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mercoledì 8 luglio 2026

 


FLAIANO. RITRATTO IMPIETOSO DEL FASCISMO ITALIANO

 


Un testo scritto oltre cinquant'anni fa che continua a interrogare il presente. Un ritratto severo e provocatorio del fascismo e di alcuni tratti della società italiana, affidato alla lucidità corrosiva di Ennio Flaiano.



Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista.

Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.


Dal volume
Diario degli errori, appendice, Bompiani, 1976 (edizione postuma). �

Ennio Flaiano (1910-1972) fu uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento. Nato a Pescara, si affermò come scrittore, giornalista, umorista e sceneggiatore. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con il romanzo Tempo di uccidere, l'unico da lui pubblicato. Collaborò con Federico Fellini alla sceneggiatura di film come La dolce vita e 8½, contribuendo a rinnovare il linguaggio del cinema italiano. Celebre per gli aforismi taglienti e l'ironia disincantata, osservò con lucidità i vizi della società e della politica. La sua prosa, elegante e corrosiva, resta un modello di intelligenza critica e di stile.

domenica 5 luglio 2026

PERCHÈ LA CHIESA DIFENDE I MIGRANTI



 Tra frontiere e umanità. Da Pio XII a Leone XIV: le radici storiche della vicinanza alla persone che si spostano.



di Andrea Riccardi *


Leone XIV si reca, per la seconda volta in un mese, sulla frontiera tra i migranti e l’Europa, a Lampedusa dopo la visita alle Canarie. Frontiera invisibile, sul mare, segnata da tanti dolori e morti.
Da dove viene la costante cura della Chiesa per i migranti? È stata spiegata con il «radicalismo» di papa Francesco, che, a inizio pontificato, gridò da Lampedusa: «In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza». Denunciava un mondo globale, in cui circolazioni di merci sono favorite, ma si alzano muri per migranti e rifugiati. Questa politica s’impone, seppure la crisi demografica evidenzia la necessità di vari Paesi europei di nuovi lavoratori. Tale politica esprime una paura, spesso alimentata ad arte: il nostro mondo non rischia l’invasione o la sostituzione etnica? Diceva Primo Levi: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi…». Lo scriveva in Se questo è un uomo, testimoniando i tragici effetti di tale convinzione.
La Chiesa non tradisce il «mondo cristiano» scegliendo i migranti? Non teme sia travolto da tanti nuovi arrivati, magari di altra religione?

I Papi guardano prima di tutto a donne e uomini in grave difficoltà: «Ogni barca che arriva — ha detto papa Leone — non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». La morte dei migranti mostra la disumanità del mondo globale. La Chiesa vuole invece rasserenare lo sguardo sui migranti, partendo dall’idea che si può fare molto: «La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». La sua risposta è articolata: «vie legali e sicure», «lotta ai trafficanti di vite umane», «accoglienza e integrazione», riconoscendo «il diritto di cercare rifugio», ma anche quello di restare nella propria terra, liberi dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni.
L’atteggiamento non è di oggi, ma ha radici antiche.

È maturato, tra XIX e XX secolo, quando la Chiesa cercava di accompagnare l’esodo degli europei verso le Americhe, con tante iniziative, creando congregazioni religiose a questo fine. Si è misurato con i profughi armeni, dopo i massacri ottomani. È cresciuto tra gli esodi e le deportazioni nell’Europa delle due guerre mondiali. Ha ricevuto un’espressione organica nel 1952 nella costituzione Exsul Familia di Pio XII, un Papa considerato «conservatore», ma che affermava principi che oggi sarebbero tacciati di estremismo. Già nel 1941 aveva affermato «il diritto della famiglia a uno spazio vitale». L’imperialismo nazista considerava centrale il diritto allo «spazio vitale» (Lebensraum): l’espansione del Reich. Invece per Pio XII, è la famiglia migrante il soggetto titolare del diritto allo spazio vitale in un rapporto positivo «tra il Paese di emigrazione e il Paese di immigrazione». Il Papa protesta contro gli Stati che «restringono il naturale diritto all’emigrazione» e contro quelli che spostano a forza le popolazioni. Per lui, nel 1952, emigrare è un «diritto naturale» da proteggere.

Questa visione, di gran lunga precedente alla globalizzazione, è radicata nel sentire «cattolico», universale della Chiesa, che «non deve infeudarsi ad alcun gruppo etnico» — dice Pio XII: «una vera madre, la madre di tutte le nazioni e di tutti i popoli, non meno che dei singoli uomini e, precisamente perché madre, non appartiene… a questo o quel popolo».

Cosmopolitismo? La storia dell’«utopia» cattolica, per così dire, è concreata e secolare: «la Chiesa è dunque soprannazionale, perché del tutto indivisibile e universale» — conclude Pio XII. La sua universalità è in tensione con la dimensione nazionale, in lotta con la sua assolutizzazione, come nel caso della migrazione o della guerra. Lo si nota di più oggi, quando tante organizzazioni internazionali sono appassite, mentre gli interessi nazionali sono proposti con esclusivismo, come se non necessitassero — per realizzarsi — di un orizzonte più vasto. Del resto, nel mondo connesso di oggi, si vedono dolorosamente i danni di una visione esclusivista.

Storico, studioso della Chiesa in età moderna e contemporanea. Ha fondato nel 1968 la Comunità di Sant'Egidio ed è stato ministro per la Cooperazione Internazionale dal 2011 al 2013. Docente di Storia Contemporanea alla Sapienza e a Roma Tre. Tre lauree honoris causa. Mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d'Avorio e Guinea, ha ricevuto il Karlspreis (2009) e nel 2003 è stato incluso da "Time" tra i trentasei "eroi moderni" d'Europa.

ALLEANZA PER LA COSTITUZIONE

 


Il nuovo nome è pronto, il programma ancora no.


Dunque pare che il nome non vada più bene. "Campo largo" suonava vago, dicono, poco identitario. E allora Schlein e Conte, in un lampo di ispirazione degno di miglior causa, hanno scovato l'etichetta perfetta: Alleanza per la Costituzione. Un nome bellissimo. Peccato sia anche l'unica cosa concreta prodotta finora. Perché diciamocelo: essere per la Costituzione non è un programma, è un prerequisito. Come dire "sono per il codice della strada" e presentarsi come statista della viabilità. Ma qui siamo in Italia, patria dove l'ovvio, se pronunciato con la voce giusta e una mano sul petto, diventa visione.
E la coerenza, quella? Sull'Ucraina, dentro l'Alleanza c'è chi giura che la Carta imponga il sostegno a Kiev e chi giura il contrario, sempre in nome dello stesso articolo. Bella scoperta, la Costituzione elastica: si tira da una parte o dall'altra a seconda di chi tiene il capo della corda quel giorno.

Sulla giustizia, invece, il miracolo. Lì, sorprendentemente, tutti gli emisferi del Parlamento si allineano come pianeti in un'eclissi rara: destra, sinistra, centro, e pure quel pulviscolo di gruppi misti che nessuno sa più a chi rispondano. Presunzione d'innocenza, dignità della pena, garantismo a corrente alternata — argomenti che, guarda caso, toccano parecchio da vicino chi la legge la fa e chi in Parlamento ci siede comodo. E allora, per magia, spariscono le divisioni ideologiche, sparisce pure l'Alleanza contro l'altra Alleanza: tutti fratelli, tutti garantisti, tutti d'un tratto teneri come chiocce sull'uovo. Basta che l'uovo sia il proprio, si intende. Perché sul destino altrui, si sa, la severità torna comoda; ma quando il fascicolo si avvicina a casa propria, ecco che la Costituzione — quella stessa, identica, mai cambiata di una virgola — si trasforma in un abbraccio caldo, quasi materno. Un vero mistero della fede repubblicana: la Carta è severa per gli avversari e clemente per gli amici, e nessuno, dico nessuno, ci trova nulla di strano.

Morale: il nome cambia, la sostanza resta quella di prima. Che è, appunto, il nulla — solo scritto in maiuscolo e con la Carta costituzionale come carta intestata.

IL PAPA, L'ULTIMO STATISTA



 Dall'intelligenza artificiale alle migrazioni, dalla pace al rapporto con Trump, Leone XIV riporta al centro della politica le grandi questioni del nostro tempo. Mentre i governi inseguono il consenso, il Papa prova ancora a inseguire il futuro.


C'è un paradosso nel nostro tempo. Mentre governi e partiti consumano le loro energie tra sondaggi e ricerca del consenso, è un Papa a dettare l'agenda delle grandi questioni del XXI secolo. Leone XIV lo ha fatto con l'enciclica sull'intelligenza artificiale, primo grande documento dedicato alla rivoluzione destinata a cambiare economia, lavoro e cultura. Lo ha fatto invocando una pace «disarmata e disarmante» in un mondo che continua a misurare la propria forza con gli arsenali. Lo ha fatto scegliendo Lampedusa invece di Washington, ricordando agli Stati Uniti che la loro grandezza è stata costruita dagli immigrati. Sempre con la stessa cifra: la forza pacata delle idee.

Il confronto con Donald Trump è il confronto fra due idee di civiltà. Da una parte il linguaggio dei muri, della forza e della contrapposizione; dall'altra quello della dignità della persona, del dialogo e della responsabilità. Nessuna invettiva, nessun insulto. Leone XIV oppone la fermezza di chi non ha bisogno di alzare la voce. Così ricorda che la libertà non vive senza giustizia e che la sicurezza non può essere costruita cancellando l'umanità dell'altro.

Qui emerge anche il limite di una parte del dibattito europeo. Quando Giorgia Meloni richiama l'unità dell'Occidente e la salvaguardia dell'alleanza atlantica, dice una cosa giusta, ma non sufficiente. L'Occidente non è soltanto un'alleanza geopolitica: è il prodotto dell'Illuminismo, delle rivoluzioni liberali e democratiche, dello Stato di diritto, della libertà, del pluralismo e della dignità della persona. Valori che la cultura della destra reazionaria ha spesso considerato estranei, quando non apertamente avversati. Separare l'Occidente da questo patrimonio significa svuotarlo del suo significato. Resta il nome, ma scompare l'anima. Leone XIV, invece, quei valori li restituisce alla politica, ricordando che senza di essi l'Occidente non è una civiltà, ma soltanto un'espressione geografica.♓


POLPETTE DI MELENZANE E TONNO



 Quando la Melanzana Incontrò il Tonno (e nacque uno scandalo delizioso).

Ed eccomi ancora qua: Robertino, chef per passione ed estetica - chi fa quadri, chi scrive poesie, io cerco di disegnare in cucina i colori della natura e portare a tavola piatti che mia madre, ah! saggia Tilde, mi dice essere degni dei quadri di Venezia. Oggi vi annoio prima del piatto, parlandovi prima dei protagonisti del piatto. Una storia che comincia col litigio più antico del Mediterraneo: la terra contro il mare, la melanzana contro il tonno.

La melanzana, cari miei, ha avuto una vita difficile prima di diventare regina di tavola. Sbarcò in Sicilia al seguito degli Arabi, forestiera con la buccia scura e il nome sospetto: "mela insana" la chiamarono i dotti del Medioevo, giurando che chi l'avesse mangiata cruda sarebbe impazzito di lì a poco. Fesserie belle e buone, si intende — ma tanto bastò perché contadini e monache la friggessero, la salassero, la mettessero sotto sale per ore, quasi a esorcizzarla prima di portarla in tavola. E fu proprio da quella diffidenza che nacque la sua fortuna: friggendola, i siciliani scoprirono che la follia, se croccante, è un piacere e non una condanna. Da lì la melanzana non si fermò più: divenne parmigiana, caponata, involtino, e oggi eccola qui, capace di travestirsi da polpetta pur di conquistarvi.

Il tonno invece è cosa seria, quasi sacra. Vi immaginate i tonnaroti di Favignana, che cantavano la cialoma per darsi il ritmo mentre tiravano su le reti, il mare che diventava rosso di fatica e di sangue? Da quella scena da tragedia greca è nato l'ingrediente che oggi vive tranquillo in una scatoletta di latta, democratico e disponibile a tutti, dal palazzo alla mansarda.

Ora, che questi due si trovassero un giorno nella stessa ciotola è cosa che io immagino sia successa per caso, come tutte le cose buone. Una nonna di qualche paesino ionico, con una melanzana sola in dispensa e mezza scatoletta di tonno avanzata dal giorno prima, decise di non sprecare nulla. Ci mise un cucchiaio di senape per darsi audacia e una scorza di limone per farsi perdonare l'azzardo. Nacque così, tra un peccato di gola e un atto di risparmio, la polpetta più sicula che si possa immaginare - prima segreto di famiglia, poi orgoglio di paese, oggi pretesto per farvi questa chiacchierata.

Mani in Pasta

Taglio la melanzana a dadini e la friggo in olio ben caldo, fino a quella doratura che sa di festa. La scolo su carta assorbente, con la pazienza di un sarto che stira un vestito buono. Poi, in una ciotola, faccio incontrare melanzane, tonno, parmigiano, farina, erbe aromatiche, sale, pepe e senape: impasto tutto con le mani, come si fa la pace in famiglia — con decisione, ma senza violenza.

Formo le polpettine aiutandomi con due cucchiai, un gesto che a me pare quasi un balletto, e le tuffo nell'olio bollente fino a doratura perfetta. Da ultimo, una grattugiata di scorza di limone, che è il bacio della buonanotte a un piatto già innamorato di sé stesso.

Calde, croccanti, un po' matte - proprio come piace a me.




sabato 4 luglio 2026

HYERACE RESTA AL TIMONE DEL PD, MA NON PUNTA DA NESSUNA PARTE

 l Pd messinese si riunisce quattro ore per confermare il segretario. Sulle domande poste da mesi da Messina Today, però, la Direzione resta in silenzio. 






Quattro ore di Direzione provinciale, quindici pagine di relazione, un segretario che non si dimette e non doveva dimettersi: fin qui nulla di scandaloso, anzi. Un partito che discute è un partito vivo, e Armando Hyerace ha ragione quando dice che raramente altrove si assiste a un confronto così franco. Il problema non è la franchezza: è su cosa la si eserciti. E leggendo il resoconto della serata all'hotel Royal, la sensazione è che il Pd messinese abbia usato quattro ore per fotografare sé stesso, non la città. Sono rimasti fuori del dibattito  il paradosso siciliano della crescita senza sviluppo certificato da Svimez, i ritardi cronici del Pnrr nella provincia, il porto e la sua logistica, l'università  e la sua storia fatta anche di crimini, ladrocinii  e baronati. 

Hyerace  lo sa, e lo scrive quasi in filigrana quando ammette che alcune scelte avrebbero potuto essere migliori, senza però indicarne una sola. È l'understatement elegante di chi preferisce l'autocritica generica alla proposta specifica: costa meno, e non impegna a nulla. Il partito che si definisce primo dell'opposizione in una città guidata da un decennio da Cateno De Luca e dai suoi uomini, ha, in teoria, l'obbligo morale di dire come cambierebbe le cose. In pratica, Hyerace, ha impiegato la sua lunghissima serata a discutere di equilibri interni. Resta, sullo sfondo, una domanda che nessuno ha posto ad alta voce: si può rilanciare un partito parlando solo di chi comanda, mai di cosa si farebbe da comandanti? Come avrebbe forse chiosato G.B.Shaw, la politica è l'arte di procrastinare le decisioni finché non sono più necessarie: al Pd messinese, va riconosciuto, l'arte riesce magnificamente. ♓

venerdì 3 luglio 2026

Il Fuoco Invisibile , come il Fumo alimenta le malattie infiammatorie croniche



 di AG RIZZO *

Nel mio ambulatorio, ogni giorno, guardo negli occhi pazienti piegati dal dolore. Persone a cui le mani fanno così male da non riuscire ad abbottonarsi una camicia, o la cui pelle brucia a causa di placche rosse e desquamanti.

Come medico e divulgatore scientifico , il mio dovere è comunicare  la verità, per quanto scomoda possa essere. 

So bene quanto la dipendenza dal fumo sia una catena difficile da spezzare. 


Non sono qui per giudicare , ma per suggerire gli strumenti per capire cosa succede davvero nel corpo ogni volta che si accende una sigaretta.

Il fumo non distrugge solo i polmoni o il cuore. Il fumo è il più potente interruttore ambientale che accende il fuoco dell'infiammazione cronica nel vostro corpo.


L'Innesco, dalla fiamma alla cenere

Quando aspirate il fumo di una sigaretta, non state solo inalando nicotina, ma un cocktail letale di oltre 7.000 sostanze chimiche. Questo veleno entra nel circolo sanguigno e manda in tilt il vostro sistema immunitario, trasformandolo da "difensore" a "spietato attaccante" dei vostri stessi tessuti. Questo fenomeno si chiama infiammazione sistemica.

Ecco come questo "fuoco invisibile" devasta organi, pelle e articolazioni, patologia per patologia.


Artrite Reumatoide

Il tradimento dei polmoni 

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia autoimmune in cui il corpo attacca le proprie articolazioni. Sapete dove inizia spesso questo attacco? 

Nei polmoni di chi fuma.

Le tossine del fumo alterano la struttura di alcune proteine polmonari (un processo chimico chiamato citrullinazione). 

Il sistema immunitario non le riconosce più come "amiche", crea degli anticorpi per distruggerle (gli anti-CCP) e finisce per attaccare per errore anche la membrana sinoviale delle articolazioni.


I Dati: I fumatori hanno un rischio fino a due volte superiore di sviluppare l'Artrite Reumatoide rispetto ai non fumatori. Nei fumatori con una specifica predisposizione genetica (HLA-DRB1), il rischio di ammalarsi si moltiplica a dismisura. Inoltre, chi fuma risponde molto peggio alle terapie biologiche salvavita.


Psoriasi e artrite psoriasica : la pelle  che brucia 

La psoriasi non è un semplice "problema estetico". È una malattia infiammatoria sistemica che si manifesta sulla pelle e, nel 30% dei casi, colpisce brutalmente anche le articolazioni (artrite psoriasica).

Il fumo genera uno stress ossidativo massiccio che attiva le cellule dendritiche e i linfociti T, i "soldati" che scatenano la tempesta infiammatoria tipica della psoriasi.


I Dati: Fumare più di 20 sigarette al giorno raddoppia il rischio di sviluppare la psoriasi grave. 

Nelle donne fumatrici, il rischio di comparsa della malattia è calcolato al 78% in più rispetto a chi non ha mai fumato. Peggio ancora, il fumo riduce drasticamente l'efficacia delle cure dermatologiche.


Artrosi (Osteoartrosi), molto  più che semplice "Usura"

Per decenni abbiamo creduto che l'artrosi fosse solo "l'usura" della cartilagine dovuta all'età. Oggi, come ricercatori, sappiamo che l'infiammazione gioca un ruolo chiave. Il fumo riduce l'afflusso di sangue e ossigeno ai tessuti articolari (ipossia) e inibisce la proliferazione dei condrociti, le cellule che riparano la nostra cartilagine.


I Dati: Studi recenti su larga scala hanno smentito il vecchio mito che il fumo proteggesse dall'artrosi. Al contrario, i fumatori con artrosi al ginocchio presentano una maggiore perdita di cartilagine visibile in risonanza magnetica e riportano punteggi di dolore significativamente più alti rispetto ai non fumatori.


Il Messaggio che devi portare a casa

Ogni sigaretta è un fiammifero gettato su un pagliaio secco. 

Se soffri di dolori articolari, se le tue ginocchia scricchiolano e fanno male, se la tua pelle è infiammata o se hai una familiarità per malattie reumatiche, smettere di fumare è la singola, più potente terapia che tu possa prescrivere a te stesso da oggi stesso.


Nessun farmaco miracoloso, nessun integratore costoso e nessuna dieta magica potranno mai spegnere l'incendio se continui ad alimentarlo buttandoci sopra la benzina del fumo.


Chiedi aiuto. Rivolgiti a un centro antifumo, parlane con il tuo medico di base o con noi specialisti. Il corpo umano ha una straordinaria, commovente capacità di guarire e di rigenerarsi, se solo smettiamo di avvelenarlo.

Riprenditi le tue mani, la tua pelle, il tuo respiro. 

Riprenditi la tua vita.


Bibliografia e dati  indicizzati verificabili  (Fonti Primarie)

Per onestà intellettuale e rigore scientifico, ecco le principali fonti indicizzate (consultabili su database medici come PubMed) che supportano quanto scritto:

1. Artrite Reumatoide:

 Klareskog L, et al. "A new model for an etiology of rheumatoid arthritis: smoking may trigger HLA-DR (shared epitope)-restricted immune reactions to autoantigens modified by citrullination." Arthritis & Rheumatism (2006). PMID: 16447234.

 Sugiyama D, et al. "Impact of smoking as a risk factor for developing rheumatoid arthritis: a meta-analysis of observational studies." Annals of the Rheumatic Diseases (2010). PMID: 19174392.

2. Psoriasi e Artrite Psoriasica:

 Naldi L, et al. "Cigarette smoking, body mass index, and stressful life events as risk factors for psoriasis: results from an Italian case-control study." Journal of Investigative Dermatology(2005). PMID: 16038393.

 Herron MD, et al. "Impact of obesity and smoking on psoriasis presentation and management." Archives of Dermatology (2005). PMID: 16365253.

3. Artrosi e Dolore Cronico:

 Amin S, et al. "Cigarette smoking and the risk for cartilage loss and knee pain in men with osteoarthritis of the knee." Annals of the Rheumatic Diseases (2007). PMID: 17158139.

 Zhao Z, et al. "The Association of Smoking with Osteoarthritis: A Meta-Analysis of Observational Studies." Pain Physician (2020). PMID: 33185368.


AG Rizzo MD Professor of surgery 


MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...