OBLÓ
I vescovi col "Rapporto Migrantes" bocciano il “modello Albania” e ricordano che accogliere i migranti non è un rito, ma un imperativo morale. Un dovere cristiano.
Il Rapporto Migrantes della Conferenza episcopale italiana è un campanello d’allarme che suona lontano dai rituali della politica. L’Italia è fanalino di coda in Europa per accoglienza e diritti dei rifugiati: lungaggini burocratiche, file della vergogna, zone di non-essere. Eppure i governanti baciano crocifissi in piazza, invocano la Madonna Immacolata e proclamano fedeltà alla triade Dio-Patria-Famiglia, inchinandosi davanti alle gerarchie ecclesiastiche.
La Chiesa, invece, osserva dall’altra sponda: boccia il “modello Albania” come laboratorio di opacità e controllo, denuncia l’inefficacia politica trasformata in disciplina sociale e ricorda ciò che le parole vuote dei leader ignorano. Come dice Gesù nel Discorso sul Giudizio Universale: “Fui straniero e mi accoglieste… ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. L’accoglienza non si misura con i crocifissi sventolati, ma con il rispetto della dignità umana. E qui, nel laboratorio albanese e nelle file italiane, la Chiesa ci ricorda che la misericordia non è un ornamento, ma un imperativo.









