Tra la Messina che generò un festival capace di rivaleggiare con Venezia e quella che oggi prova a riaccenderne la fiamma, sono passati decenni di silenzio. Vale la pena chiedersi cosa sia successo.
C'è una fotografia mentale che i messinesi di una certa età custodiscono senza nemmeno saperlo: la terrazza sullo Stretto dell'Irrera Mare, le luci di un cinema che sembrava non dover finire mai, il nome della città accostato, senza soggezione, a quello di Venezia. Era il 1955, e bastò l'intuizione di un manipolo di cinefili per trasformare l'agosto messinese in una finestra sul mondo. Bastarono pochi anni perché quella finestra si allargasse fino a Taormina, fino al Teatro Antico dove Antonioni inquadrò Monica Vitti contro l'Etna, dove Alberto Sordi improvvisava battute col pubblico come fosse casa sua, dove nel 1990 si ritrovarono insieme, sullo stesso palco, i mostri sacri della commedia all'italiana. Non era folklore. Era una città che si sentiva, legittimamente, parte del discorso internazionale sul cinema.
Poi, di quella stagione, è rimasto poco più di un ricordo sbiadito nei ritagli di giornale. Non è mai stato un crollo improvviso - le grandi eredità raramente muoiono di colpo - ma un'erosione lenta, fatta di sale chiuse, di manifestazioni trasferite altrove, di un rapporto con la cultura che la città ha progressivamente smesso di considerare una priorità. È il silenzio più difficile da raccontare, perché non ha una data, non ha un colpevole, non fa notizia: è semplicemente l'assenza che si deposita anno dopo anno, finché ci si accorge che una generazione intera è cresciuta senza sapere che quella terrazza, quell'Etna, quei nomi facevano parte della propria storia, non di un aneddoto altrui. In quel vuoto, però, qualcuno ha continuato silenziosamente a lavorare. Ninni Panzera, per oltre trent'anni alla guida organizzativa di Taormina Arte e artefice, a Messina, della Saletta Milani e del primo Messina Film Festival, è stato forse l'ultimo custode di quella memoria viva, uno che il cinema lo teneva in piedi senza mai cercare i riflettori per sé. Se n'è andato da poche settimane, e la città lo ha capito solo ora, con il ritardo tipico di chi si accorge del valore di una cosa quando la perde.
È in questo scarto - tra ciò che siamo stati e ciò che abbiamo lasciato scivolare via - che va letta la Rassegna appena conclusa, con i suoi premi, i suoi ospiti, il suo pubblico tornato a riempire l'Agorà dello Stretto e la Multisala Apollo. Non è, e sarebbe ingeneroso pretenderlo, la restaurazione di un'epoca che non tornerà: mancano i mezzi, mancano le condizioni economiche di allora, manca persino l'innocenza di una città che si scopriva capitale del cinema quasi per caso. Ma è un segnale, ed è onesto riconoscerlo come tale: la prova che un'eredità sepolta sotto decenni di distrazione può ancora essere dissotterrata, se qualcuno ha voglia di scavare. Il premio dedicato alla memoria di Panzera, consegnato alla figlia dalle mani di un premio Oscar, non è solo un tributo: è la dichiarazione implicita che questa città sa ancora, quando vuole, riconoscere chi ha lavorato per lei in silenzio. Resta da capire se questo sarà un episodio isolato o l'inizio di qualcosa di continuo. La storia di Messina, in materia di cultura, insegna a diffidare degli entusiasmi di un'unica edizione. Ma insegna anche che le città, come le persone, possono ricordarsi all'improvviso di essere state importanti e decidere, con un po' di ritardo, di tornare a esserlo. ♓
