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martedì 3 febbraio 2026

CAPONATA DI CAPONE AL CAVOLFIORE, OVVERO UNA STORIA AGRODOLCE




Roberto Antonuccio torna a raccontarsi attraverso un pesce simbolo, la lampuga — qui chiamata Capone. Cuoco e pescatore per vocazione, ha ereditato dal padre, uomo di mare e di cucina, un legame profondo con il mare e le sue storie. Il Capone non vive mai solo: si muove in branco, per fedeltà o per destino. Quando uno abbocca non viene issato a bordo, resta appeso, portato a passeggio come un cane fiducioso. Gli altri non lo abbandonano, gli restano accanto, ed è in questo amore ostinato che il pescatore trova fortuna. Così il mare insegna la sua legge più amara: nulla è più nobile dell’appartenenza, e nulla più pericoloso. Perché, direbbe Achab, non è l’amo a tradire il pesce, ma il cuore che non sa lasciarlo andare.

RICETTA

Questa non è una caponata che fa rumore: entra in cucina in punta di piedi, saluta la melanzana e le chiede di accomodarsi altrove. Al suo posto arriva il cavolfiore, bianco e disciplinato, deciso però a farsi dorare come si conviene. Il Capone — la lampuga, per chi ama i nomi propri — osserva la scena con l’aria del protagonista consapevole, pronto a entrare solo quando serve, senza isterismi.

1. Si comincia con il cavolfiore: un breve bagno caldo, giusto il tempo di fargli perdere la timidezza, poi via in padella a prendere colore e carattere. La cipolla appassisce con calma, il sedano fa la sua comparsa croccante, capperi e olive chiacchierano tra loro come vecchi amici. Il Capone, da parte sua, non ama le lunghe attese: una rosolata rapida, quanto basta a sigillare i pensieri.

2. L’agrodolce arriva come una riflessione finale: miele e aceto di mele, in equilibrio, senza alzare la voce. Si riunisce tutto, si mescola con gentilezza e poi si aspetta. Perché la caponata, come le buone storie, ha bisogno di riposo per diventare vera.
E a tavola, prima si guarda e si ammira, poi ci si siede e si mangia con soddisfazione. E se, al primo assaggio, vi scappa un sincero «bonooo!», allora io sono contento.



REGIONE SICILIA : BANDO RISTORI ATTIVITÀ PRODUTTIVE

 

https://www.regione.sicilia.it/la-regione-informa/ciclone-harry-pubblicato-bando-ristori-alle-imprese-contributi-fino-20-mila-euro?fbclid=IwdGRjcAPvGwZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAo2NjI4NTY4Mzc5AAEeRGG5ma5JZEIHtGyvCcG_YIatjm95nasxzKuf3f1IOtDv1LZ3z8z-_Gg9HLA_aem_cJ-yt7yvSU9CqWN11hHYIg

lunedì 2 febbraio 2026

LETTERA APERTA AL SINDACO DI FURCI SICULO

 Gentile sig. Sindaco, 

dott. Matteo Francilia,

abbiamo letto il Suo appello “In arrivo nuove mareggiate, necessario intervenire”, pubblicato su "Messina Today". Una preoccupazione reale e legittima, maturata in un territorio che conosce fin troppo bene la fragilità delle proprie coste e il peso, spesso reiterato, delle emergenze non risolte.

Proprio Messina Today, in occasione della recente visita del Ministro — avvenuta a ridosso dei disastri provocati dal ciclone Harry — gli aveva indirizzato una lettera aperta, sollecitando l’utilizzo di risorse già disponibili a fronte di situazioni di rischio ormai conclamato. La risposta del Ministro è stata resa pubblicamente, davanti a Lei e ai Suoi colleghi — anch’essi duramente colpiti dagli eventi calamitosi — e affidata alle telecamere: quei fondi “non si toccano”. 

È su questo passaggio che si impone una riflessione, pacata ma necessaria.
Lei era presente. Lei conosce i numeri. Lei conosce, soprattutto, la differenza tra una dichiarazione politicamente rassicurante e una spiegazione finanziariamente sostenibile. E tuttavia, davanti a un’affermazione che, sotto il profilo del bilancio pubblico, appare quanto meno generica, non si è colta alcuna obiezione, neppure un segnale di dissenso.
Dire, come è stato detto, che in un grande Paese come l’Italia “i soldi si trovano” è una formula comoda, ma fuorviante. E rischia di suonare come un affronto qualora, quei soldi, alla prova dei fatti, non si trovassero affatto. Le risorse pubbliche non compaiono per generazione spontanea: vengono destinate, riallocate, sottratte ad altre priorità. È sempre una scelta. Mai una fatalità. Oggi Lei chiama in causa la Regione, e ha ragione. Ma sa altrettanto bene che il bilancio regionale, per struttura e vincoli, è persino più fragile di quello statale. Anche lì, se si interviene, lo si fa spostando risorse già impegnate altrove.
E allora la questione diventa inevitabile, e non può essere elusa: da dove devono essere presi questi fondi?

Nella lettera aperta si avanzava un’ipotesi chiara: il Ponte. Se quella soluzione non Le appare condivisibile, lo si può comprendere. Ma allora è necessario indicarne un’altra. Spetta a chi esercita responsabilità pubbliche spiegare non solo che cosa serve, ma quale scelta concreta si intende compiere per ottenerlo. Perché, se dovesse davvero verificarsi lo scenario che Lei oggi paventa, resterebbe una domanda finale, semplice e severa insieme: se la sentirebbe di affrontare gli strali dei Suoi concittadini qualora Regione e Ministero non facessero quanto auspicato, magari per salvare la propaganda di qualcuno, sacrificando invece la sicurezza dei cittadini del Suo paese e di un’intera costa ionica già duramente martoriata?

Con rispetto istituzionale,
ma con la franchezza che le circostanze impongono.

Vincenzo Lombardo 

LA CITTA' CHE SI MUOVE

 

OSSERVATORIO SULLA MOBILITÀ

a cura di Roberto Barbera*
Mobilità, lavoro e sviluppo urbano: come i sistemi di trasporto raccontano
il futuro – o l’arretratezza – delle città italiane.


Ogni città evolve insieme ai propri sistemi di mobilità. Quelle che invecchiano male continuano a muoversi come quando erano più piccole; quelle che crescono bene cambiano grammatica prima ancora che vocabolario. 

Nelle città turistiche la mobilità è una promessa: facilità, leggibilità, fiducia. Il visitatore non studia gli orari, li presume. Se sbaglia mezzo, la città ha fallito. Qui il trasporto pubblico diventa racconto urbano. Nelle città che invecchiano, invece, contano prossimità e continuità: un gradino di troppo o una coincidenza incerta sono barriere civili. La mobilità diventa welfare silenzioso.

Nelle medie città, come Messina, domina l’ambiguità: non abbastanza grandi per imporre un sistema, non abbastanza piccole per improvvisare. Servirebbe una grammatica essenziale: pochi assi forti, frequenti, riconoscibili. Nelle metropoli, infine, non si tratta di convincere ma di governare: l’auto privata non si elimina, si ridimensiona.

Poi c’è il lavoro. L’automazione non elimina il personale, elimina l’alibi. Il conducente cambia ruolo: supervisore, assistente, volto umano di un sistema affidabile. Qui si misura la serietà della politica sindacale: difendere il lavoro non è difendere il passato, ma contrattare il futuro. Formazione, sicurezza, nuove competenze.
Una città che non organizza i propri spostamenti disorganizza tutto il resto. Messina non ha bisogno di muoversi di più, ma di muoversi meglio. E di decidere, finalmente, dove vuole andare.

*Transport Planner 
Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico._

domenica 1 febbraio 2026

MANUALE PRATICO DELL'ESTREMISTA A GEOMETRIA VARIABILE


In Italia l’estremismo ha una strana elasticità: cambia significato a seconda di chi lo esercita e di dove lo esercita. A Torino, un corteo di Askatasuna può trasformarsi in guerriglia urbana e, al tempo stesso, essere raccontato come diritto di espressione. A Roma, invece, una conferenza stampa di CasaPound viene bloccata e diventa scandalo nazionale, con i deputati che occupano la sala e cantano Bella Ciao.


Così, le molotov della piazza diventano “conflitto sociale” se accompagnate da buone parole, mentre le parole pronunciate in Parlamento diventano pericolose anche se sedute e ordinate. I feriti e i blindati bruciati si riducono a note di colore, mentre le idee pronunciate in una sala istituzionale diventano subito minacce alla democrazia.
Il paradosso è evidente: la piazza è sacra quando protesta, il Parlamento è profanato quando parla. Chi invoca l’ordine lo dimentica appena conviene; chi difende la libertà di parola la chiude a chiave quando non gli piace. Non è una crisi della democrazia: è la sua rappresentazione teatrale, un rito in cui tutti recitano, ma pochi ascoltano. E in questo, va detto, siamo maestri.

sabato 31 gennaio 2026

SICILIA , L’ISOLA INTERROTTA : TRENT’ANNI DI MENZOGNE E MILIARDI SVANITI NEL NULLA.



 La Sicilia non è povera; la Sicilia è stata derubata. 


Non da invasori stranieri, ma da una cleptocrazia burocratica e politica che, negli ultimi trent'anni, ha trasformato i diritti in favori e le infrastrutture in miraggi. Basandoci sui dati dell'Anagrafe delle Opere Incompiute (SIMOI) e sulle delibere CIPE, emerge un quadro che non è solo desolante: è criminale. 


La mappa dello sfacelo  é representata da 138 opere fantasma 

Non sono casi isolati. 

L'ultimo aggiornamento dell'Anagrafe delle Opere Incompiute (2024) certifica che la Sicilia detiene il triste primato nazionale. Sono 138 le opere incompiute nell'Isola (dato cumulativo che include opere statali e locali), per un valore di oltre 400 milioni di euro di lavori eseguiti ma inutilizzabili e una necessità di altri 1,3 miliardi per completarle.


Si pensi alla Diga di Pietrarossa, ferma agli anni '90 con  rimpalli tra Regione e Soprintendenza per la tutela di siti archeologici emersi dopo l'inizio dei lavori, lasciando l'agricoltura della Piana di Catania a secco. 


Si pensi all'Autostrada Ragusa-Catania, un'opera discussa per 40 anni e sbloccata solo (forse) nel 2023, con costi quadruplicati. 


O al Viadotto Ritiro a Messina, un calvario decennale che ha tenuto in ostaggio una città intera.


 L emblema della vergogna  é lo svincolo autostradale di Alì Terme

Tutto inizia con una firma. È il 1998. Mentre l'Europa si preparava all'euro, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) finanziava con la delibera n. 142 lo svincolo autostradale di Alì Terme. Un’opera strategica per la viabilità ionica. 


Ventotto anni dopo, di quello svincolo non esiste traccia concreta, se non nelle carte bollate. I costi, nel frattempo, sono lievitati: dai 26 milioni di euro originali si è passati a una stima di oltre 35 milioni, bruciando denaro pubblico in aggiornamenti prezzi e studi di fattibilità scaduti. La beffa suprema è arrivata con la minaccia di revoca dei finanziamenti per la mancata formalizzazione delle obbligazioni giuridiche vincolanti entro il termine del 2023. Qui non c’entra la politica delle ideologie, c’entra l’incapacità amministrativa di trasformare un bonifico in un cantiere.


Il buco nero  di Niscemi laddove la sicurezza dei cittadini é stata tradita 

Se Alì Terme è il simbolo dell'immobilismo, Niscemi rappresenta il cinismo. 


Nel comune nisseno, i fondi destinati alla messa in sicurezza del territorio e delle scuole sono entrati in un cono d'ombra inquietante. Parliamo di stanziamenti vitali per il consolidamento idrogeologico (in aree come il quartiere Sante Croci o i costoni franosi) e per l'adeguamento sismico degli edifici scolastici. 


Milioni di euro previsti da vari decreti (inclusi fondi ex protezione civile e Patto per il Sud) risultano "impegnati" sulla carta ma evaporati nella realtà. 


Dove sono finiti? Sono rimasti incagliati nelle maglie della "perenzione amministrativa" (fondi non spesi in tempo che tornano allo Stato) o dissipati in progettazioni preliminari mai divenute esecutive. 


A Niscemi, i soldi per salvare vite umane non sono stati spesi, lasciando cittadini e studenti esposti al rischio, mentre la politica locale e regionale giocava al rimpallo delle responsabilità.


Le responsabilità non sono solo politiche 

È troppo comodo incolpare solo il "politico di turno". Qui c'è una responsabilità sistemica che va stanata con coraggio:


I Dirigenti e i RUP (Responsabili Unici del Procedimento): Esiste una classe dirigente tecnica, lautamente pagata, che non è in grado di redigere bandi a prova di ricorso. Il 40% dei cantieri si ferma per errori tecnici nella progettazione iniziale, non per mancanza di fondi.


La mafia dei subappalti e del calcestruzzo: Le inchieste della DDA confermano che, dagli anni '90 a oggi (come nel caso dei parchi eolici o delle manutenzioni stradali), 

Cosa Nostra ha infiltrato le forniture. 

Quando un'azienda legata ai clan vince al massimo ribasso e poi viene interdetta dalla Prefettura, il cantiere muore. 

I soldi spesi fino a quel momento? Persi.


La Corte dei Conti e la Giustizia Amministrativa: I tempi biblici della giustizia amministrativa . TAR e Consiglio di Stato sono incompatibili con lo sviluppo. 

Un ricorso può bloccare un'opera per 5 anni. Nel frattempo, i prezzi dei materiali salgono e il finanziamento non basta più.


Dove sono finiti i soldi?

La domanda che ogni siciliano si pone. 

I fondi non sono stati "rubati" nel senso che qualcuno è scappato con la valigetta (anche se la corruzione esiste). 

La verità è peggiore: i soldi sono stati bruciati in burocrazia.

Sono stati spesi in:

• Penali pagate alle imprese per i ritardi della Pubblica Amministrazione.

• Studi di fattibilità pagati a consulenti esterni e poi cestinati.

• Opere di custodia per cantieri fermi, per evitare  vandalizzazioni e furti  (costando più dell'opera stessa).

• Inflazione e revisione prezzi: un'opera finanziata nel 2000 costa il triplo oggi. La differenza? 

Ce la rimette il cittadino o l'opera viene definanziata.


Questo scenario non è un destino cinico e baro. È il frutto di scelte umane.

Cosa dire ai politici ? 

Smettetela di inaugurare "pose della prima pietra". Abbiate la decenza di inaugurare solo le opere finite. 

Chi sbaglia un appalto, chi perde un finanziamento per Niscemi o Alì Terme, deve pagare di tasca propria per danno erariale. La "colpa grave" non può essere sempre condonata.

Cosa raccomandare ai Cittadini: L'indignazione da bar o sui social non basta più. 

Questo sfacelo si nutre del vostro silenzio e del voto di scambio. 

Ogni volta che accettate un favore al posto di un diritto, state finanziando la prossima opera incompiuta.

La Sicilia non ha bisogno di nuovi miliardi promessi dal PNRR se non è in grado di spendere quelli del 1998. 


La Sicilia ha bisogno di verità, di controlli feroci e di una classe dirigente attiva e che provi vergogna.


Per la stesura di questo editoriale sono state consultate le seguenti fonti documentali ufficiali:

• SIMOI (Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute): Dati aggiornati al 2023/2024 relativi all'elenco anagrafico delle opere incompiute della Regione Siciliana e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

• CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica): Delibera n. 142 del 1998 (Assegnazione fondi svincolo Alì Terme) e successive rimodulazioni.

• Corte dei Conti - Sezione di Controllo per la Regione Siciliana: Relazioni annuali sulla gestione della finanza regionale ed enti locali (esercizi 2020-2023), con focus sui residui passivi e perenzione dei fondi.

• Agenzia per la Coesione Territoriale: Dati OpenCoesione relativi ai finanziamenti FESR e FSC non spesi o riprogrammati.

• Dossier Ance Sicilia (Associazione Nazionale Costruttori Edili): Report periodici sullo stato dei cantieri e sulle criticità burocratiche nell'Isola.





venerdì 30 gennaio 2026

NISCEMI, LA FRANA NON È PIOVUTA DAL CIELO

 


I finanziamenti non sono mancati.
Sono mancate la capacità di trasformarli in opere e il coraggio di decidere.

Le responsabilità vanno cercate soprattutto nella classe politica locale e nel debole controllo esercitato dai cittadini-elettori.
C’è una cifra che attraversa la storia di Niscemi come un convitato di pietra, discreto ma ineludibile: 13,2 milioni di euro. Arrivano nel maggio del 2008 con un’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri, allora guidata da Silvio Berlusconi, quando ormai era chiaro che la frana del 1997 non era stata un incidente, ma un avvertimento formale, protocollato e studiato. Quelle risorse non erano pensate per lenire l’emergenza, bensì per superarla: opere strutturali, consolidamento dei versanti, regimentazione delle acque, messa in sicurezza definitiva. Nulla di tutto ciò viene realizzato. L’emergenza viene prorogata, gli studi si moltiplicano, i faldoni crescono. I soldi restano immobili, come se il territorio potesse attendere.

Nel 2014 un nuovo evento franoso produce un progetto di regimentazione delle acque: appaltato, poi inghiottito da un contenzioso che lo blocca prima di cominciare. Parte delle risorse viene impiegata per completare demolizioni del 1997. Tra il 2014 e il 2020, tramite il portale “Rendis”, lo Stato finanzia tutte le opere richieste dai Comuni siciliani. Da Niscemi non arriva alcuna istanza. Anche il non decidere è una decisione. Nel 2019 arrivano 1,2 milioni per interventi parziali, nel 2022 circa 13 milioni per nuova progettazione, nel dicembre 2025 altri 4 milioni per demolizioni. Ogni finanziamento è un capitolo aperto e mai concluso, ogni rinvio una porzione di collina che avanza. Così la frana di oggi non sorprende: conferma. A Niscemi non è mancato il denaro né l’attenzione episodica dello Stato. È mancata la volontà di trasformare le risorse in opere e i finanziamenti in scelte irreversibili. Le responsabilità vanno cercate soprattutto nella classe politica locale e nel debole controllo esercitato dai cittadini-elettori.

BRUCE SPRINGSTEEN

 


Bruce Springsteen è il cantore laico dell’America profonda, osservata dal basso e raccontata con una lingua limpida, empatica, mai consolatoria. Nei suoi testi la canzone popolare diventa strumento critico: lavoro, disuguaglianze, sogni infranti, dignità ostinata. La sua scrittura, narrativa e cinematografica, ha uno spessore sociologico e politico nel senso più alto del termine: non ideologia, ma responsabilità dello sguardo. Da qui la condanna netta dell’America che alza muri, delle politiche migratorie di Donald Trump e della brutalità dell’ICE, che tradiscono il mito fondativo della nuova frontiera. Springsteen ascolta i margini e restituisce voce a chi non ne ha, trasformando le vite ordinarie in epopea civile. Anche nell’ultimo racconto urbano, Streets of Minneapolis, il Boss interroga un Paese ferito: città tese, coscienze inquiete, una speranza che resiste come atto morale.


STREETS OF MINNEAPOLIS


Tra il ghiaccio e il freddo dell'inverno
Lungo Nicollet Avenue
Una città in fiamme combatteva fuoco e gelo
Sotto gli stivali di un occupante
L'armata privata di Re Trump proveniente dal DHS (Sicurezza Interna)
Pistole allacciate ai loro cappotti
Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge
O almeno così dicono loro

Contro il fumo e i proiettili di gomma
Alle prime luci dell'alba
I cittadini si sono schierati per la giustizia
Le loro voci risuonavano nella notte
E c'erano impronte insanguinate
Dove avrebbe dovuto esserci la misericordia
E due morti, lasciati a morire su strade innevate
Alex Pretti e Renee Good

Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare attraverso la nebbia di sangue
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero tra noi
Qui a casa nostra, hanno ucciso e vagato
Nell'inverno del '26
Ricorderemo i nomi di chi è morto
Sulle strade di Minneapolis

I sicari federali di Trump lo hanno colpito
Al volto e al petto
Poi abbiamo sentito gli spari
E Alex Pretti giaceva morto nella neve
Hanno sostenuto la legittima difesa, signore
Basta non credere ai propri occhi
Sono il nostro sangue e le nostre ossa
E questi fischietti e telefoni
Contro le sporche bugie di Miller e Noem

Ora dicono di essere qui per sostenere la legge
Ma calpestano i nostri diritti
Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio
Puoi essere interrogato o espulso a vista
Nei nostri cori "Fuori l'ICE ora"
Il cuore e l'anima della nostra città resistono
Tra vetri rotti e lacrime di sangue
Sulle strade di Minneapolis

Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)

ZOLFO, PROMESSE E MACERIE

  di AG RIZZO  Opere fantasma, fondi evaporati e sanità tagliata: cronaca di un futuro sottratto alla Costa Ionica. C’è un esercizio di maso...