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martedì 14 luglio 2026

LA CASTA SI TRAVESTE, NON SI DIMETTE



 In Sicilia gli enti inutili non chiudono mai: cambiano casacca e riaprono con un altro nome.

C'è chi rottama gli enti inutili e chi li restaura, con la stessa cura con cui si restaura un mobile antico: si cambiano le gambe, la vernice, il nome, e si lascia intatto il tarlo. Il senatore Nino Germanà la chiama "restituzione del potere ai cittadini". Noi lo chiameremo trasloco: la casta cambia indirizzo, non abitudini. Le ex Province morirono nel 2014, giustiziate dalla riforma Delrio, e da allora vivono una vita da fantasma: consigli senza voto popolare, presidenti eletti dai sindaci, bilanci che nessuno legge e tutti pagano. Ora la Lega vuole restituire loro l'elezione diretta. Bella parola, "restituire". Come se i Liberi consorzi fossero un giardino pubblico sottratto al popolo da un ladro, e non - come sono davvero - una scatola vuota, buona solo a ospitare poltrone.

E chi la occuperà, quella scatola? Non i cittadini, che voteranno una tantum. La occuperanno i partiti: avranno finalmente un piano B per i trombati delle regionali, un vivaio per i futuri assessori, una sala d'attesa stipendiata per chi non ce l'ha fatta altrove. Lo chiameranno "decentramento". Sarà, come sempre, moltiplicazione. Germanà dice che la Regione "fa fatica" a gestire certe competenze. Verissimo. Ma la cura di un'amministrazione che non funziona non è mai stata, nella storia della Repubblica, crearne un'altra identica accanto. È come non riuscire a svuotare la vasca e decidere di aprire un secondo rubinetto, magari dorato. La sinistra, aggiunge il senatore, predica il decentramento e razzola diversamente. Vero anche questo. Ma tra chi predica male e razzola peggio, e chi vuole solo cambiare il nome del razzolare, la differenza è di sartoria, non di sostanza. Gli enti inutili, in Sicilia, non muoiono mai: cambiano casacca, come i consiglieri a ogni tornata, e tornano sempre più affamati di prima, con la scusa buona che li ha fatti nascere ogni volta: più vicini al territorio, più lontani dalle tasche vuote dei cittadini. ♓

lunedì 13 luglio 2026

SCURRIA E L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI RITROVARSI SOLO

 


Quando la coalizione scappa sul carro del vincitore, resta chi ha il coraggio di dire no.

Messina attendeva una seduta tranquilla, una di quelle in cui il Consiglio comunale ratifica ciò che è già stato apparecchiato altrove. La delibera sulle Commissioni permanenti sembrava il più innocuo dei passaggi. E invece, nel pomeriggio, la sala si è trasformata in un piccolo laboratorio di viltà politica: cinque ore di tensioni, imbarazzi, silenzi pesanti. A rompere l’incantesimo non è stata la maggioranza di Basile Federico, compatta e muta come un ufficio stipendi, ma Marcello Scurria, che ha scoperto l’insostenibile leggerezza di ritrovarsi solo. Solo perché ha detto no. Solo perché ha osato disturbare il manovratore. La sua coalizione di centro destra si è spaventata. Sono saliti sul carro del vincitore con l’ansia di garantirsi un posticino per i prossimi cinque anni: tengono famiglia, il mutuo pesa, l’auto nuova costa, e l’inflazione - si sa - rende gli uomini liberi dagli impegni di coalizione. Meglio non rischiare, meglio non parlare, meglio non opporsi. Così Scurria è rimasto solo. 

Il PD, invece, ha fatto ciò che raramente fa: ha scelto la politica. Non il gioco delle tre carte, non il baratto delle presidenze, non la ricerca di una sedia in più. Ha capito che, se l’unico a opporsi era Scurria, lasciarlo solo avrebbe trasformato il Consiglio in un passacarte. Così i democratici hanno deciso di sostenerlo: non per amore dell’avvocato, ma per amore della dialettica. Una maggioranza senza opposizione degna diventa indegna essa stessa.

E qui la storia offre la sua metafora più tagliente. Tiberio Claudio Nerone non fu ricordato grande perché fu grande: fu un imperatore feroce, nepotista, incapace di difendere i confini. La sua grandezza postuma deriva dal suo oppositore, Publio Cornelio Tacito, che ne raccontò le ombre con tale lucidità da renderlo immortale. Così, nel piccolo teatro messinese, la dignità del Consiglio non l’ha salvata la maggioranza: l’ha salvata il dissenso di un uomo solo. Con tutti i suoi zigzag, con tutta la sua ondivaghità da globe trotter della politica cittadina, Scurria è stato l’unico a ricordare che la democrazia vive di frizioni, non di automatismi. E che, talvolta, basta un no per far politica mentre gli altri contano le sedie. 


LA GUERRA CHE NON UCCIDE: L'ERESIA UCRAINA CONTRO IL NOVECENTO

 CORSIVO 




Una strategia che disarma l’aggressore senza massacrare i civili, e riscrive le regole del conflitto moderno.


Albert Einstein, con la sua ironia da profeta riluttante, immaginava una Quarta guerra mondiale combattuta a colpi di pietre. Non prevedeva che un popolo, schiacciato da un’invasione e abbandonato alle cautele dei suoi alleati, avrebbe trovato una terza via: né atomica né clava, ma ingegno. L’Ucraina, cui nessuno avrebbe dato un soldo bucato, ha trasformato la sproporzione militare in un laboratorio strategico. Mentre Mosca brandiva la minaccia nucleare come un rosario profano, Kiev ha risposto con la geometria dei droni: silenziosi, economici, ostinati. Non colpiscono città, non inseguono civili, non cercano gloria nelle rovine. Mirano alle vene dell’aggressore: raffinerie, depositi, linee di rifornimento. È la guerra che non uccide, la più radicale smentita del Novecento bellico. Einstein, che temeva l’Apocalisse, avrebbe sorriso davanti a questa matematica della sopravvivenza, a questa terza via che disinnesca la paura senza alimentare la carneficina.

Gli ultimi bersagli – Ilsky, Perm, Omsk – sono mappe di un nuovo atlante militare: chilometri divorati da piccoli congegni che costano quanto un’utilitaria e valgono quanto un esercito. L’Ucraina ne produce sette milioni l’anno, esporta tecnologia, costruisce un’industria che è insieme difesa, diplomazia, deterrenza. E mentre la Russia si ritrova a corto di carburante, di energia, di narrazioni, i droni ucraini diventano la dimostrazione che la guerra può essere sottratta alla logica del massacro. Non è pacifismo da convegno, ma pacifismo operativo: impedire al nemico di combattere senza togliergli la vita. Forse bisognerebbe candidare gli ingegneri ucraini al Nobel, benché il mondo preferisca le favole ai fatti. Ma chi non è cieco vede che, in mezzo al fumo delle raffinerie, si sta scrivendo una pagina nuova: la guerra che non uccide, la più paradossale e concreta forma di pace armata.


giovedì 9 luglio 2026

GILBERTO IDONEA: ONE MAN SHOW

IL RICORDO 



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LA DIPLOMAZIA CON IL CARICATORE



C’è chi ai vertici internazionali regala penne, libri, foulard, ceramiche, magari una targa argentata destinata a prendere polvere in qualche ufficio ministeriale. 

Poi c’è Recep Tayyip Erdogan, che al vertice NATO ha pensato bene di regalare ai leader una pistola con il nome inciso sopra. 

Alla Meloni, naturalmente, la versione personalizzata: perché anche l’ansia geopolitica merita un tocco di eleganza.


Il gesto, più che diplomatico, sembra uscito da una serie turca doppiata male. 

“ Benvenuti ad Ankara, ecco il buffet, il comunicato finale e una semiautomatica con munizioni incluse”. 

Altro che souvenir istituzionale. Qui siamo alla bomboniera da matrimonio tra Machiavelli e Rambo.


Ma Erdogan non fa mai nulla per caso. La pistola non è un regalo, ma è un biglietto da visita. 

Racconta che la Turchia non è l’alleato silenzioso seduto in fondo al tavolo; è quello che arriva, sorride, stringe mani e poi ti ricorda che produce armi, droni, potere e simboli. Tutto inciso, possibilmente in metallo.


Il messaggio è chiarissimo: “Io sono il padrone di casa, voi siete ospiti, e il linguaggio della forza lo parlo fluentemente”. 

Politicamente, è marketing militare in confezione regalo. 

Diplomaticamente, è una gaffe solo se sei ingenuo; se sei Erdogan, è comunicazione strategica con il grilletto lucido.


Alla fine la pistola non racconta Meloni, Starmer o gli altri leader. Racconta lui, il sultano moderno che trasforma un vertice NATO in una televendita armata.


Una volta si diceva che “è il pensiero che conta”.

Oggi, ad Ankara, conta anche il calibro.

mercoledì 8 luglio 2026

TENERUMI: LA MINESTRA CHE SA D'ESTATE


Non chiamatela minestra povera: è l'unica zuppa siciliana che pretende rispetto e non si scusa mai di esserlo.

Storia

C'è un momento, in questa terra, in cui l'estate smette di essere una stagione e diventa un sapore. Arriva quando sui banchi del mercato compaiono quei ciuffi di foglie verdi, vellutate, quasi timide al tatto — i tenerumi — e con loro il ricordo di cucine che profumavano di pomodoro e di aglio dorato nell'olio. Non è un piatto, è una convocazione: la famiglia si raccoglie, e nessuno arriva in ritardo quando in tavola c'è la minestra di tenerumi.
Pochi lo sanno, ma questa pianta ha un pedigree antico quanto sorprendente. La cucuzza longa, la zucchina lunga siciliana da cui i tenerumi prendono le foglie, era già apprezzata al tempo dei romani, che ne conoscevano — a modo loro — le virtù. Duemila anni dopo, quelle stesse foglie continuano a raccontare la stessa storia: quella di un'isola che ha sempre saputo trasformare l'essenziale in festa, il povero in prezioso.

Il rito, non solo la ricetta

Preparare i tenerumi è un esercizio di pazienza contadina che nessuna fretta metropolitana può insegnare. Si comincia con un soffritto paziente — aglio e olio, che sia intero o tritato è questione di scuola, quasi di famiglia — a cui si uniscono i pomodori pelati, schiacciati poi a formare una salsa densa, grumosa, onesta. Un quarto d'ora di fiamma bassa, senza fretta, mescolando ogni tanto come si fa con le cose a cui si vuole bene.

Le foglie vanno scelte con occhio clinico: verdi, sane, morbide. I filamenti sottili tra una foglia e l'altra si eliminano, i gambi troppo duri si tagliano via senza pietà. Poi in acqua bollente, appena salata, per dieci minuti — e qui arriva il primo comandamento della ricetta, quello che separa chi sa da chi improvvisa: quell'acqua non si butta. È lì, in quel brodo verde e minerale, che si nasconde l'anima della pianta. Gli spaghetti spezzati, cinquanta o sessanta grammi a testa (o "a sentimento", come dicono le nonne che non hanno mai pesato nulla in vita loro), cuociono proprio in quel brodo, senza essere scolati mai. Tutto resta insieme: acqua, foglie, pasta, sale minerale.

A chiudere, la salsa di pomodoro versata sopra come una benedizione, e poi la ricotta salata grattugiata, il peperoncino macinato grosso per chi ama il carattere. Si serve calda o tiepida, mai fredda: i tenerumi non amano le mezze misure.

Un piatto, una geografia

Quello che colpisce, di questa minestra, è la sua capacità di essere insieme frugale e sontuosa. Non ha bisogno di ingredienti rari, eppure porta con sé tutta la geografia dell'entroterra siciliano — gli orti familiari, le zucchine che crescono rampicanti sui muretti a secco, l'economia domestica di chi non buttava via nulla, nemmeno l'acqua di cottura. È cucina di sussistenza diventata cucina d'identità, come spesso accade su quest'isola dove la povertà, filtrata dal tempo, si è fatta patrimonio.
Mangiare i tenerumi, in fondo, è un piccolo atto di memoria. Ogni cucchiaio racconta un'estate che si ripete uguale da generazioni, tra un mercato rionale e una cucina con la finestra aperta sul caldo di agosto.

Mantiade

«Si dice che la vera cultura sia ciò che resta quando si è dimenticato tutto il resto: dei tenerumi resta il brodo, ed è già filosofia.»


 


FLAIANO. RITRATTO IMPIETOSO DEL FASCISMO ITALIANO

 


Un testo scritto oltre cinquant'anni fa che continua a interrogare il presente. Un ritratto severo e provocatorio del fascismo e di alcuni tratti della società italiana, affidato alla lucidità corrosiva di Ennio Flaiano.



Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista.

Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.


Dal volume
Diario degli errori, appendice, Bompiani, 1976 (edizione postuma). �

Ennio Flaiano (1910-1972) fu uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento. Nato a Pescara, si affermò come scrittore, giornalista, umorista e sceneggiatore. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con il romanzo Tempo di uccidere, l'unico da lui pubblicato. Collaborò con Federico Fellini alla sceneggiatura di film come La dolce vita e 8½, contribuendo a rinnovare il linguaggio del cinema italiano. Celebre per gli aforismi taglienti e l'ironia disincantata, osservò con lucidità i vizi della società e della politica. La sua prosa, elegante e corrosiva, resta un modello di intelligenza critica e di stile.

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

  Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto. Si racconta, tra i pesc...