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giovedì 9 luglio 2026

GILBERTO IDONEA: ONE MAN SHOW

IL RICORDO 



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LA DIPLOMAZIA CON IL CARICATORE



C’è chi ai vertici internazionali regala penne, libri, foulard, ceramiche, magari una targa argentata destinata a prendere polvere in qualche ufficio ministeriale. 

Poi c’è Recep Tayyip Erdogan, che al vertice NATO ha pensato bene di regalare ai leader una pistola con il nome inciso sopra. 

Alla Meloni, naturalmente, la versione personalizzata: perché anche l’ansia geopolitica merita un tocco di eleganza.


Il gesto, più che diplomatico, sembra uscito da una serie turca doppiata male. 

“ Benvenuti ad Ankara, ecco il buffet, il comunicato finale e una semiautomatica con munizioni incluse”. 

Altro che souvenir istituzionale. Qui siamo alla bomboniera da matrimonio tra Machiavelli e Rambo.


Ma Erdogan non fa mai nulla per caso. La pistola non è un regalo, ma è un biglietto da visita. 

Racconta che la Turchia non è l’alleato silenzioso seduto in fondo al tavolo; è quello che arriva, sorride, stringe mani e poi ti ricorda che produce armi, droni, potere e simboli. Tutto inciso, possibilmente in metallo.


Il messaggio è chiarissimo: “Io sono il padrone di casa, voi siete ospiti, e il linguaggio della forza lo parlo fluentemente”. 

Politicamente, è marketing militare in confezione regalo. 

Diplomaticamente, è una gaffe solo se sei ingenuo; se sei Erdogan, è comunicazione strategica con il grilletto lucido.


Alla fine la pistola non racconta Meloni, Starmer o gli altri leader. Racconta lui, il sultano moderno che trasforma un vertice NATO in una televendita armata.


Una volta si diceva che “è il pensiero che conta”.

Oggi, ad Ankara, conta anche il calibro.

mercoledì 8 luglio 2026

TENERUMI: LA MINESTRA CHE SA D'ESTATE


Non chiamatela minestra povera: è l'unica zuppa siciliana che pretende rispetto e non si scusa mai di esserlo.

Storia

C'è un momento, in questa terra, in cui l'estate smette di essere una stagione e diventa un sapore. Arriva quando sui banchi del mercato compaiono quei ciuffi di foglie verdi, vellutate, quasi timide al tatto — i tenerumi — e con loro il ricordo di cucine che profumavano di pomodoro e di aglio dorato nell'olio. Non è un piatto, è una convocazione: la famiglia si raccoglie, e nessuno arriva in ritardo quando in tavola c'è la minestra di tenerumi.
Pochi lo sanno, ma questa pianta ha un pedigree antico quanto sorprendente. La cucuzza longa, la zucchina lunga siciliana da cui i tenerumi prendono le foglie, era già apprezzata al tempo dei romani, che ne conoscevano — a modo loro — le virtù. Duemila anni dopo, quelle stesse foglie continuano a raccontare la stessa storia: quella di un'isola che ha sempre saputo trasformare l'essenziale in festa, il povero in prezioso.

Il rito, non solo la ricetta

Preparare i tenerumi è un esercizio di pazienza contadina che nessuna fretta metropolitana può insegnare. Si comincia con un soffritto paziente — aglio e olio, che sia intero o tritato è questione di scuola, quasi di famiglia — a cui si uniscono i pomodori pelati, schiacciati poi a formare una salsa densa, grumosa, onesta. Un quarto d'ora di fiamma bassa, senza fretta, mescolando ogni tanto come si fa con le cose a cui si vuole bene.

Le foglie vanno scelte con occhio clinico: verdi, sane, morbide. I filamenti sottili tra una foglia e l'altra si eliminano, i gambi troppo duri si tagliano via senza pietà. Poi in acqua bollente, appena salata, per dieci minuti — e qui arriva il primo comandamento della ricetta, quello che separa chi sa da chi improvvisa: quell'acqua non si butta. È lì, in quel brodo verde e minerale, che si nasconde l'anima della pianta. Gli spaghetti spezzati, cinquanta o sessanta grammi a testa (o "a sentimento", come dicono le nonne che non hanno mai pesato nulla in vita loro), cuociono proprio in quel brodo, senza essere scolati mai. Tutto resta insieme: acqua, foglie, pasta, sale minerale.

A chiudere, la salsa di pomodoro versata sopra come una benedizione, e poi la ricotta salata grattugiata, il peperoncino macinato grosso per chi ama il carattere. Si serve calda o tiepida, mai fredda: i tenerumi non amano le mezze misure.

Un piatto, una geografia

Quello che colpisce, di questa minestra, è la sua capacità di essere insieme frugale e sontuosa. Non ha bisogno di ingredienti rari, eppure porta con sé tutta la geografia dell'entroterra siciliano — gli orti familiari, le zucchine che crescono rampicanti sui muretti a secco, l'economia domestica di chi non buttava via nulla, nemmeno l'acqua di cottura. È cucina di sussistenza diventata cucina d'identità, come spesso accade su quest'isola dove la povertà, filtrata dal tempo, si è fatta patrimonio.
Mangiare i tenerumi, in fondo, è un piccolo atto di memoria. Ogni cucchiaio racconta un'estate che si ripete uguale da generazioni, tra un mercato rionale e una cucina con la finestra aperta sul caldo di agosto.

Mantiade

«Si dice che la vera cultura sia ciò che resta quando si è dimenticato tutto il resto: dei tenerumi resta il brodo, ed è già filosofia.»


 


FLAIANO. RITRATTO IMPIETOSO DEL FASCISMO ITALIANO

 


Un testo scritto oltre cinquant'anni fa che continua a interrogare il presente. Un ritratto severo e provocatorio del fascismo e di alcuni tratti della società italiana, affidato alla lucidità corrosiva di Ennio Flaiano.



Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista.

Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.


Dal volume
Diario degli errori, appendice, Bompiani, 1976 (edizione postuma). �

Ennio Flaiano (1910-1972) fu uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento. Nato a Pescara, si affermò come scrittore, giornalista, umorista e sceneggiatore. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con il romanzo Tempo di uccidere, l'unico da lui pubblicato. Collaborò con Federico Fellini alla sceneggiatura di film come La dolce vita e 8½, contribuendo a rinnovare il linguaggio del cinema italiano. Celebre per gli aforismi taglienti e l'ironia disincantata, osservò con lucidità i vizi della società e della politica. La sua prosa, elegante e corrosiva, resta un modello di intelligenza critica e di stile.

domenica 5 luglio 2026

PERCHÈ LA CHIESA DIFENDE I MIGRANTI



 Tra frontiere e umanità. Da Pio XII a Leone XIV: le radici storiche della vicinanza alla persone che si spostano.



di Andrea Riccardi *


Leone XIV si reca, per la seconda volta in un mese, sulla frontiera tra i migranti e l’Europa, a Lampedusa dopo la visita alle Canarie. Frontiera invisibile, sul mare, segnata da tanti dolori e morti.
Da dove viene la costante cura della Chiesa per i migranti? È stata spiegata con il «radicalismo» di papa Francesco, che, a inizio pontificato, gridò da Lampedusa: «In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza». Denunciava un mondo globale, in cui circolazioni di merci sono favorite, ma si alzano muri per migranti e rifugiati. Questa politica s’impone, seppure la crisi demografica evidenzia la necessità di vari Paesi europei di nuovi lavoratori. Tale politica esprime una paura, spesso alimentata ad arte: il nostro mondo non rischia l’invasione o la sostituzione etnica? Diceva Primo Levi: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi…». Lo scriveva in Se questo è un uomo, testimoniando i tragici effetti di tale convinzione.
La Chiesa non tradisce il «mondo cristiano» scegliendo i migranti? Non teme sia travolto da tanti nuovi arrivati, magari di altra religione?

I Papi guardano prima di tutto a donne e uomini in grave difficoltà: «Ogni barca che arriva — ha detto papa Leone — non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». La morte dei migranti mostra la disumanità del mondo globale. La Chiesa vuole invece rasserenare lo sguardo sui migranti, partendo dall’idea che si può fare molto: «La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». La sua risposta è articolata: «vie legali e sicure», «lotta ai trafficanti di vite umane», «accoglienza e integrazione», riconoscendo «il diritto di cercare rifugio», ma anche quello di restare nella propria terra, liberi dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni.
L’atteggiamento non è di oggi, ma ha radici antiche.

È maturato, tra XIX e XX secolo, quando la Chiesa cercava di accompagnare l’esodo degli europei verso le Americhe, con tante iniziative, creando congregazioni religiose a questo fine. Si è misurato con i profughi armeni, dopo i massacri ottomani. È cresciuto tra gli esodi e le deportazioni nell’Europa delle due guerre mondiali. Ha ricevuto un’espressione organica nel 1952 nella costituzione Exsul Familia di Pio XII, un Papa considerato «conservatore», ma che affermava principi che oggi sarebbero tacciati di estremismo. Già nel 1941 aveva affermato «il diritto della famiglia a uno spazio vitale». L’imperialismo nazista considerava centrale il diritto allo «spazio vitale» (Lebensraum): l’espansione del Reich. Invece per Pio XII, è la famiglia migrante il soggetto titolare del diritto allo spazio vitale in un rapporto positivo «tra il Paese di emigrazione e il Paese di immigrazione». Il Papa protesta contro gli Stati che «restringono il naturale diritto all’emigrazione» e contro quelli che spostano a forza le popolazioni. Per lui, nel 1952, emigrare è un «diritto naturale» da proteggere.

Questa visione, di gran lunga precedente alla globalizzazione, è radicata nel sentire «cattolico», universale della Chiesa, che «non deve infeudarsi ad alcun gruppo etnico» — dice Pio XII: «una vera madre, la madre di tutte le nazioni e di tutti i popoli, non meno che dei singoli uomini e, precisamente perché madre, non appartiene… a questo o quel popolo».

Cosmopolitismo? La storia dell’«utopia» cattolica, per così dire, è concreata e secolare: «la Chiesa è dunque soprannazionale, perché del tutto indivisibile e universale» — conclude Pio XII. La sua universalità è in tensione con la dimensione nazionale, in lotta con la sua assolutizzazione, come nel caso della migrazione o della guerra. Lo si nota di più oggi, quando tante organizzazioni internazionali sono appassite, mentre gli interessi nazionali sono proposti con esclusivismo, come se non necessitassero — per realizzarsi — di un orizzonte più vasto. Del resto, nel mondo connesso di oggi, si vedono dolorosamente i danni di una visione esclusivista.

Storico, studioso della Chiesa in età moderna e contemporanea. Ha fondato nel 1968 la Comunità di Sant'Egidio ed è stato ministro per la Cooperazione Internazionale dal 2011 al 2013. Docente di Storia Contemporanea alla Sapienza e a Roma Tre. Tre lauree honoris causa. Mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d'Avorio e Guinea, ha ricevuto il Karlspreis (2009) e nel 2003 è stato incluso da "Time" tra i trentasei "eroi moderni" d'Europa.

ALLEANZA PER LA COSTITUZIONE

 


Il nuovo nome è pronto, il programma ancora no.


Dunque pare che il nome non vada più bene. "Campo largo" suonava vago, dicono, poco identitario. E allora Schlein e Conte, in un lampo di ispirazione degno di miglior causa, hanno scovato l'etichetta perfetta: Alleanza per la Costituzione. Un nome bellissimo. Peccato sia anche l'unica cosa concreta prodotta finora. Perché diciamocelo: essere per la Costituzione non è un programma, è un prerequisito. Come dire "sono per il codice della strada" e presentarsi come statista della viabilità. Ma qui siamo in Italia, patria dove l'ovvio, se pronunciato con la voce giusta e una mano sul petto, diventa visione.
E la coerenza, quella? Sull'Ucraina, dentro l'Alleanza c'è chi giura che la Carta imponga il sostegno a Kiev e chi giura il contrario, sempre in nome dello stesso articolo. Bella scoperta, la Costituzione elastica: si tira da una parte o dall'altra a seconda di chi tiene il capo della corda quel giorno.

Sulla giustizia, invece, il miracolo. Lì, sorprendentemente, tutti gli emisferi del Parlamento si allineano come pianeti in un'eclissi rara: destra, sinistra, centro, e pure quel pulviscolo di gruppi misti che nessuno sa più a chi rispondano. Presunzione d'innocenza, dignità della pena, garantismo a corrente alternata — argomenti che, guarda caso, toccano parecchio da vicino chi la legge la fa e chi in Parlamento ci siede comodo. E allora, per magia, spariscono le divisioni ideologiche, sparisce pure l'Alleanza contro l'altra Alleanza: tutti fratelli, tutti garantisti, tutti d'un tratto teneri come chiocce sull'uovo. Basta che l'uovo sia il proprio, si intende. Perché sul destino altrui, si sa, la severità torna comoda; ma quando il fascicolo si avvicina a casa propria, ecco che la Costituzione — quella stessa, identica, mai cambiata di una virgola — si trasforma in un abbraccio caldo, quasi materno. Un vero mistero della fede repubblicana: la Carta è severa per gli avversari e clemente per gli amici, e nessuno, dico nessuno, ci trova nulla di strano.

Morale: il nome cambia, la sostanza resta quella di prima. Che è, appunto, il nulla — solo scritto in maiuscolo e con la Carta costituzionale come carta intestata.

IL PAPA, L'ULTIMO STATISTA



 Dall'intelligenza artificiale alle migrazioni, dalla pace al rapporto con Trump, Leone XIV riporta al centro della politica le grandi questioni del nostro tempo. Mentre i governi inseguono il consenso, il Papa prova ancora a inseguire il futuro.


C'è un paradosso nel nostro tempo. Mentre governi e partiti consumano le loro energie tra sondaggi e ricerca del consenso, è un Papa a dettare l'agenda delle grandi questioni del XXI secolo. Leone XIV lo ha fatto con l'enciclica sull'intelligenza artificiale, primo grande documento dedicato alla rivoluzione destinata a cambiare economia, lavoro e cultura. Lo ha fatto invocando una pace «disarmata e disarmante» in un mondo che continua a misurare la propria forza con gli arsenali. Lo ha fatto scegliendo Lampedusa invece di Washington, ricordando agli Stati Uniti che la loro grandezza è stata costruita dagli immigrati. Sempre con la stessa cifra: la forza pacata delle idee.

Il confronto con Donald Trump è il confronto fra due idee di civiltà. Da una parte il linguaggio dei muri, della forza e della contrapposizione; dall'altra quello della dignità della persona, del dialogo e della responsabilità. Nessuna invettiva, nessun insulto. Leone XIV oppone la fermezza di chi non ha bisogno di alzare la voce. Così ricorda che la libertà non vive senza giustizia e che la sicurezza non può essere costruita cancellando l'umanità dell'altro.

Qui emerge anche il limite di una parte del dibattito europeo. Quando Giorgia Meloni richiama l'unità dell'Occidente e la salvaguardia dell'alleanza atlantica, dice una cosa giusta, ma non sufficiente. L'Occidente non è soltanto un'alleanza geopolitica: è il prodotto dell'Illuminismo, delle rivoluzioni liberali e democratiche, dello Stato di diritto, della libertà, del pluralismo e della dignità della persona. Valori che la cultura della destra reazionaria ha spesso considerato estranei, quando non apertamente avversati. Separare l'Occidente da questo patrimonio significa svuotarlo del suo significato. Resta il nome, ma scompare l'anima. Leone XIV, invece, quei valori li restituisce alla politica, ricordando che senza di essi l'Occidente non è una civiltà, ma soltanto un'espressione geografica.♓


QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

  Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto. Si racconta, tra i pesc...