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venerdì 30 gennaio 2026

NISCEMI, LA FRANA NON È PIOVUTA DAL CIELO

 


I finanziamenti non sono mancati.
Sono mancate la capacità di trasformarli in opere e il coraggio di decidere.

Le responsabilità vanno cercate soprattutto nella classe politica locale e nel debole controllo esercitato dai cittadini-elettori.
C’è una cifra che attraversa la storia di Niscemi come un convitato di pietra, discreto ma ineludibile: 13,2 milioni di euro. Arrivano nel maggio del 2008 con un’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri, allora guidata da Silvio Berlusconi, quando ormai era chiaro che la frana del 1997 non era stata un incidente, ma un avvertimento formale, protocollato e studiato. Quelle risorse non erano pensate per lenire l’emergenza, bensì per superarla: opere strutturali, consolidamento dei versanti, regimentazione delle acque, messa in sicurezza definitiva. Nulla di tutto ciò viene realizzato. L’emergenza viene prorogata, gli studi si moltiplicano, i faldoni crescono. I soldi restano immobili, come se il territorio potesse attendere.

Nel 2014 un nuovo evento franoso produce un progetto di regimentazione delle acque: appaltato, poi inghiottito da un contenzioso che lo blocca prima di cominciare. Parte delle risorse viene impiegata per completare demolizioni del 1997. Tra il 2014 e il 2020, tramite il portale “Rendis”, lo Stato finanzia tutte le opere richieste dai Comuni siciliani. Da Niscemi non arriva alcuna istanza. Anche il non decidere è una decisione. Nel 2019 arrivano 1,2 milioni per interventi parziali, nel 2022 circa 13 milioni per nuova progettazione, nel dicembre 2025 altri 4 milioni per demolizioni. Ogni finanziamento è un capitolo aperto e mai concluso, ogni rinvio una porzione di collina che avanza. Così la frana di oggi non sorprende: conferma. A Niscemi non è mancato il denaro né l’attenzione episodica dello Stato. È mancata la volontà di trasformare le risorse in opere e i finanziamenti in scelte irreversibili. Le responsabilità vanno cercate soprattutto nella classe politica locale e nel debole controllo esercitato dai cittadini-elettori.

BRUCE SPRINGSTEEN

 


Bruce Springsteen è il cantore laico dell’America profonda, osservata dal basso e raccontata con una lingua limpida, empatica, mai consolatoria. Nei suoi testi la canzone popolare diventa strumento critico: lavoro, disuguaglianze, sogni infranti, dignità ostinata. La sua scrittura, narrativa e cinematografica, ha uno spessore sociologico e politico nel senso più alto del termine: non ideologia, ma responsabilità dello sguardo. Da qui la condanna netta dell’America che alza muri, delle politiche migratorie di Donald Trump e della brutalità dell’ICE, che tradiscono il mito fondativo della nuova frontiera. Springsteen ascolta i margini e restituisce voce a chi non ne ha, trasformando le vite ordinarie in epopea civile. Anche nell’ultimo racconto urbano, Streets of Minneapolis, il Boss interroga un Paese ferito: città tese, coscienze inquiete, una speranza che resiste come atto morale.


STREETS OF MINNEAPOLIS


Tra il ghiaccio e il freddo dell'inverno
Lungo Nicollet Avenue
Una città in fiamme combatteva fuoco e gelo
Sotto gli stivali di un occupante
L'armata privata di Re Trump proveniente dal DHS (Sicurezza Interna)
Pistole allacciate ai loro cappotti
Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge
O almeno così dicono loro

Contro il fumo e i proiettili di gomma
Alle prime luci dell'alba
I cittadini si sono schierati per la giustizia
Le loro voci risuonavano nella notte
E c'erano impronte insanguinate
Dove avrebbe dovuto esserci la misericordia
E due morti, lasciati a morire su strade innevate
Alex Pretti e Renee Good

Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare attraverso la nebbia di sangue
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero tra noi
Qui a casa nostra, hanno ucciso e vagato
Nell'inverno del '26
Ricorderemo i nomi di chi è morto
Sulle strade di Minneapolis

I sicari federali di Trump lo hanno colpito
Al volto e al petto
Poi abbiamo sentito gli spari
E Alex Pretti giaceva morto nella neve
Hanno sostenuto la legittima difesa, signore
Basta non credere ai propri occhi
Sono il nostro sangue e le nostre ossa
E questi fischietti e telefoni
Contro le sporche bugie di Miller e Noem

Ora dicono di essere qui per sostenere la legge
Ma calpestano i nostri diritti
Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio
Puoi essere interrogato o espulso a vista
Nei nostri cori "Fuori l'ICE ora"
Il cuore e l'anima della nostra città resistono
Tra vetri rotti e lacrime di sangue
Sulle strade di Minneapolis

Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)

mercoledì 28 gennaio 2026

LA CAPANNA, LA COSTITUZIONE E IL BAR SPORT DELLA COMPASSIONE


di ANNA LOMBARDO 

Nel bosco non cresce la libertà ma l’abbandono, venduto come virtù. I bambini pagano, gli urlatori incassano.



Dal punto di vista dei bambini, la favola della “famiglia nel bosco” non profuma di resina ma di muffa ideologica. C’è una capanna che diventa manifesto, due genitori che scambiano l’improvvisazione per destino e una folla di adulti urlanti che, come in certe pagine di Proust lette male, confonde la memoria con il rancore. Intorno, le destre fanno speculazione sentimentale: accarezzano la capanna come un santuario, pestano la Costituzione come fosse un tappetino infangato e chiamano libertà ciò che è solo abbandono. I bambini, che non votano e non twittano, diventano l’argomento preferito di chi nella vita non ha mai fatto nulla se non parlare, convinto che crescere significhi cavarsela da soli, magari fino a diventare adulti come Salvini: rumorosi, risentiti, eternamente in campagna elettorale.

Eppure, dall’altra parte del bosco, ci sono i servizi sociali: professionisti impeccabili, addestrati all’arte difficile della cura, trattati come aguzzini da un bar sport nazionale travestito da dibattito civile. Assistenti sociali, sanitari, insegnanti: tutti colpevoli di applicare leggi che proteggono i minori dalla sanità alla scuola, cioè dall’arbitrio degli adulti. Fare figli non è un gesto performativo, è una promessa: dare un avvenire. L’avvenire non è una capanna né una diretta Facebook, ma una strada asfaltata di diritti, studio e competenze. Dimenticarsene è comodo; ricordarlo, invece, richiede fatica, silenzio e responsabilità. Tutte cose che fanno poco rumore, e quindi poca audience

Rapine in aumento in Sicilia? Il piano dei carabinieri contro la microcriminalità quotidiana.

di GIOVANNI IACONO ^

 Le rapine mostrano un calo a livello nazionale, ma la Sicilia resta tra le regioni più colpite soprattutto da quelle rivolte alle banche. In tale contesto, i carabinieri hanno intensificato i controlli e predisposto piani mirati contro la microcriminalità quotidiana, con operazioni nei quartieri sensibili e blitz antimafia. La Sicilia si posiziona al secondo posto fra le regioni italiane per numero di rapine in banca, con Palermo e Messina tra le province più colpite.

In controtendenza, secondo il Viminale, è la microcriminalità di strada che risulta essere in leggero aumento, come furti, scippi e rapina minori (+1,7% i reati denunciati nel 2025), che è spesso collegata a clan che gestiscono racket e spaccio. Nel 2025 i carabinieri di Palermo hanno compiuto un blitz antimafia che ha portato all'arresto di 181 persone tra boss, estorsori e affiliati di diversi mandamenti. L'operazione ha consentito smantellare clan come quelli di Gambino e Inzerillo. Oltre ai clan storici, emergono gruppi stranieri, come la mafia nigeriana Black Axe, che sfruttano traffici di droga e tratta di esseri umani.

In questo panorama, i carabinieri hanno intensificato i controlli e le operazioni antimafia, puntando a ridurre la microcriminalità quotidiana, tuttavia la presenza di quartieri ad alta criticità e l'emergere di nuove organizzazioni criminali rendono la sfida ancora più complessa.


^ Generale Carabinieri 

LA TEMPESTA Ê STATA IL DETONATORE . IL DISASTRO NASCE ANCHE “ A MONTE”




 L’evento meteorologico estremo dei giorni scorsi, indicato dai media come ciclone “Harry”, ha messo in evidenza una criticità strutturale della costa ionica messinese che va ben oltre la violenza del moto ondoso.


La vulnerabilità emersa non è riconducibile esclusivamente all’intensità della mareggiata, perché i danni registrati a infrastrutture viarie e abitazioni sono anche la conseguenza di un deficit sedimentario cronico, legato alla gestione dei corsi d’acqua negli ultimi decenni.


La stabilità delle spiagge ioniche dipende dall’apporto di materiali solidi (sabbie e ghiaie) trasportati verso il mare dai torrenti e dalle fiumare. Le spiagge fanno parte di una cella litoranea, un sistema in equilibrio dinamico tra apporti fluviali, trasporto lungo costa (correnti litoranee) e rimaneggiamento operato dalle onde.


Interventi come passerelle sommergibili, guadi in calcestruzzo, opere trasversali e sistemazioni rigide degli alvei hanno alterato l’idrodinamica fluviale. 

Queste strutture possono comportarsi come soglie o briglie, riducendo la capacità del corso d’acqua di trasportare il carico solido grossolano verso valle. 

Di conseguenza, una parte dei sedimenti si accumula a monte delle opere, interrompendo la continuità del trasporto solido verso la foce.


A ciò si sommano altri fattori spesso presenti nei bacini costieri mediterranei come rettificazioni d’alveo, arginature rigide, escavazioni di inerti e opere di difesa idraulica che nel tempo hanno ridotto l’efficienza del sistema fluviale nel fornire sedimenti al litorale.


Questo processo limita il ripascimento naturale delle spiagge. La spiaggia non è solo uno spazio ricreativo, ma un elemento fondamentale di difesa costiera perché agisce come zona dissipativa, assorbendo e distribuendo l’energia delle onde prima che raggiungano infrastrutture e abitati.


Quando il bilancio sedimentario diventa negativo, la linea di riva arretra (erosione costiera) e la fascia di spiaggia emersa si restringe o scompare. In tali condizioni, durante eventi estremi, le onde non trovano più un’ampia zona su cui frangersi e perdere energia, e trasferiscono una quota molto maggiore della loro forza direttamente sulle opere antropiche.


L’entità dei danni osservati non rappresenta quindi soltanto l’effetto di un evento meteorologico eccezionale, ma anche la risposta fisica di un sistema costiero il cui equilibrio sedimentario è stato alterato nel tempo. 

Senza il ripristino della continuità del trasporto solido fluviale e una gestione integrata bacino–costa, ogni futura mareggiata troverà un litorale progressivamente più esposto.


La domanda sulle responsabilità non è retorica. 


Riguarda le scelte di pianificazione territoriale, di gestione dei corsi d’acqua e la mancanza di una visione unitaria tra difesa idraulica e difesa costiera.

martedì 27 gennaio 2026

Ue–India, il patto che sfida i dazi e parla al futuro dell’economia globale



 Ci sono strette di mano che sembrano protocollari e altre che suonano come un piccolo segnale di fumo lanciato al resto del pianeta. 

Quella tra Unione europea e India appartiene decisamente alla seconda categoria. 

Nel giorno in cui a Nuova Delhi si celebra il vertice bilaterale, il messaggio è semplice e insieme ambizioso: in un mondo che alza muri con la stessa facilità con cui twitta, qualcuno prova ancora a costruire ponti , sì, anche commerciali.


Parliamo di un’intesa definita la più ampia di sempre tra le due parti, e non è solo retorica da comunicato stampa. Oggi Ue e India si scambiano già beni e servizi per oltre 180 miliardi di euro l’anno, sostenendo circa 800 mila posti di lavoro europei. Non bruscolini, nemmeno per economie abituate ai grandi numeri. L’obiettivo ora è raddoppiare le esportazioni europee verso il gigante asiatico entro il 2032, grazie al taglio dei dazi su quasi tutto: il 96,6% delle vendite Ue. Tradotto per i non addetti ai lavori: meno tasse alle frontiere, più margini per le imprese, circa 4 miliardi di euro risparmiati ogni anno. Una cifra che, detta così, fa sembrare quasi simpatico perfino un foglio Excel.


Sul fondo c’è anche la geopolitica, che non passa mai di moda. Quando Ursula von der Leyen parla di cooperazione in tempi instabili, molti sentono un’eco che arriva da Washington e dalle stagioni dei dazi usati come clave. L’Europa, tra una crisi e l’altra, prova a dire che l’interdipendenza può essere una scelta, non solo una debolezza. L’India, dal canto suo, consolida il ruolo di potenza che non vuole stare a bordo campo.


Non è un accordo perfetto ,  ma è uno di quei rari casi in cui “più scambi” non suona come uno slogan vuoto. Suona, piuttosto, come un tentativo adulto di restare connessi mentre il resto del mondo litiga sul Wi-Fi.

ZOLFO, PROMESSE E MACERIE

  di AG RIZZO  Opere fantasma, fondi evaporati e sanità tagliata: cronaca di un futuro sottratto alla Costa Ionica. C’è un esercizio di maso...