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mercoledì 29 luglio 2026
FATS DOMINO, O DELLA PANCIA COME STRUMENTO A PERCUSSIONE
LA RUOTA DEI PURI
CORSIVO
Storia naturale del cachistone: dalla Lega-Cinquestelle al generale che sa il fatto suo.
Si scopre, con la costanza di chi riscopre l'acqua calda ogni luglio, che il populismo delude. Promette cose mirabolanti: la flat tax che arricchisce tutti e non impoverisce nessuno, come un pranzo gratis servito da un cameriere che paga di tasca sua; il ponte sullo Stretto pronto prima del prossimo traghetto; le bollette a zero perché il sole, si sa, è democristiano e non manda la fattura; le pensioni a mille euro garantite da un tesoretto che nessuno ha mai visto ma che sta sempre "in arrivo". Arrivato al governo, il venditore di lune consegna un lampione fulminato, e il popolo non si arrabbia col lampionaio: cerca un secondo venditore, più bravo del primo a descrivere la luna, ancora meno capace di consegnartela. È la cachistocrazia: il regime dei peggiori che scaccia i pessimi per far posto agli infimi.
E qui la ruota rivela il suo meccanismo più delizioso: il populista dell'ultima ora diventa, in un batter di ciglia, il populista della penultima, perché nel frattempo ne è arrivato uno più puro, venuto apposta per epurarlo in nome della purezza perduta. Destino bipartisan, che migra allegramente da destra a sinistra. Ma almeno una volta, va detto, ci provarono a governare insieme: la Lega di Salvini e il Movimento di Di Maio, con l'avvocato del popolo Giuseppe Conte a fare da notaio, e l'elevato Beppe Grillo benedire la creatura con un evangelico vaffanculo urbi et orbi. Che tempi, che governi: giallo-verde che ha cambiato il volto del paese e giallo-rosso (dalla vergogna) che vi si è acconciato poco dopo. Al risveglio, gli stessi problemi, ma con un mal di testa in più.
Ed ecco infatti il capolavoro nostrano più recente, che agli americani proprio non riesce di copiare con altrettanta grazia: si accusa Giorgia Meloni di essere poco populista, lei che ha eretto il corporativismo a forma di governo più solida del Colosseo, proteggendo l'impresa amica delle sovvenzioni e stringendo la mano callosa a un sindacato tanto giallo da sembrare canarino. E chi si candida a nuovo cachistone di riferimento? Il generale Vannacci, che ha fiutato il filone più ricco di tutti: non l'elettore deluso, ma l'elettore coglione, quello che ha già dato fiducia due volte e la ridarebbe una terza pur di sentirsi dire che stavolta, giuro, si fa sul serio. Così la ruota gira, oliata dalla memoria corta di chi confonde la delusione con un incidente di percorso anziché con la regola del gioco. Domani un altro cachistocrate offrirà l'ennesima luna, più lucida, più finta. E il popolo, che di lune ne ha già collezionate a dozzine senza portarsene a casa una, si preparerà con entusiasmo a essere ingannato meglio: in fondo chi si accontenta di un lampione fulminato gode due volte, la prima quando glielo accendono, la seconda quando gli spiegano che la colpa è sua, che lo voleva troppo acceso.
venerdì 24 luglio 2026
MINORENNI SÌ, MAGGIORENTI NO.
CORSIVO
Meloni scopre il garantismo, ma solo per gli amici degli amici
Quattordici anni, e la presunzione d'innocenza si getta dalla finestra senza paracadute: da oggi il ragazzino che sbaglia è colpevole finché non prova il contrario, come voleva il codice Rocco, firma Mussolini. Salvo essere, vanto di Nordio, ancora più severo dell'originale. Applausi, eccellenza. Ceaare Beccaria si rivolta nella tomba, e con lui due secoli di giurisprudenza che avevano faticosamente imparato a distinguere un ragazzino di borgata da un delinquente fatto e finito. Peccato: Nordio pareva un garantista, e invece era solo di passaggio.
Giorgia Meloni non riforma niente, perché riformare costa, e Lei, poveretta, di soldi veri non ne ha. Così niente prevenzione, solo manette; investimenti zero, allarmi a rotazione. Telegiornali e giornali radio ridotti a bollettini di questura: fracasso utile a distogliere lo sguardo da dove converrebbe, invece, guardare bene. Niente agenti in più nei quartieri difficili, niente assistenti sociali per i ragazzi di frontiera, niente insegnanti dove ne servirebbero il doppio, niente servizio civile per chi la fortuna l'ha vista appena di striscio. In compenso decreti sicurezza a raffica, uno incalza l'altro prima che si spenga l'eco del precedente. Cetto La Qualunque prometteva "chiù pilu pi tutti"; Meloni corregge il tiro: "chiù galera pi tutti". Quattro anni di governo, seicento anni di carcere in più. Il bilancio: non più sicurezza, ma più insicurezza, e celle sempre più piene. Brava, bene, bis.
Già, perché la stessa premier che vuole i minorenni "sempre imputabili salvo prova contraria" nega ai magistrati di frugare nel telefonino di un maggiorente assai ben introdotto: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, amico suo, socio a sua insaputa, pare, di un prestanome in odor di camorra. Per i ragazzini di Barbiana la colpa si presume; per l'amico di famiglia si presume l'intoccabilità. Il garantismo, da queste parti, non è un principio: è un lasciapassare, tanto più largo quanto più stretta l'amicizia. Governare, in fondo, è scegliere chi mandare in cella e chi tenere al riparo: e su questo, va detto, Meloni non ha sbagliato un colpo.
mercoledì 22 luglio 2026
QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA
Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto.
Si racconta, tra i pescatori di Ganzirri, che una notte le sarde si radunarono sul fondale a lamentarsi. Vedevano il pescespada risalire lo Stretto con la sua spada d'argento, applaudito dai gabbiani, servito nei piatti più eleganti, arrotolato con arte in involtini profumati d'arancia. Loro, invece, finivano sempre fritte in fretta, senza cerimonie.
Una vecchia sarda, la più saggia del branco, decise di rimediare. Risalì in sogno fino alla cucina di un mio avo, Aldo, famoso per essere bello come il pirata Morgan e simpatico come Dean Martin, nonchè affabulatore d'eccezione, e le sussurrò la ricetta: "Trattaci come il pescespada, e vedrai che nobiltà nasconde la nostra polpa." Aldo svegliatasi disi svegliò di soprassalto, corse ai fornelli: pangrattato tostato, pinoli, uvetta, prezzemolo e buccia d'arancia grattugiata, lo stesso ripieno regale riservato al pesce più superbo dello Stretto.
Da quella notte, le sarde aperte a libro si arrotolano orgogliose, foglia d'alloro tra un involtino e l'altro, e sfilano in forno come dame a un ballo. Il risultato è un piatto che profuma di festa, pur nascendo dalla cassetta più povera del mercato. Quando Aldo le portò a tavola: standing ovation dei commensali. Sì a casa del mio avo non si stava a tavola in pochi.
Ingredienti (4 persone): 800 g di sarde fresche aperte a libro, 150 g di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta ammollata, prezzemolo tritato, buccia grattugiata di un'arancia, olio extravergine, foglie di alloro.
Procedimento: Tostare il pangrattato in padella con un filo d'olio, unire pinoli, uvetta strizzata, prezzemolo e buccia d'arancia. Farcire ogni sarda con un cucchiaino di ripieno, arrotolare dalla coda e disporre in teglia alternando foglie d'alloro. Irrorare d'olio e infornare a 200°C per 15 minuti, finché la superficie non è dorata.
Le sarde, quella sera, sognarono finalmente di essere regine.
… e buon appetito
AUGUST DARNELL
martedì 21 luglio 2026
GANZIRRI, IL DEGRADO NON È UNA PENA ETERNA
Mentre il Comune apre con generosità il nuovo Lungolago, i vandali rispondono di notte con pneumatici, batterie e sacchetti di rifiuti tra gli oleandri della Riserva.
Non c'è buona volontà amministrativa che regga all'urto della maleducazione organizzata. Il Comune ha scelto, giustamente, di non trasformare il Lungolago di Ganzirri in una gabbia di cantiere nel pieno dell'estate: una decisione di buon senso, quasi di galateo civico verso turisti e residenti. Ma il buon senso, si sa, è merce rara quanto il senso civico, e chi non ne possiede si è affrettato a colmare il vuoto con pneumatici tra gli oleandri, batterie d'auto abbandonate, sacchetti di escrementi lasciati fuori dai cassonetti come firme di un'inciviltà quasi ostentata. È il solito paradosso italiano: si apre una porta per fiducia, e qualcuno ne approfitta per gettarci dentro la spazzatura.
Eppure altrove il problema si affronta con soluzioni minime, quasi artigianali, ma efficaci. A Bologna gli "Angeli del Bello" - volontari che segnalano e ripuliscono - costano solo il coordinamento di un ufficio comunale. Milano ha piazzato fototrappole economiche nei parchi più bersagliati, con effetto deterrente immediato appena si diffonde la notizia dei primi verbali. In Slovenia, lungo i percorsi ciclabili di Lubiana, bastano cartelli con QR code per segnalare in tempo reale abbandoni e danni, scavalcando la burocrazia del reclamo cartaceo. Copenaghen, maestra di piste ciclabili, punta su illuminazione minima ma costante e su una manutenzione visibile: un'area curata scoraggia l'abbandono più di mille divieti. Anche un semplice patto di "adozione" del tratto con le associazioni locali - modello già sperimentato in diverse città medie italiane - sposta il senso di proprietà dal Comune ai cittadini, e chi si sente proprietario raramente sporca casa propria. Nulla di questo richiede voli pindarici di bilancio: bastano una fototrappola, un QR code, un cartello pungente e qualche volontario di buona volontà. Il resto, a Ganzirri come altrove, è questione di cultura, e quella, purtroppo, non si acquista a bando di gara. ♓
IL GIORNO DOPO L'INTERROGAZIONE
Chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Ma tra i due gesti la città continua a soffocare al sole.
L'interrogazione di Alessandro Russo è ineccepibile, di quelle che si scrivono bene nei manuali di diritto amministrativo: cita il fondo, cita la determina, cita la legge di stabilità. Il sindaco Basile risponderà, probabilmente con una tabella di accessi e perlustrazioni, e la macchina burocratica avrà fatto il suo dovere. Ma la domanda vera non è "funziona il servizio?": è "che cosa facciamo un minuto dopo aver scoperto che non funziona abbastanza?". Su questo il consigliere tace, e il silenzio, in politica, è spesso la parte più costosa del discorso. Eppure non serve inventare nulla: basta guardarsi intorno, rubacchiare con metodo alle città che il problema l'hanno affrontato senza miliardi.
Bologna ha attivato una rete di "punti d'acqua" nei bar e negli esercizi commerciali del centro, che si impegnano gratuitamente a dissetare chiunque bussi: un adesivo in vetrina, zero euro di spesa comunale. Milano, col suo Piano Caldo, ha semplicemente allungato gli orari di apertura di biblioteche e centri civici già esistenti, trasformandoli in rifugi climatizzati senza costruire nulla. Torino coinvolge le farmacie comunali come sentinelle sociali: segnalano al numero verde chi mostra segni di sofferenza da calore, mestiere che i farmacisti già fanno per la salute e potrebbero fare, con un protocollo di dieci righe, anche per la dignità.
A Messina basterebbe poco. Le chiese e le parrocchie, che di solidarietà vivono da sempre, potrebbero diventare presìdi diurni concordati con la Curia: non un euro, una telefonata all'Arcivescovado. I vigili urbani, che già pattugliano piazza Cairoli per altre ragioni, potrebbero portare con sé non manganelli ma bottiglie d'acqua e un numero da chiamare: cambia il protocollo, non il bilancio. Le fontanelle pubbliche, spesso chiuse per presunto risparmio, andrebbero riaperte: costano meno di una multa europea per trattamento inumano. E poi la Caritas, che a Messina un censimento dei senza fissa dimora lo tiene già: incrociarlo con l'Unità di strada comunale non richiede software, richiede volontà, e un tavolo che si sieda una volta al mese invece che una volta all'anno.
Nessuna di queste misure chiede una variazione di bilancio. Chiedono solo che qualcuno, oltre a interrogare, decida di rispondersi da solo. Il Pd ha fatto la sua parte con l'atto ispettivo; ora tocca alla politica, quella vera, che si scrive con le mani e non solo con i protocolli. ♓
IL GIUSTIZIERE DELLA GRINZANE
CORSIVO
Il caso Roggero, da tragedia a farsa, ha riattivato il partito dei “venticelli”: gli esperti del nulla che, come nel poliziottesco pecoreccio anni Settanta, scambiano la giustizia per un film di Er Monnezza e la realtà per il loro bar sport digitale.
Negli anni Settanta, uno come Mario Roggero avrebbe avuto la faccia scolpita di Charles Bronson e il cipiglio di chi, al bar, ascolta Er Monnezza filosofeggiare sulla legge mentre Bombolo-Venticello - quello che parlava a raffica e scoreggiava a tempo - spiegava il diritto penale come fosse la ricetta della carbonara. Oggi, invece, Roggero non ispira film: ispira thread Facebook, che è il poliziottesco dei poveri, dove gli avventori non hanno neanche bisogno di Bombolo per dire sciocchezze, gli basta la connessione. Il gioielliere di Grinzane Cavour, due morti e un ferito durante una rapina, è diventato il nuovo santo laico della destra securitaria: patrono dei “meglio Far West che processo”, protettore dei talk show, martire della legittima difesa “a sentimento”. Una beatificazione istantanea, con tanto di raccolte fondi, petizioni e suppliche al Quirinale, come se la grazia fosse un gratta e vinci.
Il copione è sempre quello: il cittadino esasperato, la legge che “non ti tutela”, la maggioranza silenziosa che mugugna come Bombolo quando gli rubano il motorino. E poi loro: i nuovi caratteristi del poliziottesco politico — Vannacci, Salvini, e in ultimo la premier Meloni — che rincorrono il caso Roggero come fosse un reboot di “Roma a mano armata”. La trama è semplice: trasformare un fatto tragico in un gadget identitario, un’icona da merchandising politico. Non importa che lo Stato di diritto dica altro: basta che la pancia dica “spara, Mario, spara”. E la pancia, si sa, non è mai stata un organo particolarmente raffinato. Chissà che qualche regista non ci stia già pensando: “Grinzane Cavour: la legge non basta”. Con Tarantino che strizza l’occhio e Tomas Milian che, dall’alto, scuote la testa: “A regà, ma davvero ve siete ridotti a fa’ i poliziotteschi su TikTok?”
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