Liquami che non risparmiano nessuno, arsenico che resta sospeso: ad Alì Terme il mare e la terra pongono le stesse domande.
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Liquami che non risparmiano nessuno, arsenico che resta sospeso: ad Alì Terme il mare e la terra pongono le stesse domande.
di AG Rizzo *
Ci diciamo sempre che "la salute non ha prezzo".
Una frase bellissima, perfetta per le frasi dei baci perugina , che però si infrange rovinosamente contro la vetrata di un Cup o lo schermo del bancomat.
Perché la verità, cruda e spietata, è che nel 2024 la prevenzione oncologica in Italia ha un prezzo eccome. E milioni di italiani non possono più permetterselo.
Parliamo di numeri, quelli che fanno male. L'anno scorso, oltre 7,6 milioni di persone sono rimaste tagliate fuori dai programmi di screening oncologico "gratuiti" del nostro caro Servizio Sanitario Nazionale.
“ Gratuiti", esatto.
Quel concetto stupendo per cui lo Stato ti invita a fare un controllo salvavita, ma poi, tra liste d'attesa bibliche e disorganizzazione, ti costringe implicitamente a strisciare la carta di credito nel settore privato. O peggio, a rinunciare.
E a furia di rinunciare, il conto si paga in vite umane.
Il bilancio di questa disfatta silenziosa è pesantissimo: oltre 50.300 tumori e lesioni pre-cancerose sono passati inosservati.
Più di cinquantamila bombe a orologeria che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare e disinnescare in tempo, permettendo cure tempestive, meno invasive, salvifiche. Invece, chiudendo i consultori o allungando i tempi, abbiamo semplicemente lasciato che il tempo giocasse a favore del cancro.
L'analisi della Fondazione GIMBE ci sbatte in faccia un'Italia spaccata.
Una Repubblica fondata sul "dipende da dove nasci", con un Mezzogiorno lasciato in affanno cronico.
L'articolo 32 della Costituzione, quello che tutela la salute come "fondamentale diritto", evidentemente in certe Regioni è considerato solo un cordiale suggerimento.
Ma c'è un altro dato che brucia ed è la scarsissima adesione.
Si presenta ai controlli solo una persona su due per gli screening della mammella e della cervice uterina, e addirittura una su tre per il colon-retto.
Perché la gente non ci va? Disinformazione? Paura? Certo.
Ma c'è un elefante nella stanza di cui la politica non ama parlare ed è l'angoscia economica.
Quando lottare per arrivare a fine mese è il tuo lavoro a tempo pieno, la prevenzione diventa un lusso mentale e materiale. Subentra un pensiero strisciante e amaro: "Se mi trovano qualcosa, poi come faccio? Chi mi paga se perdo giorni di lavoro?
Come mi pago la risonanza di controllo che l'SSN mi fisserà nel duemilamai?"
È qui che il dito puntato contro "chi non si fa controllare" deve abbassarsi.
Non possiamo fare la morale sulle mancate diagnosi senza vedere le macerie sociali in cui le persone sopravvivono.
Non si può chiedere a una persona che affoga nei debiti di preoccuparsi di prenotare la mammografia.
Ammalarsi non può diventare una colpa per chi non ha i soldi per prevenire, né salvarsi la vita può dipendere dal CAP di residenza o dalla fascia ISEE.
Abbiamo almeno 50.300 motivi per indignarci, e 7,6 milioni di persone a cui un Paese civile dovrebbe, prima di tutto, chiedere scusa.
In Sicilia gli enti inutili non chiudono mai: cambiano casacca e riaprono con un altro nome.
C'è chi rottama gli enti inutili e chi li restaura, con la stessa cura con cui si restaura un mobile antico: si cambiano le gambe, la vernice, il nome, e si lascia intatto il tarlo. Il senatore Nino Germanà la chiama "restituzione del potere ai cittadini". Noi lo chiameremo trasloco: la casta cambia indirizzo, non abitudini. Le ex Province morirono nel 2014, giustiziate dalla riforma Delrio, e da allora vivono una vita da fantasma: consigli senza voto popolare, presidenti eletti dai sindaci, bilanci che nessuno legge e tutti pagano. Ora la Lega vuole restituire loro l'elezione diretta. Bella parola, "restituire". Come se i Liberi consorzi fossero un giardino pubblico sottratto al popolo da un ladro, e non - come sono davvero - una scatola vuota, buona solo a ospitare poltrone.
E chi la occuperà, quella scatola? Non i cittadini, che voteranno una tantum. La occuperanno i partiti: avranno finalmente un piano B per i trombati delle regionali, un vivaio per i futuri assessori, una sala d'attesa stipendiata per chi non ce l'ha fatta altrove. Lo chiameranno "decentramento". Sarà, come sempre, moltiplicazione. Germanà dice che la Regione "fa fatica" a gestire certe competenze. Verissimo. Ma la cura di un'amministrazione che non funziona non è mai stata, nella storia della Repubblica, crearne un'altra identica accanto. È come non riuscire a svuotare la vasca e decidere di aprire un secondo rubinetto, magari dorato. La sinistra, aggiunge il senatore, predica il decentramento e razzola diversamente. Vero anche questo. Ma tra chi predica male e razzola peggio, e chi vuole solo cambiare il nome del razzolare, la differenza è di sartoria, non di sostanza. Gli enti inutili, in Sicilia, non muoiono mai: cambiano casacca, come i consiglieri a ogni tornata, e tornano sempre più affamati di prima, con la scusa buona che li ha fatti nascere ogni volta: più vicini al territorio, più lontani dalle tasche vuote dei cittadini. ♓
Quando la coalizione scappa sul carro del vincitore, resta chi ha il coraggio di dire no.
Messina attendeva una seduta tranquilla, una di quelle in cui il Consiglio comunale ratifica ciò che è già stato apparecchiato altrove. La delibera sulle Commissioni permanenti sembrava il più innocuo dei passaggi. E invece, nel pomeriggio, la sala si è trasformata in un piccolo laboratorio di viltà politica: cinque ore di tensioni, imbarazzi, silenzi pesanti. A rompere l’incantesimo non è stata la maggioranza di Basile Federico, compatta e muta come un ufficio stipendi, ma Marcello Scurria, che ha scoperto l’insostenibile leggerezza di ritrovarsi solo. Solo perché ha detto no. Solo perché ha osato disturbare il manovratore. La sua coalizione di centro destra si è spaventata. Sono saliti sul carro del vincitore con l’ansia di garantirsi un posticino per i prossimi cinque anni: tengono famiglia, il mutuo pesa, l’auto nuova costa, e l’inflazione - si sa - rende gli uomini liberi dagli impegni di coalizione. Meglio non rischiare, meglio non parlare, meglio non opporsi. Così Scurria è rimasto solo.
Il PD, invece, ha fatto ciò che raramente fa: ha scelto la politica. Non il gioco delle tre carte, non il baratto delle presidenze, non la ricerca di una sedia in più. Ha capito che, se l’unico a opporsi era Scurria, lasciarlo solo avrebbe trasformato il Consiglio in un passacarte. Così i democratici hanno deciso di sostenerlo: non per amore dell’avvocato, ma per amore della dialettica. Una maggioranza senza opposizione degna diventa indegna essa stessa.
E qui la storia offre la sua metafora più tagliente. Tiberio Claudio Nerone non fu ricordato grande perché fu grande: fu un imperatore feroce, nepotista, incapace di difendere i confini. La sua grandezza postuma deriva dal suo oppositore, Publio Cornelio Tacito, che ne raccontò le ombre con tale lucidità da renderlo immortale. Così, nel piccolo teatro messinese, la dignità del Consiglio non l’ha salvata la maggioranza: l’ha salvata il dissenso di un uomo solo. Con tutti i suoi zigzag, con tutta la sua ondivaghità da globe trotter della politica cittadina, Scurria è stato l’unico a ricordare che la democrazia vive di frizioni, non di automatismi. E che, talvolta, basta un no per far politica mentre gli altri contano le sedie. ♓
CORSIVO
Una strategia che disarma l’aggressore senza massacrare i civili, e riscrive le regole del conflitto moderno.
Albert Einstein, con la sua ironia da profeta riluttante, immaginava una Quarta guerra mondiale combattuta a colpi di pietre. Non prevedeva che un popolo, schiacciato da un’invasione e abbandonato alle cautele dei suoi alleati, avrebbe trovato una terza via: né atomica né clava, ma ingegno. L’Ucraina, cui nessuno avrebbe dato un soldo bucato, ha trasformato la sproporzione militare in un laboratorio strategico. Mentre Mosca brandiva la minaccia nucleare come un rosario profano, Kiev ha risposto con la geometria dei droni: silenziosi, economici, ostinati. Non colpiscono città, non inseguono civili, non cercano gloria nelle rovine. Mirano alle vene dell’aggressore: raffinerie, depositi, linee di rifornimento. È la guerra che non uccide, la più radicale smentita del Novecento bellico. Einstein, che temeva l’Apocalisse, avrebbe sorriso davanti a questa matematica della sopravvivenza, a questa terza via che disinnesca la paura senza alimentare la carneficina.
Gli ultimi bersagli – Ilsky, Perm, Omsk – sono mappe di un nuovo atlante militare: chilometri divorati da piccoli congegni che costano quanto un’utilitaria e valgono quanto un esercito. L’Ucraina ne produce sette milioni l’anno, esporta tecnologia, costruisce un’industria che è insieme difesa, diplomazia, deterrenza. E mentre la Russia si ritrova a corto di carburante, di energia, di narrazioni, i droni ucraini diventano la dimostrazione che la guerra può essere sottratta alla logica del massacro. Non è pacifismo da convegno, ma pacifismo operativo: impedire al nemico di combattere senza togliergli la vita. Forse bisognerebbe candidare gli ingegneri ucraini al Nobel, benché il mondo preferisca le favole ai fatti. Ma chi non è cieco vede che, in mezzo al fumo delle raffinerie, si sta scrivendo una pagina nuova: la guerra che non uccide, la più paradossale e concreta forma di pace armata.
C’è chi ai vertici internazionali regala penne, libri, foulard, ceramiche, magari una targa argentata destinata a prendere polvere in qualche ufficio ministeriale.
Poi c’è Recep Tayyip Erdogan, che al vertice NATO ha pensato bene di regalare ai leader una pistola con il nome inciso sopra.
Alla Meloni, naturalmente, la versione personalizzata: perché anche l’ansia geopolitica merita un tocco di eleganza.
Il gesto, più che diplomatico, sembra uscito da una serie turca doppiata male.
“ Benvenuti ad Ankara, ecco il buffet, il comunicato finale e una semiautomatica con munizioni incluse”.
Altro che souvenir istituzionale. Qui siamo alla bomboniera da matrimonio tra Machiavelli e Rambo.
Ma Erdogan non fa mai nulla per caso. La pistola non è un regalo, ma è un biglietto da visita.
Racconta che la Turchia non è l’alleato silenzioso seduto in fondo al tavolo; è quello che arriva, sorride, stringe mani e poi ti ricorda che produce armi, droni, potere e simboli. Tutto inciso, possibilmente in metallo.
Il messaggio è chiarissimo: “Io sono il padrone di casa, voi siete ospiti, e il linguaggio della forza lo parlo fluentemente”.
Politicamente, è marketing militare in confezione regalo.
Diplomaticamente, è una gaffe solo se sei ingenuo; se sei Erdogan, è comunicazione strategica con il grilletto lucido.
Alla fine la pistola non racconta Meloni, Starmer o gli altri leader. Racconta lui, il sultano moderno che trasforma un vertice NATO in una televendita armata.
Una volta si diceva che “è il pensiero che conta”.
Oggi, ad Ankara, conta anche il calibro.
A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...