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giovedì 18 giugno 2026

IRAN, LA RESA DI TRUMP



 Fa.Ava


Il Memorandum di Islamabad in quattordici punti. Punto per punto, chi ha vinto e chi ha perso.

Domenica scorsa, da remoto, Donald Trump, JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf hanno firmato il Memorandum di Islamabad. Quattordici punti. Una guerra finita. Gli analisti la chiamano vittoria dell'Iran. Hanno ragione.

Cosa ha ottenuto Trump

- Fine delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano.

- Riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni.

- Impegno iraniano a non sviluppare l'arma nucleare.

-  Diluizione dei 450 kg di uranio arricchito al 60% sotto controllo Aiea.

Cosa ha perso rispetto a Obama

- Il Jcpoa del 2015 fissava l'arricchimento al 3,67%: oggi non c'è limite scritto.

- L'Iran era lontano dalla soglia nucleare; oggi è un threshold state, con know how irreversibile.

- Lo Stretto di Hormuz era libero e senza pedaggi: ora l'Iran potrà introdurli con l'Oman.

-  Nessun vincolo al programma missilistico, che Obama aveva lasciato fuori ma contenuto diplomaticamente.

Cosa ha guadagnato l'Iran

- Sovranità garantita, nessuna interferenza negli affari interni.

- Tutte le sanzioni rimosse, fondi congelati sbloccati: decine di miliardi cash.

- Trecentomiliardi per la ricostruzione, finanziati anche dai paesi del Golfo.

- Influenza in Libano intatta, Hezbollah rafforzato, ritiro totale israeliano all'orizzonte.

- L'accordo finale dovrà passare dal Consiglio di Sicurezza ONU: non potrà essere stracciato come fece Trump nel 2018.

Netanyahu è rimasto fuori dal negoziato. Trump lo ha chiamato «pazzo». Il Likud è a 23 seggi. Il conto lo pagano gli israeliani.


martedì 16 giugno 2026

BIANCOMANGIARE AL LATTE DI MANDORLE

 


Un dolce al cucchiaio che sa di Sicilia profonda.


Storia

La mandorla, regina incontrastata delle cucine sicula, araba e africana, incontra il mare di Lampedusa nel segno di una tradizione millenaria.

C'è chi porta il mare a casa, e chi porta la terra al mare. Giovanni Mantio fa entrambe le cose. Chef di radici siciliane, ogni estate raggiunge Lampedusa con le sue mandorle — prodotto doc della sua terra d'origine — e lì, tra i turisti che arrivano da ogni angolo del Mediterraneo, trasforma una materia prima antica e nobilissima in emozione al cucchiaio.

La mandorla siciliana non ha bisogno di presentazioni. È regina indiscussa delle cucine sicula, araba e africana: la trovi nei primi piatti, nei secondi di carne e di pesce, nella grande pasticceria, nelle gelaterie dove il granulato di mandorle profuma l'aria fin dal mattino. In Sicilia, si nasce, si cresce e si muore col mandorlo — e non è un'iperbole. È prima ancora del risveglio della primavera che la Sagra del Mandorlo in Fiore ad Agrigento, tra i templi della Valle, celebra questo albero sacro con un rito che affonda le radici in civiltà lontanissime e vicine allo stesso tempo.

LA SPECIALITÀ

Il biancomangiare è uno dei volti più eleganti di questa tradizione: essenziale, raffinato, antico. Con il latte di mandorle al posto del latte vaccino, diventa anche la risposta perfetta all'estate — leggero, fresco, aromatico. Giovanni Mantio lo prepara ancora oggi come lo preparavano le nonne, senza scorciatoie, mescolando con la frusta finché la crema non decide da sola di essere pronta.

Ingredienti (per 6 persone)

- 1 litro di latte di mandorle
- 100 g di amido di mais
- 100 g di zucchero semolato
- scorza di limone grattugiata q.b.
- 100 g di granella di mandorle (per decorare)
- 100 g di gocce di cioccolato fondente (per decorare).

Procedimento

Dividete il latte di mandorle in due parti uguali. Portate 500 ml sul fuoco a fiamma medio-bassa, aggiungete lo zucchero e mescolate con la frusta fino a scioglimento completo. Non portate a ebollizione.
In una ciotola, sciogliete l'amido di mais nei restanti 500 ml di latte freddo, lavorando con la frusta fino a ottenere un composto liscio e senza grumi.
Quando il latte zuccherato inizia a sobbollire, versate il composto con l'amido e grattugiate la scorza di limone a piacere. Mescolate continuamente con la frusta a fuoco medio-basso fino a quando la crema non si addensa visibilmente.
Trasferite rapidamente il composto negli stampini o pirottini con un mestolo — la rapidità è tutto, per evitare che si formino grumi. Lasciate raffreddare, poi riponete in frigorifero per almeno 2 ore. Il biancomangiare, però, più riposa meglio esprime sé stesso — come i migliori caratteri siciliani.
Prima di servire, decorate con gocce di cioccolato fondente e granella di mandorle. Chi vuole, aggiunga mandorle intere, pistacchi di Bronte, o ciò che la stagione suggerisce. Giovanni Mantio a Lampedusa, tra un tramonto e l'altro, non si fa mancare nulla.

Mantiade

«La Sicilia ti lascia il sole sulla pelle, il gusto di mandorle in bocca e il senso dell'ospitalità nel cuore»

sabato 13 giugno 2026

I FIGLI DI NESSUNO


a cura di Anna Lombardo


A Messina il problema non è chi lascia la scuola. È chi ci resta senza imparare nulla.



Nelle aree vulnerabili di Messina la dispersione scolastica raggiunge il 10,9% contro il 6% della media cittadina. Quasi il doppio. Eppure il dato aggregato rassicura: alle medie meno dell'1%, alle superiori l'1,1%. Il problema più grave non è quello che si vede. La dispersione "implicita" — chi completa il percorso scolastico senza acquisire le competenze minime per leggere il mondo — è il vero rimosso del dibattito pubblico messinese. In Sicilia riguarda il 14% degli studenti del secondo ciclo, concentrandosi nei quartieri dormitorio della zona nord, dove il tasso di NEET supera il 32%. Gazzi, Mangialupi, Giostra: nomi che evocano non una geografia turistica ma una geografia del destino.


La risposta scomoda è che il problema non riguarda solo la scuola. «Tutto ruota attorno alla famiglia, è il nodo cruciale», ha dichiarato la dirigente dell'Osservatorio sulla dispersione dell'Ambito 13. I dati le danno ragione: il 74,4% dei giovani che abbandonano gli studi ha genitori con al massimo la licenza media; quando almeno un genitore è laureato, il tasso crolla dal 20,7% all'1,1%. Il 37% dei bambini italiani vive in case senza libri. In quelle abitazioni la parola nuova imparata a scuola non trova eco, rimane sospesa, poi cade. Il professore "distratto" di cui tanto si discute è spesso semplicemente un professore solo.

A Messina 2.905 minori crescono in tre aree urbane critiche — l'8,8% dei giovani cittadini — dove la povertà è educativa prima che economica. I dati INVALSI certificano che nel 2025 solo il 52% degli studenti di quinta superiore raggiunge risultati accettabili in italiano, il 49% in matematica: erano il 64% e il 61% nel 2019. Un crollo che la pandemia ha accelerato ma non spiegato. A Messina la diagnosi è condivisa da tutti gli attori istituzionali. Manca la volontà politica di trattare l'educazione come infrastruttura. I figli di nessuno non sono figli di genitori assenti per malvagità: sono figli di un sistema che ha smesso di credere che il loro futuro valesse un investimento strutturale.

DR. JOHN — IL NIGHT TRIPPER AL BALLO



The Last Waltz, Winterland Ballroom, San Francisco, 25 novembre 1976.


Malcolm John Rebennack Jr. 

nasce nel 1940 nel cuore di New Orleans, figlio di un riparatore di dischi e di una madre che lo porta alle funzioni spiritualiste della città. Bianco in una scena dominata da musicisti neri, diventa ragazzo prodigio nei club del Quarto Distretto, sideman ricercatissimo per Allen Toussaint, Huey "Piano" Smith, Earl King. Negli anni Sessanta si trasferisce a Los Angeles, dove suona in session per Sonny & Cher, Aretha Franklin, Van Morrison e — fatto non da poco — per Exile on Main St. dei Rolling Stones. Poi inventa sé stesso: nasce Dr. John The Night Tripper, ispirato a un autentico sacerdote voodoo ottocentesco. Il debutto Gris-Gris (1968) — registrato di nascosto agli studi Gold Star di Los Angeles — mescola funk, psichedelia acida e atmosfere vodou diventando subito un cult. Il capolavoro commerciale arriva con In the Right Place (1973): Right Place Wrong Time e Such a Night entrano in classifica. In carriera: sei Grammy, la Rock and Roll Hall of Fame, una laurea honoris causa dalla Tulane nel 2013. Muore il 6 giugno 2019, lasciando una discografia che è un trattato di antropologia musicale del Sud.

Il brano — Such a Night al Last Waltz

Il 25 novembre 1976, Thanksgiving Day, The Band si congeda dal palco del Winterland davanti a cinquemila persone e alle telecamere di Martin Scorsese. Sfilano mostri sacri: Clapton, Van Morrison, Joni Mitchell, Neil Young, Muddy Waters. Poi avanza lui, cappello piumato, mani da stregone, e attacca Such a Night — il pezzo che già conoscevamo dal disco, ma che quella sera diventa qualcos'altro. È New Orleans entrata dalla porta sul retro, senza chiedere permesso. Il pianoforte che si muove come chi ha tutto il tempo del mondo. Una voce roca, quasi parlata, che non canta: officia. Scorsese non distoglie la camera dal suo viso, e si capisce perché.
Cose d'altri tempi. Irripetibili.

🎵 Ascolta / guarda su YouTube:
Dr. John — Such a Night (The Last Waltz, Live 1976)


"LA SICILIA NON HA SPERANZA": PAROLA DI CHI GLIENE HA TOLTA UN BEL PEZZO

CORSIVO



 Il profeta del disastro che il disastro lo ha fabbricato.


Quei pochi eletti che hanno avuto la fortuna di leggere "L'uomo senza qualità" di Robert Musil — e sono una setta ristretta, riconoscibile come i superstiti di un naufragio tra i bagnanti — avvertiranno un fremito di sinistra familiarità osservando Gisnfranco Miccichè smontare il centrodestra siciliano «con la tranquillità di chi non ha più nulla da perdere». Come Ulrich, il protagonista dell'immenso romanzo dello scrittore austriaco, capisce tutto e proprio per questo non fa nulla, trattenuto da quella lucidità totale che diventa la forma più raffinata di paralisi. E contempla oggi le macerie con l'aria meravigliata di chi le ha trovate lì per caso, all'alba, tornando da una passeggiata.

«La corruzione dilaga», «nei partiti non comanda più nessuno», «la Sicilia non ha possibilità di salvezza»: tre sentenze pronunciate con l'autorevolezza di chi non c'entra nulla. Il dettaglio che sorvola con la grazia di uno stormo di fenicotteri è che quella Forza Italia con quattrocento sedi, quel sistema dove persino «il furto aveva le sue regole» — erano roba sua. Li ha costruiti, gestiti e consegnati alla storia lui. Ora li autopsia con il distacco del patologo che non ricorda di essere stato anche il chirurgo. Come Ulrich nel suo «anno sabbatico dall'esistenza», mentre l'Impero franava per gentile concessione della sua inazione.

Resta il piacere del ritratto altrui: l'on. Gallo Afflitto — cresciuto all'ombra di Dell'Utri e Alfano, quattro anni di legislatura con zero interrogazioni, zero mozioni, zero ordini del giorno, eloquio così parco da far sospettare che preferisse i pizzini all'aula — che «a stento parla in italiano»; Savarino, Tamajo, Galvagno e Amata come figure di un presepe senza stella cometa; la Giorgia Meloni nel «deserto dei tartari», storia di attesa e fortezza senza nemico. Ma la perla è la sfiducia costruttiva: soluzione nobile che non ha mai proposto quando poteva, ovvero quando stava dall'altra parte del tavolo. Come Ulrich con la sua «azione parallela» — il pensiero sostituisce il gesto, la diagnosi esonera dalla terapia, la lucidità diventa l'alibi dell'impotenza. La Sicilia aspetta ancora. E lui torna a sedersi.

MINETTI LIBERA, STAMPA IN CATENE



 La grazia, il silenzio e i giornali che tremano.

C'è qualcosa di vagamente surreale — e insieme di molto italiano — nel modo in cui la vicenda della grazia a Nicole Minetti si è trasformata, nel giro di poche settimane, in un processo al giornalismo. Il nucleo originario della storia — un atto di clemenza presidenziale concesso sulla base di un'istruttoria che non ha mai verificato il fatto cruciale su cui si fondava, ovvero che il figlio adottivo della Minetti potesse essere curato soltanto a Boston e in nessun altro luogo della Terra — è scivolato discretamente in secondo piano. Le istituzioni coinvolte si sono auto-assolte con quella disinvoltura che in Italia rasenta l'arte: il Quirinale ha chiesto verifiche, il ministero della Giustizia si è rimesso alla Procura generale, la Procura generale ha confermato il proprio parere basandosi sulle carte fornite dagli avvocati della stessa interessata. Un circolo perfetto, chiuso su se stesso come un anello di Möbius. Fine della faccenda istituzionale. Sipario. Applausi.

Il problema, semmai, è che qualcuno nel frattempo aveva fatto il proprio mestiere. Il Fatto Quotidiano e Report avevano posto domande, insistito, chiesto conto. Normale amministrazione per un giornalismo che si rispetti. Meno normale, in Italia, è ciò che è seguito: una causa civile da duecentocinquanta milioni di dollari, intentata negli Stati Uniti dal compagno della Minetti, Giuseppe Cipriani, contro le due testate. Una cifra che non è una richiesta di risarcimento: è un messaggio. Tradotto liberamente dal legalese: «La prossima volta, pensateci due volte». Questa tecnica ha persino un nome, nei paesi anglosassoni: SLAPP, Strategic Lawsuit Against Public Participation. Uno strumento pensato non per vincere in tribunale, ma per esaurire il nemico, prosciugarne le risorse, instillare nei redattori quella prudenza che col tempo diventa silenzio. È la versione giudiziaria del vecchio proverbio siciliano: cu è surdu, orbu e taci, campa cent'anni 'mpaci.

Il paradosso più bello — se di bellezza si può parlare — è che tutto questo accade mentre sul potere di grazia del capo dello Stato cala in Italia un silenzio reverenziale degno di miglior causa. Gli elogi sono benvenuti, le analisi evitate, il dibattito rediretto verso bersagli più comodi. Eppure la domanda è legittima e persino ovvia: ha ancora senso, in una democrazia che esige trasparenza e rendicontazione, un potere discrezionale e insindacabile come quello della grazia? Non è una domanda contro Mattarella. È una domanda sul sistema. Ma sul sistema, in Italia, si preferisce non fare domande. Si preferisce fare cause. A duecentocinquanta milioni. E sperare che il giornalismo, alla fine, si stanchi di fare il suo mestiere.  ♓


giovedì 11 giugno 2026

I GRATTACIELI DEL BUON SENSO

 


Quando l'architettura verticale diventa strumento di riscatto urbano.


Michelangelo Mangiapane non è un teorico da convegno. È un costruttore messinese di lunga esperienza, studioso attento dell'urbanistica moderna — quella che non separa l'estetica dalla funzione sociale, la densità dalla qualità della vita — con la rara virtù di chi legge la città non solo nei progetti, ma nelle sue ferite. Considera il territorio non come una risorsa da estrarre, ma come un organismo da curare. La proposta che ha illustrato ha questa cifra: pragmatica, coraggiosa, e soprattutto gratuita per le casse pubbliche.

Messina ha un problema urbanistico - secondo Mangiapane -  che chiunque conosca la città riconosce a occhio nudo: zone degradate, a ridosso dello svincolo di Giostra e altrove, che divorerebbero centinaia di milioni di euro per essere risanate — denaro che il Comune non ha e non avrà. Nel frattempo, tre progetti privati di grattacieli giacciono sulle scrivanie comunali, ciascuno collocato nel cuore della città: via Cannizzaro, via La Farina, largo Avignone. La proposta ne riconosce il merito — le norme antisismiche italiane, come insegna l'esempio giapponese, garantiscono agli edifici alti resistenza superiore — e individua il difetto: concentrare nuovi volumi nel centro già saturo significa aggravare, non risolvere, il problema.

La soluzione è di quelle eleganti perché rovesciano la logica invece di ignorarla: il Consiglio comunale autorizzi i grattacieli, sì, ma nelle zone degradate. Su lotti non inferiori a diecimila metri quadrati, con copertura del solo 10% della superficie — lasciando i restanti novemila a verde, parcheggi, servizi. La cubatura rimane quella prevista, il privato ci guadagna, la città ottiene risanamento senza spendere un euro. Serviranno pareri regionali, del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, della Commissione edilizia: la burocrazia farà il suo corso. Ma l'idea ha la solidità delle cose semplici: mettere l'interesse privato al servizio del bene comune. A Messina, dove si è sempre preferito lamentare il degrado piuttosto che trovare chi pagasse per rimuoverlo, non sarebbe poco. Sarebbe, per una volta, moltissimo. ♓

IL VOTO CHE NON S'HA DA FARE



 Ovvero: come i partiti italiani custodiscono gelosamente il diritto di scegliere per voi


Riforma elettorale, preferenze e partiti: la commedia italiana che non finisce.
 

C'è, nella vita parlamentare italiana, un rito antico e consolante come la messa di mezzanotte: ogni qual volta si mette mano alla legge elettorale, qualcuno propone di restituire ai cittadini il voto di preferenza, e qualcuno — con assai maggiore determinazione — provvede a negarglielo. Fratelli d'Italia presenterà l'emendamento. I bookmaker di Montecitorio scommettono sulla sua bocciatura. Non perché manchino i principi — i principi abbondano, in Parlamento, come le cravatte — ma perché abbondano anche gli eletti che di voti propri ne hanno pochini, e che alla benevolenza del capo devono tutto: il seggio, il rimborso, il sorriso in copertina. Un parlamentare debitore è un parlamentare disciplinato. La matematica, in politica, non mente mai.

Si dirà: il voto di preferenza ha i suoi guai, incentiva le guerre intestine, apre le porte al finanziamento illecito. Tutto vero. Ma il rimedio che si propone — ovvero nessun rimedio — ha prodotto questa magnifica situazione: solo l'8% degli italiani dichiara fiducia nei partiti, il 63% degli astenuti si astiene per disinteresse, il 26% per rabbia, e il residuo si presenta alle urne con lo spirito di chi compila una schedina del Superenalotto sapendo già che non vincerà. Alle ultime amministrative il 49% degli aventi diritto non ha votato. Se l'astensionismo fosse un partito, starebbe formando il suo terzo governo consecutivo.

Alexis de Tocqueville scrisse che senza la partecipazione dei cittadini la democrazia si riduce a procedura vuota. Bobbio ripeté il concetto con la pazienza sfibrante del professore che spiega la stessa cosa a generazioni di studenti distratti. Inutile: oggi il 60% dei quattordicenni non si informa mai di politica, e la democrazia parlamentare rappresenta, nel migliore dei casi, il 27% del corpo elettorale. Il re è nudo, i sudditi guardano altrove, i sarti confezionano abiti magnifici che nessuno indossa. La prossima riforma — di cui già si annuncia che non introdurrà le preferenze — sarà presentata, come sempre, come una svolta epocale. In fondo, per scegliere i propri rappresentanti bisognerebbe prima volerli scegliere. E questo è un problema che nessuna legge elettorale ha mai saputo risolvere.♓

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

  Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto. Si racconta, tra i pesc...