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sabato 23 maggio 2026
BARONIE COL CODICE FISCALE
di AG Rizzo
La riforma Bernini arriva presentata come una grande operazione di modernizzazione: meno burocrazia, procedure più snelle, tempi più rapidi. Tutto bellissimo, se non fosse che tradotta dal burocratese all'italiano corrente la promessa suona diversamente — meno controlli, meno trasparenza, meno merito. Il baricentro si sposta sulle singole università, che gestiscono la selezione in un'unica fase: il candidato carica i titoli su una piattaforma ministeriale, il Ministero prende nota con la solennità di chi firma una ricevuta, e poi la partita vera si gioca nei corridoi del dipartimento, dove certi equilibri hanno la solidità del tufo e l'elasticità dello zero. Abbiamo installato una telecamera all'ingresso del teatro, ma la commedia si recita dietro le quinte.
Il problema, naturalmente, non è chi giudica. È chi scrive il bando. Chi disegna il profilo del candidato ideale con la precisione sartoriale di chi ha già il modello in mente — "filologia comparata del bottone nel tardo pomeriggio", tre pubblicazioni, un dottorato e un ufficio al terzo piano. Il concorso esiste, i verbali esistono, la commissione esiste, le dichiarazioni di imparzialità esistono. Esiste tutto, tranne la competizione. È una messa laica del merito, celebrata con grande scrupolo liturgico davanti a una platea che conosce già il nome del santo da canonizzare. Alla Capria avrebbe detto che è un paese dove le forme si rispettano con tanto maggiore solennità quanto più la sostanza è già stata altrove consumata.
Eppure tutto questo si chiama riforma coraggiosa. Il coraggio sarebbe fare l'opposto: concorsi aperti, bandi che non siano ritratti del candidato già scelto, giovani ricercatori trattati come risorsa e non come manodopera a termine. Invece no. I precari continuano a pubblicare, insegnare, aspettare — e alla fine scoprono che il posto era già assegnato prima che aprissero il bando. Le parole cambiano: autonomia, semplificazione, efficienza. La sostanza no. È solo un modo più elegante per dire che vince chi era già dentro.
CIAO CARLIN, GRAZIE
CENTOTTANTACINQUE MILIONI DI BUONE INTENZIONI
Centottantacinque milioni di crediti inesigibili, ventitré anni di morosità accumulata: la rottamazione-quinquies arriva a Messina come una pace fiscale che chiude i conti col passato — ma non con la storia.
KABUL, LE BAMBINE E LA NOSTRA VERGOGNA
a cura di Anna Lombardo
Spose bambine e rimpatri forzati: così l'Occidente completa il tradimento.
Il governo talebano ha appena emanato un regolamento sul diritto di famiglia che legalizza ciò che la barbarie praticava già nell'ombra: il matrimonio di bambine. Trentuno articoli, pubblicati nella Gazzetta ufficiale con l'approvazione del leader Hibatullah Akhundzada, che codificano in forma di legge l'acquisto di una femmina. L'articolo 7 stabilisce che il silenzio di una ragazza vergine dopo la pubertà possa valere come consenso alle nozze. Il silenzio come consenso: una formula giuridica che è già, di per sé, una violenza. Secondo stime riportate dal Guardian, da quando i talebani hanno vietato l'istruzione femminile, circa il settanta per cento delle donne afghane è stata costretta a matrimoni precoci o forzati. Ci sono momenti nella storia in cui ci si vergogna di essere uomini. Questo è uno di quelli.
Eppure questa vergogna non nasce oggi, e non nasce a Kabul. Nasce nei corridoi di Doha, dove nel 2020 gli Stati Uniti, Presidente al primo mandato Donald Trump, negoziarono la resa con i talebani senza porre come condizione vincolante la tutela dei diritti delle donne. Nasce il 15 agosto 2021, quando l'esercito americano si dissolse nel nulla. Non fu un crollo improvviso: fu una scelta deliberata, un abbandono pianificato. Si era combattuta una guerra, si erano spesi duemila miliardi di dollari. Poi si è fuggiti, lasciando sul campo non solo armi e mezzi, ma un intero popolo. È questa la cifra morale dell'avventura occidentale in Afghanistan: il cinismo di chi agita i valori come bandiere di convenienza e li ammaina quando costano troppo.
Oggi quel cinismo indossa un abito nuovo. L'Europa tratta con i talebani per rimpatriare gli afghani fuggiti nel 2021 — le stesse persone che cercavano di salvarsi da ciò che noi stessi avevamo contribuito a scatenare. I sovranisti di ogni latitudine sventolano la bandiera della remigrazione come se rimandare indietro una donna in Afghanistan fosse un atto di ordine pubblico e non una condanna. Indignarsi per una legge che legalizza il matrimonio-stupro delle bambine e contemporaneamente deportare famiglie verso quel sistema: questo è il paradosso criminale in cui l'Occidente ha scelto di vivere. La comunità internazionale esprime "grave preoccupazione" — formula diplomatica che equivale, nella sostanza, al silenzio. E il silenzio, come ci insegna l'articolo 7 della nuova legge talebana, può sempre essere interpretato come consenso.
mercoledì 20 maggio 2026
IL PARCHEGGIO COME ALIBI: OVVERO, COME SPIEGARE MALE L'ECONOMIA
Quando la politica incontra il commercio e si fa del male a entrambi. Stavolta tocca ai parcheggi.
C'è qualcosa di commovente, nella politica meridionale, nella capacità di resuscitare argomenti già confutati con la freschezza di chi li espone per la prima volta. Marcello Scurria — candidato sindaco di Messina, uomo di mondo, si dice, persona informata dei fatti — ha pensato bene di conquistare il commercio cittadino promettendo buoni sconto sui parcheggi. Cento euro di rimborso sulle strisce blu, come se i centri storici muoiano per colpa dei parcometri e non per la lenta erosione demografica, per l'ecommerce che recapita tutto a domicilio, per i centri commerciali periferici che offrono tutto sotto uno stesso tetto riscaldato. Il candidato ha solleticato il commerciante dal cervello involuto — quello che crede che la doppia fila sotto il negozio sia un indicatore di prosperità — ignorando che le più autorevoli ricerche europee sulla mobilità urbana dimostrano esattamente il contrario: dove si pedonalizza, il fatturato sale. A Lille, a Madrid, in quattordici città spagnole, nelle quarantacinque esperienze nordamericane: più pedoni uguale più consumi. Non è ideologia, è aritmetica commerciale.
Il paradosso è che proprio le organizzazioni di categoria più evolute — quelle che leggono Confcommercio e non solo l'umore del fornitore di caffè — sono arrivate da tempo a queste conclusioni. Chiedono marciapiedi più larghi, arredo urbano dignitoso, eventi, attrattività, non corsie preferenziali per le Jeep Cherokee. Scurria sceglie invece di cavalcare il primitivismo della bottega inferocita, quella che ogni lunedì incolpa il sindaco per gli incassi del sabato. Il voto del commerciante arrabbiato vale quanto quello del commerciante illuminato. Ma la scelta dice qualcosa sulla qualità del programma sottostante, ammesso che esista.
Le saracinesche si abbassano da Berlino a Palermo, da Londra a Catanzaro, per ragioni che nessun sindaco controlla e nessun buono parcheggio potrà mai invertire. Il commercio al dettaglio perdeva quote a due cifre per anno nel confronto col digitale ben prima che qualsiasi amministratore locale mettesse mano a un parcometro. Attribuire alla politica locale un fenomeno strutturale globale è come accusare il manutentore dei lampioni per un'eclissi solare. Suggestivo, pittoresco, e completamente fuori fuoco. Ma tant'è: siamo in campagna elettorale, e certi argomenti viaggiano meglio dei fatti. ♓
IL BARBIERE NON SI RITAGLIA
CORSIVO
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