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giovedì 19 febbraio 2026

AGAINST THE WIND (1980)

 


Confesso che Bob Seger ha il dono di riaccendere le mie notti in radio libera, quando parlavo a microfoni incandescenti e a un pubblico invisibile ma palpabile come il fumo delle sigarette vietate. Bastavano poche note perché lo studio diventasse una piccola nave in mare aperto, con me al timone e una folla insonne dall’altra parte dell’etere. Tra i brani più trasmessi c’era Against the Wind, dall’album Against the Wind (1980): una ballata che scivolava nella notte con passo lieve e voce struggente. Ogni volta che partiva, abbassavo le luci come per un rito laico. Era una canzone che invitava a rallentare, a voltarsi indietro senza troppa severità, a riconoscere che correre controvento è faticoso, sì, ma anche terribilmente umano. E in quelle note c’era tutto: giovinezza, ostinazione, sogni che non chiedono permesso.


Bob Seger, nato nel 1945 a Detroit, è stato uno dei grandi narratori del rock americano: voce ruvida, anima operaia, cronista di strade polverose e amori imperfetti. Con la Silver Bullet Band ha incarnato l’America che lavora e sogna, lontana dai lustrini ma vicina alla verità emotiva. Against The Wind (Remastered 2011) ripropone uno dei suoi vertici: il testo è un bilancio in musica, lo sguardo di chi rievoca la giovinezza irrequieta e riconosce che il tempo, più del destino, è il vero avversario. Il “vento” è la vita che oppone resistenza, ma anche la forza che tempra. Non c’è resa, solo consapevolezza: correre controvento significa accettare la sfida del crescere, perdere qualcosa e guadagnare memoria.


Traduzione di “Against the Wind”

                 Contro il vento
 

Sembra ieri
Ma è stato tanto tempo fa
Janey era adorabile, era la regina delle mie notti
Lì nel buio con la radio che suonava a basso volume, e…
E i segreti che abbiamo condiviso
Le montagne che abbiamo spostato
Coinvolti come un incendio fuori controllo
Finché non ci fu più niente da bruciare e niente da dimostrare
E ricordo cosa mi disse
Come aveva giurato che non sarebbe mai finita
Ricordo come mi stringeva, oh così forte
Vorrei non sapere adesso quello che non sapevo allora

Contro il vento
Stavamo correndo contro il vento
Eravamo giovani e forti, stavamo correndo controvento

Gli anni passarono lentamente
E mi sono ritrovato solo
Circondato da estranei che pensavo fossero miei amici
Mi sono ritrovato sempre più lontano da casa mia, e io…
Immagino di aver perso la via maestra
Oh, c’erano così tante strade
Vivevo per correre e correvo per vivere
Non mi sono mai preoccupato di pagare o di quanto dovevo
Mi spostavo di otto miglia al minuto per mesi alla volta
Infrangevo tutte le regole che potevo piegare
Ho iniziato a trovare me stesso mentre cercavo
Ero alla ricerca di un rifugio ancora e ancora

Contro il vento
Qualcosa contro il vento
Mi sono ritrovato a cercare riparo dal vento

Bene, quei giorni da vagabondo sono ormai passati
Ho molto altro a cui pensare
Scadenze e impegni
Cosa tenere dentro, cosa lasciare fuori

Contro il vento
Sto ancora correndo contro il vento
Sono più vecchio adesso ma corro ancora controvento
Beh, ora sono più vecchio e sto ancora correndo
Contro il vento
Contro il vento
Contro il vento
Sto ancora correndo (contro il vento)
Sto ancora correndo contro il vento
(Contro il vento) Sto ancora correndo
(Contro il vento)
Sto ancora correndo contro il vento
(Contro il vento) sto ancora correndo
(Contro il vento) correndo contro il vento, correndo contro il vento
(Contro il vento) Guarda il giovane correre
(Contro il vento) Guarda il giovane correre
(Contro il vento) guarda il giovane che corre
(Contro il vento) correrà contro il vento
(Contro il vento) lascia cavalcare i cowboy
(Contro il vento)
(Contro il vento) lascia cavalcare i cowboy
(Contro il vento) cavalcheranno contro il vento
(Contro il vento) contro il vento

mercoledì 18 febbraio 2026

MAGISTRATURA POLITICIZZATA O POLITICA MAGISTRATURIZZATA

 


Traduzione: la giustizia che non obbedisce ai politici o il potere politico esecutivo che indossa la toga. Un opera da tre soldi che non ha niente della satira di Brecht.

C’è un’espressione che torna utile nei momenti di necessità retorica: “magistratura politicizzata”. Traduzione: magistratura che non coincide con il volere del governo. Quando il vento si fa contrario – poniamo, sulle ambiguità internazionali tra Washington e Bruxelles – la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ricorre al consueto espediente: un video, un nemico, un diversivo. 
È un classico della comunicazione politica, manuale alla mano.
Questa volta il bersaglio è il giudice che riconosce un risarcimento a un cittadino algerino trattenuto ingiustamente in un centro per il rimpatrio. 
Ma l’uomo è un pregiudicato, si obietta. Come se la fedina penale cancellasse la Costituzione.
 Lo Stato di diritto – espressione un po’ polverosa ma ancora vigente – funziona così: anche il colpevole conserva diritti. Altrimenti non è giustizia, è vendetta con timbro ufficiale.

Si è poi appreso che il capo dell’esecutivo avrebbe suggerito quale reato contestare ad alcuni manifestanti violenti. Una premura insolita. I reati, di norma, li qualificano i magistrati sulla base di fatti, referti, immagini. Non sull’umore di Palazzo Chigi.
Ancora: a Milano, quartiere Rogoredo, un pusher marocchino muore durante un’operazione di polizia. La legge prevede che si indaghi. Non per sfiducia nelle divise, ma per rispetto delle regole. L’arresto è una misura prevista; l’eliminazione fisica no. È un dettaglio che distingue uno Stato moderno da una giungla.
Naturalmente queste nozioni elementari sono note anche a chi governa.

 Semplicemente non sempre risultano utili. Più redditizio è evocare toghe ostili, anarchici, centri sociali, immigrati: un catalogo rassicurante di avversari. 
La politica ridotta a teatro morale, dove il potere coincide con la narrazione.
Nel 2021, scegliendo l’opposizione al governo di Mario Draghi, Meloni citò – con disinvoltura – una frase attribuita a Bertolt Brecht: sedersi dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati. In realtà fu una scelta comoda: lasciare ad altri l’onere delle decisioni impopolari per raccoglierne il malcontento.

 Oggi “stare dalla parte del torto” significherebbe difendere i diritti degli antipatici: clandestini, detenuti, imputati. 
È la prova del garantismo, parola spesso pronunciata e raramente praticata. 
E sarebbe, soprattutto, compito di chi governa.

REFERENDUM: SPIEGAZIONI E ISTRUZIONI

 


La riforma costituzionale oggetto del referendum di marzo 2026 rappresenta uno dei cambiamenti più profondi dell'assetto giudiziario repubblicano. 

Essa interviene principalmente sulla Sezione I e II del Titolo IV della Parte Seconda della Costituzione. 


Votare  significa voler cambiare l'attuale sistema verso una netta separazione tra chi accusa e chi giudica. 

Votare NO significa mantenere l'unità della magistratura e l'attuale sistema di governo autonomo.


La legge modificherà il Governo della Magistratura. Ci saranno due CSM. 

Oggi esiste un solo Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) che decide per tutti.

• Se vince il SÌ: 

Il CSM si sdoppia. Avremo un Consiglio per i Giudici (chi emette le sentenze) e uno per i Pubblici Ministeri (chi conduce le indagini). L'obiettivo è evitare che chi giudica e chi accusa appartengano allo stesso "club" amministrativo.


• Se vince il NO: 

Rimane un unico CSM. 

L'idea è che giudici e PM debbano condividere la stessa cultura della giurisdizione per garantire un equilibrio complessivo.


Addio alle "Correnti"?? 

ELEZIONI DI DUE  CSM CON IL SORTEGGIO 

Il metodo con cui i magistrati eleggono i propri rappresentanti al CSM è finito spesso al centro di polemiche per il peso dei gruppi associativi (le correnti).

• Se vince il SÌ: I membri magistrati del CSM non saranno più eletti, ma estratti a sorte

Si vuole così eliminare il peso della politica interna alla magistratura.


• Se vince il NO: Si continua con il sistema elettivo, ritenuto da molti più democratico e capace di valorizzare il merito e le idee dei candidati rispetto alla "lotteria" del sorteggio.


La Separazione delle Carriere

È il cuore della riforma (Art. 106).


• Se vince il SÌ: Chi sceglie di fare il PM non potrà più diventare Giudice (e viceversa). 

Le carriere corrono su binari paralleli che non si incontrano mai. 

L'obiettivo è la terzietà del giudice: il cittadino deve percepire il giudice come equidistante tra accusa e difesa.


• Se vince il NO: Resta possibile cambiare funzione durante la carriera (anche se oggi è già molto limitato). 

Il timore è che un PM separato dal giudice diventi un "super-poliziotto" meno attento alle garanzie dei diritti degli indagati . 


Chi giudica i magistrati? L'Alta Corte

Oggi, se un magistrato commette un errore disciplinare, viene giudicato dallo stesso CSM.

• Se vince il SÌ

Nasce l'Alta Corte, un tribunale esterno e indipendente che si occuperà solo dei procedimenti disciplinari. 

Serve a garantire che i magistrati non siano giudicati dai propri "colleghi di scrivania".


• Se vince il NO

La funzione disciplinare resta in capo al CSM, ritenuto l'unico organo in grado di valutare correttamente il comportamento professionale di un magistrato senza interferenze esterne.


Il  punta sulla figura di un giudice che sia percepito come assolutamente imparziale e su un sistema che spezzi i legami di potere interno. 


Il NO vuole la compattezza della magistratura come baluardo di indipendenza e intende difendere la tutela del PM come figura vicina alla sensibilità del giudice piuttosto che a quella della polizia.


In sintesi: la tabella del cambiamento


Aspetto

Stato Attuale

Post-Riforma

CSM

Organo Unico

Due Consigli (Giudicante e Inquirente)

Selezione Togati

Elezione

Sorteggio

Carriera

Unica (con possibilità di passaggio)

Separata sin dal concorso

Giustizia Disciplinare

Sezione interna al CSM

Alta Corte esterna e indipendente

ANIME MORTE E IL COMPRATORE DI ANIME MORTE: SATIRA ANTE LITTERAM DI UN'EUROPA UGUALE DA EST A OVEST

 


a cura di E. L. M. Irali

Dalla Russia zarista al Sud borbonico,

un traffico di “anime” smaschera il potere.
Ieri, oggi e , temiamo , anche domani.

Ci sono idee che non invecchiano. Una è quella di fare affari con i morti. In "Le anime morte" Gogol’ mette in scena un truffatore che compra servi defunti ancora registrati nei censimenti: un capolavoro di assurdità amministrativa che diventa ritratto spietato della Russia zarista. 
Tra proprietari grotteschi e funzionari ciechi, la satira si fa metafisica: il vero fantasma è la coscienza civile.

Un secolo dopo, D’Arrigo riapre il banco e cambia scenario. Ne "Il Compratore di anime morte" le “anime” si vendono nel Sud preunitario, tra principi in rovina e leggi scritte con l’inchiostro dell’ambiguità. L’aria è teatrale, storica, impastata di lingua e ironia; ma il meccanismo resta lo stesso: basta una norma confusa perché i morti rendano quanto i vivi.

Non è copia, è staffetta. Gogol’ inventa l’ingranaggio, D’Arrigo lo riaccorda su un’altra scena.
 E il risultato è sorprendentemente attuale: burocrazie miopi, opportunismi instancabili, sistemi che inciampano nelle proprie carte.
 Leggerli insieme significa scoprire che l’Europa, da est a ovest, sa cambiare bandiere ma non sempre vizi. Ieri, oggi e , con un sorriso amaro, domani.

BLUES AD ALTO VOLTAGGIO: HARMAN & TAYLOR, CORDE, FIATO E TEMPESTA


 di MICHELE LOTTA 


Tra un’armonica incandescente e una chitarra che piange come se avesse perso il bus, incontriamo James Harman, il texano dell’anima del blues che trasformava ogni nota in un sorso di whiskey. Nato con l’armonica in mano e un destino deciso a tirare il blues fuori dalla Mississippi Delta fino ai litorali californiani, Harman ha collezionato album come "Those Dangerous Gentlemen e Black & White", facendo sembrare ogni traccia un duello tra cuore e corda vocale. La sua James Harman Band era come una tavolata di amici al bar: tutti suonavano forte, ma nessuno parlava troppo — le armoniche parlavano per loro. In  foto lo affianca il grande Mick Taylor in una storica jam session, il british boy che scoprì presto che non bastava suonare la chitarra se non potevi farla piangere, ridere e sospirare nello stesso secondo. Dopo una carriera nei Rolling Stones dove ha impreziosito classici memorabili, Taylor ha deciso che l’etichetta “rockstar” gli stava stretta e ha abbracciato un blues più riflessivo: nel suo album solista il suono è come un whisky servito in vecchi bicchieri di cristallo, ogni assolo un elegante slancio verso l’infinito.

 Nel 1991, in una di quelle date che suonano come una battuta di spirito, il chitarrista inglese e l’armonicista americano si ritrovarono sullo stesso palco, incastrando vinili e armoniche — un incontro casuale ma degno di una commedia musicale: lui con le corde, lui con l’armonica, e il pubblico sospeso tra lacrime e risate. In fondo, i loro rispettivi dischi migliori sono come due capitoli diversi della stessa storia: uno parla d’amore, l’altro di perdite, entrambi con una tazza di ironia e un cuore che batte al ritmo del blues



MESSINA, LE PARTECIPATE COME COSTELLAZIONE DEL POTERE

 



a cura di Roberto Barbera*

Dimettersi per servire è sempre un atto nobile. Purché si chiarisca chi si serve e quale disegno si custodisce con tanta premura.

C’è, a Messina, una pedagogia silenziosa del potere che si dispiega nelle pieghe dell’amministrazione quotidiana. Gli amministratori delle partecipate che lasciano l’incarico per candidarsi al Consiglio comunale non compiono soltanto un atto dovuto: trasformano l’esperienza gestionale in capitale politico, la prossimità ai servizi in consenso organizzato. È un’arte paziente, che matura nei corridoi dove il bisogno incontra la decisione. E quando giunge l’ora delle liste, quel patrimonio relazionale viene tesaurizzato e speso per rinsaldare la compagine che governa la città, secondo una logica di continuità più che di avventura.

Al centro di questa architettura sta il sindaco, l’avvocato Federico Basile, figura di amministratore metodico, cresciuto dentro una scuola politica esigente e temprato da un’esperienza ormai consolidata. La sua cifra non è il gesto teatrale ma la tenuta: una fedeltà priva di incrinature al proprio mentore, l’onorevole Cateno De Luca, che ne ha accompagnato l’ascesa e continua a orientarne l’orizzonte. In questa dialettica di luce riflessa e luce restituita, Basile incarna la stabilità operosa, il garante di un metodo che intreccia disciplina amministrativa e coesione politica.

Così il Comune appare come una holding sobria e accentrata, con le partecipate a orbitare come satelliti funzionali, ciascuno portatore di consenso diffuso. La strategia è lineare: consolidare Messina per proiettare altrove la propria forza gravitazionale. Ogni candidatura che germoglia da quell’universo gestionale è un tassello di una scacchiera più ampia, dove la fedeltà diventa infrastruttura e la continuità si fa progetto. Non è l’improvvisazione a dettare il passo, ma una lenta, tenace costruzione di potere: due carriere che scorrono parallele e convergenti, quella di De Luca verso la presidenza della Regione Siciliana, antico sogno custodito con ostinazione, e quella del suo sindaco-messaggero proiettata verso il Parlamento nazionale. Scommettiamo che alle prossime elezioni Basile si presenterà con la fascia tricolore ancora sul petto, pronto a consegnarla, subito dopo, al successore designato? Il nome, per ora, resta sospeso nell’aria dello Stretto. Lo sapremo solo vivendo.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico._


MELONI E L'ARTE DEL NÌ

 


Tra Washington e Berlino la premier affina l’equilibrismo costituzionale, pontiera senza fiume, osservatrice di tutto e decisora di niente

Nell’ora delle scelte irrevocabili Giorgia Meloni afferra il manuale del perfetto equilibrista e si colloca nel punto esatto in cui nessuno può accusarla d’essere caduta: il centro del nulla.
 Andare da Donald Trump per il Board of Peace? Sì, ma solo come osservatrice, ché la Costituzione veglia. Non andare? Forse. Mandare un emissario? Nì, sublime avverbio della contemporaneità.
Dire sì significa urtare l’Europa che, dopo i rimbrotti anti-MAGA di Friedrich Merz a Monaco, riscopre improvvisi ardori nucleari in asse con Parigi e Londra. Dire no, però, equivarrebbe a scontentare Washington, che non ama i tiepidi se non quando sono docili. Così la premier pratica la scienza del “forse” elevato a sistema di governo.

A turno, il vicepremier Antonio Tajani appare e scompare come particella quantistica. Andrà lui? Forse. Si accomoderà tra autocrati assortiti? Forse no. In Farnesina i biglietti restano in uno stato di sospensione metafisica. 
Lo scudo è la risoluzione 2803 dell’Onu; l’imbarazzo, i no cortesi dei grandi europei (perfino il Vaticano si astiene). Tajani elenca presenze consolatorie – Cipro, Romania, Slovacchia – come fossero prove ontologiche dell’esistenza dell’Europa. “Non siamo ai margini”, proclama, mentre disegna con il compasso il centro del bordo.

Nelle chat di governo si attende un WhatsApp da Berlino: se Merz non va, non si va; ma se non manda nessuno, mandar qualcuno diventa eccesso di zelo. Intanto il ministro Guido Crosetto rassicura: l’ombrello migliore resta quello americano, non si cambia copertura in caso di pioggia atlantica. 
E la premier? Pontiera senza fiume, custode di un’etichetta che non ha ancora prodotto conseguenze, difende il ponte immaginario tra le due sponde. Non con Trump contro l’Europa, né con l’Europa contro Trump: con entrambi, ma solo un poco. 
Così, nella terra di nessuno che ella stessa ha cartografato, il capolavoro politico diventa un esercizio di calligrafia: impeccabile, elegante, indeciso.

martedì 17 febbraio 2026

FRA BRUXELLES E WASHINGTON LA BUSSOLA DI MELONI IMPAZZISCE

 


Da qualche giorno non sappiamo se l’Italia sia un avamposto nordafricano con vista Mediterraneo, una dependance svagata dell’Unione o una dépendance in franchising degli Stati Uniti. 

La faccenda sarebbe comica se non fosse patriottica, nel senso domestico del termine: si sta a prua finché conviene, poi si scopre che anche la poppa offre panorami struggenti. Così la premier oscilla fra Friedrich Merz e Donald Trump come un metronomo in cerca di spartito. 

A Monaco si discuteva di deterrenza atomica e di riarmi dal retrogusto novecentesco, e lei era ad Addis Abeba, scelta che ricorda quei personaggi di romanzo che mancano sempre la scena madre per poter dire, con candore, d’essere stati altrove. 

L’arte dell’assenza è una forma superiore di presenza, purché nessuno chieda: presente a che cosa?


Del resto, la cifra del governo è militare: ordine in caserma, saluto ai mercati, deferenza ai graduati di Bruxelles, carezze allo spread che da mostro usuraio diventa compagno di bevute. 
Il sergente mette in riga i sottoposti e poi attende il generale, perché l’eroismo consiste nello scegliere il vincitore quando ha già vinto. I nemici di ieri sono gli amici di domani: basta cambiare mostrina.
 Così l’Europa è matrigna finché non è matrice, Washington è padrone finché non è partner, e l’Ucraina si sostiene con prudenza contabile: soldi sì, soldati no, coscienza sì, conseguenze no. 
È il patriottismo all’italiana, elastico e reversibile, che promette fedeltà alla bandiera purché la bandiera indichi dove tira il vento.

 E quando il vento cambierà, cambierà anche la fedeltà, con impeccabile disciplina da sergente in cerca di comandante.

MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...