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mercoledì 29 luglio 2026

ROCCALUMERA, CONCERTO TRA POESIA E MUSICA




Nel Parco Letterario Salvatore Quasimodo di Roccalumera prende il via la sesta edizione dei Concerti nel Parco. Un'iniziativa dell'Accademia Filarmonica Laudamo che restituisce alla musica da camera il suo habitat naturale: l'ascolto, la bellezza e il dialogo con la poesia.


Ci sono luoghi che non ospitano semplicemente la musica: la costringono a dialogare con la memoria. Il Parco Letterario dedicato a Salvatore Quasimodo è uno di questi, e la sesta edizione dei Concerti nel Parco, promossa dall'Accademia Filarmonica di Messina, conferma un'idea di cultura che resiste alla logica dell'evento usa e getta.

Ad aprire la rassegna è il Duo Paganini, con Giuseppe Fabio Lisanti al violino e Alessandro Monteleone alla chitarra: un organico raro, capace di restituire il gusto della conversazione musicale, dove nessuna voce prevale e ogni frase trova il proprio contrappunto. Le sonate, del resto, sono questo: non un monologo, ma un esercizio di civiltà sonora, un'arte dell'ascolto reciproco. In tempi dominati dal rumore, riportare la musica da camera tra i versi di Quasimodo significa ricordare che la bellezza non ha bisogno di alzare il volume: le basta trovare il luogo giusto.

LA TENSIONE SOFFIATA DALL'ALTO

 

Dopo Chiomonte, il Viminale scopre lo Stretto e alza la voce contro chi protestache.



Il Viminale si è improvvisamente ricordato che esiste lo Stretto di Messina, e lo ha fatto nel modo più elegante possibile: paragonandolo alla Val di Susa. Peccato che tra le due valli - una di montagna, l'altra di mare - ci sia una differenza che nessun prefetto sembra voler notare: qui, negli ultimi vent'anni, i cortei No Ponte sono stati sempre pacifici, cartelli e slogan, non cantieri incendiati. Ma tant'è: bastano gli scontri in Piemonte perché a Roma si accenda una lampadina, e la lampadina, guarda caso, si accende proprio a ridosso dell'8 agosto, giorno del corteo nazionale indetto dai comitati promotori. Le coincidenze, in politica, non esistono quasi mai per caso.

Chiamiamola con il suo nome: strategia della tensione in salsa aggiornata, gusto comunicato stampa. Non servono più infiltrati o provocatori: basta un allarme sussurrato ai cronisti, un "massima vigilanza" pronunciato al momento giusto, per trasformare un movimento di cittadini in una minaccia all'ordine pubblico da tenere sotto osservazione. Il messaggio implicito è chiaro: chi protesta contro il Ponte è, potenzialmente, un facinoroso in erba. Funziona sempre, la delegittimazione preventiva: costa poco e rende molto, soprattutto quando c'è di mezzo un investimento politico enorme - quello di Salvini sull'attraversamento stabile -  da blindare in vista delle urne.

Sia chiaro: sul Ponte si può essere favorevoli o contrari, la discussione è legittima e persino sana. Ma il diritto di manifestare un pensiero, per quanto scomodo al potere, non si negozia agitando a comando lo spettro della violenza altrui. Chi ha organizzato i cortei di questi anni ha sempre garantito ordine, e non ci sono motivi per credere che l'8 agosto non sia assicurata la medesima tranquillità, senza bisogno di lezioni da chi  preferisce soffiare sul fuoco piuttosto che ascoltare. Un governo responsabile vigila e basta. Uno irresponsabile sospetta a comando. Messina, come sempre, guarda e giudica. ♓

HABEMUS DUCEM TIRMAE NATIONALIS



 Il ritorno nella nazionale pallonara dell'uomo giusto.

E così la nazionale italiana ha un nuovo allenatore, Roberto Mancini, per la verità già fin troppo conosciuto. Il presidente della FIGC, Giovanni Malagò, ha azzerato il team appena costituito, via Paolo Maldini e Leonardo, e recuperato l’allenatore marchigiano.Nella versione ufficiale, il problema con il nome di Andrea Pirlo sembra sia dipeso più dai rapporti di potere tra i vertici della federazione, non tanto la sua sponsorizzazione ancora in essere con la società russa di scommesse Fonbet. Ma siamo sicuri che Mancini sia davvero meglio? Il curriculum di Mancini come testimonial e figura pubblica è molto più lungo e di alto profilo rispetto a quello di Pirlo.Tra i tanti dettagli ora dimenticati nella carriera di Mancini, c’è l’aver allenato la squadra della città di Vladimir Putin, San Pietroburgo, di proprietà di Gazprom. E ovviamente il passaggio dall’Arabia Saudita impegnata, con Mohammed bin Salman, a ripulirsi l’immagine usando il calcio. Lo Spiegel ha poi scoperto giri strani di soldi ai tempi del Manchester City, accusato di aver dato informazioni solo parziali e distorte su quanto e come pagava Mancini come allenatore. E poi il ruolo di testimonial di un’azienda che era anche sponsor della nazionale, Facile Ristrutturare, appena sanzionata dall’Antitrust perché barava sullo sconto Iva in fattura e millantava recensioni entusiastiche che non c’erano.

 Ma questi sono tutti dettagli che non mettono in dubbio l’adeguatezza di Mancini per il ritorno alla guida degli Azzurri. Perché 


c’è una caratteristica cruciale di Mancini che manca a Pirlo: ha ricevuto il premio Atreju 2021 direttamente dalle mani di Giorgia Meloni (un presepe, sono soddisfazioni) e si è speso, da marchigiano, per la riconferma del governatore delle Marche di Fratelli d’Italia, Francesco Acquaroli, che gli aveva peraltro fatto avere un contratto da 600.000 euro come testimonial della Regione. Roberto Mancini è l’allenatore che questa Italia, nella stagione della destra e dell’immobilismo, si merita. ♓

FATS DOMINO, O DELLA PANCIA COME STRUMENTO A PERCUSSIONE

 




 
Il vero motore del boogie-woogie non stava nelle dita, ma in una pancia che suonava da sola.


C'era una volta un pianoforte che tremava non per l'ispirazione ma per la stazza. Antoine "Fats" Domino Jr., di New Orleans, ci saliva sopra con l'anca prima ancora che con le dita, e quel corpo abbondante, quella pancia che sembrava avere vita propria e ambizioni ritmiche tutte sue, diventava il vero motore percussivo del pezzo: la mano sinistra segnava il tempo, il fianco lo raddoppiava, e il piano — povero piano — avanzava sul palco spinto in avanti colpo dopo colpo, come un'automobile a manovella azionata dal ventre. Non era spettacolo, era necessità fisica: il boogie-woogie, in lui, non passava per la testa, passava per lo stomaco.

Era shouter di professione, certo, la voce che squarciava il fumo dei locali di Rampart Street con quella dizione creola morbida come il gumbo e imperiosa come un ordine impartito a fin di bene. Ma il segreto di "Ain't That a Shame", di "Blueberry Hill", di "I'm Walkin'" non stava nella potenza del grido, stava nella disciplina del rollio: quella mano sinistra da autentico piano man neworleansiano, erede diretto di Professor Longhair, che trasformava ogni ballata sentimentale in un invito irresistibile a muovere i fianchi. Elvis diceva di essersi ispirato a lui più che a chiunque altro, e non era piaggeria: Fats aveva inventato il rock and roll prima che qualcuno gli affibbiasse un'etichetta e un re bianco per rappresentarlo in copertina.

Morì novantenne, nel 2017, dopo aver rifiutato per una vita intera di lasciare New Orleans anche quando l'uragano Katrina gli allagò casa e la stampa lo diede per disperso tra i cadaveri. Lui era lì, seduto, ad aspettare che l'acqua si ritirasse, con la stessa imperturbabilità con cui aveva aspettato che il mondo intero imparasse a ballare come sapeva ballare lui. Per voi, dunque, senza bisogno di altre presentazioni: il grande, grandissimo, Fats Domino.


LA RUOTA DEI PURI

 CORSIVO 


Storia naturale del cachistone: dalla Lega-Cinquestelle al generale che sa il fatto suo.

Si scopre, con la costanza di chi riscopre l'acqua calda ogni luglio, che il populismo delude. Promette cose mirabolanti: la flat tax che arricchisce tutti e non impoverisce nessuno, come un pranzo gratis servito da un cameriere che paga di tasca sua; il ponte sullo Stretto pronto prima del prossimo traghetto; le bollette a zero perché il sole, si sa, è democristiano e non manda la fattura; le pensioni a mille euro garantite da un tesoretto che nessuno ha mai visto ma che sta sempre "in arrivo". Arrivato al governo, il venditore di lune consegna un lampione fulminato, e il popolo non si arrabbia col lampionaio: cerca un secondo venditore, più bravo del primo a descrivere la luna, ancora meno capace di consegnartela. È la cachistocrazia: il regime dei peggiori che scaccia i pessimi per far posto agli infimi.

E qui la ruota rivela il suo meccanismo più delizioso: il populista dell'ultima ora diventa, in un batter di ciglia, il populista della penultima, perché nel frattempo ne è arrivato uno più puro, venuto apposta per epurarlo in nome della purezza perduta. Destino bipartisan, che migra allegramente da destra a sinistra. Ma almeno una volta, va detto, ci provarono a governare insieme: la Lega di Salvini e il Movimento di Di Maio, con l'avvocato del popolo Giuseppe Conte a fare da notaio, e l'elevato Beppe Grillo benedire la creatura con un evangelico vaffanculo urbi et orbi. Che tempi, che governi: giallo-verde che ha cambiato il volto del paese e giallo-rosso (dalla vergogna) che vi si è acconciato poco dopo. Al risveglio, gli stessi problemi, ma con un mal di testa in più.

Ed ecco infatti il capolavoro nostrano più recente, che agli americani proprio non riesce di copiare con altrettanta grazia: si accusa Giorgia Meloni di essere poco populista, lei che ha eretto il corporativismo a forma di governo più solida del Colosseo, proteggendo l'impresa amica delle sovvenzioni e stringendo la mano callosa a un sindacato tanto giallo da sembrare canarino. E chi si candida a nuovo cachistone di riferimento? Il generale Vannacci, che ha fiutato il filone più ricco di tutti: non l'elettore deluso, ma l'elettore coglione, quello che ha già dato fiducia due volte e la ridarebbe una terza pur di sentirsi dire che stavolta, giuro, si fa sul serio. Così la ruota gira, oliata dalla memoria corta di chi confonde la delusione con un incidente di percorso anziché con la regola del gioco. Domani un altro cachistocrate offrirà l'ennesima luna, più lucida, più finta. E il popolo, che di lune ne ha già collezionate a dozzine senza portarsene a casa una, si preparerà con entusiasmo a essere ingannato meglio: in fondo chi si accontenta di un lampione fulminato gode due volte, la prima quando glielo accendono, la seconda quando gli spiegano che la colpa è sua, che lo voleva troppo acceso.


venerdì 24 luglio 2026

MINORENNI SÌ, MAGGIORENTI NO.

 CORSIVO 


Meloni scopre il garantismo, ma solo per gli amici degli amici

Quattordici anni, e la presunzione d'innocenza si getta dalla finestra senza paracadute: da oggi il ragazzino che sbaglia è colpevole finché non prova il contrario, come voleva il codice Rocco, firma Mussolini. Salvo essere, vanto di Nordio, ancora più severo dell'originale. Applausi, eccellenza. Ceaare Beccaria si rivolta nella tomba, e con lui due secoli di giurisprudenza che avevano faticosamente imparato a distinguere un ragazzino di borgata da un delinquente fatto e finito. Peccato: Nordio pareva un garantista, e invece era solo di passaggio.

Giorgia Meloni non riforma niente, perché riformare costa, e Lei, poveretta, di soldi veri non ne ha. Così niente prevenzione, solo manette; investimenti zero, allarmi a rotazione. Telegiornali e giornali radio ridotti a bollettini di questura: fracasso utile a distogliere lo sguardo da dove converrebbe, invece, guardare bene. Niente agenti in più nei quartieri difficili, niente assistenti sociali per i ragazzi di frontiera, niente insegnanti dove ne servirebbero il doppio, niente servizio civile per chi la fortuna l'ha vista appena di striscio. In compenso decreti sicurezza a raffica, uno incalza l'altro prima che si spenga l'eco del precedente. Cetto La Qualunque prometteva "chiù pilu pi tutti"; Meloni corregge il tiro: "chiù galera pi tutti". Quattro anni di governo, seicento anni di carcere in più. Il bilancio: non più sicurezza, ma più insicurezza, e celle sempre più piene. Brava, bene, bis.

Già, perché la stessa premier che vuole i minorenni "sempre imputabili salvo prova contraria" nega ai magistrati di frugare nel telefonino di un maggiorente assai ben introdotto: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, amico suo, socio a sua insaputa, pare, di un prestanome in odor di camorra. Per i ragazzini di Barbiana la colpa si presume; per l'amico di famiglia si presume l'intoccabilità. Il garantismo, da queste parti, non è un principio: è un lasciapassare, tanto più largo quanto più stretta l'amicizia. Governare, in fondo, è scegliere chi mandare in cella e chi tenere al riparo: e su questo, va detto, Meloni non ha sbagliato un colpo.

mercoledì 22 luglio 2026

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

 


Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto.

Si racconta, tra i pescatori di Ganzirri, che una notte le sarde si radunarono sul fondale a lamentarsi. Vedevano il pescespada risalire lo Stretto con la sua spada d'argento, applaudito dai gabbiani, servito nei piatti più eleganti, arrotolato con arte in involtini profumati d'arancia. Loro, invece, finivano sempre fritte in fretta, senza cerimonie.

Una vecchia sarda, la più saggia del branco, decise di rimediare. Risalì in sogno fino alla cucina di un mio avo, Aldo, famoso per essere bello come il pirata Morgan e simpatico come Dean Martin, nonchè affabulatore d'eccezione,  e le sussurrò la ricetta: "Trattaci come il pescespada, e vedrai che nobiltà nasconde la nostra polpa." Aldo svegliatasi disi svegliò di soprassalto, corse ai fornelli: pangrattato tostato, pinoli, uvetta, prezzemolo e buccia d'arancia grattugiata, lo stesso ripieno regale riservato al pesce più superbo dello Stretto.

Da quella notte, le sarde aperte a libro si arrotolano orgogliose, foglia d'alloro tra un involtino e l'altro, e sfilano in forno come dame a un ballo. Il risultato è un piatto che profuma di festa, pur nascendo dalla cassetta più povera del mercato. Quando Aldo le portò a tavola: standing ovation dei commensali. Sì a casa del mio avo non si stava a tavola in pochi.

Ingredienti (4 persone): 800 g di sarde fresche aperte a libro, 150 g di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta ammollata, prezzemolo tritato, buccia grattugiata di un'arancia, olio extravergine, foglie di alloro.

Procedimento: Tostare il pangrattato in padella con un filo d'olio, unire pinoli, uvetta strizzata, prezzemolo e buccia d'arancia. Farcire ogni sarda con un cucchiaino di ripieno, arrotolare dalla coda e disporre in teglia alternando foglie d'alloro. Irrorare d'olio e infornare a 200°C per 15 minuti, finché la superficie non è dorata.

Le sarde, quella sera, sognarono finalmente di essere regine.


… e buon appetito 

AUGUST DARNELL

 



Il barone del funk in doppiopetto bianco inventò un personaggio, Kid Creole, e ci costruì sopra un intero carnevale sonoro: latin, calypso, big band e disco, con le Coconuts a fargli da coro e da specchio. "Stool Pigeon" resta il manifesto di quella festa mobile.


C'è un momento, nella storia del pop, in cui la musica smette di essere solo suono e diventa messinscena, teatro, travestimento. August Darnell lo capì prima di molti altri, e se ne fece un nome d'arte come si indossa un abito di scena: Kid Creole. Non un semplice pseudonimo, ma un personaggio completo, con tanto di completo bianco a righe, panama in testa e un sorriso da furfante d'operetta che prometteva guai e balli fino all'alba. Attorno a lui, tre coriste che erano molto più di un contorno vocale: le Coconuts, trio di ballerine e coriste dal fascino tropicale, complici e contraltare femminile di un frontman che sul palco recitava la parte del seduttore un po' guascone, un po' bambino. Il fenomeno esplose nei primi anni Ottanta, quando l'operazione Kid Creole and the Coconuts si rivelò molto più solida di una semplice trovata da discoteca. Darnell veniva da una gavetta seria, tra i fasti orchestrali di Dr. Buzzard's Original Savannah Band, e portò in dote quella lezione: gli archi, i fiati, l'eleganza da big band applicata a un groove che pescava senza vergogna nel funk, nel calypso, nella disco e nel latin più solare. Il risultato non era un pastiche, ma un cocktail preciso, shakerato con mestiere, capace di far ballare senza mai rinunciare all'ironia del racconto.

"Stool Pigeon" 

è forse il brano che meglio racchiude questa alchimia: un funk scattante, a tratti spavaldo, costruito su un basso che cammina e un arrangiamento a fiati che punzecchia come una banda di paese impazzita. Il testo, con quel suo vocabolario da gangster movie in miniatura, racconta la storia di un delatore, di un tradimento da saldare, ma lo fa con la leggerezza di chi sa che la pista da ballo perdona tutto, anche i conti in sospeso tra amici. È pop drammaturgico, teatro da tre minuti e mezzo, ed è per questo che ha attraversato indenne quattro decenni, sopravvivendo alle mode che lo avevano generato.
Perché la storia di Kid Creole non si è chiusa negli anni Ottanta, come capitò a tanti compagni di quella stagione. Darnell ha continuato a incidere, a reinventare il personaggio, a portarlo in tour in Europa, dove peraltro trovò sempre un pubblico più fedele che in patria. Ancora oggi, risulta attivo sui palchi, ultimo sopravvissuto di un'idea di spettacolo in cui la musica nera d'America si mescolava senza complessi al varietà, al cabaret, alla rivista. Un barone decaduto solo nella finzione del suo personaggio: nella realtà, un sopravvissuto elegantissimo.





MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...