall’International League Against Epilepsy (ILAE), questa data punta dritto al cuore del problema: lo stigma che avvolge ancora una malattia neurologica che colpisce 50 milioni di persone globalmente.

Immaginate una crisi improvvisa in pubblico: uno sguardo di terrore, commenti sussurrati, distanze che si aprono. Non è la paura della crisi in sé, ma il pregiudizio che la circonda. In Italia, su 500mila epilettici, uno su tre evita di rivelare la diagnosi per timore di discriminazioni sul lavoro o nella vita sociale. “L’epilessia non è follia né debolezza”, spiega il neurologo Salvatore Greco del Policlinico di Palermo. “È una condizione cronica, spesso controllabile con farmaci, ma lo stigma la rende una prigione invisibile”.

Le storie parlano chiaro. Maria, 35 anni, insegnante palermitana, ha perso opportunità lavorative dopo una crisi in classe: “Mi hanno guardata come un pericolo pubblico”. O Marco, operaio catanese, licenziato senza motivo apparente. Dati ISTAT confermano: il 40% degli epilettici italiani subisce esclusione sociale. Eppure, con terapie moderne – farmaci, stimolatori vagali, chirurgia – l’80% vive una vita normale.

La sensibilizzazione funziona.

 Campagne come #BreakTheSilence dell’ILAE hanno ridotto i pregiudizi del 25% in Europa negli ultimi cinque anni. Oggi, eventi in piazze e ospedali siciliani invitano a informarsi: l’epilessia non trasmette per contagio, non rende violenti. È ora di sfatare miti.

In Sicilia, l’associazione Liga Italiana contro l’Epilessia (LICE) sezione Sicilia organizza un flash mob viola a Palermo: “Unisciti, illumina la verità”. Perché lo stigma si combatte con fatti, non paure. 

Oggi, più che mai, l’epilessia esce dall’ombra.


domenica 8 febbraio 2026

APOLOGIA DI UN VUOTO A PERDERE


 Cronaca semiseria di un avatar nazionale che scambia il rumore per pensiero.

L’Italia non è più un Paese: è una suggestione collettiva. Ognuno se la allestisce a modo suo, come un bilocale dell’anima: poster delle proprie ossessioni, soprammobili ideologici, una luce soffusa che impedisce di vedere i dettagli. 
Nel grande trasloco verso il metaverso, il generale Vannacci è l’avatar più performante. La sua parabola – militare con aspirazioni politiche e un armamentario dottrinale composto da un manuale di conversazione da birreria più il frasario dell’uomo alfa afflitto dalla sindrome del Bell’Antonio – avrebbe bisogno di un Bardo capace di farne tragedia: non la biografia di un uomo, ma quella della nazione al tempo della dissolvenza. 

All’inizio c’era il libro che non c’era: un concentrato di ovvietà risentite. Poi arrivano i rabdomanti dell’antifascismo domestico, quello da tinello buono: trivellano, scandagliano, infine dissotterrano il reperto. Scandalo. Editoriali scandalizzati. 
Il generale ringrazia: nulla costruisce una carriera come l’indignazione a ciclo continuo. Così il libro che non c’era – scritto in una lingua di vago ceppo indoeuropeo – diventa il libro che c’è. 

Ed ecco il mondo spiegato al bar, tra un caffè e un cornetto, ai pensionati che si improvvisano, con temerario candore, costituzionalisti. Sono i Vannacci del verbo parlato. Quelli che i problemi si risolvono sul ballatoio, la geopolitica dopo cena, l’egemonia culturale a stomaco pieno.
 Non più gramsciana: duodenale. A quel punto entra in scena il cane da trifola con il miglior naso della piazza: Matteo Salvini. Che annusa, raccoglie, candida.
 Non si è mai capito chi abbia usato chi; si è capito benissimo che, quando finisce, si invocano leggi contro i traditori e mai contro i pirla. Qui la coerenza è un lusso superfluo.
E così il generale diventa ideologo, poi europarlamentare, poi promessa di altro ancora. Senza idee, senza partito, senza niente: protagonista di tutto. È il campione del reality nazionale, in un Paese che scambia il vuoto per destino. La farsa continuerà finché il pubblico applaudirà invece di capire. Una farsa, sì: ma se non finisce in fretta c’è il rischio concreto che si trasformi in tragedia.

sabato 7 febbraio 2026

ZOLFO, PROMESSE E MACERIE

 


di AG RIZZO 

Opere fantasma, fondi evaporati e sanità tagliata: cronaca di un futuro sottratto alla Costa Ionica.


C’è un esercizio di masochismo che ogni messinese pratica da un quarto di secolo: guardare i vicini. A sud, Catania con metro, aeroporto e industrie. A ovest, Palermo rifatta tra tram e pedonalizzazioni. E Messina? La sua provincia? La Costa Ionica, splendida e maledetta, mostra cantieri eterni, transenne rugginose e progetti ammuffiti nei cassetti.

Negli ultimi 25 anni la Sicilia ha praticato un cannibalismo geografico: fondi europei e CIPE sono scivolati verso le città politicamente più forti.

 A Messina è rimasto l’osso del Ponte, buono per i talk show, inutile per vivere oggi. 

Il caso simbolo è Alì Terme. Nel 1998 il CIPE finanziò lo svincolo A18. I soldi c’erano, veri. Poi sparirono nel triangolo delle Bermude burocratiche tra Regione e CAS: perenzione, rimodulazioni, buchi tappati altrove. Risultato: auto che sfrecciano sopra le teste e cittadini bloccati sotto. 

Ancora più amaro il PRUSST “Area delle Terme”: progetto approvato, mai finanziato. Una pacca sulla spalla e portafoglio chiuso. I Comuni hanno speso, i privati sperato, lo Stato è svanito.

Ma il colpo finale è alla salute. Alì Terme siede su acque sulfuree che farebbero invidia a Budapest. Eppure le storiche Terme Granata-Cassibile sono chiuse, le altre soffocate dai tagli ai LEA. 

Le cure termali sono un diritto sanitario, non un lusso, ma i tetti di spesa finiscono a metà stagione. Settembre arriva e il paziente si sente dire: “I fondi sono finiti. Paghi”.
Non è un incidente: è un boicottaggio sistemico. 
Meno cure, meno pazienti, alberghi vuoti, destagionalizzazione morta in culla. 

Responsabilità chiare: governi regionali distratti, CAS tragicomico, sanità che tratta il termalismo come un figlio minore, ignorando che ogni euro speso alle terme ne risparmia tre in farmaci.

Alì Terme oggi è sotto assedio: non ci arrivi bene e, se arrivi, rischi di non poterti curare. 
È la tempesta perfetta.
E mentre a Palermo si inaugurano ZTL, sulla costa ionica restano l’odore dello zolfo e l’amarezza di chi sa di essere stato derubato del futuro. ( AG Rizzo)

OPENING CEREMONY MILANO CORTINA 2026 . BOCELLI



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venerdì 6 febbraio 2026

IL TRAM CHE FA LA CITTA'


 di ROBERTO BARBERA *

Cantieri, investimenti e una scelta che va oltre l’ecologia. Il trasporto pubblico come leva economica, tecnologica e sociale. Messina davanti a un bivio: modernità o occasione sprecata.

Messina è oggi una città che cambia pelle, e i cantieri del centro non sono soltanto il segno visibile di un disagio temporaneo. Sono il punto di emersione di una scelta strategica che coinvolge risorse straordinarie: fondi europei, PNRR, programmi nazionali e regionali per la rigenerazione urbana e la mobilità sostenibile. Parliamo di investimenti per decine di milioni di euro, una concentrazione di capitale pubblico che difficilmente si ripeterà. Queste risorse non servono a “sistemare” l’esistente, ma a costruire un modello di città che possa reggere almeno un altro ventennio. È una scommessa sul futuro, non un intervento cosmetico.

In questo quadro il tram non è un’invenzione recente né una moda green. A Messina il tram esisteva già quando la modernità aveva il profilo dell’acciaio e dell’elettricità, ed è tornato come infrastruttura strategica a fine Novecento. Oggi viene ripensato per essere ciò che realmente è: l’ossatura di una mobilità urbana efficiente. Il tram non è solo un mezzo che trasporta persone, ma uno strumento che organizza lo spazio, ridisegna le priorità, restituisce centralità al movimento collettivo. Dove il tram funziona, l’auto arretra; e non per ideologia, ma per convenienza.

La scelta tranviaria non è solo ecologica, è economica. Un sistema su ferro consuma meno per passeggero, ha costi di esercizio più stabili nel tempo e una durata che nessuna flotta di autobus può garantire. Ma soprattutto genera risparmio quando è utilizzato intensamente. Aumentare il traffico di persone sul tram significa ridurre congestione, tempi di percorrenza, costi indiretti per la collettività. È la sostenibilità che entra nei bilanci: meno spese sanitarie, meno ore perse, più attrattività urbana. Una città che funziona è una città che costa meno ai suoi cittadini.

Il vero salto di qualità passa però dall’innovazione. Un tram moderno dialoga con i semafori, utilizza intelligenza artificiale per regolare frequenze, prevedere guasti, ottimizzare energia e manutenzione. Questo non significa solo efficienza tecnica, ma creazione di nuove filiere di lavoro: tecnici di sistemi avanzati, operatori altamente specializzati nella manutenzione di reti complesse, personale con competenze digitali e ingegneristiche. È occupazione qualificata, stabile, che interagisce con il tessuto produttivo e culturale della città. Un sistema di trasporto così non è un costo, ma un moltiplicatore economico.

Resta il nodo dei conti. ATM arriva da anni difficili, segnati da tracolli finanziari che hanno pesato sul bilancio comunale e, di riflesso, sui cittadini. Continuare senza una politica rigorosa dei costi e dell’efficienza non è sostenibile. La natura pubblica dell’azienda non può essere un alibi: se il sistema non regge, si devono esplorare modelli nuovi, dalla separazione tra rete e gestione all’apertura controllata ai capitali, fino a strumenti di finanziamento come Buoni Ordinari Comunali per investimenti e manutenzione. A una condizione non negoziabile: il biglietto si paga, la pubblicità si valorizza, i conti tornano.

Io immagino un’ATM come una public company moderna, al servizio dei cittadini, trasparente, tecnologica, capace di stare sul mercato senza tradire la sua missione pubblica. Un’azienda in salute che non grava sul debito, ma genera valore. A un’ATM così si può credere davvero. E sì, ce la possiamo fare.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico._

I FIGLI DI NESSUNO

a cura di Anna Lombardo A Messina il problema non è chi lascia la scuola. È chi ci resta senza imparare nulla. Nelle aree vulnerabili di Mes...