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lunedì 29 giugno 2026

IDEA TAGLIO

 


DON MILANI AVEVA RAGIONE: I GIANNI NON FINISCONO MAI

 





Nanni Banchi era un falegname. Le sue mani hanno levigato il legno per tutta la vita, non carte. Ai tempi di don Milani era il più grande dei ragazzi che il priore avrebbe voluto tra i banchi della sua scuola spartana, a Barbiana. Non ci andò. Troppo imbarazzo, troppo orgoglio, troppa paura di sembrare il somaro in mezzo a ragazzini più giovani che già sapevano più di lui.

Una sera salì da don Lorenzo mentre il prete osservava il cielo col binocolo. Il priore gli indicò una stella: Nanni, dimmi come si chiama. Lui rispose con una parolaccia. Volarono parole grosse. Se ne andò.

Dopo la morte di don Milani, nel 1967, Nanni Banchi non riuscì più a darsi pace. Fondò il Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, per tenere vivo quel patrimonio che da giovane aveva rifiutato. Oggi ha ottantanove anni, le gambe malferme, e non perde occasione di farsi accompagnare sulla tomba del priore. Si siede. Prega. Chiede perdono per quella stella non riconosciuta. Per quel vaffa scagliato contro il maestro. Una vita intera trascorsa a onorare il debito di un rifiuto. Forse è questa la forma più alta di fedeltà.


Sono sicura che pressappoco così - con questa voce ruvida e diretta - Nanni Banchi avrebbe raccontato la vita di don Lorenzo.  


Io non sono uno scrittore. Sono stato un falegname. Eppure eccomi qui, a raccontare di un uomo che non smette mai di interrogarmi, anche adesso che ho ottantanove anni e le gambe non mi reggono più.


Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, in una famiglia ricca e colta - il tipo di famiglia che a Barbiana non si vedeva proprio. Suo nonno insegnava all'università. Sua madre conosceva Joyce. Lui, da ragazzo, voleva fare il pittore. Poi arrivò la guerra, il fascismo, la conversione al cattolicesimo. Nel 1947 divenne sacerdote - non il tipo di prete che celebra la messa e torna a casa. Il tipo che ti fissa negli occhi e ti chiede dove hai sbagliato. Il tipo che dà fastidio.


Il suo primo incarico fu a Calenzano. Aprì subito una scuola per operai e contadini - gratis, aperta a tutti. Capì allora quello che avrebbe ripetuto per tutta la vita: che la lingua è potere. Chi non sa parlare, non sa difendersi. Chi non sa leggere, non sa votare davvero. L'ignoranza non è una colpa dei poveri - è la trappola che i potenti lasciano aperta per loro. Questo gli costò il trasferimento. La chiesa non gradiva certi discorsi. Nel 1954 lo mandarono a Barbiana - una frazione sperduta nel Mugello, senza strada, senza luce, senza acqua. Una punizione travestita da parrocchia. Lui la trasformò in una scuola.

A Barbiana i ragazzi studiavano tutto il giorno, tutti i giorni dell'anno. Niente ricreazione. Si leggevano i giornali, si scriveva insieme, si discuteva con sindacalisti e politici. I primi a parlare dovevano essere sempre i meno istruiti. Il suo metodo era semplice e rivoluzionario: nessuno è stupido, qualcuno è solo stato abbandonato prima.


Nel 1967 scrisse con i suoi ragazzi la Lettera a una professoressa. Un libro che ancora oggi brucia, perché dice la verità sulla scuola: non combatte le diseguaglianze, le amplifica. Promuove i figli dei dottori, boccia i figli dei contadini. Chiama merito quello che è solo fortuna di nascita. Don Lorenzo morì il 26 giugno 1967, di leucemia, nella casa della madre a Firenze. Aveva quarantaquattro anni. Lo seppellirono a Barbiana. E io non ho avuto più pace.


Don Milani chiamava Gianni il ragazzo povero che la scuola bocciava e dimenticava. Gianni era il figlio del contadino, del mezzadro, dell'operaio — quello che arrivava in classe senza gli strumenti giusti e veniva rispedito indietro con una croce sopra, come se la colpa fosse sua. Di fronte a lui c'era sempre Pierino, il figlio del dottore, che di strumenti ne aveva fin troppi e veniva premiato per meriti che erano semplicemente meriti di nascita.


Oggi i Gianni hanno altri nomi e altre facce. Vengono da altri posti, parlano altre lingue, attraversano altri mari. Ma il meccanismo è identico: la scuola li guarda e non li vede, la società li conta e non li ascolta, il sistema li processa e li espelle. Gli ultimi cambiano stagione, non cambiano destino. Questa poesia, di Lorenzo, è per loro - per tutti i Gianni di ieri e di oggi.


Anche tu, caro amico...


Tu che urli perché nessuno ha mai ascoltato il tuo silenzio.


Tu che vedi nemici perché nessuno ti ha insegnato a fidarti.


Tu che difendi una Patria che, forse, non ti ha mai davvero abbracciato.


Tu che cerchi colpevoli perché nessuno ti ha aiutato a dare un nome al tuo dolore.


Tu che odi, magari in nome di un dio confezionato su misura per giustificare quell'odio, perché nessuno ti ha mai mostrato un amore più grande della tua rabbia...


Nessuno, però, nasce capace di odiare. Qualcuno, lungo la strada, ti ha insegnato a farlo.


Ogni volta che una persona impara a odiare, c'è sempre qualcuno che ha fallito nel dovere di educare, amare, proteggere.


Fallendo ha creato in te infelicità...


Fallendo ha fatto di te una vittima...


Vittima di un mondo che non ti ha protetto.


Vittima di una scuola che non è riuscita a raggiungerti.


Vittima di una società che troppo spesso ti ha visto soltanto come un numero, un consumatore, un elettore, un tifoso da sfruttare.


Vittima di chi ti ha ingannato, usato, manipolato.


Vittima di chi ha alimentato dentro di te il fuoco del rancore, della paura e della violenza, offrendoti falsi miti da adorare e falsi nemici da combattere.


Vittima di chi ti preferisce arrabbiato, confuso, incolto, perché chi pensa è più difficile da governare.


Vittima di un'infanzia che non ti ha donato tutto l'amore, la comprensione e la guida che spettano ad ogni bambino.


Amico mio... Rifletti.


Se nessuno ti ha insegnato ad amare,

comincia tu.


Se nessuno ti ha mostrato la strada,

diventa tu la strada per qualcuno.


Se nessuno ti ha difeso,

difendi tu chi non ha voce.


L'odio non crea: distrugge.


La rabbia distrugge la ragione, annulla il diritto.


Si vince con la dignità, con la disponibilità, con la forza dell'umanità autentica.


Perché la vera rivoluzione, oggi, nasce da una coscienza che si risveglia, da una mano che si tende, da una carezza che trova il coraggio di spezzare la catena dell'odio.


Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.


[Don Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, 1965].


Oggi in Italia la parola accoglienza è diventata un campo di battaglia. Il dibattito pubblico si è ristretto fino a diventare una fessura attraverso cui passa solo la paura. Don Milani sapeva già tutto questo. Lo sapeva nel 1965, quando scrisse che il mondo si divide non tra italiani e stranieri, ma tra oppressi e oppressori. I figli dei mezzadri di Barbiana - italianissimi, poverissimi - erano invisibili quanto qualsiasi migrante che oggi attraversa il Mediterraneo. L'esclusione non ha passaporto.


a cura di E. L. M. Irali

IL PONTE CHE PRODUCE TUTTO TRANNE IL PONTE

 CORSIVO 


Il cantiere più lungo d'Italia non ha ancora un mattone — ma ha già una giurisprudenza invidiabile


Il Ponte sullo Stretto ha una virtù rara: è l'unica grande opera pubblica italiana capace di generare ricchezza senza essere costruita. Non ponti, non piloni, non campate sospese — ma avvisi di garanzia, rinvii a giudizio, intercettazioni telefoniche e delibere bocciate dalla Corte dei Conti. Pietro Ciucci, ad della Stretto di Messina, precisa che «abbiamo vinto al Totocalcio» era una frase ironica. Ottimo. Perché la Corte dei Conti, che di ironia non vive, ha bocciato la delibera Cipess e chiesto documentazione. Tra chi ride e chi chiede carte, il contribuente paga e aspetta. Come al cinema: si paga il biglietto, lo schermo rimane bianco, ma i titoli di testa sono già una piccola opera d'arte.

Il fascicolo giudiziario del Ponte ha raggiunto dimensioni da scaffalatura dedicata. La Procura di Roma indaga sui presunti tentativi di influenzare il controllo di legittimità sulla delibera Cipess: nel registro degli indagati figurano l'imprenditore Vincenzo Virgiglio, l'ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele — corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio — e l'avvocato Saccomanno, ex commissario calabrese della Lega, la cui telefonata con Ciucci è ora agli atti del Ros. Prima ancora, nei decenni: penali versate e mai versate, contenziosi miliardari, progettisti che cambiano, gare che ricominciano. Il Ponte, come opera fisica, non esiste. Come filiera forense, è già alla terza generazione.
Salvini osserva dall'alto con la serenità di chi scambia l'annuncio per il fatto. Il direttore tecnico Mele promette la nuova delibera Cipess «entro la fine dell'estate» — e in Sicilia l'estate dura fino a novembre, dettaglio geografico che potrebbe rivelarsi utile. Zahi Hawass paragona il Ponte alle Piramidi: e ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Le Piramidi le hanno costruite. Il Ponte ha prodotto convegni, consulenze, fascicoli processuali e almeno un'intercettazione in cui qualcuno esulta per una schedina. Noi, popolo paziente delle due sponde, continuiamo a pagare. Almeno al cinema, alla fine, accendono le luci.

domenica 28 giugno 2026

FIGLI DELLA RABBIA: LA MANOSFERA ARRIVA A MESSINA E TROVA TERRENO FERTILE

 



a cura di Anna Lombardo

Venti minuti per radicalizzare un adolescente. In Sicilia, dove la fragilità sociale moltiplica ogni rischio, forse anche meno.



Venti minuti. È il tempo medio — secondo un'indagine del Senato francese — perché un adolescente si imbatta online in contenuti misogini. Non serve cercarli: basta un video sul fitness e l'algoritmo fa il resto. Il mascolinismo non è più una sottocultura di Internet: è un fenomeno culturale in espansione, capace di influenzare il modo in cui una parte crescente delle nuove generazioni interpreta i rapporti tra i sessi. In Italia non esiste ancora un'indagine equivalente. Esiste la cronaca: femminicidi che non smettono di contarsi, adolescenti fermati per violenze di branco, ragazzi che descrivono le relazioni con un lessico di conquista e dominio. Il fenomeno è qui, non mappato ma presente.


Se esiste un luogo dove la manosfera trova terreno fertile, è il Sud. Non per predisposizione culturale, ma per fattori strutturali. In Sicilia il 27,5% dei giovani è NEET: non studia, non lavora, non si forma. La disoccupazione giovanile è al 33,8%. A Messina, 832 under 40 emigrano ogni anno. Chi resta, resta senza prospettiva. È in questo vuoto che prospera l'industria della rabbia: influencer che offrono risposte semplici a problemi complessi — solitudine, rifiuto, precarietà — con un messaggio sempre identico: gli uomini sono vittime del femminismo, il recupero della virilità è la soluzione. Non è questione di stupidità. È questione di vuoto che viene sempre riempito da qualcosa.


La risposta non è solo repressiva. La radicalizzazione avviene per progressione lenta, guidata dagli algoritmi, a partire da interessi innocui. Fermarla richiede scuole che parlino di relazioni senza imbarazzo, famiglie capaci di nominare ciò che accade sugli schermi dei figli, spazi dove i ragazzi costruiscano identità che non dipendano dalla sconfitta di qualcun altro. A Messina questi spazi mancano: centri di aggregazione chiusi, consultori sotto organico, politiche giovanili ridotte a eventi estivi. Nel frattempo l'algoritmo lavora. Senza che nessuno abbia trovato il tempo di considerarlo una priorità. Venti minuti alla volta.


sabato 27 giugno 2026

QUANDO LA CALIFORNIA CHE NON SAPEVA ANCORA DI ESSERE LEGGENDA

 La Storia



Bisogna immaginare la fine degli anni Sessanta come una stanza dove qualcuno ha lasciato aperta una finestra tra due mondi: da una parte il rock elettrico che scuoteva le coscienze, dall'altra le highway polverose del Sud, le chitarre pedal steel, le ballate di chi aveva perso qualcosa senza sapere bene cosa. In quella corrente d'aria nacquero i Flying Burrito Brothers. Gram Parsons e Chris Hillman escono dai Byrds come si esce da una casa troppo grande: con la sensazione di aver capito qualcosa che gli altri ancora non vedono. Portano con sé Michael Clarke, batterista che i Byrds li aveva già vissuti dall'interno, e costruiscono una cosa che non aveva ancora un nome preciso. Country rock, si dirà poi, con quella sicumera con cui si battezzano le rivoluzioni solo quando sono già finite. Con loro arriverà anche Bernie Leadon, che di lì a qualche anno avrebbe contribuito a erigere la cattedrale sonora degli Eagles.

Wilde Horses

Il disco d'esordio passa quasi inosservato, come spesso accade alle cose necessarie. Il successo arriva nel 1970 con Burrito Deluxe, ed è qui che compare Wild Horses, firmata Jagger-Richards, consegnata ai Burrito con un anno di anticipo rispetto alla pubblicazione degli Stones in Sticky Fingers. Parsons la canta con quella voce spezzata e solare che sembrava provenire da un paese senza coordinate geografiche precise, qualcosa tra il Georgia rosso di argilla e il Pacifico che si perde nell'orizzonte. Gram lascia i Flying Burrito Brothers poco dopo, muore nel 1973 nel deserto di Mojave, con la leggenda già pronta ad avvolgerlo. Il gruppo va avanti, cambia pelle più volte, pubblica live e antologie fino agli albori del terzo millennio, inseguendo un'eco che si allontana a ogni passo. È il destino di certe band: avere avuto ragione troppo presto, in un momento in cui il mondo non era ancora attrezzato per ringraziarle.





giovedì 25 giugno 2026

Odissea a Fontanarossa: Il girone dantesco dell' aeroporto di Catania



Tra navette inaffidabili, caldo asfissiante e bagni da incubo, il principale scalo siciliano si trasforma in un percorso a ostacoli per migliaia di viaggiatori.


L'Aeroporto Vincenzo Bellini di Catania dovrebbe essere la porta d'accesso privilegiata per una delle isole più belle del mondo, il fiore all'occhiello del turismo e dell'economia siciliana. Eppure, per chi vi transita, la realtà assume rapidamente i contorni di un girone dantesco. Un'infrastruttura fondamentale che, messa alla prova dai volumi di traffico moderni, mostra crepe profonde e un'inefficienza cronica che si scarica interamente sulle spalle e sui nervi dei passeggeri.


L'Illusione del trasporto a cura della navetta  fantasma 

Il biglietto da visita dello scalo è il sistema di collegamenti, e il primo ostacolo si materializza proprio qui. 

Il servizio di bus navetta, che dovrebbe garantire un flusso rapido e indolore tra la stazione ferroviaria, parcheggi, i terminal o il centro città, brilla per la sua inefficacia. 

I passeggeri denunciano attese estenuanti per navette che sembrano vere e proprie chimere. 

Iniziare o finire un viaggio trascinando i bagagli sotto il sole implacabile, alla vana ricerca di un mezzo di trasporto basilare, è un affronto inaccettabile per un aeroporto internazionale.


Un clima  infernale e la caccia al posto a sedere

Varcare le porte scorrevoli del terminal dovrebbe rappresentare un momento di sollievo. 

Invece, l'accoglienza è affidata a un clima letteralmente infernale

Il sistema di climatizzazione, palesemente sottodimensionato o malfunzionante, trasforma le sale d'attesa in serre asfissianti, dove l'aria viziata si mescola alla frustrazione generale.

E se sperate di ingannare l'attesa seduti comodamente, preparatevi a una delusione altrettanto cocente. 

Le poltrone sono drammaticamente insufficienti rispetto al numero di viaggiatori. Il risultato è uno spettacolo indecoroso, ma ormai tristemente consueto: decine di persone , tra cui anziani e famiglie con bambini piccoli , costrette ad accamparsi per terra, sui propri trolley, o appoggiate ai piloni della struttura, in un'immagine che ricorda più un bivacco d'emergenza che un hub europeo del 2026.


Servizi (Poco) igienici : L’ ultimo affronto 

Il colpo di grazia alla dignità del passeggero, tuttavia, viene inflitto nei bagni. 

Definirli "servizi igienici" richiede un notevole sforzo di fantasia. 

I racconti dei viaggiatori descrivono una situazione di degrado diffuso con odori persistenti, pavimenti perennemente bagnati, rubinetti non funzionanti, dispenser di sapone vuoti e una generale mancanza di manutenzione. 

È un livello di incuria che non solo genera profondo disagio, ma pone seri interrogativi sugli standard sanitari mantenuti in un luogo di passaggio così affollato.


Una svolta necessaria 

Catania e la Sicilia meritano di più. 

I turisti che portano ricchezza sull'isola e i cittadini siciliani che viaggiano per lavoro, studio o salute hanno il diritto di transitare in un'infrastruttura dignitosa. 

Non si tratta di chiedere lussi sfrenati, ma i requisiti minimi della civiltà dei trasporti con aria respirabile, un posto dove sedersi, bagni puliti e collegamenti affidabili.

Finché queste inefficienze basilari non verranno affrontate con investimenti concreti e una gestione rigorosa, l'Aeroporto di Catania continuerà a essere ricordato non come l'inizio di una splendida vacanza, ma come un'estenuante prova di sopravvivenza.

martedì 23 giugno 2026

VOCI SENZA ASCOLTO

 


a cura di Anna Lombardo


Il caso delle sorelle Di Giacinto e il principio tradito: quando i figli pagano la guerra degli adulti.



Sarah e Alisya hanno sedici e dodici anni. Sei anni di guerra tra adulti, sei anni di tribunali, tutori, case famiglia, procedimenti e rivalutazioni. Sei anni in cui nessuno sembra aver avuto il tempo - o la volontà - di stare fermo ad ascoltarle. La Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia del 1989 ha sancito un principio che nel tempo è diventato norma vincolante nell'ordinamento italiano: ogni decisione che riguardi un minore deve essere assunta alla luce del suo superiore interesse. Non è un'invocazione morale, è diritto cogente. 


Eppure il caso delle sorelle Di Giacinto - madre in carcere accusata di sequestro, padre che parla di «ripartenza da zero» come se i traumi si potessero cancellare con un reset - racconta di un sistema che ha applicato le norme senza mai incarnare il principio. Lo scarto tra i valori scritti e la realtà vissuta da queste ragazze non è una crepa: è una voragine. C'è un dettaglio che rimane. Il sindaco di Minturno, nominato tutore dal Tribunale per i minorenni, ha registrato un video per convincerle a tornare: «Verrete ascoltate, non sarete tradite». Un appello accorato, umano, forse necessario. Ma anche la più involontaria delle confessioni: fino a quel momento, l'ascolto non c'era stato. La riforma Cartabia del processo civile, in vigore dal 2023, impone che sia il giudice in persona a raccogliere la voce dei minori nei procedimenti che li riguardano. Capire i bisogni di un figlio senza stargli di fronte - senza mettere da parte chiunque pretenda di parlare per lui - non è tutela: è delega. E la delega, in questi anni, ha prodotto solo altra precarietà, altra sofferenza, altra fuga.


In Sicilia il tema non è astratto. I dati nazionali del Ministero del Lavoro aggiornati al 2023 mostrano che la Sicilia figura tra le regioni con i numeri più elevati di minorenni fuori famiglia, con un tasso di 4,1 per mille residenti 0-17enni, tra i più alti d'Italia, e con incrementi significativi rispetto all'anno precedente (Istituto degli innocenti). Nel Messinese, dove la rete dei servizi sociali sconta storiche carenze di organico e finanziamenti, la distanza tra la norma e la sua applicazione è ancora più acuta. Le comunità residenziali accolgono ragazzi in attesa di decisioni che tardano, in mezzo a conflitti familiari che nessuno riesce a contenere davvero. La storia di Sarah e Alisya non è un'eccezione: è la regola resa visibile da una fuga. Ascoltare i bambini non è una concessione degli adulti. È l'unico modo per non tradirli ancora.

domenica 21 giugno 2026

FOTO IMPLORATA, GLORIA PERDUTA

 



A Mar-a-Lago si entra da ospiti e si esce da camerieri.


Donald Trump ha detto che Giorgia Meloni lo ha implorato per una foto. Lei ha risposto che non è vero. Lui ha aggiunto che gli ha fatto pena. Noi non eravamo presenti. Ma una cosa la sappiamo: tra i due, quello che mente professionalmente da trent'anni è lui. L'altro, da noi, è lei.

C'è però una questione filosofica che nessuno affronta. Meloni è il capo riconosciuto dell'Internazionale Nazionalista. Bella trovata. Un'Internazionale di gente che non vuole stare con nessuno. Un club di solisti. Una federazione di "prima noi". Prima l'America, prima l'Ungheria, prima l'Italia: quando si siedono allo stesso tavolo, ognuno tira la tovaglia dalla propria parte. E prima o poi — lo insegna la storia, con quella sua antipatica abitudine di aver sempre ragione — i nazionalismi finiscono per farsi la guerra tra loro. L'Internazionale Nazionalista è come una gara di nuoto in cui tutti nuotano verso riva propria. Trump l'ha umiliata davanti al mondo. Ma forse le ha reso un servigio: adesso può divorziare dal trumpismo senza sembrare ingrata. La ingrata è già lui. In fondo, essere mollata dal pazzo più famoso del pianeta potrebbe persino farle simpatia. 

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

  Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto. Si racconta, tra i pesc...