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mercoledì 8 luglio 2026

TENERUMI: LA MINESTRA CHE SA D'ESTATE


Non chiamatela minestra povera: è l'unica zuppa siciliana che pretende rispetto e non si scusa mai di esserlo.

Storia

C'è un momento, in questa terra, in cui l'estate smette di essere una stagione e diventa un sapore. Arriva quando sui banchi del mercato compaiono quei ciuffi di foglie verdi, vellutate, quasi timide al tatto — i tenerumi — e con loro il ricordo di cucine che profumavano di pomodoro e di aglio dorato nell'olio. Non è un piatto, è una convocazione: la famiglia si raccoglie, e nessuno arriva in ritardo quando in tavola c'è la minestra di tenerumi.
Pochi lo sanno, ma questa pianta ha un pedigree antico quanto sorprendente. La cucuzza longa, la zucchina lunga siciliana da cui i tenerumi prendono le foglie, era già apprezzata al tempo dei romani, che ne conoscevano — a modo loro — le virtù. Duemila anni dopo, quelle stesse foglie continuano a raccontare la stessa storia: quella di un'isola che ha sempre saputo trasformare l'essenziale in festa, il povero in prezioso.

Il rito, non solo la ricetta

Preparare i tenerumi è un esercizio di pazienza contadina che nessuna fretta metropolitana può insegnare. Si comincia con un soffritto paziente — aglio e olio, che sia intero o tritato è questione di scuola, quasi di famiglia — a cui si uniscono i pomodori pelati, schiacciati poi a formare una salsa densa, grumosa, onesta. Un quarto d'ora di fiamma bassa, senza fretta, mescolando ogni tanto come si fa con le cose a cui si vuole bene.

Le foglie vanno scelte con occhio clinico: verdi, sane, morbide. I filamenti sottili tra una foglia e l'altra si eliminano, i gambi troppo duri si tagliano via senza pietà. Poi in acqua bollente, appena salata, per dieci minuti — e qui arriva il primo comandamento della ricetta, quello che separa chi sa da chi improvvisa: quell'acqua non si butta. È lì, in quel brodo verde e minerale, che si nasconde l'anima della pianta. Gli spaghetti spezzati, cinquanta o sessanta grammi a testa (o "a sentimento", come dicono le nonne che non hanno mai pesato nulla in vita loro), cuociono proprio in quel brodo, senza essere scolati mai. Tutto resta insieme: acqua, foglie, pasta, sale minerale.

A chiudere, la salsa di pomodoro versata sopra come una benedizione, e poi la ricotta salata grattugiata, il peperoncino macinato grosso per chi ama il carattere. Si serve calda o tiepida, mai fredda: i tenerumi non amano le mezze misure.

Un piatto, una geografia

Quello che colpisce, di questa minestra, è la sua capacità di essere insieme frugale e sontuosa. Non ha bisogno di ingredienti rari, eppure porta con sé tutta la geografia dell'entroterra siciliano — gli orti familiari, le zucchine che crescono rampicanti sui muretti a secco, l'economia domestica di chi non buttava via nulla, nemmeno l'acqua di cottura. È cucina di sussistenza diventata cucina d'identità, come spesso accade su quest'isola dove la povertà, filtrata dal tempo, si è fatta patrimonio.
Mangiare i tenerumi, in fondo, è un piccolo atto di memoria. Ogni cucchiaio racconta un'estate che si ripete uguale da generazioni, tra un mercato rionale e una cucina con la finestra aperta sul caldo di agosto.

Mantiade

«Si dice che la vera cultura sia ciò che resta quando si è dimenticato tutto il resto: dei tenerumi resta il brodo, ed è già filosofia.»


 


FLAIANO. RITRATTO IMPIETOSO DEL FASCISMO ITALIANO

 


Un testo scritto oltre cinquant'anni fa che continua a interrogare il presente. Un ritratto severo e provocatorio del fascismo e di alcuni tratti della società italiana, affidato alla lucidità corrosiva di Ennio Flaiano.



Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista.

Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.


Dal volume
Diario degli errori, appendice, Bompiani, 1976 (edizione postuma). �

Ennio Flaiano (1910-1972) fu uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento. Nato a Pescara, si affermò come scrittore, giornalista, umorista e sceneggiatore. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con il romanzo Tempo di uccidere, l'unico da lui pubblicato. Collaborò con Federico Fellini alla sceneggiatura di film come La dolce vita e 8½, contribuendo a rinnovare il linguaggio del cinema italiano. Celebre per gli aforismi taglienti e l'ironia disincantata, osservò con lucidità i vizi della società e della politica. La sua prosa, elegante e corrosiva, resta un modello di intelligenza critica e di stile.

domenica 5 luglio 2026

PERCHÈ LA CHIESA DIFENDE I MIGRANTI



 Tra frontiere e umanità. Da Pio XII a Leone XIV: le radici storiche della vicinanza alla persone che si spostano.



di Andrea Riccardi *


Leone XIV si reca, per la seconda volta in un mese, sulla frontiera tra i migranti e l’Europa, a Lampedusa dopo la visita alle Canarie. Frontiera invisibile, sul mare, segnata da tanti dolori e morti.
Da dove viene la costante cura della Chiesa per i migranti? È stata spiegata con il «radicalismo» di papa Francesco, che, a inizio pontificato, gridò da Lampedusa: «In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza». Denunciava un mondo globale, in cui circolazioni di merci sono favorite, ma si alzano muri per migranti e rifugiati. Questa politica s’impone, seppure la crisi demografica evidenzia la necessità di vari Paesi europei di nuovi lavoratori. Tale politica esprime una paura, spesso alimentata ad arte: il nostro mondo non rischia l’invasione o la sostituzione etnica? Diceva Primo Levi: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi…». Lo scriveva in Se questo è un uomo, testimoniando i tragici effetti di tale convinzione.
La Chiesa non tradisce il «mondo cristiano» scegliendo i migranti? Non teme sia travolto da tanti nuovi arrivati, magari di altra religione?

I Papi guardano prima di tutto a donne e uomini in grave difficoltà: «Ogni barca che arriva — ha detto papa Leone — non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». La morte dei migranti mostra la disumanità del mondo globale. La Chiesa vuole invece rasserenare lo sguardo sui migranti, partendo dall’idea che si può fare molto: «La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». La sua risposta è articolata: «vie legali e sicure», «lotta ai trafficanti di vite umane», «accoglienza e integrazione», riconoscendo «il diritto di cercare rifugio», ma anche quello di restare nella propria terra, liberi dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni.
L’atteggiamento non è di oggi, ma ha radici antiche.

È maturato, tra XIX e XX secolo, quando la Chiesa cercava di accompagnare l’esodo degli europei verso le Americhe, con tante iniziative, creando congregazioni religiose a questo fine. Si è misurato con i profughi armeni, dopo i massacri ottomani. È cresciuto tra gli esodi e le deportazioni nell’Europa delle due guerre mondiali. Ha ricevuto un’espressione organica nel 1952 nella costituzione Exsul Familia di Pio XII, un Papa considerato «conservatore», ma che affermava principi che oggi sarebbero tacciati di estremismo. Già nel 1941 aveva affermato «il diritto della famiglia a uno spazio vitale». L’imperialismo nazista considerava centrale il diritto allo «spazio vitale» (Lebensraum): l’espansione del Reich. Invece per Pio XII, è la famiglia migrante il soggetto titolare del diritto allo spazio vitale in un rapporto positivo «tra il Paese di emigrazione e il Paese di immigrazione». Il Papa protesta contro gli Stati che «restringono il naturale diritto all’emigrazione» e contro quelli che spostano a forza le popolazioni. Per lui, nel 1952, emigrare è un «diritto naturale» da proteggere.

Questa visione, di gran lunga precedente alla globalizzazione, è radicata nel sentire «cattolico», universale della Chiesa, che «non deve infeudarsi ad alcun gruppo etnico» — dice Pio XII: «una vera madre, la madre di tutte le nazioni e di tutti i popoli, non meno che dei singoli uomini e, precisamente perché madre, non appartiene… a questo o quel popolo».

Cosmopolitismo? La storia dell’«utopia» cattolica, per così dire, è concreata e secolare: «la Chiesa è dunque soprannazionale, perché del tutto indivisibile e universale» — conclude Pio XII. La sua universalità è in tensione con la dimensione nazionale, in lotta con la sua assolutizzazione, come nel caso della migrazione o della guerra. Lo si nota di più oggi, quando tante organizzazioni internazionali sono appassite, mentre gli interessi nazionali sono proposti con esclusivismo, come se non necessitassero — per realizzarsi — di un orizzonte più vasto. Del resto, nel mondo connesso di oggi, si vedono dolorosamente i danni di una visione esclusivista.

Storico, studioso della Chiesa in età moderna e contemporanea. Ha fondato nel 1968 la Comunità di Sant'Egidio ed è stato ministro per la Cooperazione Internazionale dal 2011 al 2013. Docente di Storia Contemporanea alla Sapienza e a Roma Tre. Tre lauree honoris causa. Mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d'Avorio e Guinea, ha ricevuto il Karlspreis (2009) e nel 2003 è stato incluso da "Time" tra i trentasei "eroi moderni" d'Europa.

ALLEANZA PER LA COSTITUZIONE

 


Il nuovo nome è pronto, il programma ancora no.


Dunque pare che il nome non vada più bene. "Campo largo" suonava vago, dicono, poco identitario. E allora Schlein e Conte, in un lampo di ispirazione degno di miglior causa, hanno scovato l'etichetta perfetta: Alleanza per la Costituzione. Un nome bellissimo. Peccato sia anche l'unica cosa concreta prodotta finora. Perché diciamocelo: essere per la Costituzione non è un programma, è un prerequisito. Come dire "sono per il codice della strada" e presentarsi come statista della viabilità. Ma qui siamo in Italia, patria dove l'ovvio, se pronunciato con la voce giusta e una mano sul petto, diventa visione.
E la coerenza, quella? Sull'Ucraina, dentro l'Alleanza c'è chi giura che la Carta imponga il sostegno a Kiev e chi giura il contrario, sempre in nome dello stesso articolo. Bella scoperta, la Costituzione elastica: si tira da una parte o dall'altra a seconda di chi tiene il capo della corda quel giorno.

Sulla giustizia, invece, il miracolo. Lì, sorprendentemente, tutti gli emisferi del Parlamento si allineano come pianeti in un'eclissi rara: destra, sinistra, centro, e pure quel pulviscolo di gruppi misti che nessuno sa più a chi rispondano. Presunzione d'innocenza, dignità della pena, garantismo a corrente alternata — argomenti che, guarda caso, toccano parecchio da vicino chi la legge la fa e chi in Parlamento ci siede comodo. E allora, per magia, spariscono le divisioni ideologiche, sparisce pure l'Alleanza contro l'altra Alleanza: tutti fratelli, tutti garantisti, tutti d'un tratto teneri come chiocce sull'uovo. Basta che l'uovo sia il proprio, si intende. Perché sul destino altrui, si sa, la severità torna comoda; ma quando il fascicolo si avvicina a casa propria, ecco che la Costituzione — quella stessa, identica, mai cambiata di una virgola — si trasforma in un abbraccio caldo, quasi materno. Un vero mistero della fede repubblicana: la Carta è severa per gli avversari e clemente per gli amici, e nessuno, dico nessuno, ci trova nulla di strano.

Morale: il nome cambia, la sostanza resta quella di prima. Che è, appunto, il nulla — solo scritto in maiuscolo e con la Carta costituzionale come carta intestata.

IL PAPA, L'ULTIMO STATISTA



 Dall'intelligenza artificiale alle migrazioni, dalla pace al rapporto con Trump, Leone XIV riporta al centro della politica le grandi questioni del nostro tempo. Mentre i governi inseguono il consenso, il Papa prova ancora a inseguire il futuro.


C'è un paradosso nel nostro tempo. Mentre governi e partiti consumano le loro energie tra sondaggi e ricerca del consenso, è un Papa a dettare l'agenda delle grandi questioni del XXI secolo. Leone XIV lo ha fatto con l'enciclica sull'intelligenza artificiale, primo grande documento dedicato alla rivoluzione destinata a cambiare economia, lavoro e cultura. Lo ha fatto invocando una pace «disarmata e disarmante» in un mondo che continua a misurare la propria forza con gli arsenali. Lo ha fatto scegliendo Lampedusa invece di Washington, ricordando agli Stati Uniti che la loro grandezza è stata costruita dagli immigrati. Sempre con la stessa cifra: la forza pacata delle idee.

Il confronto con Donald Trump è il confronto fra due idee di civiltà. Da una parte il linguaggio dei muri, della forza e della contrapposizione; dall'altra quello della dignità della persona, del dialogo e della responsabilità. Nessuna invettiva, nessun insulto. Leone XIV oppone la fermezza di chi non ha bisogno di alzare la voce. Così ricorda che la libertà non vive senza giustizia e che la sicurezza non può essere costruita cancellando l'umanità dell'altro.

Qui emerge anche il limite di una parte del dibattito europeo. Quando Giorgia Meloni richiama l'unità dell'Occidente e la salvaguardia dell'alleanza atlantica, dice una cosa giusta, ma non sufficiente. L'Occidente non è soltanto un'alleanza geopolitica: è il prodotto dell'Illuminismo, delle rivoluzioni liberali e democratiche, dello Stato di diritto, della libertà, del pluralismo e della dignità della persona. Valori che la cultura della destra reazionaria ha spesso considerato estranei, quando non apertamente avversati. Separare l'Occidente da questo patrimonio significa svuotarlo del suo significato. Resta il nome, ma scompare l'anima. Leone XIV, invece, quei valori li restituisce alla politica, ricordando che senza di essi l'Occidente non è una civiltà, ma soltanto un'espressione geografica.♓


POLPETTE DI MELENZANE E TONNO



 Quando la Melanzana Incontrò il Tonno (e nacque uno scandalo delizioso).

Ed eccomi ancora qua: Robertino, chef per passione ed estetica - chi fa quadri, chi scrive poesie, io cerco di disegnare in cucina i colori della natura e portare a tavola piatti che mia madre, ah! saggia Tilde, mi dice essere degni dei quadri di Venezia. Oggi vi annoio prima del piatto, parlandovi prima dei protagonisti del piatto. Una storia che comincia col litigio più antico del Mediterraneo: la terra contro il mare, la melanzana contro il tonno.

La melanzana, cari miei, ha avuto una vita difficile prima di diventare regina di tavola. Sbarcò in Sicilia al seguito degli Arabi, forestiera con la buccia scura e il nome sospetto: "mela insana" la chiamarono i dotti del Medioevo, giurando che chi l'avesse mangiata cruda sarebbe impazzito di lì a poco. Fesserie belle e buone, si intende — ma tanto bastò perché contadini e monache la friggessero, la salassero, la mettessero sotto sale per ore, quasi a esorcizzarla prima di portarla in tavola. E fu proprio da quella diffidenza che nacque la sua fortuna: friggendola, i siciliani scoprirono che la follia, se croccante, è un piacere e non una condanna. Da lì la melanzana non si fermò più: divenne parmigiana, caponata, involtino, e oggi eccola qui, capace di travestirsi da polpetta pur di conquistarvi.

Il tonno invece è cosa seria, quasi sacra. Vi immaginate i tonnaroti di Favignana, che cantavano la cialoma per darsi il ritmo mentre tiravano su le reti, il mare che diventava rosso di fatica e di sangue? Da quella scena da tragedia greca è nato l'ingrediente che oggi vive tranquillo in una scatoletta di latta, democratico e disponibile a tutti, dal palazzo alla mansarda.

Ora, che questi due si trovassero un giorno nella stessa ciotola è cosa che io immagino sia successa per caso, come tutte le cose buone. Una nonna di qualche paesino ionico, con una melanzana sola in dispensa e mezza scatoletta di tonno avanzata dal giorno prima, decise di non sprecare nulla. Ci mise un cucchiaio di senape per darsi audacia e una scorza di limone per farsi perdonare l'azzardo. Nacque così, tra un peccato di gola e un atto di risparmio, la polpetta più sicula che si possa immaginare - prima segreto di famiglia, poi orgoglio di paese, oggi pretesto per farvi questa chiacchierata.

Mani in Pasta

Taglio la melanzana a dadini e la friggo in olio ben caldo, fino a quella doratura che sa di festa. La scolo su carta assorbente, con la pazienza di un sarto che stira un vestito buono. Poi, in una ciotola, faccio incontrare melanzane, tonno, parmigiano, farina, erbe aromatiche, sale, pepe e senape: impasto tutto con le mani, come si fa la pace in famiglia — con decisione, ma senza violenza.

Formo le polpettine aiutandomi con due cucchiai, un gesto che a me pare quasi un balletto, e le tuffo nell'olio bollente fino a doratura perfetta. Da ultimo, una grattugiata di scorza di limone, che è il bacio della buonanotte a un piatto già innamorato di sé stesso.

Calde, croccanti, un po' matte - proprio come piace a me.




sabato 4 luglio 2026

HYERACE RESTA AL TIMONE DEL PD, MA NON PUNTA DA NESSUNA PARTE

 l Pd messinese si riunisce quattro ore per confermare il segretario. Sulle domande poste da mesi da Messina Today, però, la Direzione resta in silenzio. 






Quattro ore di Direzione provinciale, quindici pagine di relazione, un segretario che non si dimette e non doveva dimettersi: fin qui nulla di scandaloso, anzi. Un partito che discute è un partito vivo, e Armando Hyerace ha ragione quando dice che raramente altrove si assiste a un confronto così franco. Il problema non è la franchezza: è su cosa la si eserciti. E leggendo il resoconto della serata all'hotel Royal, la sensazione è che il Pd messinese abbia usato quattro ore per fotografare sé stesso, non la città. Sono rimasti fuori del dibattito  il paradosso siciliano della crescita senza sviluppo certificato da Svimez, i ritardi cronici del Pnrr nella provincia, il porto e la sua logistica, l'università  e la sua storia fatta anche di crimini, ladrocinii  e baronati. 

Hyerace  lo sa, e lo scrive quasi in filigrana quando ammette che alcune scelte avrebbero potuto essere migliori, senza però indicarne una sola. È l'understatement elegante di chi preferisce l'autocritica generica alla proposta specifica: costa meno, e non impegna a nulla. Il partito che si definisce primo dell'opposizione in una città guidata da un decennio da Cateno De Luca e dai suoi uomini, ha, in teoria, l'obbligo morale di dire come cambierebbe le cose. In pratica, Hyerace, ha impiegato la sua lunghissima serata a discutere di equilibri interni. Resta, sullo sfondo, una domanda che nessuno ha posto ad alta voce: si può rilanciare un partito parlando solo di chi comanda, mai di cosa si farebbe da comandanti? Come avrebbe forse chiosato G.B.Shaw, la politica è l'arte di procrastinare le decisioni finché non sono più necessarie: al Pd messinese, va riconosciuto, l'arte riesce magnificamente. ♓

MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...