Cerca nel blog

giovedì 11 giugno 2026

IL CUORE BATTE ( fortunatamente ) NON SOLO PER AMORE !! Ecco come tenerlo giovane (davvero)




 HealthSud Medical Foundation 

AGRizzo *

Il tuo cuore batte circa 100.000 volte al giorno, senza pause, senza ferie. 

Eppure le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte: solo in Europa provocano 3,9 milioni di decessi ogni anno, e l'inattività fisica da sola aumenta il rischio di oltre il 20%. 

Buona notizia: non è destino. 

È manutenzione. 

E la scienza è chiarissima su cosa funziona.


prevenzione primaria o secondaria

•  Primaria: 

sei sano, vuoi restare tale. Serve soprattutto se hai familiarità o altri fattori di rischio, e va iniziata da giovani. 

•  Secondaria: 

hai già avuto un infarto o una diagnosi cardiaca, e devi evitare il secondo colpo.


Qui parliamo di prevenzione primaria, quella che fa la differenza per il 90% di noi.


Cosa non puoi cambiare (ma devi conoscere)

•  Familiarità

•  Età

•  Sesso: le donne in età fertile sono più protette, dopo la menopausa il rischio si allinea a quello degli uomini 


Tutto il resto? È nelle tue mani.


Gli 8 pilastri che contano davvero

Nel 2022 l'American Heart Association ha aggiornato il suo framework in Life's Essential 8 , otto metriche con punteggio da 0 a 100 che predicono anni di vita senza infarto. 

Tradotto in italiano pratico: 


1. Mangia meglio

Punta a un modello integrale: tanti vegetali, frutta, legumi, cereali integrali, pesce, noci, semi e oli non tropicali come oliva e colza. In Italia lo chiamiamo dieta mediterranea: povera di sale, con olio extravergine come condimento, poca carne rossa e pochi fritti. 


2. Muoviti di più

•  AHA: 150 minuti moderati (cammino svelto) o 75 minuti vigorosi a settimana 

•  WHO/AHA pratica: 30 minuti moderati, 5 volte a settimana, anche spezzati

Humanitas suggerisce almeno 3 volte a settimana per 45 minuti di aerobica — camminare, correre, nuotare, bici. Anche il minimo batte il divano. 


3. Spegni la nicotina

Il fumo resta la principale causa di morte prevenibile. Danneggia le pareti arteriose, toglie elasticità, alza la pressione e peggiora il colesterolo “buono”. Lo stesso vale per il fumo passivo. 


4. Dormi 7-9 ore

Gli adulti hanno bisogno di 7-9 ore regolari. Il sonno cura, regola il cervello e riduce il rischio di malattie croniche. 


5. Gestisci il peso

BMI ideale sotto 25. Sopra, il cuore lavora di più e sale il rischio di ipertensione e diabete, soprattutto con grasso addominale. 


6. Controlla il colesterolo

Tieni d'occhio il colesterolo non-HDL (“cattivo”), misurabile anche senza digiuno. L'ipercolesterolemia accelera l'aterosclerosi, base di infarto e ictus. 


7. Gestisci la glicemia

La glicemia alta danneggia arterie, reni, occhi e nervi. L'HbA1c riflette il controllo a lungo termine. Il diabete è spesso associato all'ipertensione. 


8. Tieni la pressione <120/80

Valori ottimali sotto 120/80 mmHg ti mantengono più sano più a lungo. L'ipertensione aumenta il lavoro cardiaco e favorisce l'aterosclerosi. 

Perché funziona? I numeri che non mentono

•  L'inattività fisica è il quarto fattore di rischio di morte nel mondo: circa 3,2 milioni di decessi l'anno. 

•  L'esercizio riduce in media la pressione di 4,8 mmHg sistolica e 3,2 diastolica. Bastano 2 mmHg in meno per tagliare del 6% la mortalità per ictus e del 4% quella per coronaropatia. 

•  L'esercizio migliora sensibilità insulinica, profilo lipidico, viscosità del sangue e produzione di ossido nitrico endoteliale — cioè mantiene le arterie giovani. 

Gli altri nemici silenziosi

Oltre ai big 8, Humanitas ricorda:

•  Alimentazione scorretta: troppo sale → pressione; troppi grassi → colesterolo; alcol → cuore 

•  Obesità e sovrappeso 

•  Sedentarietà 

•  Stress cronico: alza la pressione e destabilizza le placche 

Cosa fare da oggi (checklist da frigo)

1.  Cammina 30 minuti dopo pranzo, 5 giorni su 7

2.  Metti olio EVO, verdura e legumi al centro del piatto

3.  Spegni sigarette e svapo

4.  Dormi con orari fissi, no schermi a letto

5.  Misura pressione e colesterolo 1-2 volte l'anno 

6.  Controlla glicemia se hai familiarità

7.  Pesa e misura girovita mensilmente

8.  Taglia stress cronico: respira, cammina, chiedi aiuto se serve 

Non serve la perfezione. Serve costanza. Ogni punto in più nel punteggio Life's Essential 8 si traduce in anni vissuti senza infarto — e in Italia abbiamo già gli ingredienti giusti in cucina.

Fonti bibliografiche  utilizzate : 

1.  American Heart Association – Life's Essential 8. Descrizione delle 8 metriche (dieta, attività, nicotina, sonno, BMI, colesterolo, glicemia, pressione) 

2.  Lloyd-Jones DM et al., Circulation 2022 – Presidential Advisory che introduce Life's Essential 8 con scoring 0-100 

3.  WHO Europe / European Heart Network, 2020 – L'inattività aumenta il rischio cardiovascolare di oltre il 20%; 3,9 milioni di morti/anno in Europa 

4.  Tian D, Meng J. Oxid Med Cell Longev 2019 – Revisione su esercizio: raccomandazione 30 min x5/sett, inattività = 3,2 milioni morti, riduzione PA 4,8/3,2 mmHg e impatto su mortalità 

5.  Humanitas Salute – Dott.ssa Letizia Bertoldi – Definizione prevenzione primaria/secondaria, fattori modificabili e non, consigli pratici dieta mediterranea e attività 

6.  ESC 2021 Guidelines for CVD Prevention – Linee guida europee per la prevenzione cardiovascolare nella pratica clinica (traduzione italiana Giornale Italiano di Cardiologia) 



*AG Rizzo 



martedì 9 giugno 2026

WILLIE DIXON, 1946: quando il blues non sapeva ancora di essere leggenda

 

Prima che Chess Records, prima che i Rolling Stones lo saccheggiassero con gratitudine, c'era un ragazzo con un contrabbasso e un trio che suonava come se il futuro potesse aspettare.

C'è una magia particolare nei dischi che portano la data del 1946. Non è nostalgia — sentimento troppo pigro per rendere giustizia a certa musica — ma qualcosa di più preciso: la sensazione di ascoltare un linguaggio che stava ancora trovando le proprie parole.

Il giovane Willie Dixon, allora poco più che ventenne, faceva parte del Big Three Trio insieme al pianista Leonard "Baby Doo" Caston — all'epoca figura assai nota negli ambienti del blues urbano di Chicago — e al chitarrista Bernardo Dennis. Un trio che scommetteva sul groove pulito, sull'intreccio tra voce e contrabbasso, su quel dondolio sincopato che è la firma del blues pre-elettrico nel momento esatto in cui stava per diventare altro da sé.
I Feel Like Steppin' Out e Violent Love sono due biglietti da visita di quella stagione. Il primo ha la leggerezza beffarda di chi conosce il proprio talento e non ne fa mostra eccessiva; il secondo porta già in nuce quella carica erotica e ironica che Dixon avrebbe affinato negli anni successivi, diventando l'architetto segreto di metà del repertorio Chess Records.

Ascoltarli oggi è un esercizio strano e gratificante. Il tempo non deteriora questi suoni: li leviga, aggiunge patina, trasforma ogni crepitio del solco in una nota supplementare. Come certi vini che la cantina non conserva ma trasforma.
Di Caston, il pubblico moderno sa poco. Eppure fu lui il maestro, lui a tenere le fila di quel trio con la disinvoltura di chi ha già visto abbastanza palchi per non impressionarsi facilmente. La storia della musica è piena di questi silenzi: figure decisive che la fama ha trattato con ingratitudine, oscurate dal bagliore di chi venne dopo.

Dixon avrebbe poi fatto la storia. Ma in questi due brani del '46 è ancora il giovane allievo che impara — e già si capisce che imparerà in fretta.


IL PONTE DEI SOGNI (ALTRUI)

 CORSIVO 



Mentre Roma perquisisce e la Corte dei Conti frena, il sogno leghista del Ponte tra Scilla e Cariddi continua a galleggiare — senza cemento, senza cantiere, ma con qualche indagato di troppo. 


C'è qualcosa di commovente nell'amore della Lega per il Ponte sullo Stretto. Un amore platonico, nel senso che non si è mai consumato e rischia di restare tale. Merito di un terzetto di rara eleganza: Tommaso Miele, magistrato contabile appena in pensione, si sarebbe reso disponibile ad aggiornare i colleghi in servizio sull'andamento di certe pratiche, per spirito di corpo; Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato, avrebbe curato i rapporti con la generosità di chi sa che ogni favore trova collocazione; Vincenzo Virgiglio, imprenditore, che al Ponte credeva tanto da volerlo scortare personalmente tra i meandri della Corte dei Conti. Al pensionato Miele, in cambio, sarebbe stata promessa la presidenza dell'Antitrust o altra comoda poltrona pubblica — perché in Italia la pensione è solo un arrivederci. Pietro Ciucci, ad della società Stretto di Messina, si è detto sorpreso. Sorpreso lui. Noi no.

Ma è sulla Sicilia che vale la pena soffermarsi, perché lì la Lega è un caso da manuale di adattamento impossibile. Un partito nato nelle nebbie padane, cresciuto a pane, Po e secessione, che sbarca sotto il sole dello Stretto a chiedere voti in nome del federalismo. In Sicilia — dove ogni municipio è già uno Stato a sé e la parola «autonomia» evoca non la virtuosa autosufficienza del Nord ma la sovrana capacità di non render conto a nessuno. Salvini ha offerto il Ponte: manufatto continentale proposto da chi fino a ieri alzava ponti levatoi alla periferia di Milano. La coerenza, si sa, è il rifugio delle menti piccole.

E così, mentre la Procura perquisisce a Roma, Frosinone e Reggio Calabria, e i pareri negativi della Corte dei Conti vengono liquidati a colpi di decreto, i leghisti siciliani presidiano il territorio con l'entusiasmo di chi difende una conquista. Quale conquista, non è chiaro. Il Ponte non c'è, i fondi ballano, gli indagati ci sono. Ma il Carroccio sventola tra la Piana di Catania e i vicoli di Palermo, in un ossimoro ambulante che farebbe invidia a Ionesco. Ci vuole coraggio — o qualcos'altro — per portare il dio Po a fare il bagno a Taormina.

sabato 6 giugno 2026

BARBAGALLO E LA REGIONE DEGLI SMEMORATI

 


Dal governo Crocetta alle partecipate regionali, il Pd denuncia oggi un sistema che ha contribuito a gestire per anni. La memoria, in politica, conta quanto le accuse.

Anthony Barbagallo attacca il governo Schifani e descrive una Regione piegata a logiche di potere, spartizioni e clientele. È il ruolo dell'opposizione. Ma c'è un problema: chi parla non è un osservatore esterno. È un dirigente politico che ha governato la Sicilia e appartiene a un partito che per anni ha partecipato alla gestione di quel sistema che oggi denuncia. Barbagallo è stato deputato regionale della maggioranza Crocetta e assessore regionale dal 2015 al 2017. Non un passante della politica siciliana, ma uno dei protagonisti di una stagione che avrebbe dovuto rappresentare la svolta morale e amministrativa dell'Isola. Eppure proprio gli anni del governo Crocetta furono caratterizzati da una continua instabilità politica. Tra rimpasti, sostituzioni e ridefinizioni degli equilibri, la giunta cambiò volto decine di volte. La promessa della rivoluzione amministrativa lasciò spazio a una navigazione spesso condizionata dalle esigenze della maggioranza e dagli assetti interni ai partiti.

Se oggi il Pd denuncia la lottizzazione degli enti regionali, dovrebbe ricordare che il tema delle nomine non nasce con Schifani. Basti pensare alle polemiche che accompagnarono negli anni le designazioni nelle società partecipate, negli enti di sottogoverno e negli organismi regionali durante le stagioni in cui il centrosinistra esercitava responsabilità di governo. Lo stesso vale per la sanità. Le criticità organizzative, le liste d'attesa, le difficoltà nella programmazione territoriale e le contestazioni sulla gestione amministrativa non sono fenomeni comparsi nel 2022. Sono questioni che attraversano governi di ogni colore politico. Attribuirle esclusivamente all'attuale esecutivo significa raccontare una verità parziale.

C'è poi il nodo della formazione professionale, terreno sul quale per anni si sono consumate battaglie politiche, polemiche giudiziarie, sprechi denunciati e riforme annunciate. Anche in quel caso il Pd non sedeva tra gli spettatori, ma tra coloro che avevano il compito di cambiare le cose. Questo non assolve Schifani da errori e responsabilità. Ma una critica è credibile quando riconosce anche il proprio passato. Diversamente diventa esercizio di memoria selettiva. La Sicilia ha bisogno di opposizioni severe e governi efficienti. Ma ha bisogno soprattutto di una politica che smetta di comportarsi come se la storia iniziasse sempre il giorno dopo la propria uscita dal potere. ♓


venerdì 5 giugno 2026

WEST COAST STORIES: AMERICA, LA DOLCEZZA CHE NON SI DIMENTICA



 Tra armonie di seta e cieli californiani, una band che ha fatto dell'easy listening una forma d'arte discreta. 


Figli di militari americani in servizio nelle basi britanniche, Dewey Bunnell, Gerry Beckley e Dan Peek crescono in un'identità sospesa — né del tutto americani né del tutto inglesi — e quella condizione di confine si sente, eccome, nelle loro armonie. Si formano a Londra nei primissimi anni Settanta, quando il folk-rock californiano dei Crosby, Stills & Nash attraversa l'Atlantico e contamina chiunque abbia un plettro e un orecchio fine. Nel 1972 arriva A Horse with No Name: chitarra acustica aperta, voce leggermente nasale, un paesaggio desertico evocato con economia di mezzi straordinaria. Il brano scala le classifiche mondiali, Neil Young protesta per la somiglianza vocale con la sua maniera — o almeno così si racconta — ma la storia dà sempre ragione ai brani che resistono, non alle polemiche che li accompagnano. Il contesto è quello della West Coast al suo apice creativo: Eagles, Jackson Browne, Fleetwood Mac dominano l'immaginario, e gli America vi si inseriscono con una cifra propria, più ariosa e meno elettrica, capace di intercettare un pubblico vastissimo senza scendere a compromessi con la volgarità commerciale. Poi arriva George Martin alla produzione — il quinto Beatle, il medesimo che aveva plasmato il suono dei Fab Four — e il sodalizio genera nella metà dei Settanta una serie di album (Holiday, Hearts, Hideaway) di perfezione artigianale rara: arrangiamenti orchestrali calibrati, sovraincisioni pulite, una luminosità sonora che diventa firma inconfondibile.

La discografia degli America è un catalogo di emozioni private trattate con pudore esemplare. Tin Man (1974) smonta il mito dell'uomo senza cuore ribaltandone il senso — il cuore ce l'hai già, dice la canzone, il problema è che non lo sai usare — con una costruzione armonica che sale e scende senza mai urlare. Sister Golden Hair (1975) è una dichiarazione d'amore mancata, sospesa nell'indecisione come solo i ventenni sanno essere indecisi, e quella voce che chiede will you meet me in the middle ha la qualità rara di sembrare sempre rivolta a te. Lonely People parla di isolamento con una delicatezza che nessun grunge avrebbe mai potuto permettersi. La chiave interpretativa è proprio questa: gli America non hanno mai confuso la complessità emotiva con il volume o l'aggressività formale. L'easy listening è stato per decenni un insulto nel vocabolario critico — troppo piacevole, troppo accessibile — ma il contrario di easy non è difficile, è pretenzioso. E la differenza tra un brano degli America e il peggior soft rock industriale degli anni Ottanta non è di genere, è di qualità: la stessa che passa tra un tavolo di falegnameria autentica e un mobile di compensato. Dan Peek abbandonò il gruppo negli anni Ottanta per abbracciare il gospel evangelico; Bunnell e Beckley continuarono, tenaci e poco appariscenti, portando il progetto attraverso decenni senza la stanchezza dei reduci. Ascoltarli oggi — in macchina, in una sera di primavera con il finestrino abbassato — è memoria involontaria nel senso proustiano: non si decide di ricordare, si ricorda e basta.

https://youtu.be/na47wMFfQCo?si=J_zTHvyabsjHLHHU

BAMBINI SOLI NELLE CITTÀ INDIFFERENTI

 


a cura di Anna Lombardo

Dove finisce la famiglia inizia il vuoto che nessuno vuole guardare.



C'è una categoria di dolore che le città mediterranee praticano in silenzio: il dolore dei bambini invisibili. Non quelli che finiscono sui giornali con storie pittoresche di foreste e pedagogi alternativi. I bambini davvero invisibili abitano certi piani di certi palazzi dove la miseria non ha nulla di romantico — niente capanne né filosofie, solo buio, chiusure, adulti che hanno smesso di essere tali. Messina li conosce. Li conosce Provinciale, li conosce Fondo Fucile, li conoscono i borghi della fascia jonica dove la povertà si è seduta e ha deciso di restare. Li conoscono soprattutto i piccoli comuni dell'hinterland, dove la distanza dal capoluogo si misura non in chilometri ma in servizi assenti e diritti che esistono sulla carta con la concretezza dei castelli in aria.

Dire che i servizi sociali mancano è inesatto, oltre che ingiusto verso chi li abita con dedizione. Sono inadeguati — strutturalmente, cronicamente — a rispondere alla domanda di miseria che si eleva silenziosa da ogni periferia, da ogni comune che arranca sotto un bilancio che non torna. Non torna per una ragione precisa che raramente viene detta: gli amministratori che vogliono essere rieletti hanno imparato che è più conveniente chiudere un occhio sull'evasione fiscale che chiedere ai cittadini di pagare quanto dovuto. 


Così oltre la metà della popolazione mette le mani in tasca all'altra, e a farne le spese sono i servizi più fragili — quelli che assistono chi non vota compatto e non ha lobby. Non c'è trippa per i servizi sociali, recita il bilancio. E il bilancio è lo specchio fedele di una scelta politica che si preferisce non nominare. Eppure è da quei servizi — quando sono presìdi e non stipendifici, quando conservano il senso della propria vocazione civile — che dipende la differenza tra un bambino visto e un bambino perduto. Non c'è altra istituzione capace di farlo: non la scuola sopraffatta, non il vicinato disgregato, non la parrocchia che arriva dove arriva. Solo un servizio sociale che entri nelle case, che torni la settimana dopo, che non si accontenti della firma sul modulo, può colmare il vuoto tra una porta chiusa e una tragedia. A Messina come nei comuni della provincia, questo non è utopia: è la condizione minima perché una comunità meriti ancora di chiamarsi tale. I bambini invisibili meriterebbero, almeno, di essere visti.


giovedì 4 giugno 2026

Alì Terme in festa per Maria Ausiliatrice: una comunità unita tra fede, devozione e tradizione



 di Carmelo Tringali 

Si sono conclusi sabato scorso ad Alì Terme i solenni festeggiamenti in onore di Maria Ausiliatrice, un appuntamento spirituale che ogni anno richiama l'intera comunità e rinnova un profondo legame di fede e devozione mariana.

Il cuore delle celebrazioni è stato preceduto da una partecipata Novena, che ha visto l'altare del Santuario animarsi ogni sera grazie alla presenza di diversi sacerdoti della diocesi, i quali hanno guidato i fedeli in un ricco percorso di riflessione e preghiera:

• 15 maggio (1° giorno): L'apertura della Novena è stata affidata a Padre Giovanni Longo.
• 16 maggio (2° giorno): La predicazione è stata curata da Padre Gianfranco Pistorino, parroco di Scaletta Zanclea.
• 17 maggio (3° giorno): Ha presieduto la celebrazione Padre Nino Basile, direttore della Caritas diocesana di Messina.
• 18 maggio (4° giorno): È stata la volta di Padre Piero Di Perri, proveniente dalla parrocchia Trasfigurazione di Gesù Cristo di Milazzo.
• 19 maggio (5° giorno): La liturgia è stata affidata a Padre Antonino Gugliandolo, della parrocchia Santa Maria di Gesù Inferiore (Ritiro, Messina).
• 20 maggio (6° giorno): Sul presbiterio è salito Fra Giuseppe Burrascano, del Santuario di Lourdes in Messina.
• 21 maggio (7° giorno): A presiedere l'Eucaristia è stato Don Pierpaolo Pellico, della parrocchia San Giacomo Maggiore di Messina.
• 22 maggio (8° giorno): La celebrazione è stata guidata da Padre Michele Chiofalo, della parrocchia Santa Maria del Rosario in Giammoro.
• 23 maggio (9° giorno): L'ultimo giorno di Novena ha visto la presenza di Monsignor Nino Caminiti, rettore del Santuario della Madonna di Dinnammare.

Il 24 maggio, giorno della solennità liturgica di Maria Ausiliatrice, i riti sono entrati nel vivo nel pomeriggio con la Solenne Celebrazione Eucaristica, officiata da Padre Francesco Venuti, parroco della parrocchia Santa Maria delle Grazie di Messina, che ha saputo toccare il cuore dei numerosi devoti presenti.

Il momento più suggestivo ed emozionante si è vissuto tuttavia il sabato successivo, 30 maggio. Per l'occasione, la Santa Messa è stata celebrata all'aperto, nel grande cortile antistante il Santuario. A presiedere la funzione è stato Don Lino GrilloRettore del Seminario Arcivescovile di Messina, giunto ad Alì Terme accompagnato da una rappresentanza di giovani seminaristi.

Al termine della funzione sul sagrato, ha preso il via la solenne processione con il simulacro della Vergine per le vie del paese. Il momento di massima commozione civile e religiosa si è toccato davanti al Municipio: qui il Sindaco, a nome di tutta la cittadinanza, ha pronunciato il tradizionale atto di affidamento della città, omaggiando la Madonna con un simbolico mazzo di rose.

A suggellare l'importanza dell'evento sono state le parole del neo sindaco Alessandro Triolo, il quale, visibilmente emozionato al termine delle celebrazioni, ha definito la figura di Maria Ausiliatrice come un pilastro identitario, un patrimonio dal valore inestimabile sia religioso che culturale per Alì Terme. Il primo cittadino ha inoltre sottolineato come l'immensa affluenza di fedeli e residenti che si rinnova in occasione della festa rappresenti un vanto e un autentico motivo di orgoglio per l'intera amministrazione e la cittadinanza.

I festeggiamenti si sono conclusi in tarda serata con il rientro del simulacro in Santuario, salutato dai fuochi d’artificio che hannoilluminato il cielo di Alì Terme, mandando in archivio un'edizione della festa che resterà impressa nella memoria e nel cuore dei fedeli.

mercoledì 3 giugno 2026

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

 


Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato.

Il PNRR doveva essere il nostro Piano Marshall, l’occasione del secolo. Si sta rivelando, invece, l’ennesimo sonno burocratico a cinque stelle , costosissimo, rumoroso nei convegni, silenziosissimo nei cantieri.

Guardiamo i numeri, perché la matematica non ha il senso dell’umorismo. 

Secondo l’osservatorio OpenPNRR di Openpolis e le costanti strigliate della Corte dei Conti, la nostra Isola è beneficiaria teorica di circa 17 miliardi di euro. Impegnati? Moltissimi ,sulla carta siamo campioni mondiali del file Excel. 

Spesi e rendicontati? Qui scatta la risata amara: viaggiamo su percentuali da prefisso telefonico, ampiamente sotto il 10% effettivo sulle casse regionali. Persi o destinati a perdersi? Tanti. Tra target mancati, bandi andati deserti, Comuni senza tecnici e progetti scritti così male da far rabbrividire Bruxelles, stiamo restituendo i soldi al mittente con una puntualità svizzera che non riusciamo ad applicare ad altro. I fondi perduti restano, paradossalmente, l’unica “opera pubblica” regionale di sicuro completamento.

Ma perché correre, d’altronde? I giovani fuggono a ritmo di esodo biblico , l’ISTAT certifica un’emorragia demografica inarrestabile ,lasciando un’isola che invecchia in corsie d’ospedale allo sfascio, con la Fondazione GIMBE che ci colloca stabilmente agli ultimi posti nazionali per i Livelli Essenziali di Assistenza. Aggiungiamoci un’immigrazione gestita come perenne emergenza, tassi di occupazione da prefisso telefonico anch’essi, e prospettive future non pervenute.

Di fronte a questa apocalisse socio-economica, cosa ha prodotto la nostra improbabile e silenziosa classe politica, sepolta sotto una burocrazia così asfissiante che per vidimare un foglio serve una delibera intergalattica? Semplice: si è aumentata l’indennità di carica, agganciandola all’inflazione e votandosela in piena autonomia. La barca affonda, ma al ponte di comando l’orchestra suona a tutto volume.

A pagare il conto, come sempre, è la solita minoranza tartassata: secondo il MEF, meno del 50% dei siciliani versa regolarmente le imposte. Sono loro a finanziare l’intero baraccone, mentre i bilanci comunali cadono come birilli tra dissesti e pre-dissesti cronici, puntuali come le sentenze dei magistrati contabili. Quanto alla trasparenza amministrativa, rimane una leggenda metropolitana: i dati aperti sui siti istituzionali sono più rari dei panda.

Avevamo l’occasione d’oro per rifare il look alla Sicilia. Stiamo riuscendo nell’impresa titanica di chiudere l’ombrello mentre piove ricchezza, dimostrando all’Europa intera che l’unica cosa che in questa terra funziona sempre a orologeria è il bonifico a fine mese sul conto dei soliti noti.

INIZIATIVA DEMOCRATICA E POPOLARE 

Fonti: OpenPNRR/Openpolis · Corte dei Conti · ISTAT · Fondazione GIMBE · MEF-Dipartimento delle Finanze

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

  Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto. Si racconta, tra i pesc...