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mercoledì 1 luglio 2026

IL CARDINALE MARC OULLET IN VISITA AL SANTUARIO MARIA AUSILIATRICE DI ALÌ TERME



di Carmelo Tringali 

 ALÌ TERME – Una mattinata di profonda spiritualità quella vissuta Giovedì scorso ad Alì Terme, dove il Santuario di Maria Ausiliatrice ha accolto l’illustre visita del Cardinale Marc Ouellet, Prefetto emerito del Dicastero per i Vescovi.

Alle ore 9:00, l’alto prelato ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica, in un clima di grande partecipazione e commozione. Ad accogliere il Cardinale Ouellet, il Rettore del Santuario, Padre Dario Giardina, e la direttrice Suor Maria Pisciotta, insieme a una nutrita comunità di fedeli. Tra le autorità presenti, si è registrata la partecipazione della Presidente del Consiglio Comunale, Nancy Todaro.

Al termine della funzione, il Cardinale ha vissuto un momento di raccoglimento personale in preghiera davanti all’urna di Madre Maddalena Morano. La visita è poi proseguita con un percorso storico-spirituale nei luoghi cari alla Beata: a fare da guida d’eccezione è stato lo storico Antonio Cappo, profondo conoscitore della vita e dell’opera di Madre Morano, che ha illustrato con dovizia di particolari le tappe salienti del percorso terreno della religiosa.

Subito dopo la visita, il Cardinale Ouellet è ripartito alla volta dell’aeroporto di Catania, con destinazione Roma. Il porporato è atteso nella capitale per prendere parte al Concistoro straordinario indetto da Papa Leone XIV






RICCHI SEMPRE PIÙ RICCHISSIMI

CORSIVO 


 Buone notizie, gente: secondo l'Ubs il pianeta è meno povero di venticinque anni fa, e la banca svizzera - istituto notoriamente specializzato in filantropia spicciola - ce lo comunica con la faccia compunta di chi annuncia una guarigione miracolosa. La fascia di umanità con un patrimonio sotto i diecimila dollari si è quasi dimezzata, dicono, ed è tutto vero, sacrosanto, statisticamente ineccepibile. Peccato che a raccontare la stessa storia sia bastato guardare fuori dalla finestra di qualunque famiglia media, la cui ricchezza mediana, guarda un po', è scesa mentre quella dei ricchi correva che era un piacere. Ma questo l'Ubs lo scrive in fondo, con il carattere piccolo, dove di solito si nascondono le clausole vessatorie dei contratti.


Il bello arriva quando gli economisti, gente seria, ci spiegano che bisogna "distinguere le disuguaglianze dalla povertà assoluta", come se il tizio che vede il proprio stipendio fermo da un decennio dovesse consolarsi sapendo che tecnicamente non è più povero in senso assoluto, solo relativamente umiliato. E mentre lui resta lì, coi suoi risparmi che si squagliano sotto l'inflazione, i patrimoni sopra i cinque milioni continuano a lievitare all'otto, nove per cento l'anno, con la stessa naturalezza con cui un fiume scorre verso il mare o verso Lugano, per essere precisi geograficamente.

E allora arriva la domanda, semplice semplice, formulata da un economista che evidentemente non teme per la cattedra: tassare lo 0,5% più ricco del pianeta colpirebbe, appunto, lo 0,5%. E allora perché il restante 99,5%, che pure ci guadagnerebbe, si oppone con lo zelo di chi difende un patrimonio che non ha? Perché ci hanno convinto che il milione, la ricchezza, sia dietro l'angolo. Basta aspettare, dicono. E noi aspettiamo, sempre più poveri e sempre più fiduciosi.

lunedì 29 giugno 2026

L'Illusione infranta : La Terza Via dell’economia Italiana



 Sulle macerie del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia non si limitò a ricostruire, ma osò immaginare. 

In un mondo geopolitico brutalmente spaccato tra il gelo del collettivismo sovietico e la spietatezza del liberismo anglosassone, il nostro Paese scelse una rotta coraggiosa e autonoma. 

Era la "Terza Via" italiana, non un timido compromesso al ribasso, ma un'architettura geniale e profondamente umana in cui lo Stato si faceva vero e proprio Stato imprenditore.

Attraverso giganti come l'IRI e l'ENI di Enrico Mattei, l'intervento pubblico non soffocava la libera iniziativa, ma la guidava strategicamente. 

Il rifiuto del liberismo puro e del collettivismo di Stato creò un modello misto dove l'obiettivo era creare dignità sociale, non solo profitto. 

Questa visione abbracciò le aree depresse della Nazione , in primis il Mezzogiorno , rifiutando la logica umiliante dell'assistenzialismo. 

Al contrario, si calò l'iniziativa pubblica direttamente nelle leggi di mercato, costruendo poli industriali, infrastrutture e posti di lavoro veri. In un decennio, un Paese contadino si trasformò nella settima potenza industriale del mondo.

Eppure, questo capolavoro economico è stato metodicamente smantellato. 

La narrazione ufficiale parla solo di inefficienza e debito, ma l'analisi storica sussurra una verità più amara. 

La "via italiana" dava troppo fastidio. 

È stata disintegrata da forze esterne e opache , poteri e club  della finanza speculativa internazionale e cordate geopolitiche che non tolleravano un'Italia forte, sovrana e indipendente sul piano energetico. 

A questo assedio ha fatto sponda una classe politica italiana tragicamente succube. 

Con le frettolose privatizzazioni degli anni '90, decise spesso a porte chiuse, abbiamo svenduto il nostro patrimonio pubblico sull'altare dei mercati finanziari, barattando la nostra indipendenza.

Oggi, camminando tra le nostre periferie industriali svuotate e osservando i giovani costretti a emigrare, proviamo un profondo senso di lutto per un futuro che ci è stato scippato. 

La nostra Terza Via non era un'utopia, ma era la prova tangibile che l'economia può avere un'anima.


Castronovo, V. (2006). Storia economica d'Italia. Dall'Ottocento ai giorni nostri. Einaudi. (Per l'analisi rigorosa del miracolo economico e dell'IRI).

Galli, G. (2005). Enrico Mattei: petrolio e complotto italiano. Baldini Castoldi Dalai. (Sulle resistenze internazionali e le "forze occulte" contro l'autonomia italiana).

Mazzucato, M. (2014). Lo Stato innovatore. Laterza. (Per il framework teorico moderno sul successo del modello di "Stato Imprenditore").

IDEA TAGLIO

 


DON MILANI AVEVA RAGIONE: I GIANNI NON FINISCONO MAI

 





Nanni Banchi era un falegname. Le sue mani hanno levigato il legno per tutta la vita, non carte. Ai tempi di don Milani era il più grande dei ragazzi che il priore avrebbe voluto tra i banchi della sua scuola spartana, a Barbiana. Non ci andò. Troppo imbarazzo, troppo orgoglio, troppa paura di sembrare il somaro in mezzo a ragazzini più giovani che già sapevano più di lui.

Una sera salì da don Lorenzo mentre il prete osservava il cielo col binocolo. Il priore gli indicò una stella: Nanni, dimmi come si chiama. Lui rispose con una parolaccia. Volarono parole grosse. Se ne andò.

Dopo la morte di don Milani, nel 1967, Nanni Banchi non riuscì più a darsi pace. Fondò il Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, per tenere vivo quel patrimonio che da giovane aveva rifiutato. Oggi ha ottantanove anni, le gambe malferme, e non perde occasione di farsi accompagnare sulla tomba del priore. Si siede. Prega. Chiede perdono per quella stella non riconosciuta. Per quel vaffa scagliato contro il maestro. Una vita intera trascorsa a onorare il debito di un rifiuto. Forse è questa la forma più alta di fedeltà.


Sono sicura che pressappoco così - con questa voce ruvida e diretta - Nanni Banchi avrebbe raccontato la vita di don Lorenzo.  


Io non sono uno scrittore. Sono stato un falegname. Eppure eccomi qui, a raccontare di un uomo che non smette mai di interrogarmi, anche adesso che ho ottantanove anni e le gambe non mi reggono più.


Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, in una famiglia ricca e colta - il tipo di famiglia che a Barbiana non si vedeva proprio. Suo nonno insegnava all'università. Sua madre conosceva Joyce. Lui, da ragazzo, voleva fare il pittore. Poi arrivò la guerra, il fascismo, la conversione al cattolicesimo. Nel 1947 divenne sacerdote - non il tipo di prete che celebra la messa e torna a casa. Il tipo che ti fissa negli occhi e ti chiede dove hai sbagliato. Il tipo che dà fastidio.


Il suo primo incarico fu a Calenzano. Aprì subito una scuola per operai e contadini - gratis, aperta a tutti. Capì allora quello che avrebbe ripetuto per tutta la vita: che la lingua è potere. Chi non sa parlare, non sa difendersi. Chi non sa leggere, non sa votare davvero. L'ignoranza non è una colpa dei poveri - è la trappola che i potenti lasciano aperta per loro. Questo gli costò il trasferimento. La chiesa non gradiva certi discorsi. Nel 1954 lo mandarono a Barbiana - una frazione sperduta nel Mugello, senza strada, senza luce, senza acqua. Una punizione travestita da parrocchia. Lui la trasformò in una scuola.

A Barbiana i ragazzi studiavano tutto il giorno, tutti i giorni dell'anno. Niente ricreazione. Si leggevano i giornali, si scriveva insieme, si discuteva con sindacalisti e politici. I primi a parlare dovevano essere sempre i meno istruiti. Il suo metodo era semplice e rivoluzionario: nessuno è stupido, qualcuno è solo stato abbandonato prima.


Nel 1967 scrisse con i suoi ragazzi la Lettera a una professoressa. Un libro che ancora oggi brucia, perché dice la verità sulla scuola: non combatte le diseguaglianze, le amplifica. Promuove i figli dei dottori, boccia i figli dei contadini. Chiama merito quello che è solo fortuna di nascita. Don Lorenzo morì il 26 giugno 1967, di leucemia, nella casa della madre a Firenze. Aveva quarantaquattro anni. Lo seppellirono a Barbiana. E io non ho avuto più pace.


Don Milani chiamava Gianni il ragazzo povero che la scuola bocciava e dimenticava. Gianni era il figlio del contadino, del mezzadro, dell'operaio — quello che arrivava in classe senza gli strumenti giusti e veniva rispedito indietro con una croce sopra, come se la colpa fosse sua. Di fronte a lui c'era sempre Pierino, il figlio del dottore, che di strumenti ne aveva fin troppi e veniva premiato per meriti che erano semplicemente meriti di nascita.


Oggi i Gianni hanno altri nomi e altre facce. Vengono da altri posti, parlano altre lingue, attraversano altri mari. Ma il meccanismo è identico: la scuola li guarda e non li vede, la società li conta e non li ascolta, il sistema li processa e li espelle. Gli ultimi cambiano stagione, non cambiano destino. Questa poesia, di Lorenzo, è per loro - per tutti i Gianni di ieri e di oggi.


Anche tu, caro amico...


Tu che urli perché nessuno ha mai ascoltato il tuo silenzio.


Tu che vedi nemici perché nessuno ti ha insegnato a fidarti.


Tu che difendi una Patria che, forse, non ti ha mai davvero abbracciato.


Tu che cerchi colpevoli perché nessuno ti ha aiutato a dare un nome al tuo dolore.


Tu che odi, magari in nome di un dio confezionato su misura per giustificare quell'odio, perché nessuno ti ha mai mostrato un amore più grande della tua rabbia...


Nessuno, però, nasce capace di odiare. Qualcuno, lungo la strada, ti ha insegnato a farlo.


Ogni volta che una persona impara a odiare, c'è sempre qualcuno che ha fallito nel dovere di educare, amare, proteggere.


Fallendo ha creato in te infelicità...


Fallendo ha fatto di te una vittima...


Vittima di un mondo che non ti ha protetto.


Vittima di una scuola che non è riuscita a raggiungerti.


Vittima di una società che troppo spesso ti ha visto soltanto come un numero, un consumatore, un elettore, un tifoso da sfruttare.


Vittima di chi ti ha ingannato, usato, manipolato.


Vittima di chi ha alimentato dentro di te il fuoco del rancore, della paura e della violenza, offrendoti falsi miti da adorare e falsi nemici da combattere.


Vittima di chi ti preferisce arrabbiato, confuso, incolto, perché chi pensa è più difficile da governare.


Vittima di un'infanzia che non ti ha donato tutto l'amore, la comprensione e la guida che spettano ad ogni bambino.


Amico mio... Rifletti.


Se nessuno ti ha insegnato ad amare,

comincia tu.


Se nessuno ti ha mostrato la strada,

diventa tu la strada per qualcuno.


Se nessuno ti ha difeso,

difendi tu chi non ha voce.


L'odio non crea: distrugge.


La rabbia distrugge la ragione, annulla il diritto.


Si vince con la dignità, con la disponibilità, con la forza dell'umanità autentica.


Perché la vera rivoluzione, oggi, nasce da una coscienza che si risveglia, da una mano che si tende, da una carezza che trova il coraggio di spezzare la catena dell'odio.


Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.


[Don Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, 1965].


Oggi in Italia la parola accoglienza è diventata un campo di battaglia. Il dibattito pubblico si è ristretto fino a diventare una fessura attraverso cui passa solo la paura. Don Milani sapeva già tutto questo. Lo sapeva nel 1965, quando scrisse che il mondo si divide non tra italiani e stranieri, ma tra oppressi e oppressori. I figli dei mezzadri di Barbiana - italianissimi, poverissimi - erano invisibili quanto qualsiasi migrante che oggi attraversa il Mediterraneo. L'esclusione non ha passaporto.


a cura di E. L. M. Irali

IL PONTE CHE PRODUCE TUTTO TRANNE IL PONTE

 CORSIVO 


Il cantiere più lungo d'Italia non ha ancora un mattone — ma ha già una giurisprudenza invidiabile


Il Ponte sullo Stretto ha una virtù rara: è l'unica grande opera pubblica italiana capace di generare ricchezza senza essere costruita. Non ponti, non piloni, non campate sospese — ma avvisi di garanzia, rinvii a giudizio, intercettazioni telefoniche e delibere bocciate dalla Corte dei Conti. Pietro Ciucci, ad della Stretto di Messina, precisa che «abbiamo vinto al Totocalcio» era una frase ironica. Ottimo. Perché la Corte dei Conti, che di ironia non vive, ha bocciato la delibera Cipess e chiesto documentazione. Tra chi ride e chi chiede carte, il contribuente paga e aspetta. Come al cinema: si paga il biglietto, lo schermo rimane bianco, ma i titoli di testa sono già una piccola opera d'arte.

Il fascicolo giudiziario del Ponte ha raggiunto dimensioni da scaffalatura dedicata. La Procura di Roma indaga sui presunti tentativi di influenzare il controllo di legittimità sulla delibera Cipess: nel registro degli indagati figurano l'imprenditore Vincenzo Virgiglio, l'ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele — corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio — e l'avvocato Saccomanno, ex commissario calabrese della Lega, la cui telefonata con Ciucci è ora agli atti del Ros. Prima ancora, nei decenni: penali versate e mai versate, contenziosi miliardari, progettisti che cambiano, gare che ricominciano. Il Ponte, come opera fisica, non esiste. Come filiera forense, è già alla terza generazione.
Salvini osserva dall'alto con la serenità di chi scambia l'annuncio per il fatto. Il direttore tecnico Mele promette la nuova delibera Cipess «entro la fine dell'estate» — e in Sicilia l'estate dura fino a novembre, dettaglio geografico che potrebbe rivelarsi utile. Zahi Hawass paragona il Ponte alle Piramidi: e ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Le Piramidi le hanno costruite. Il Ponte ha prodotto convegni, consulenze, fascicoli processuali e almeno un'intercettazione in cui qualcuno esulta per una schedina. Noi, popolo paziente delle due sponde, continuiamo a pagare. Almeno al cinema, alla fine, accendono le luci.

domenica 28 giugno 2026

FIGLI DELLA RABBIA: LA MANOSFERA ARRIVA A MESSINA E TROVA TERRENO FERTILE

 



a cura di Anna Lombardo

Venti minuti per radicalizzare un adolescente. In Sicilia, dove la fragilità sociale moltiplica ogni rischio, forse anche meno.



Venti minuti. È il tempo medio — secondo un'indagine del Senato francese — perché un adolescente si imbatta online in contenuti misogini. Non serve cercarli: basta un video sul fitness e l'algoritmo fa il resto. Il mascolinismo non è più una sottocultura di Internet: è un fenomeno culturale in espansione, capace di influenzare il modo in cui una parte crescente delle nuove generazioni interpreta i rapporti tra i sessi. In Italia non esiste ancora un'indagine equivalente. Esiste la cronaca: femminicidi che non smettono di contarsi, adolescenti fermati per violenze di branco, ragazzi che descrivono le relazioni con un lessico di conquista e dominio. Il fenomeno è qui, non mappato ma presente.


Se esiste un luogo dove la manosfera trova terreno fertile, è il Sud. Non per predisposizione culturale, ma per fattori strutturali. In Sicilia il 27,5% dei giovani è NEET: non studia, non lavora, non si forma. La disoccupazione giovanile è al 33,8%. A Messina, 832 under 40 emigrano ogni anno. Chi resta, resta senza prospettiva. È in questo vuoto che prospera l'industria della rabbia: influencer che offrono risposte semplici a problemi complessi — solitudine, rifiuto, precarietà — con un messaggio sempre identico: gli uomini sono vittime del femminismo, il recupero della virilità è la soluzione. Non è questione di stupidità. È questione di vuoto che viene sempre riempito da qualcosa.


La risposta non è solo repressiva. La radicalizzazione avviene per progressione lenta, guidata dagli algoritmi, a partire da interessi innocui. Fermarla richiede scuole che parlino di relazioni senza imbarazzo, famiglie capaci di nominare ciò che accade sugli schermi dei figli, spazi dove i ragazzi costruiscano identità che non dipendano dalla sconfitta di qualcun altro. A Messina questi spazi mancano: centri di aggregazione chiusi, consultori sotto organico, politiche giovanili ridotte a eventi estivi. Nel frattempo l'algoritmo lavora. Senza che nessuno abbia trovato il tempo di considerarlo una priorità. Venti minuti alla volta.


MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...