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giovedì 6 agosto 2026

LE PRIMARIE, O IL PARADOSSO DI CHI HA RAGIONE PER LE RAGIONI SBAGLIATE



 Giuseppe Conte rivendica il diritto delle primarie a scegliere una linea politica, non solo un volto. Ha ragione sul metodo. Il problema, per il centrosinistra, è tutto il resto. 


C'è qualcosa di squisitamente comico nel vedere un intero campo politico costretto a dare ragione a chi considera, a vario titolo, un problema. È quanto accade al Partito Democratico con Giuseppe Conte, che dalle parti di Asiago ha pronunciato una banale ovvietà istituzionale - le primarie servono a scegliere una direzione politica, non solo un nome da mettere in un santino - scatenando l'imbarazzo generale. Che un'affermazione così elementare debba passare per un atto di coraggio la dice lunga su quanto, in certi ambienti, la logica sia diventata un optional negoziabile, un po' come la coerenza: si tira fuori nelle interviste, si ripone accuratamente nel cassetto al momento delle alleanze.

Il Pd, va detto, si trova in una posizione tutta sua: vuole le primarie, ma le vuole dopo aver già scritto il programma, trasformandole in un curioso concorso di recitazione tra candidati chiamati a interpretare un copione altrui con la maggiore convinzione possibile. È la stessa differenza che passa tra scegliere un percorso e scegliere chi lo racconterà meglio: nel primo caso si decide, nel secondo si organizza un casting. Che sia proprio Conte, di tutte le persone possibili, a doverlo ricordare al centrosinistra è un dettaglio che meriterebbe una nota a margine nei manuali di ironia della storia.

Resta il vero nodo, quello che nessun comunicato sul congedo parentale può sciogliere: si può costruire un'alleanza progressista con chi, sull'Ucraina e sull'Europa, sostiene posizioni indistinguibili da quelle della destra più oltranzista? La risposta onesta la conoscono tutti, compresi quelli che continuano a non darla. E in fondo, se un aforisma può riassumere la vicenda, è che in politica come nella vita la sincerità è spesso l'unica cosa che non si può permettere chi ha già deciso di restare uniti a ogni costo. ♓


FRANCESCO GUCCINI CANTASTORIE DI DEMOCRAZIA




 

DEMENZA E ALZHEIMER , È TUTTO A CARICO DEL SSN ( Codacons)



 recente giurisprudenza (tra cui la Corte di Cassazione e la Corte d'Appello di Milano) confermano che, per i malati di Alzheimer e demenza grave in RSA, l'intera retta e le cure assistenziali ad alta integrazione sanitaria devono essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale. 

Il Principi Giuridico e Sanitario

Cure inscindibili: Quando l'assistenza al paziente non è solo alberghiera ma richiede cure sanitarie continue e legate a patologie neurodegenerative, la quota di compartecipazione chiesta alle famiglie non è dovuta. 

Riferimenti di legge: L'articolo 32 della Costituzione e il DPCM del 14 febbraio 2001 stabiliscono la totale gratuità a carico del SSN per le prestazioni sanitarie integrate. 

Azione legale: Le famiglie possono bloccare i pagamenti futuri e richiedere il rimborso delle somme versate indebitamente negli ultimi anni.

Cosa Fare Secondo il Codacons

Verificare la cartella clinica: Accertarsi che il grado di demenza o Alzheimer sia in fase avanzata con necessità di trattamenti sanitari continuativi. 

Contattare l'associazione: È possibile rivolgersi alle sedi territoriali del Codacons Lombardia o simili sportelli regionali per avviare le richieste di rimborso e contestare i pagamenti richiesti da ASL e strutture. 

Attivare vertenze legali: Spesso occorre presentare ricorso formale o agire in sede civile poiché le ASL non applicano l'esenzione in via automatica.

COME ERAVAMO, E IL LUNGO SILENZIO PRIMA DEL CIAK



 Tra la Messina che generò un festival capace di rivaleggiare con Venezia e quella che oggi prova a riaccenderne la fiamma, sono passati decenni di silenzio. Vale la pena chiedersi cosa sia successo.

 

C'è una fotografia mentale che i messinesi di una certa età custodiscono senza nemmeno saperlo: la terrazza sullo Stretto dell'Irrera Mare, le luci di un cinema che sembrava non dover finire mai, il nome della città accostato, senza soggezione, a quello di Venezia. Era il 1955, e bastò l'intuizione di un manipolo di cinefili per trasformare l'agosto messinese in una finestra sul mondo. Bastarono pochi anni perché quella finestra si allargasse fino a Taormina, fino al Teatro Antico dove Antonioni inquadrò Monica Vitti contro l'Etna, dove Alberto Sordi improvvisava battute col pubblico come fosse casa sua, dove nel 1990 si ritrovarono insieme, sullo stesso palco, i mostri sacri della commedia all'italiana. Non era folklore. Era una città che si sentiva, legittimamente, parte del discorso internazionale sul cinema.

Poi, di quella stagione, è rimasto poco più di un ricordo sbiadito nei ritagli di giornale. Non è mai stato un crollo improvviso - le grandi eredità raramente muoiono di colpo - ma un'erosione lenta, fatta di sale chiuse, di manifestazioni trasferite altrove, di un rapporto con la cultura che la città ha progressivamente smesso di considerare una priorità. È il silenzio più difficile da raccontare, perché non ha una data, non ha un colpevole, non fa notizia: è semplicemente l'assenza che si deposita anno dopo anno, finché ci si accorge che una generazione intera è cresciuta senza sapere che quella terrazza, quell'Etna, quei nomi facevano parte della propria storia, non di un aneddoto altrui. In quel vuoto, però, qualcuno ha continuato silenziosamente a lavorare. Ninni Panzera, per oltre trent'anni alla guida organizzativa di Taormina Arte e artefice, a Messina, della Saletta Milani e del primo Messina Film Festival, è stato forse l'ultimo custode di quella memoria viva, uno che il cinema lo teneva in piedi senza mai cercare i riflettori per sé. Se n'è andato da poche settimane, e la città lo ha capito solo ora, con il ritardo tipico di chi si accorge del valore di una cosa quando la perde.

È in questo scarto - tra ciò che siamo stati e ciò che abbiamo lasciato scivolare via - che va letta la Rassegna appena conclusa, con i suoi premi, i suoi ospiti, il suo pubblico tornato a riempire l'Agorà dello Stretto e la Multisala Apollo. Non è, e sarebbe ingeneroso pretenderlo, la restaurazione di un'epoca che non tornerà: mancano i mezzi, mancano le condizioni economiche di allora, manca persino l'innocenza di una città che si scopriva capitale del cinema quasi per caso. Ma è un segnale, ed è onesto riconoscerlo come tale: la prova che un'eredità sepolta sotto decenni di distrazione può ancora essere dissotterrata, se qualcuno ha voglia di scavare. Il premio dedicato alla memoria di Panzera, consegnato alla figlia dalle mani di un premio Oscar, non è solo un tributo: è la dichiarazione implicita che questa città sa ancora, quando vuole, riconoscere chi ha lavorato per lei in silenzio. Resta da capire se questo sarà un episodio isolato o l'inizio di qualcosa di continuo. La storia di Messina, in materia di cultura, insegna a diffidare degli entusiasmi di un'unica edizione. Ma insegna anche che le città, come le persone, possono ricordarsi all'improvviso di essere state importanti e decidere, con un po' di ritardo, di tornare a esserlo. 


mercoledì 5 agosto 2026

LA SUPERCAZZOLA DEL CAMPO LARGO

CORSIVO 


 Pranzo di lavoro, cena di rinvio.

Ci sono fidanzamenti che si tengono in piedi solo evitando di parlarsi, e l'ultima cena tra Schlein e Conte è la prova provata che l'arte della coppia scoppiata sta tutta nel clima disteso da comunicato stampa: ci si vede, si sorride, si dice che va tutto bene, e poi si torna a casa più distanti di prima, ognuno convinto di aver ceduto e nessuno di aver ottenuto niente. È il fidanzamento di "Sapore di mare" trasferito dall'ombrellone al cenacolo romano: la biondina, stavolta, si chiama Safe, e il vile di turno preferisce non nominarla proprio, sperando che l'innamorata di turno non se ne accorga — un tradimento all'amanuense, per pochi intimi e un solo acronimo taciuto.

Perché la vera trovata di questa stagione non è la cena, è la mozione senza acronimo: un capolavoro di finto silenzio diplomatico, in cui pur di dirsi d'accordo si toglie dal testo la parola che genera il disaccordo, come quei matrimoni in cui si smette di litigare sui soldi semplicemente smettendo di parlare di soldi. Dove la politica non arriva, arriva l'ellissi: e così il campo largo, invece di trovare una linea, trova un modo elegante per non averne una.

Ma la vera cartina di tornasole, quella che le cene distese non riescono a nascondere, è la legge Tortora (istituire una giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari, nel nome di Enzo Tortora). Lì, dove bastava dire sì a un valore che dovrebbe stare sopra ogni tattica, il campo ha scelto l'astensione di gruppo, la fuga travestita da equidistanza, con la scusa che "non siamo stati coinvolti" - la stessa scusa, per intenderci, di chi si nasconde sotto il letto quando arriva la madre e poi giura di non aver sentito niente. E allora aspettiamo che a settembre, davanti al mare in secca dei sondaggi, qualcuno si accorga che un'alleanza che vive di clausole di salvaguardia sulle proprie divisioni non è una coalizione: è una convivenza forzata in attesa che scada l'affitto. Bonelli intanto è già in Brasile, e sospetto sappia benissimo perché ha fatto le valigie prima degli altri. 

venerdì 31 luglio 2026

CEUTA, LA FRONTIERA CHE SMENTISCE LE ILLUSIONI

 


Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco, è il simbolo delle migrazioni usate come leva politica.


Ci siamo raccontati per anni che i confini fossero un residuo del Novecento. Che la gglobalizzazione li avrebbe reso irrilevanti e che il diritto internazionale avrebbe sostituito la forza. Ceuta ci ricorda, con brutale chiarezza, che la storia segue altre regole. Una città di ottantamila abitanti può diventare il centro del mondo quando migliaia di persone attraversano insieme un confine. In quel momento la frontiera smette di essere una linea sulle carte e diventa uno strumento di pressione politica. I migranti non sono l'arma: sono le munizioni di una strategia decisa altrove. Confondere chi fugge con chi usa quei flussi significa non comprendere la natura del problema.

Il Marocco lo sa. La Turchia lo sa. La Bielorussia lo ha già dimostrato. La pressione migratoria è diventata uno strumento di negoziazione geopolitica, efficace quanto un embargo e infinitamente meno costoso. Non servono carri armati quando basta allentare i controlli su una frontiera. L'Europa continua invece a discutere come se fosse un seminario universitario. Una parte riduce tutto a un problema umanitario, l'altra a una questione di ordine pubblico. Entrambe fotografano un frammento della realtà e lo scambiano per l'intero paesaggio.

Ceuta racconta altro. Racconta che la sovranità è tornata di moda. Che gli Stati esistono ancora. Che i confini non sono un pregiudizio ideologico ma infrastrutture del potere. E racconta anche un'altra verità, forse la più scomoda: quando un Paese esterno può mettere in difficoltà l'Unione Europea semplicemente decidendo chi lasciar passare, il problema non è il confine di Ceuta. È il confine politico dell'Europa. Ennio Flaiano diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Gli europei, invece, sembrano avere un vizio diverso: corrono sempre in soccorso delle proprie illusioni. Anche quando la realtà le ha già travolte. Ceuta non è la periferia dell'Europa. È il suo specchio. E nello specchio, questa volta, il continente fatica a riconoscersi. ♓

EUROPA, SOLA COME UN CAMPARI SENZA GHIACCIO



 Fava

Mosca minaccia da est, Washington scarica da ovest, e noi rispondiamo con lo sguardo triste dell'ultimo rimasto al bar. Forse la solitudine è l'unica cosa che ci resta ancora da salvare.


L'Europa è sola. Lo ripetiamo da anni, seduti, bicchiere in mano, con la smorfia da film francese. La Russia ci guarda male da est. L'America, dopo averci usati per settant'anni come cortile di casa, ora ci tratta come un vicino scomodo, di quelli a cui si chiude il cancello senza un cenno di saluto. E noi, in mezzo, con la nostra bella storia alle spalle e poca voglia di scriverne un'altra. Fa niente se un tempo eravamo il centro del mondo: bastava esistere, e gli altri venivano a chiederci permesso. Ora tocca dimostrare di valere ancora qualcosa. Fastidioso,  ammettiamolo. Ma anche piuttosto salutare: chi non è mai stato costretto a cavarsela da solo, di solito, non sa di che pasta è fatto. Per secoli abbiamo vissuto di rendita, protetta da un'egemonia che nessuno ci contestava. Ora la rendita è finita, come certi conti in banca che sembravano infiniti finché non è arrivato l'estratto conto. E la domanda non è più "chi ci difenderà", ma "cosa abbiamo ancora da difendere".

In Europa ci sono ancora tanti paesi "bimbi minkia". Giocano alle belle statuine mentre il mondo cambia intorno a loro, convinti che l'immobilità sia una strategia. Altri si siedono su una sedia e fanno finta di stare in groppa a un cavallo, cavalcando visioni infantili di potenze che non sono più. E ce ne sono altri, più o meno apertamente, che sono avamposti chi di Trump, chi di Putin, e chi si propone come terzo forno per la Cina. Risultato è l'Europa dei no: no alle armi comuni, no a una difesa vera, ognuno con il suo sistemino, la sua fabbrichetta, il suo generale da parata. Come se ventisette ombrelli rotti valessero più di uno buono per tutti. E infatti il motto, da queste parti, non è più "uno per tutti": è "tutti per noi". I soldi, dicono, non si spendano in armi ma per abbassare il prezzo dei carburanti. Come se quel prezzo non fosse salito proprio perché il conto delle guerre in corso, alla fine, lo paghiamo sempre noi, al distributore.

La vecchia Europa umanistica, quella dei diritti e delle piazze, potrebbe smettere di aspettare la telefonata di Washington e cominciare a fare qualcosa di suo. Ci vorrebbe un'Europa terza: né succube dell'impero americano né vassalla di quello russo, che invece di contarsi i nemici si conti finalmente i meriti. Oppure no: potremmo continuare a giocare alle statuine, Campari alla mano, aspettando che decida qualcun altro al posto nostro, come abbiamo fatto per buona parte del Novecento con ottimi risultati. Sarebbe più comodo. Ma molto meno dignitoso. E tra un vicino che ti chiude il cancello e uno che ti punta il fucile, forse è il momento di crescere, e imparare a bussare da soli alle porte giuste.


giovedì 30 luglio 2026

IL PUGNO, IL CODICE DELLA STRADA E LA MEMORIA CORTA DELLA CITTÀ


Sciopero Atm, il rito che si ripete
Titolo: Il pugno, il codice della strada e la memoria corta della città.


Venerdì i bus si fermeranno quattro ore, dalle 16 alle 20. Tre aggressioni in una settimana - uno schiaffo per un semaforo rosso, un inseguimento fino in stazione, un pugno in pieno volto per una bicicletta rifiutata - hanno fatto quello che mesi di lettere sindacali non erano riusciti a fare: hanno acceso, per qualche giorno, l'attenzione della città. Poi, si sa come va: il sindaco convoca il comitato per l'ordine pubblico, il prefetto promette un tavolo, i giornali titolano "emergenza sicurezza", e fra due settimane la vicenda tornerà nel cassetto dove riposano tutte le altre. Perché di aggressioni agli autisti Atm si parla, a Messina, da almeno un decennio. Cambiano i nomi, cambiano le linee, resta identico il copione: denuncia, sdegno, silenzio.

Vale la pena notare un dettaglio che smonta la narrazione più comoda: l'ultimo aggressore non è lo straniero di passaggio buono per il titolo urlato, è un cittadino qualunque, italiano, esasperato da una regola elementare - niente bici a bordo - che non ha voluto accettare. Il problema, dunque, non è etnico né importato: è endovenoso, scorre nelle vene di una città che ha smarrito l'abitudine al limite e al rispetto reciproco. E se fuori dai mezzi la strada è già terreno di prepotenza quotidiana, è illusorio pensare che dentro un autobus, senza alcun presidio, la stessa violenza si fermi educatamente alla porta.
Eppure bastano poco, altrove, per arginarla.

 A Milano e Torino i conducenti hanno pulsanti d'allarme silenziosi collegati direttamente alla centrale operativa. A Barcellona le paratie di protezione del posto guida sono obbligatorie su tutta la flotta urbana. In Germania, dove il problema è meno acuto ma non assente, funziona soprattutto la certezza della sanzione: telecamere onnipresenti e denunce che arrivano davvero a processo. Nessuna di queste misure richiede investimenti faraonici: una paratia costa quanto un tagliando, un pulsante d'emergenza quanto un abbonamento telefonico annuale. Quello che serve non è il bilancio, è la volontà.
Un'ultima cosa, non secondaria. L'autista Atm, quando è al volante, è pubblico ufficiale: rappresenta lo Stato nella sua forma più feriale e quotidiana. Offenderlo, colpirlo, non è un fatto di cronaca minuta fra due sconosciuti: è un affronto al patto civile che tiene insieme la città. Bisognerebbe ricordarselo, non solo il venerdì dello sciopero.


MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...