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venerdì 31 luglio 2026

CEUTA, LA FRONTIERA CHE SMENTISCE LE ILLUSIONI

 


Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco, è il simbolo delle migrazioni usate come leva politica.


Ci siamo raccontati per anni che i confini fossero un residuo del Novecento. Che la gglobalizzazione li avrebbe reso irrilevanti e che il diritto internazionale avrebbe sostituito la forza. Ceuta ci ricorda, con brutale chiarezza, che la storia segue altre regole. Una città di ottantamila abitanti può diventare il centro del mondo quando migliaia di persone attraversano insieme un confine. In quel momento la frontiera smette di essere una linea sulle carte e diventa uno strumento di pressione politica. I migranti non sono l'arma: sono le munizioni di una strategia decisa altrove. Confondere chi fugge con chi usa quei flussi significa non comprendere la natura del problema.

Il Marocco lo sa. La Turchia lo sa. La Bielorussia lo ha già dimostrato. La pressione migratoria è diventata uno strumento di negoziazione geopolitica, efficace quanto un embargo e infinitamente meno costoso. Non servono carri armati quando basta allentare i controlli su una frontiera. L'Europa continua invece a discutere come se fosse un seminario universitario. Una parte riduce tutto a un problema umanitario, l'altra a una questione di ordine pubblico. Entrambe fotografano un frammento della realtà e lo scambiano per l'intero paesaggio.

Ceuta racconta altro. Racconta che la sovranità è tornata di moda. Che gli Stati esistono ancora. Che i confini non sono un pregiudizio ideologico ma infrastrutture del potere. E racconta anche un'altra verità, forse la più scomoda: quando un Paese esterno può mettere in difficoltà l'Unione Europea semplicemente decidendo chi lasciar passare, il problema non è il confine di Ceuta. È il confine politico dell'Europa. Ennio Flaiano diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Gli europei, invece, sembrano avere un vizio diverso: corrono sempre in soccorso delle proprie illusioni. Anche quando la realtà le ha già travolte. Ceuta non è la periferia dell'Europa. È il suo specchio. E nello specchio, questa volta, il continente fatica a riconoscersi. ♓

EUROPA, SOLA COME UN CAMPARI SENZA GHIACCIO



 Fava

Mosca minaccia da est, Washington scarica da ovest, e noi rispondiamo con lo sguardo triste dell'ultimo rimasto al bar. Forse la solitudine è l'unica cosa che ci resta ancora da salvare.


L'Europa è sola. Lo ripetiamo da anni, seduti, bicchiere in mano, con la smorfia da film francese. La Russia ci guarda male da est. L'America, dopo averci usati per settant'anni come cortile di casa, ora ci tratta come un vicino scomodo, di quelli a cui si chiude il cancello senza un cenno di saluto. E noi, in mezzo, con la nostra bella storia alle spalle e poca voglia di scriverne un'altra. Fa niente se un tempo eravamo il centro del mondo: bastava esistere, e gli altri venivano a chiederci permesso. Ora tocca dimostrare di valere ancora qualcosa. Fastidioso,  ammettiamolo. Ma anche piuttosto salutare: chi non è mai stato costretto a cavarsela da solo, di solito, non sa di che pasta è fatto. Per secoli abbiamo vissuto di rendita, protetta da un'egemonia che nessuno ci contestava. Ora la rendita è finita, come certi conti in banca che sembravano infiniti finché non è arrivato l'estratto conto. E la domanda non è più "chi ci difenderà", ma "cosa abbiamo ancora da difendere".

In Europa ci sono ancora tanti paesi "bimbi minkia". Giocano alle belle statuine mentre il mondo cambia intorno a loro, convinti che l'immobilità sia una strategia. Altri si siedono su una sedia e fanno finta di stare in groppa a un cavallo, cavalcando visioni infantili di potenze che non sono più. E ce ne sono altri, più o meno apertamente, che sono avamposti chi di Trump, chi di Putin, e chi si propone come terzo forno per la Cina. Risultato è l'Europa dei no: no alle armi comuni, no a una difesa vera, ognuno con il suo sistemino, la sua fabbrichetta, il suo generale da parata. Come se ventisette ombrelli rotti valessero più di uno buono per tutti. E infatti il motto, da queste parti, non è più "uno per tutti": è "tutti per noi". I soldi, dicono, non si spendano in armi ma per abbassare il prezzo dei carburanti. Come se quel prezzo non fosse salito proprio perché il conto delle guerre in corso, alla fine, lo paghiamo sempre noi, al distributore.

La vecchia Europa umanistica, quella dei diritti e delle piazze, potrebbe smettere di aspettare la telefonata di Washington e cominciare a fare qualcosa di suo. Ci vorrebbe un'Europa terza: né succube dell'impero americano né vassalla di quello russo, che invece di contarsi i nemici si conti finalmente i meriti. Oppure no: potremmo continuare a giocare alle statuine, Campari alla mano, aspettando che decida qualcun altro al posto nostro, come abbiamo fatto per buona parte del Novecento con ottimi risultati. Sarebbe più comodo. Ma molto meno dignitoso. E tra un vicino che ti chiude il cancello e uno che ti punta il fucile, forse è il momento di crescere, e imparare a bussare da soli alle porte giuste.


giovedì 30 luglio 2026

IL PUGNO, IL CODICE DELLA STRADA E LA MEMORIA CORTA DELLA CITTÀ


Sciopero Atm, il rito che si ripete
Titolo: Il pugno, il codice della strada e la memoria corta della città.


Venerdì i bus si fermeranno quattro ore, dalle 16 alle 20. Tre aggressioni in una settimana - uno schiaffo per un semaforo rosso, un inseguimento fino in stazione, un pugno in pieno volto per una bicicletta rifiutata - hanno fatto quello che mesi di lettere sindacali non erano riusciti a fare: hanno acceso, per qualche giorno, l'attenzione della città. Poi, si sa come va: il sindaco convoca il comitato per l'ordine pubblico, il prefetto promette un tavolo, i giornali titolano "emergenza sicurezza", e fra due settimane la vicenda tornerà nel cassetto dove riposano tutte le altre. Perché di aggressioni agli autisti Atm si parla, a Messina, da almeno un decennio. Cambiano i nomi, cambiano le linee, resta identico il copione: denuncia, sdegno, silenzio.

Vale la pena notare un dettaglio che smonta la narrazione più comoda: l'ultimo aggressore non è lo straniero di passaggio buono per il titolo urlato, è un cittadino qualunque, italiano, esasperato da una regola elementare - niente bici a bordo - che non ha voluto accettare. Il problema, dunque, non è etnico né importato: è endovenoso, scorre nelle vene di una città che ha smarrito l'abitudine al limite e al rispetto reciproco. E se fuori dai mezzi la strada è già terreno di prepotenza quotidiana, è illusorio pensare che dentro un autobus, senza alcun presidio, la stessa violenza si fermi educatamente alla porta.
Eppure bastano poco, altrove, per arginarla.

 A Milano e Torino i conducenti hanno pulsanti d'allarme silenziosi collegati direttamente alla centrale operativa. A Barcellona le paratie di protezione del posto guida sono obbligatorie su tutta la flotta urbana. In Germania, dove il problema è meno acuto ma non assente, funziona soprattutto la certezza della sanzione: telecamere onnipresenti e denunce che arrivano davvero a processo. Nessuna di queste misure richiede investimenti faraonici: una paratia costa quanto un tagliando, un pulsante d'emergenza quanto un abbonamento telefonico annuale. Quello che serve non è il bilancio, è la volontà.
Un'ultima cosa, non secondaria. L'autista Atm, quando è al volante, è pubblico ufficiale: rappresenta lo Stato nella sua forma più feriale e quotidiana. Offenderlo, colpirlo, non è un fatto di cronaca minuta fra due sconosciuti: è un affronto al patto civile che tiene insieme la città. Bisognerebbe ricordarselo, non solo il venerdì dello sciopero.


mercoledì 29 luglio 2026

ROCCALUMERA, CONCERTO TRA POESIA E MUSICA




Nel Parco Letterario Salvatore Quasimodo di Roccalumera prende il via la sesta edizione dei Concerti nel Parco. Un'iniziativa dell'Accademia Filarmonica Laudamo che restituisce alla musica da camera il suo habitat naturale: l'ascolto, la bellezza e il dialogo con la poesia.


Ci sono luoghi che non ospitano semplicemente la musica: la costringono a dialogare con la memoria. Il Parco Letterario dedicato a Salvatore Quasimodo è uno di questi, e la sesta edizione dei Concerti nel Parco, promossa dall'Accademia Filarmonica di Messina, conferma un'idea di cultura che resiste alla logica dell'evento usa e getta.

Ad aprire la rassegna è il Duo Paganini, con Giuseppe Fabio Lisanti al violino e Alessandro Monteleone alla chitarra: un organico raro, capace di restituire il gusto della conversazione musicale, dove nessuna voce prevale e ogni frase trova il proprio contrappunto. Le sonate, del resto, sono questo: non un monologo, ma un esercizio di civiltà sonora, un'arte dell'ascolto reciproco. In tempi dominati dal rumore, riportare la musica da camera tra i versi di Quasimodo significa ricordare che la bellezza non ha bisogno di alzare il volume: le basta trovare il luogo giusto.

LA TENSIONE SOFFIATA DALL'ALTO

 

Dopo Chiomonte, il Viminale scopre lo Stretto e alza la voce contro chi protestache.



Il Viminale si è improvvisamente ricordato che esiste lo Stretto di Messina, e lo ha fatto nel modo più elegante possibile: paragonandolo alla Val di Susa. Peccato che tra le due valli - una di montagna, l'altra di mare - ci sia una differenza che nessun prefetto sembra voler notare: qui, negli ultimi vent'anni, i cortei No Ponte sono stati sempre pacifici, cartelli e slogan, non cantieri incendiati. Ma tant'è: bastano gli scontri in Piemonte perché a Roma si accenda una lampadina, e la lampadina, guarda caso, si accende proprio a ridosso dell'8 agosto, giorno del corteo nazionale indetto dai comitati promotori. Le coincidenze, in politica, non esistono quasi mai per caso.

Chiamiamola con il suo nome: strategia della tensione in salsa aggiornata, gusto comunicato stampa. Non servono più infiltrati o provocatori: basta un allarme sussurrato ai cronisti, un "massima vigilanza" pronunciato al momento giusto, per trasformare un movimento di cittadini in una minaccia all'ordine pubblico da tenere sotto osservazione. Il messaggio implicito è chiaro: chi protesta contro il Ponte è, potenzialmente, un facinoroso in erba. Funziona sempre, la delegittimazione preventiva: costa poco e rende molto, soprattutto quando c'è di mezzo un investimento politico enorme - quello di Salvini sull'attraversamento stabile -  da blindare in vista delle urne.

Sia chiaro: sul Ponte si può essere favorevoli o contrari, la discussione è legittima e persino sana. Ma il diritto di manifestare un pensiero, per quanto scomodo al potere, non si negozia agitando a comando lo spettro della violenza altrui. Chi ha organizzato i cortei di questi anni ha sempre garantito ordine, e non ci sono motivi per credere che l'8 agosto non sia assicurata la medesima tranquillità, senza bisogno di lezioni da chi  preferisce soffiare sul fuoco piuttosto che ascoltare. Un governo responsabile vigila e basta. Uno irresponsabile sospetta a comando. Messina, come sempre, guarda e giudica. ♓

HABEMUS DUCEM TIRMAE NATIONALIS



 Il ritorno nella nazionale pallonara dell'uomo giusto.

E così la nazionale italiana ha un nuovo allenatore, Roberto Mancini, per la verità già fin troppo conosciuto. Il presidente della FIGC, Giovanni Malagò, ha azzerato il team appena costituito, via Paolo Maldini e Leonardo, e recuperato l’allenatore marchigiano.Nella versione ufficiale, il problema con il nome di Andrea Pirlo sembra sia dipeso più dai rapporti di potere tra i vertici della federazione, non tanto la sua sponsorizzazione ancora in essere con la società russa di scommesse Fonbet. Ma siamo sicuri che Mancini sia davvero meglio? Il curriculum di Mancini come testimonial e figura pubblica è molto più lungo e di alto profilo rispetto a quello di Pirlo.Tra i tanti dettagli ora dimenticati nella carriera di Mancini, c’è l’aver allenato la squadra della città di Vladimir Putin, San Pietroburgo, di proprietà di Gazprom. E ovviamente il passaggio dall’Arabia Saudita impegnata, con Mohammed bin Salman, a ripulirsi l’immagine usando il calcio. Lo Spiegel ha poi scoperto giri strani di soldi ai tempi del Manchester City, accusato di aver dato informazioni solo parziali e distorte su quanto e come pagava Mancini come allenatore. E poi il ruolo di testimonial di un’azienda che era anche sponsor della nazionale, Facile Ristrutturare, appena sanzionata dall’Antitrust perché barava sullo sconto Iva in fattura e millantava recensioni entusiastiche che non c’erano.

 Ma questi sono tutti dettagli che non mettono in dubbio l’adeguatezza di Mancini per il ritorno alla guida degli Azzurri. Perché 


c’è una caratteristica cruciale di Mancini che manca a Pirlo: ha ricevuto il premio Atreju 2021 direttamente dalle mani di Giorgia Meloni (un presepe, sono soddisfazioni) e si è speso, da marchigiano, per la riconferma del governatore delle Marche di Fratelli d’Italia, Francesco Acquaroli, che gli aveva peraltro fatto avere un contratto da 600.000 euro come testimonial della Regione. Roberto Mancini è l’allenatore che questa Italia, nella stagione della destra e dell’immobilismo, si merita. ♓

FATS DOMINO, O DELLA PANCIA COME STRUMENTO A PERCUSSIONE

 




 
Il vero motore del boogie-woogie non stava nelle dita, ma in una pancia che suonava da sola.


C'era una volta un pianoforte che tremava non per l'ispirazione ma per la stazza. Antoine "Fats" Domino Jr., di New Orleans, ci saliva sopra con l'anca prima ancora che con le dita, e quel corpo abbondante, quella pancia che sembrava avere vita propria e ambizioni ritmiche tutte sue, diventava il vero motore percussivo del pezzo: la mano sinistra segnava il tempo, il fianco lo raddoppiava, e il piano — povero piano — avanzava sul palco spinto in avanti colpo dopo colpo, come un'automobile a manovella azionata dal ventre. Non era spettacolo, era necessità fisica: il boogie-woogie, in lui, non passava per la testa, passava per lo stomaco.

Era shouter di professione, certo, la voce che squarciava il fumo dei locali di Rampart Street con quella dizione creola morbida come il gumbo e imperiosa come un ordine impartito a fin di bene. Ma il segreto di "Ain't That a Shame", di "Blueberry Hill", di "I'm Walkin'" non stava nella potenza del grido, stava nella disciplina del rollio: quella mano sinistra da autentico piano man neworleansiano, erede diretto di Professor Longhair, che trasformava ogni ballata sentimentale in un invito irresistibile a muovere i fianchi. Elvis diceva di essersi ispirato a lui più che a chiunque altro, e non era piaggeria: Fats aveva inventato il rock and roll prima che qualcuno gli affibbiasse un'etichetta e un re bianco per rappresentarlo in copertina.

Morì novantenne, nel 2017, dopo aver rifiutato per una vita intera di lasciare New Orleans anche quando l'uragano Katrina gli allagò casa e la stampa lo diede per disperso tra i cadaveri. Lui era lì, seduto, ad aspettare che l'acqua si ritirasse, con la stessa imperturbabilità con cui aveva aspettato che il mondo intero imparasse a ballare come sapeva ballare lui. Per voi, dunque, senza bisogno di altre presentazioni: il grande, grandissimo, Fats Domino.


LA RUOTA DEI PURI

 CORSIVO 


Storia naturale del cachistone: dalla Lega-Cinquestelle al generale che sa il fatto suo.

Si scopre, con la costanza di chi riscopre l'acqua calda ogni luglio, che il populismo delude. Promette cose mirabolanti: la flat tax che arricchisce tutti e non impoverisce nessuno, come un pranzo gratis servito da un cameriere che paga di tasca sua; il ponte sullo Stretto pronto prima del prossimo traghetto; le bollette a zero perché il sole, si sa, è democristiano e non manda la fattura; le pensioni a mille euro garantite da un tesoretto che nessuno ha mai visto ma che sta sempre "in arrivo". Arrivato al governo, il venditore di lune consegna un lampione fulminato, e il popolo non si arrabbia col lampionaio: cerca un secondo venditore, più bravo del primo a descrivere la luna, ancora meno capace di consegnartela. È la cachistocrazia: il regime dei peggiori che scaccia i pessimi per far posto agli infimi.

E qui la ruota rivela il suo meccanismo più delizioso: il populista dell'ultima ora diventa, in un batter di ciglia, il populista della penultima, perché nel frattempo ne è arrivato uno più puro, venuto apposta per epurarlo in nome della purezza perduta. Destino bipartisan, che migra allegramente da destra a sinistra. Ma almeno una volta, va detto, ci provarono a governare insieme: la Lega di Salvini e il Movimento di Di Maio, con l'avvocato del popolo Giuseppe Conte a fare da notaio, e l'elevato Beppe Grillo benedire la creatura con un evangelico vaffanculo urbi et orbi. Che tempi, che governi: giallo-verde che ha cambiato il volto del paese e giallo-rosso (dalla vergogna) che vi si è acconciato poco dopo. Al risveglio, gli stessi problemi, ma con un mal di testa in più.

Ed ecco infatti il capolavoro nostrano più recente, che agli americani proprio non riesce di copiare con altrettanta grazia: si accusa Giorgia Meloni di essere poco populista, lei che ha eretto il corporativismo a forma di governo più solida del Colosseo, proteggendo l'impresa amica delle sovvenzioni e stringendo la mano callosa a un sindacato tanto giallo da sembrare canarino. E chi si candida a nuovo cachistone di riferimento? Il generale Vannacci, che ha fiutato il filone più ricco di tutti: non l'elettore deluso, ma l'elettore coglione, quello che ha già dato fiducia due volte e la ridarebbe una terza pur di sentirsi dire che stavolta, giuro, si fa sul serio. Così la ruota gira, oliata dalla memoria corta di chi confonde la delusione con un incidente di percorso anziché con la regola del gioco. Domani un altro cachistocrate offrirà l'ennesima luna, più lucida, più finta. E il popolo, che di lune ne ha già collezionate a dozzine senza portarsene a casa una, si preparerà con entusiasmo a essere ingannato meglio: in fondo chi si accontenta di un lampione fulminato gode due volte, la prima quando glielo accendono, la seconda quando gli spiegano che la colpa è sua, che lo voleva troppo acceso.


MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...