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mercoledì 22 luglio 2026

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

 


Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto.

Si racconta, tra i pescatori di Ganzirri, che una notte le sarde si radunarono sul fondale a lamentarsi. Vedevano il pescespada risalire lo Stretto con la sua spada d'argento, applaudito dai gabbiani, servito nei piatti più eleganti, arrotolato con arte in involtini profumati d'arancia. Loro, invece, finivano sempre fritte in fretta, senza cerimonie.

Una vecchia sarda, la più saggia del branco, decise di rimediare. Risalì in sogno fino alla cucina di un mio avo, Aldo, famoso per essere bello come il pirata Morgan e simpatico come Dean Martin, nonchè affabulatore d'eccezione,  e le sussurrò la ricetta: "Trattaci come il pescespada, e vedrai che nobiltà nasconde la nostra polpa." Aldo svegliatasi disi svegliò di soprassalto, corse ai fornelli: pangrattato tostato, pinoli, uvetta, prezzemolo e buccia d'arancia grattugiata, lo stesso ripieno regale riservato al pesce più superbo dello Stretto.

Da quella notte, le sarde aperte a libro si arrotolano orgogliose, foglia d'alloro tra un involtino e l'altro, e sfilano in forno come dame a un ballo. Il risultato è un piatto che profuma di festa, pur nascendo dalla cassetta più povera del mercato. Quando Aldo le portò a tavola: standing ovation dei commensali. Sì a casa del mio avo non si stava a tavola in pochi.

Ingredienti (4 persone): 800 g di sarde fresche aperte a libro, 150 g di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta ammollata, prezzemolo tritato, buccia grattugiata di un'arancia, olio extravergine, foglie di alloro.

Procedimento: Tostare il pangrattato in padella con un filo d'olio, unire pinoli, uvetta strizzata, prezzemolo e buccia d'arancia. Farcire ogni sarda con un cucchiaino di ripieno, arrotolare dalla coda e disporre in teglia alternando foglie d'alloro. Irrorare d'olio e infornare a 200°C per 15 minuti, finché la superficie non è dorata.

Le sarde, quella sera, sognarono finalmente di essere regine.


… e buon appetito 

AUGUST DARNELL

 



Il barone del funk in doppiopetto bianco inventò un personaggio, Kid Creole, e ci costruì sopra un intero carnevale sonoro: latin, calypso, big band e disco, con le Coconuts a fargli da coro e da specchio. "Stool Pigeon" resta il manifesto di quella festa mobile.


C'è un momento, nella storia del pop, in cui la musica smette di essere solo suono e diventa messinscena, teatro, travestimento. August Darnell lo capì prima di molti altri, e se ne fece un nome d'arte come si indossa un abito di scena: Kid Creole. Non un semplice pseudonimo, ma un personaggio completo, con tanto di completo bianco a righe, panama in testa e un sorriso da furfante d'operetta che prometteva guai e balli fino all'alba. Attorno a lui, tre coriste che erano molto più di un contorno vocale: le Coconuts, trio di ballerine e coriste dal fascino tropicale, complici e contraltare femminile di un frontman che sul palco recitava la parte del seduttore un po' guascone, un po' bambino. Il fenomeno esplose nei primi anni Ottanta, quando l'operazione Kid Creole and the Coconuts si rivelò molto più solida di una semplice trovata da discoteca. Darnell veniva da una gavetta seria, tra i fasti orchestrali di Dr. Buzzard's Original Savannah Band, e portò in dote quella lezione: gli archi, i fiati, l'eleganza da big band applicata a un groove che pescava senza vergogna nel funk, nel calypso, nella disco e nel latin più solare. Il risultato non era un pastiche, ma un cocktail preciso, shakerato con mestiere, capace di far ballare senza mai rinunciare all'ironia del racconto.

"Stool Pigeon" 

è forse il brano che meglio racchiude questa alchimia: un funk scattante, a tratti spavaldo, costruito su un basso che cammina e un arrangiamento a fiati che punzecchia come una banda di paese impazzita. Il testo, con quel suo vocabolario da gangster movie in miniatura, racconta la storia di un delatore, di un tradimento da saldare, ma lo fa con la leggerezza di chi sa che la pista da ballo perdona tutto, anche i conti in sospeso tra amici. È pop drammaturgico, teatro da tre minuti e mezzo, ed è per questo che ha attraversato indenne quattro decenni, sopravvivendo alle mode che lo avevano generato.
Perché la storia di Kid Creole non si è chiusa negli anni Ottanta, come capitò a tanti compagni di quella stagione. Darnell ha continuato a incidere, a reinventare il personaggio, a portarlo in tour in Europa, dove peraltro trovò sempre un pubblico più fedele che in patria. Ancora oggi, risulta attivo sui palchi, ultimo sopravvissuto di un'idea di spettacolo in cui la musica nera d'America si mescolava senza complessi al varietà, al cabaret, alla rivista. Un barone decaduto solo nella finzione del suo personaggio: nella realtà, un sopravvissuto elegantissimo.





martedì 21 luglio 2026

GANZIRRI, IL DEGRADO NON È UNA PENA ETERNA



 Mentre il Comune apre con generosità il nuovo Lungolago, i vandali rispondono di notte con pneumatici, batterie e sacchetti di rifiuti tra gli oleandri della Riserva.

Non c'è buona volontà amministrativa che regga all'urto della maleducazione organizzata. Il Comune ha scelto, giustamente, di non trasformare il Lungolago di Ganzirri in una gabbia di cantiere nel pieno dell'estate: una decisione di buon senso, quasi di galateo civico verso turisti e residenti. Ma il buon senso, si sa, è merce rara quanto il senso civico, e chi non ne possiede si è affrettato a colmare il vuoto con pneumatici tra gli oleandri, batterie d'auto abbandonate, sacchetti di escrementi lasciati fuori dai cassonetti come firme di un'inciviltà quasi ostentata. È il solito paradosso italiano: si apre una porta per fiducia, e qualcuno ne approfitta per gettarci dentro la spazzatura.

Eppure altrove il problema si affronta con soluzioni minime, quasi artigianali, ma efficaci. A Bologna gli "Angeli del Bello" - volontari che segnalano e ripuliscono - costano solo il coordinamento di un ufficio comunale. Milano ha piazzato fototrappole economiche nei parchi più bersagliati, con effetto deterrente immediato appena si diffonde la notizia dei primi verbali. In Slovenia, lungo i percorsi ciclabili di Lubiana, bastano cartelli con QR code per segnalare in tempo reale abbandoni e danni, scavalcando la burocrazia del reclamo cartaceo. Copenaghen, maestra di piste ciclabili, punta su illuminazione minima ma costante e su una manutenzione visibile: un'area curata scoraggia l'abbandono più di mille divieti. Anche un semplice patto di "adozione" del tratto con le associazioni locali - modello già sperimentato in diverse città medie italiane - sposta il senso di proprietà dal Comune ai cittadini, e chi si sente proprietario raramente sporca casa propria. Nulla di questo richiede voli pindarici di bilancio: bastano una fototrappola, un QR code, un cartello pungente e qualche volontario di buona volontà. Il resto, a Ganzirri come altrove, è questione di cultura,  e quella, purtroppo, non si acquista a bando di gara. ♓


IL GIORNO DOPO L'INTERROGAZIONE

 


Chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Ma tra i due gesti la città continua a soffocare al sole.

L'interrogazione di Alessandro Russo è ineccepibile, di quelle che si scrivono bene nei manuali di diritto amministrativo: cita il fondo, cita la determina, cita la legge di stabilità. Il sindaco Basile risponderà, probabilmente con una tabella di accessi e perlustrazioni, e la macchina burocratica avrà fatto il suo dovere. Ma la domanda vera non è "funziona il servizio?": è "che cosa facciamo un minuto dopo aver scoperto che non funziona abbastanza?". Su questo il consigliere tace, e il silenzio, in politica, è spesso la parte più costosa del discorso. Eppure non serve inventare nulla: basta guardarsi intorno, rubacchiare con metodo alle città che il problema l'hanno affrontato senza miliardi.

Bologna ha attivato una rete di "punti d'acqua" nei bar e negli esercizi commerciali del centro, che si impegnano gratuitamente a dissetare chiunque bussi: un adesivo in vetrina, zero euro di spesa comunale. Milano, col suo Piano Caldo, ha semplicemente allungato gli orari di apertura di biblioteche e centri civici già esistenti, trasformandoli in rifugi climatizzati senza costruire nulla. Torino coinvolge le farmacie comunali come sentinelle sociali: segnalano al numero verde chi mostra segni di sofferenza da calore, mestiere che i farmacisti già fanno per la salute e potrebbero fare, con un protocollo di dieci righe, anche per la dignità.


A Messina basterebbe poco. Le chiese e le parrocchie, che di solidarietà vivono da sempre, potrebbero diventare presìdi diurni concordati con la Curia: non un euro, una telefonata all'Arcivescovado. I vigili urbani, che già pattugliano piazza Cairoli per altre ragioni, potrebbero portare con sé non manganelli ma bottiglie d'acqua e un numero da chiamare: cambia il protocollo, non il bilancio. Le fontanelle pubbliche, spesso chiuse per presunto risparmio, andrebbero riaperte: costano meno di una multa europea per trattamento inumano. E poi la Caritas, che a Messina un censimento dei senza fissa dimora lo tiene già: incrociarlo con l'Unità di strada comunale non richiede software, richiede volontà, e un tavolo che si sieda una volta al mese invece che una volta all'anno.

Nessuna di queste misure chiede una variazione di bilancio. Chiedono solo che qualcuno, oltre a interrogare, decida di rispondersi da solo. Il Pd ha fatto la sua parte con l'atto ispettivo; ora tocca alla politica, quella vera, che si scrive con le mani e non solo con i protocolli. 


IL GIUSTIZIERE DELLA GRINZANE

 CORSIVO 


Il caso Roggero, da tragedia a farsa, ha riattivato il partito dei “venticelli”: gli esperti del nulla che, come nel poliziottesco pecoreccio anni Settanta, scambiano la giustizia per un film di Er Monnezza e la realtà per il loro bar sport digitale.  

Negli anni Settanta, uno come Mario Roggero avrebbe avuto la faccia scolpita di Charles Bronson e il cipiglio di chi, al bar, ascolta Er Monnezza filosofeggiare sulla legge mentre Bombolo-Venticello - quello che parlava a raffica e scoreggiava a tempo - spiegava il diritto penale come fosse la ricetta della carbonara. Oggi, invece, Roggero non ispira film: ispira thread Facebook, che è il poliziottesco dei poveri, dove gli avventori non hanno neanche bisogno di Bombolo per dire sciocchezze, gli basta la connessione. Il gioielliere di Grinzane Cavour, due morti e un ferito durante una rapina, è diventato il nuovo santo laico della destra securitaria: patrono dei “meglio Far West che processo”, protettore dei talk show, martire della legittima difesa “a sentimento”. Una beatificazione istantanea, con tanto di raccolte fondi, petizioni e suppliche al Quirinale, come se la grazia fosse un gratta e vinci.

Il copione è sempre quello: il cittadino esasperato, la legge che “non ti tutela”, la maggioranza silenziosa che mugugna come Bombolo quando gli rubano il motorino. E poi loro: i nuovi caratteristi del poliziottesco politico — Vannacci, Salvini, e in ultimo la premier Meloni — che rincorrono il caso Roggero come fosse un reboot di “Roma a mano armata”. La trama è semplice: trasformare un fatto tragico in un gadget identitario, un’icona da merchandising politico. Non importa che lo Stato di diritto dica altro: basta che la pancia dica “spara, Mario, spara”. E la pancia, si sa, non è mai stata un organo particolarmente raffinato. Chissà che qualche regista non ci stia già pensando: “Grinzane Cavour: la legge non basta”. Con Tarantino che strizza l’occhio e Tomas Milian che, dall’alto, scuote la testa: “A regà, ma davvero ve siete ridotti a fa’ i poliziotteschi su TikTok?”

sabato 18 luglio 2026

LETTERA APERTA A UN GIOIELLIERE CHE SI CREDE STATISTA

 CORSIVO


Caro gioielliere,

mi permetta di chiamarla così, con affetto quasi paesano, visto che ormai la conosce meglio di noi anche chi non ha mai comprato un anello in vita sua. Lei si è costituito, l'altro giorno, con l'aria di chi rende un favore allo Stato più che riceverne una condanna. Bel gesto. Quasi commovente, se non fosse che nel mezzo ci sono due uomini morti, dei quali, mi corregga se sbaglio, si parla ormai meno di quanto si parli della sua, di coscienza.

Già, la coscienza. Lei ce l'ha a posto, dice. E fin qui, sia chiaro, nessuno le contesta il diritto di dormire sonni tranquilli: è una faccenda privata, tra lei e il cuscino. Il problema nasce quando la coscienza privata pretende di dare lezioni alla coscienza pubblica, e si permette - le do atto, con un coraggio che ai tempi nostri chiameremmo sfrontatezza - di suggerire al Capo dello Stato dove mettere la mano. Ai miei tempi, per molto meno, si finiva sui libri di storia come esempio di cattiva educazione istituzionale. Ai tempi suoi, pare, si finisce candidati.

E che schiera, caro gioielliere, che ha saputo mettere insieme! C'è chi la difende parlando d'altro, con quella prudenza tipica di chi vuole il vantaggio senza la responsabilità. C'è chi vorrebbe portarla in lista, come si porta un trofeo di caccia. C'è perfino un sottosegretario alla Giustizia - alla Giustizia, si badi - che invece di occuparsi della sua condanna si occupa di rimproverare chi gliela ricorda. Fossi in lei, un pensierino sulla Provvidenza me lo farei: raramente un condannato ha trovato tanti avvocati gratuiti e così ben pettinati.

Il Quirinale, nel frattempo, ha fatto una cosa che ai suoi sostenitori sembra un affronto e a me sembra, semplicemente, il suo mestiere: ha chiesto di vedere le carte prima di firmare. Lei la chiama ostruzione. Io, che sono vecchio e affezionato alle parole vecchie, la chiamo ancora Costituzione.

Suo, Ponzio Aquila.


giovedì 16 luglio 2026

PAOLO BORSELLINO

 19 LUGLIO 

  • Agostino Catalano
  • Walter Eddie Cosina
  • Vincenzo Li Muli
  • Claudio Traina
  • Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio) 


mercoledì 15 luglio 2026

PALERMO E LA REPUBBLICA DEI GRADI DI PERICOLO

 


Palermo ventiquattresima in classifica, prima nei pensieri della premier: la geografia del rischio secondo Palazzo Chigi.

Palermo trema, dunque, e la premier vola giù a portare la buona novella: arriva l'Esercito. Non i vigili, non gli assistenti sociali, non un piano per i quartieri dimenticati: le mostrine. È la vecchia liturgia italiana, quella per cui un problema si misura non in cause ma in decibel, e la sicurezza si fabbrica meglio con una foto in divisa che con un bilancio comunale. Peccato che la classifica, quella vera, dica altro: Palermo sta ventiquattresima, migliorata di tre posti sull'anno prima. Ma si sa, ai piani alti la statistica è come l'oroscopo: si consulta solo se conferma quel che si voleva dire comunque.

E allora la domanda, cara Presidente, sorge spontanea come le primule a marzo: se il ventiquattresimo posto di Palermo merita le camionette, che si farà con chi sta peggio? Manderemo i caschi blu a Milano, che il primato nero se lo tiene da anni con signorile costanza? O forse no: perché il Nord si racconta diversamente, con pudore, mentre Palermo resta il palcoscenico ideale per il repertorio delle grandi rassicurazioni muscolari. Nel frattempo i furti d'auto crescono ovunque, ma quello non fa notizia: non si vede, non si fotografa, non si sfila. Governare per simboli costa meno che governare per numeri e, infatti, ça va sans dire, si preferisce sempre il primo mestiere.


TERRA SOSPETTA, MARE SOSPETTO: SUL CAMPO SPORTIVO C'È LA NOTIZIA, C'È L'IPOTESI DI REATO, MA NESSUNO SE NE CURA.

 


Liquami che non risparmiano nessuno, arsenico che resta sospeso: ad Alì Terme il mare e la terra pongono le stesse domande.


Il mare, si sa, non porta soltanto le correnti: porta anche le responsabilità, e a quanto pare le deposita sempre altrove. Le scie di liquami avvistate nelle acque di Nizza di Sicilia non risparmiano i Comuni limitrofi, Alì Terme compreso, dal momento che il depuratore consortile di contrada Piana serve proprio i tre centri insieme. Il sindaco nizzardo Briguglio ha già la spiegazione pronta: non siamo noi, sono le correnti marine, l'impianto funziona, l'Asp è stata allertata. Restano, sullo sfondo, un depuratore degli anni Ottanta e un finanziamento regionale di oltre quattro milioni di euro che, tra gare d'appalto e buone intenzioni, promette lavori concreti non prima di ottobre mentre l'estate, con il suo carico di bagnanti, non aspetta i cronoprogrammi.

Ma è proprio ad Alì Terme che la vicenda si sdoppia e perde ogni tono bonario: al sospetto sulle acque si affianca quello, ben più serio, sulla terra. Sull'area dell'ex campo sportivo è stata rimossa terra sospetta di contaminazione da arsenico, in un silenzio istituzionale interrotto solo da un'ordinanza di divieto d'accesso e da un post del sindaco che ne rivendica l'esistenza mentre l'area resta, di fatto, terreno di passaggio quotidiano per chi vi ormeggia barche e vi lavora. Se davvero siamo di fronte a una notizia di reato, come sembra suggerire la stessa reiterazione del divieto, resta da capire perché articoli di stampa, interrogazioni consiliari e mesi di attenzione pubblica non abbiano ancora prodotto un fascicolo, un'indagine, una risposta da parte delle autorità competenti. Il mare, come le coscienze, ha una capacità sorprendente di restituire tutto, prima o poi. ♓

martedì 14 luglio 2026

La prevenzione , purtroppo , è diventata una roba da ricchi



di AG Rizzo * 

 Ci diciamo sempre che "la salute non ha prezzo". 

Una frase bellissima, perfetta per le frasi dei baci perugina , che però si infrange rovinosamente contro la vetrata di un Cup o lo schermo del bancomat. 

Perché la verità, cruda e spietata, è che nel 2024 la prevenzione oncologica in Italia ha un prezzo eccome. E milioni di italiani non possono più permetterselo.


Parliamo di numeri, quelli che fanno male. L'anno scorso, oltre 7,6 milioni di persone sono rimaste tagliate fuori dai programmi di screening oncologico "gratuiti" del nostro caro Servizio Sanitario Nazionale. 


“ Gratuiti", esatto. 

Quel concetto stupendo per cui lo Stato ti invita a fare un controllo salvavita, ma poi, tra liste d'attesa bibliche e disorganizzazione, ti costringe implicitamente a strisciare la carta di credito nel settore privato. O peggio, a rinunciare.


E a furia di rinunciare, il conto si paga in vite umane. 

Il bilancio di questa disfatta silenziosa è pesantissimo: oltre 50.300 tumori e lesioni pre-cancerose sono passati inosservati


Più di cinquantamila bombe a orologeria che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare e disinnescare in tempo, permettendo cure tempestive, meno invasive, salvifiche. Invece, chiudendo i consultori o allungando i tempi, abbiamo semplicemente lasciato che il tempo giocasse a favore del cancro.

L'analisi della Fondazione GIMBE ci sbatte in faccia un'Italia spaccata. 

Una Repubblica fondata sul "dipende da dove nasci", con un Mezzogiorno lasciato in affanno cronico. 

L'articolo 32 della Costituzione, quello che tutela la salute come "fondamentale diritto", evidentemente in certe Regioni è considerato solo un cordiale suggerimento.

Ma c'è un altro dato che brucia ed è la scarsissima adesione. 

Si presenta ai controlli solo una persona su due per gli screening della mammella e della cervice uterina, e addirittura una su tre per il colon-retto.

Perché la gente non ci va? Disinformazione? Paura? Certo. 

Ma c'è un elefante nella stanza di cui la politica non ama parlare ed è l'angoscia economica

Quando lottare per arrivare a fine mese è il tuo lavoro a tempo pieno, la prevenzione diventa un lusso mentale e materiale. Subentra un pensiero strisciante e amaro: "Se mi trovano qualcosa, poi come faccio? Chi mi paga se perdo giorni di lavoro? 

Come mi pago la risonanza di controllo che l'SSN mi fisserà nel duemilamai?"

È qui che il dito puntato contro "chi non si fa controllare" deve abbassarsi. 

Non possiamo fare la morale sulle mancate diagnosi senza vedere le macerie sociali in cui le persone sopravvivono. 

Non si può chiedere a una persona che affoga nei debiti di preoccuparsi di prenotare la mammografia.

Ammalarsi non può diventare una colpa per chi non ha i soldi per prevenire, né salvarsi la vita può dipendere dal CAP di residenza o dalla fascia ISEE. 

Abbiamo almeno 50.300 motivi per indignarci, e 7,6 milioni di persone a cui un Paese civile dovrebbe, prima di tutto, chiedere scusa.


*


LA CASTA SI TRAVESTE, NON SI DIMETTE



 In Sicilia gli enti inutili non chiudono mai: cambiano casacca e riaprono con un altro nome.

C'è chi rottama gli enti inutili e chi li restaura, con la stessa cura con cui si restaura un mobile antico: si cambiano le gambe, la vernice, il nome, e si lascia intatto il tarlo. Il senatore Nino Germanà la chiama "restituzione del potere ai cittadini". Noi lo chiameremo trasloco: la casta cambia indirizzo, non abitudini. Le ex Province morirono nel 2014, giustiziate dalla riforma Delrio, e da allora vivono una vita da fantasma: consigli senza voto popolare, presidenti eletti dai sindaci, bilanci che nessuno legge e tutti pagano. Ora la Lega vuole restituire loro l'elezione diretta. Bella parola, "restituire". Come se i Liberi consorzi fossero un giardino pubblico sottratto al popolo da un ladro, e non - come sono davvero - una scatola vuota, buona solo a ospitare poltrone.

E chi la occuperà, quella scatola? Non i cittadini, che voteranno una tantum. La occuperanno i partiti: avranno finalmente un piano B per i trombati delle regionali, un vivaio per i futuri assessori, una sala d'attesa stipendiata per chi non ce l'ha fatta altrove. Lo chiameranno "decentramento". Sarà, come sempre, moltiplicazione. Germanà dice che la Regione "fa fatica" a gestire certe competenze. Verissimo. Ma la cura di un'amministrazione che non funziona non è mai stata, nella storia della Repubblica, crearne un'altra identica accanto. È come non riuscire a svuotare la vasca e decidere di aprire un secondo rubinetto, magari dorato. La sinistra, aggiunge il senatore, predica il decentramento e razzola diversamente. Vero anche questo. Ma tra chi predica male e razzola peggio, e chi vuole solo cambiare il nome del razzolare, la differenza è di sartoria, non di sostanza. Gli enti inutili, in Sicilia, non muoiono mai: cambiano casacca, come i consiglieri a ogni tornata, e tornano sempre più affamati di prima, con la scusa buona che li ha fatti nascere ogni volta: più vicini al territorio, più lontani dalle tasche vuote dei cittadini. ♓

lunedì 13 luglio 2026

SCURRIA E L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI RITROVARSI SOLO

 


Quando la coalizione scappa sul carro del vincitore, resta chi ha il coraggio di dire no.

Messina attendeva una seduta tranquilla, una di quelle in cui il Consiglio comunale ratifica ciò che è già stato apparecchiato altrove. La delibera sulle Commissioni permanenti sembrava il più innocuo dei passaggi. E invece, nel pomeriggio, la sala si è trasformata in un piccolo laboratorio di viltà politica: cinque ore di tensioni, imbarazzi, silenzi pesanti. A rompere l’incantesimo non è stata la maggioranza di Basile Federico, compatta e muta come un ufficio stipendi, ma Marcello Scurria, che ha scoperto l’insostenibile leggerezza di ritrovarsi solo. Solo perché ha detto no. Solo perché ha osato disturbare il manovratore. La sua coalizione di centro destra si è spaventata. Sono saliti sul carro del vincitore con l’ansia di garantirsi un posticino per i prossimi cinque anni: tengono famiglia, il mutuo pesa, l’auto nuova costa, e l’inflazione - si sa - rende gli uomini liberi dagli impegni di coalizione. Meglio non rischiare, meglio non parlare, meglio non opporsi. Così Scurria è rimasto solo. 

Il PD, invece, ha fatto ciò che raramente fa: ha scelto la politica. Non il gioco delle tre carte, non il baratto delle presidenze, non la ricerca di una sedia in più. Ha capito che, se l’unico a opporsi era Scurria, lasciarlo solo avrebbe trasformato il Consiglio in un passacarte. Così i democratici hanno deciso di sostenerlo: non per amore dell’avvocato, ma per amore della dialettica. Una maggioranza senza opposizione degna diventa indegna essa stessa.

E qui la storia offre la sua metafora più tagliente. Tiberio Claudio Nerone non fu ricordato grande perché fu grande: fu un imperatore feroce, nepotista, incapace di difendere i confini. La sua grandezza postuma deriva dal suo oppositore, Publio Cornelio Tacito, che ne raccontò le ombre con tale lucidità da renderlo immortale. Così, nel piccolo teatro messinese, la dignità del Consiglio non l’ha salvata la maggioranza: l’ha salvata il dissenso di un uomo solo. Con tutti i suoi zigzag, con tutta la sua ondivaghità da globe trotter della politica cittadina, Scurria è stato l’unico a ricordare che la democrazia vive di frizioni, non di automatismi. E che, talvolta, basta un no per far politica mentre gli altri contano le sedie. 


LA GUERRA CHE NON UCCIDE: L'ERESIA UCRAINA CONTRO IL NOVECENTO

 CORSIVO 




Una strategia che disarma l’aggressore senza massacrare i civili, e riscrive le regole del conflitto moderno.


Albert Einstein, con la sua ironia da profeta riluttante, immaginava una Quarta guerra mondiale combattuta a colpi di pietre. Non prevedeva che un popolo, schiacciato da un’invasione e abbandonato alle cautele dei suoi alleati, avrebbe trovato una terza via: né atomica né clava, ma ingegno. L’Ucraina, cui nessuno avrebbe dato un soldo bucato, ha trasformato la sproporzione militare in un laboratorio strategico. Mentre Mosca brandiva la minaccia nucleare come un rosario profano, Kiev ha risposto con la geometria dei droni: silenziosi, economici, ostinati. Non colpiscono città, non inseguono civili, non cercano gloria nelle rovine. Mirano alle vene dell’aggressore: raffinerie, depositi, linee di rifornimento. È la guerra che non uccide, la più radicale smentita del Novecento bellico. Einstein, che temeva l’Apocalisse, avrebbe sorriso davanti a questa matematica della sopravvivenza, a questa terza via che disinnesca la paura senza alimentare la carneficina.

Gli ultimi bersagli – Ilsky, Perm, Omsk – sono mappe di un nuovo atlante militare: chilometri divorati da piccoli congegni che costano quanto un’utilitaria e valgono quanto un esercito. L’Ucraina ne produce sette milioni l’anno, esporta tecnologia, costruisce un’industria che è insieme difesa, diplomazia, deterrenza. E mentre la Russia si ritrova a corto di carburante, di energia, di narrazioni, i droni ucraini diventano la dimostrazione che la guerra può essere sottratta alla logica del massacro. Non è pacifismo da convegno, ma pacifismo operativo: impedire al nemico di combattere senza togliergli la vita. Forse bisognerebbe candidare gli ingegneri ucraini al Nobel, benché il mondo preferisca le favole ai fatti. Ma chi non è cieco vede che, in mezzo al fumo delle raffinerie, si sta scrivendo una pagina nuova: la guerra che non uccide, la più paradossale e concreta forma di pace armata.


giovedì 9 luglio 2026

GILBERTO IDONEA: ONE MAN SHOW

IL RICORDO 



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LA DIPLOMAZIA CON IL CARICATORE



C’è chi ai vertici internazionali regala penne, libri, foulard, ceramiche, magari una targa argentata destinata a prendere polvere in qualche ufficio ministeriale. 

Poi c’è Recep Tayyip Erdogan, che al vertice NATO ha pensato bene di regalare ai leader una pistola con il nome inciso sopra. 

Alla Meloni, naturalmente, la versione personalizzata: perché anche l’ansia geopolitica merita un tocco di eleganza.


Il gesto, più che diplomatico, sembra uscito da una serie turca doppiata male. 

“ Benvenuti ad Ankara, ecco il buffet, il comunicato finale e una semiautomatica con munizioni incluse”. 

Altro che souvenir istituzionale. Qui siamo alla bomboniera da matrimonio tra Machiavelli e Rambo.


Ma Erdogan non fa mai nulla per caso. La pistola non è un regalo, ma è un biglietto da visita. 

Racconta che la Turchia non è l’alleato silenzioso seduto in fondo al tavolo; è quello che arriva, sorride, stringe mani e poi ti ricorda che produce armi, droni, potere e simboli. Tutto inciso, possibilmente in metallo.


Il messaggio è chiarissimo: “Io sono il padrone di casa, voi siete ospiti, e il linguaggio della forza lo parlo fluentemente”. 

Politicamente, è marketing militare in confezione regalo. 

Diplomaticamente, è una gaffe solo se sei ingenuo; se sei Erdogan, è comunicazione strategica con il grilletto lucido.


Alla fine la pistola non racconta Meloni, Starmer o gli altri leader. Racconta lui, il sultano moderno che trasforma un vertice NATO in una televendita armata.


Una volta si diceva che “è il pensiero che conta”.

Oggi, ad Ankara, conta anche il calibro.

mercoledì 8 luglio 2026

TENERUMI: LA MINESTRA CHE SA D'ESTATE


Non chiamatela minestra povera: è l'unica zuppa siciliana che pretende rispetto e non si scusa mai di esserlo.

Storia

C'è un momento, in questa terra, in cui l'estate smette di essere una stagione e diventa un sapore. Arriva quando sui banchi del mercato compaiono quei ciuffi di foglie verdi, vellutate, quasi timide al tatto — i tenerumi — e con loro il ricordo di cucine che profumavano di pomodoro e di aglio dorato nell'olio. Non è un piatto, è una convocazione: la famiglia si raccoglie, e nessuno arriva in ritardo quando in tavola c'è la minestra di tenerumi.
Pochi lo sanno, ma questa pianta ha un pedigree antico quanto sorprendente. La cucuzza longa, la zucchina lunga siciliana da cui i tenerumi prendono le foglie, era già apprezzata al tempo dei romani, che ne conoscevano — a modo loro — le virtù. Duemila anni dopo, quelle stesse foglie continuano a raccontare la stessa storia: quella di un'isola che ha sempre saputo trasformare l'essenziale in festa, il povero in prezioso.

Il rito, non solo la ricetta

Preparare i tenerumi è un esercizio di pazienza contadina che nessuna fretta metropolitana può insegnare. Si comincia con un soffritto paziente — aglio e olio, che sia intero o tritato è questione di scuola, quasi di famiglia — a cui si uniscono i pomodori pelati, schiacciati poi a formare una salsa densa, grumosa, onesta. Un quarto d'ora di fiamma bassa, senza fretta, mescolando ogni tanto come si fa con le cose a cui si vuole bene.

Le foglie vanno scelte con occhio clinico: verdi, sane, morbide. I filamenti sottili tra una foglia e l'altra si eliminano, i gambi troppo duri si tagliano via senza pietà. Poi in acqua bollente, appena salata, per dieci minuti — e qui arriva il primo comandamento della ricetta, quello che separa chi sa da chi improvvisa: quell'acqua non si butta. È lì, in quel brodo verde e minerale, che si nasconde l'anima della pianta. Gli spaghetti spezzati, cinquanta o sessanta grammi a testa (o "a sentimento", come dicono le nonne che non hanno mai pesato nulla in vita loro), cuociono proprio in quel brodo, senza essere scolati mai. Tutto resta insieme: acqua, foglie, pasta, sale minerale.

A chiudere, la salsa di pomodoro versata sopra come una benedizione, e poi la ricotta salata grattugiata, il peperoncino macinato grosso per chi ama il carattere. Si serve calda o tiepida, mai fredda: i tenerumi non amano le mezze misure.

Un piatto, una geografia

Quello che colpisce, di questa minestra, è la sua capacità di essere insieme frugale e sontuosa. Non ha bisogno di ingredienti rari, eppure porta con sé tutta la geografia dell'entroterra siciliano — gli orti familiari, le zucchine che crescono rampicanti sui muretti a secco, l'economia domestica di chi non buttava via nulla, nemmeno l'acqua di cottura. È cucina di sussistenza diventata cucina d'identità, come spesso accade su quest'isola dove la povertà, filtrata dal tempo, si è fatta patrimonio.
Mangiare i tenerumi, in fondo, è un piccolo atto di memoria. Ogni cucchiaio racconta un'estate che si ripete uguale da generazioni, tra un mercato rionale e una cucina con la finestra aperta sul caldo di agosto.

Mantiade

«Si dice che la vera cultura sia ciò che resta quando si è dimenticato tutto il resto: dei tenerumi resta il brodo, ed è già filosofia.»


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