CORSIVO
Se l'avvocato del popolo dovesse vincere le eventuali primarie, la coalizione farebbe bene a cambiare insegna: sarebbe solo più onesto.
Non è cronaca, è pronostico: se Giuseppe Conte dovesse imporsi alle primarie del campo largo, la coalizione farebbe bene a cambiare targa. Non più "campo largo", locuzione ormai vuota come un salvadanaio rotto, ma "Campo Lavrov", che almeno avrebbe il pregio della sincerità. È tutto legittimo, sia chiaro: in democrazia un partito può scegliere di stare dove vuole, anche a est di dove crede di stare. Il problema non è la scelta, è l'etichetta che resta appesa fuori mentre dentro cambia la merce. Il campo largo nacque largo di promesse, sta diventando stretto di idee, e Conte, va detto, ci ha messo del suo con pazienza da sarto.
Qui però casca l'asino, o meglio casca l'aritmetica. Si continua a ragionare come se un'alleanza fosse un'addizione: metti insieme riformisti, pacifisti, ambientalisti, post-comunisti pentiti e post-comunisti non pentiti, sommi i voti e ottieni un partito. Due metà non fanno un intero: fanno un condominio dove nessuno paga le spese comuni. Sommare sigle non sposta un voto: l'elettore non è una calcolatrice, vuole coerenza, non un collage. Schlein-Conte senza un rigo sull'estero è un bluff con lo smoking: eleganza fuori, niente dentro. E risparmiateci il "ma la destra ha Salvini zar-dipendente e Meloni a stelle e strisce": gareggiare a chi è più confuso e più cameriere non è un programma, è un derby tra maggiordomi allo sbaraglio.
Elly Schlein lo sa, e per questo insegue invece di guidare: chi rincorre il proprio elettorato finisce per adottarne il linguaggio, e chi adotta il linguaggio dell'avversario ne ha già riconosciuto l'egemonia. Il gregge, si sa, non sceglie il pastore: lo eredita. E così, tra un gazebo e l'altro, il campo largo rischia di scoprirsi non largo ma stretto, non plurale ma allineato, non europeo ma soltanto neutrale per convenienza. Se sarà davvero Campo Lavrov, almeno il nome avrà il merito di non mentire più.
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