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venerdì 24 luglio 2026

MINORENNI SÌ, MAGGIORENTI NO.

 CORSIVO 


Meloni scopre il garantismo, ma solo per gli amici degli amici

Quattordici anni, e la presunzione d'innocenza si getta dalla finestra senza paracadute: da oggi il ragazzino che sbaglia è colpevole finché non prova il contrario, come voleva il codice Rocco, firma Mussolini. Salvo essere, vanto di Nordio, ancora più severo dell'originale. Applausi, eccellenza. Ceaare Beccaria si rivolta nella tomba, e con lui due secoli di giurisprudenza che avevano faticosamente imparato a distinguere un ragazzino di borgata da un delinquente fatto e finito. Peccato: Nordio pareva un garantista, e invece era solo di passaggio.

Giorgia Meloni non riforma niente, perché riformare costa, e Lei, poveretta, di soldi veri non ne ha. Così niente prevenzione, solo manette; investimenti zero, allarmi a rotazione. Telegiornali e giornali radio ridotti a bollettini di questura: fracasso utile a distogliere lo sguardo da dove converrebbe, invece, guardare bene. Niente agenti in più nei quartieri difficili, niente assistenti sociali per i ragazzi di frontiera, niente insegnanti dove ne servirebbero il doppio, niente servizio civile per chi la fortuna l'ha vista appena di striscio. In compenso decreti sicurezza a raffica, uno incalza l'altro prima che si spenga l'eco del precedente. Cetto La Qualunque prometteva "chiù pilu pi tutti"; Meloni corregge il tiro: "chiù galera pi tutti". Quattro anni di governo, seicento anni di carcere in più. Il bilancio: non più sicurezza, ma più insicurezza, e celle sempre più piene. Brava, bene, bis.

Già, perché la stessa premier che vuole i minorenni "sempre imputabili salvo prova contraria" nega ai magistrati di frugare nel telefonino di un maggiorente assai ben introdotto: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, amico suo, socio a sua insaputa, pare, di un prestanome in odor di camorra. Per i ragazzini di Barbiana la colpa si presume; per l'amico di famiglia si presume l'intoccabilità. Il garantismo, da queste parti, non è un principio: è un lasciapassare, tanto più largo quanto più stretta l'amicizia. Governare, in fondo, è scegliere chi mandare in cella e chi tenere al riparo: e su questo, va detto, Meloni non ha sbagliato un colpo.

mercoledì 22 luglio 2026

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

 


Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto.

Si racconta, tra i pescatori di Ganzirri, che una notte le sarde si radunarono sul fondale a lamentarsi. Vedevano il pescespada risalire lo Stretto con la sua spada d'argento, applaudito dai gabbiani, servito nei piatti più eleganti, arrotolato con arte in involtini profumati d'arancia. Loro, invece, finivano sempre fritte in fretta, senza cerimonie.

Una vecchia sarda, la più saggia del branco, decise di rimediare. Risalì in sogno fino alla cucina di un mio avo, Aldo, famoso per essere bello come il pirata Morgan e simpatico come Dean Martin, nonchè affabulatore d'eccezione,  e le sussurrò la ricetta: "Trattaci come il pescespada, e vedrai che nobiltà nasconde la nostra polpa." Aldo svegliatasi disi svegliò di soprassalto, corse ai fornelli: pangrattato tostato, pinoli, uvetta, prezzemolo e buccia d'arancia grattugiata, lo stesso ripieno regale riservato al pesce più superbo dello Stretto.

Da quella notte, le sarde aperte a libro si arrotolano orgogliose, foglia d'alloro tra un involtino e l'altro, e sfilano in forno come dame a un ballo. Il risultato è un piatto che profuma di festa, pur nascendo dalla cassetta più povera del mercato. Quando Aldo le portò a tavola: standing ovation dei commensali. Sì a casa del mio avo non si stava a tavola in pochi.

Ingredienti (4 persone): 800 g di sarde fresche aperte a libro, 150 g di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta ammollata, prezzemolo tritato, buccia grattugiata di un'arancia, olio extravergine, foglie di alloro.

Procedimento: Tostare il pangrattato in padella con un filo d'olio, unire pinoli, uvetta strizzata, prezzemolo e buccia d'arancia. Farcire ogni sarda con un cucchiaino di ripieno, arrotolare dalla coda e disporre in teglia alternando foglie d'alloro. Irrorare d'olio e infornare a 200°C per 15 minuti, finché la superficie non è dorata.

Le sarde, quella sera, sognarono finalmente di essere regine.


… e buon appetito 

AUGUST DARNELL

 



Il barone del funk in doppiopetto bianco inventò un personaggio, Kid Creole, e ci costruì sopra un intero carnevale sonoro: latin, calypso, big band e disco, con le Coconuts a fargli da coro e da specchio. "Stool Pigeon" resta il manifesto di quella festa mobile.


C'è un momento, nella storia del pop, in cui la musica smette di essere solo suono e diventa messinscena, teatro, travestimento. August Darnell lo capì prima di molti altri, e se ne fece un nome d'arte come si indossa un abito di scena: Kid Creole. Non un semplice pseudonimo, ma un personaggio completo, con tanto di completo bianco a righe, panama in testa e un sorriso da furfante d'operetta che prometteva guai e balli fino all'alba. Attorno a lui, tre coriste che erano molto più di un contorno vocale: le Coconuts, trio di ballerine e coriste dal fascino tropicale, complici e contraltare femminile di un frontman che sul palco recitava la parte del seduttore un po' guascone, un po' bambino. Il fenomeno esplose nei primi anni Ottanta, quando l'operazione Kid Creole and the Coconuts si rivelò molto più solida di una semplice trovata da discoteca. Darnell veniva da una gavetta seria, tra i fasti orchestrali di Dr. Buzzard's Original Savannah Band, e portò in dote quella lezione: gli archi, i fiati, l'eleganza da big band applicata a un groove che pescava senza vergogna nel funk, nel calypso, nella disco e nel latin più solare. Il risultato non era un pastiche, ma un cocktail preciso, shakerato con mestiere, capace di far ballare senza mai rinunciare all'ironia del racconto.

"Stool Pigeon" 

è forse il brano che meglio racchiude questa alchimia: un funk scattante, a tratti spavaldo, costruito su un basso che cammina e un arrangiamento a fiati che punzecchia come una banda di paese impazzita. Il testo, con quel suo vocabolario da gangster movie in miniatura, racconta la storia di un delatore, di un tradimento da saldare, ma lo fa con la leggerezza di chi sa che la pista da ballo perdona tutto, anche i conti in sospeso tra amici. È pop drammaturgico, teatro da tre minuti e mezzo, ed è per questo che ha attraversato indenne quattro decenni, sopravvivendo alle mode che lo avevano generato.
Perché la storia di Kid Creole non si è chiusa negli anni Ottanta, come capitò a tanti compagni di quella stagione. Darnell ha continuato a incidere, a reinventare il personaggio, a portarlo in tour in Europa, dove peraltro trovò sempre un pubblico più fedele che in patria. Ancora oggi, risulta attivo sui palchi, ultimo sopravvissuto di un'idea di spettacolo in cui la musica nera d'America si mescolava senza complessi al varietà, al cabaret, alla rivista. Un barone decaduto solo nella finzione del suo personaggio: nella realtà, un sopravvissuto elegantissimo.





martedì 21 luglio 2026

GANZIRRI, IL DEGRADO NON È UNA PENA ETERNA



 Mentre il Comune apre con generosità il nuovo Lungolago, i vandali rispondono di notte con pneumatici, batterie e sacchetti di rifiuti tra gli oleandri della Riserva.

Non c'è buona volontà amministrativa che regga all'urto della maleducazione organizzata. Il Comune ha scelto, giustamente, di non trasformare il Lungolago di Ganzirri in una gabbia di cantiere nel pieno dell'estate: una decisione di buon senso, quasi di galateo civico verso turisti e residenti. Ma il buon senso, si sa, è merce rara quanto il senso civico, e chi non ne possiede si è affrettato a colmare il vuoto con pneumatici tra gli oleandri, batterie d'auto abbandonate, sacchetti di escrementi lasciati fuori dai cassonetti come firme di un'inciviltà quasi ostentata. È il solito paradosso italiano: si apre una porta per fiducia, e qualcuno ne approfitta per gettarci dentro la spazzatura.

Eppure altrove il problema si affronta con soluzioni minime, quasi artigianali, ma efficaci. A Bologna gli "Angeli del Bello" - volontari che segnalano e ripuliscono - costano solo il coordinamento di un ufficio comunale. Milano ha piazzato fototrappole economiche nei parchi più bersagliati, con effetto deterrente immediato appena si diffonde la notizia dei primi verbali. In Slovenia, lungo i percorsi ciclabili di Lubiana, bastano cartelli con QR code per segnalare in tempo reale abbandoni e danni, scavalcando la burocrazia del reclamo cartaceo. Copenaghen, maestra di piste ciclabili, punta su illuminazione minima ma costante e su una manutenzione visibile: un'area curata scoraggia l'abbandono più di mille divieti. Anche un semplice patto di "adozione" del tratto con le associazioni locali - modello già sperimentato in diverse città medie italiane - sposta il senso di proprietà dal Comune ai cittadini, e chi si sente proprietario raramente sporca casa propria. Nulla di questo richiede voli pindarici di bilancio: bastano una fototrappola, un QR code, un cartello pungente e qualche volontario di buona volontà. Il resto, a Ganzirri come altrove, è questione di cultura,  e quella, purtroppo, non si acquista a bando di gara. ♓


IL GIORNO DOPO L'INTERROGAZIONE

 


Chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Ma tra i due gesti la città continua a soffocare al sole.

L'interrogazione di Alessandro Russo è ineccepibile, di quelle che si scrivono bene nei manuali di diritto amministrativo: cita il fondo, cita la determina, cita la legge di stabilità. Il sindaco Basile risponderà, probabilmente con una tabella di accessi e perlustrazioni, e la macchina burocratica avrà fatto il suo dovere. Ma la domanda vera non è "funziona il servizio?": è "che cosa facciamo un minuto dopo aver scoperto che non funziona abbastanza?". Su questo il consigliere tace, e il silenzio, in politica, è spesso la parte più costosa del discorso. Eppure non serve inventare nulla: basta guardarsi intorno, rubacchiare con metodo alle città che il problema l'hanno affrontato senza miliardi.

Bologna ha attivato una rete di "punti d'acqua" nei bar e negli esercizi commerciali del centro, che si impegnano gratuitamente a dissetare chiunque bussi: un adesivo in vetrina, zero euro di spesa comunale. Milano, col suo Piano Caldo, ha semplicemente allungato gli orari di apertura di biblioteche e centri civici già esistenti, trasformandoli in rifugi climatizzati senza costruire nulla. Torino coinvolge le farmacie comunali come sentinelle sociali: segnalano al numero verde chi mostra segni di sofferenza da calore, mestiere che i farmacisti già fanno per la salute e potrebbero fare, con un protocollo di dieci righe, anche per la dignità.


A Messina basterebbe poco. Le chiese e le parrocchie, che di solidarietà vivono da sempre, potrebbero diventare presìdi diurni concordati con la Curia: non un euro, una telefonata all'Arcivescovado. I vigili urbani, che già pattugliano piazza Cairoli per altre ragioni, potrebbero portare con sé non manganelli ma bottiglie d'acqua e un numero da chiamare: cambia il protocollo, non il bilancio. Le fontanelle pubbliche, spesso chiuse per presunto risparmio, andrebbero riaperte: costano meno di una multa europea per trattamento inumano. E poi la Caritas, che a Messina un censimento dei senza fissa dimora lo tiene già: incrociarlo con l'Unità di strada comunale non richiede software, richiede volontà, e un tavolo che si sieda una volta al mese invece che una volta all'anno.

Nessuna di queste misure chiede una variazione di bilancio. Chiedono solo che qualcuno, oltre a interrogare, decida di rispondersi da solo. Il Pd ha fatto la sua parte con l'atto ispettivo; ora tocca alla politica, quella vera, che si scrive con le mani e non solo con i protocolli. 


IL GIUSTIZIERE DELLA GRINZANE

 CORSIVO 


Il caso Roggero, da tragedia a farsa, ha riattivato il partito dei “venticelli”: gli esperti del nulla che, come nel poliziottesco pecoreccio anni Settanta, scambiano la giustizia per un film di Er Monnezza e la realtà per il loro bar sport digitale.  

Negli anni Settanta, uno come Mario Roggero avrebbe avuto la faccia scolpita di Charles Bronson e il cipiglio di chi, al bar, ascolta Er Monnezza filosofeggiare sulla legge mentre Bombolo-Venticello - quello che parlava a raffica e scoreggiava a tempo - spiegava il diritto penale come fosse la ricetta della carbonara. Oggi, invece, Roggero non ispira film: ispira thread Facebook, che è il poliziottesco dei poveri, dove gli avventori non hanno neanche bisogno di Bombolo per dire sciocchezze, gli basta la connessione. Il gioielliere di Grinzane Cavour, due morti e un ferito durante una rapina, è diventato il nuovo santo laico della destra securitaria: patrono dei “meglio Far West che processo”, protettore dei talk show, martire della legittima difesa “a sentimento”. Una beatificazione istantanea, con tanto di raccolte fondi, petizioni e suppliche al Quirinale, come se la grazia fosse un gratta e vinci.

Il copione è sempre quello: il cittadino esasperato, la legge che “non ti tutela”, la maggioranza silenziosa che mugugna come Bombolo quando gli rubano il motorino. E poi loro: i nuovi caratteristi del poliziottesco politico — Vannacci, Salvini, e in ultimo la premier Meloni — che rincorrono il caso Roggero come fosse un reboot di “Roma a mano armata”. La trama è semplice: trasformare un fatto tragico in un gadget identitario, un’icona da merchandising politico. Non importa che lo Stato di diritto dica altro: basta che la pancia dica “spara, Mario, spara”. E la pancia, si sa, non è mai stata un organo particolarmente raffinato. Chissà che qualche regista non ci stia già pensando: “Grinzane Cavour: la legge non basta”. Con Tarantino che strizza l’occhio e Tomas Milian che, dall’alto, scuote la testa: “A regà, ma davvero ve siete ridotti a fa’ i poliziotteschi su TikTok?”

sabato 18 luglio 2026

LETTERA APERTA A UN GIOIELLIERE CHE SI CREDE STATISTA

 CORSIVO


Caro gioielliere,

mi permetta di chiamarla così, con affetto quasi paesano, visto che ormai la conosce meglio di noi anche chi non ha mai comprato un anello in vita sua. Lei si è costituito, l'altro giorno, con l'aria di chi rende un favore allo Stato più che riceverne una condanna. Bel gesto. Quasi commovente, se non fosse che nel mezzo ci sono due uomini morti, dei quali, mi corregga se sbaglio, si parla ormai meno di quanto si parli della sua, di coscienza.

Già, la coscienza. Lei ce l'ha a posto, dice. E fin qui, sia chiaro, nessuno le contesta il diritto di dormire sonni tranquilli: è una faccenda privata, tra lei e il cuscino. Il problema nasce quando la coscienza privata pretende di dare lezioni alla coscienza pubblica, e si permette - le do atto, con un coraggio che ai tempi nostri chiameremmo sfrontatezza - di suggerire al Capo dello Stato dove mettere la mano. Ai miei tempi, per molto meno, si finiva sui libri di storia come esempio di cattiva educazione istituzionale. Ai tempi suoi, pare, si finisce candidati.

E che schiera, caro gioielliere, che ha saputo mettere insieme! C'è chi la difende parlando d'altro, con quella prudenza tipica di chi vuole il vantaggio senza la responsabilità. C'è chi vorrebbe portarla in lista, come si porta un trofeo di caccia. C'è perfino un sottosegretario alla Giustizia - alla Giustizia, si badi - che invece di occuparsi della sua condanna si occupa di rimproverare chi gliela ricorda. Fossi in lei, un pensierino sulla Provvidenza me lo farei: raramente un condannato ha trovato tanti avvocati gratuiti e così ben pettinati.

Il Quirinale, nel frattempo, ha fatto una cosa che ai suoi sostenitori sembra un affronto e a me sembra, semplicemente, il suo mestiere: ha chiesto di vedere le carte prima di firmare. Lei la chiama ostruzione. Io, che sono vecchio e affezionato alle parole vecchie, la chiamo ancora Costituzione.

Suo, Ponzio Aquila.


giovedì 16 luglio 2026

PAOLO BORSELLINO

 19 LUGLIO 

  • Agostino Catalano
  • Walter Eddie Cosina
  • Vincenzo Li Muli
  • Claudio Traina
  • Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio) 


MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...