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sabato 24 gennaio 2026

UN UOMO

 



Quando la dignità sfida la tirannia: Panagulis insegnava che la democrazia si misura nel rispetto dei diritti, non nell’ira dei vincitori. Oggi i garantisti da salotto mostrano il volto della contraddizione.

Alessandro Panagulis, eroe della resistenza greca al regime dei colonnelli - grande amore di Oriana Fallaci, cui lei dedicò lo struggente libro Un Uomo-,  visse sulla propria pelle la brutalità dei colonnelli greci: mesi di detenzione preventiva, vesti logore, barba incolta, calzoni che scivolavano ad ogni passo, smagrito fino a sembrare un’ombra di se stesso. E tutto ciò per aver osato pensare alla libertà, per essersi opposto con coraggio a un regime che soffocava la democrazia. Il giorno del processo, mentre la giuria e le telecamere si preparavano a ridicolizzarlo, Panagulis sopportò la denigrazione con dignità, affrontando l’ingiustizia come solo un uomo libero sa fare. Quando le sorti della storia portarono Papadopulos, l’ex dittatore, davanti al medesimo tribunale, Panagulis si prese cura che arrivasse in perfette condizioni, sano, elegante e senza manette. Ai curiosi che ricordavano la sua stessa sofferenza, rispose semplicemente: «Noi non siamo come loro». È questo il vero valore della democrazia: il rispetto della dignità umana anche per chi ci ha oppresso.

Oggi, osservando i “campioni di garantismo” italiani che si stracciano le vesti per la scarcerazione di Jacques Moretti a Crans-Montana, non possiamo non rilevare il contrasto. La legge funziona anche per chi suscita orrore e indignazione; il tribunale svizzero ha applicato misure cautelari rigorose, eppure la furia politica trasforma il diritto in spettacolo, la giustizia in vendetta. Come Panagulis ricordava, la democrazia si misura nel rispetto dei diritti, non nell’ira dei ministri o degli applausi di un bar: ogni uomo è innocente fino a condanna legittima, e ogni indignazione spettacolare è degrado della civiltà giuridica.


ISTITUTO MARIA AUSILIATRICE IN GRANDE DIFFICOLTÀ AD ALÌ TERME


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venerdì 23 gennaio 2026

IL GIORNO DOPO …





 























LA STORIA DELL’OROLOGIO DAN-DON

 




do FRANCO ARCOVITO 

LA FINE DELLE ILLUSIONI EUROPEE



 La fine delle illusioni europee. Essere “bellissimi ma divisi” è inutile di fronte alla forza

di ANNA ZAFESOVA.    www.lastampa.it

Undici mesi fa, il nuovo mondo di cui oggi tanto si parla – il mondo della “real politik” e del grande gioco tra potenze e potenti, il mondo del diritto della forza invece che della forza del diritto, il mondo di Donald Trump e di Vladimir Putin – è iniziato con la clamorosa cacciata di Volodymyr Zelensky dalla Casa Bianca. Undici mesi dopo, è lo stesso presidente ucraino, sopravvissuto con una tenacia quasi miracolosa a diversi tentativi del bulldozer americano di asfaltarlo, a lanciare dalla tribuna di Davos un avvertimento intriso di fatalismo e amarezza: non si tornerà indietro.


«Invece di assumersi la responsabilità decisiva di difendere la libertà in tutto il mondo, l’Europa appare smarrita, e cerca di convincere il presidente degli Usa a cambiare rotta. Non la cambierà. Il presidente Trump si ama così com’è. E non ascolterà un’Europa come quella di oggi».


È un discorso di rabbia e di delusione, quello di Zelensky ai ricchi e potenti di questo mondo. Che l’hanno applaudito mentre rinfacciava loro l’ipocrisia e la debolezza dell’Occidente, e dell’Europa in particolare, nel non essere riusciti a fermare l’invasione russa dell’Ucraina, ma anche le stragi dei manifestanti in Iran, il flusso di soldi e tecnologie verso la Russia, e perfino le pretese trumpiane nei confronti della Groenlandia.


Da doppia vittima della brutalità imperialista della Russia di Putin, e dell’arroganza prepotente dell’America di Trump, il leader ucraino può portare la sua testimonianza, ed emettere la sua diagnosi spietata. L’Europa «ama parlare di futuro, ma evita di agire nel presente», nemmeno per difendere se stessa, preferendo attendere le decisioni degli Stati Uniti, sia per (non) intervenire in Iran, sia per fermare la minaccia russa nel caso di un eventuale invasione della Lituania o un attacco alla Polonia: «Chi risponderà? La Nato esiste grazie alla fede che gli Usa non rimarranno a guardare e verranno in soccorso. Cosa succederà se non verranno?».


Un discorso che molti potrebbero leggere come antieuropeo, e rimproverare a Zelensky una certa ingratitudine nei confronti dell’Europa. Ma l’Ucraina sa benissimo che, se esiste ancora, lo deve all’Unione Europea. È sopravvissuta all’invasione di Putin grazie agli aiuti, molto più cospicui in termini monetari di quelli americani, che hanno permesso a Kyiv di sopravvivere, funzionare, pagare stipendi e pensioni, e riparare le centrali elettriche perennemente bombardate dai russi.


Ed è sopravvissuta alle pressione di Trump grazie alla solidarietà dei “volenterosi” europei, che hanno fatto da scudo umano a Zelensky nel suo ritorno alla Casa Bianca, cooptando di fatto Kyiv in Europa molto prima dell’ingresso ufficiale nell’Unione. Nel 2014, l’Ucraina era scesa in piazza contro Putin con le bandiere europee, non con quelle a stelle e strisce, e Zelensky ieri ha ricordato di considerarsi non solo parte dell’Ue, ma anche una sua risorsa di esperienza e potenza militare: «Con noi, nessuno umilierebbe l’Europa», ha promesso, ricordando che le navi russe «potrebbero venire affondate nelle acque della Groenlandia così come sono state affondate in Crimea».


Per capire la disperazione ucraina, bisogna ricordarsi che Zelensky è arrivato nella lussuosa Davos da una Kyiv dove un milione di abitanti restano senza luce elettrica, e dove l’assenza di riscaldamento nelle case sta portanto «la morte gelida», una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa. Perché, vista da Kyiv, è più naturale giudicare l’Europa dal punto di vista di Teheran, dove «gli ayayollah giustiziavano mentre gli europei festeggiavano il Natale», e dal punto di vista di Minsk, dove il mancato sostegno alla rivoluzione popolare contro Lukashenko, nel 2020, ha portato la Belarus a diventare una base militare di Mosca, dalla quale oggi Putin punta i suoi missili su tutto il Vecchio Continente.


Le domande scomode del presidente ucraino – perché dopo quattro anni di sanzioni la Russia riesce ancora a procurarsi componenti e tecnologie occidentali per fare i suoi missili? perché continua a vendere il suo petrolio? perché Putin, un ricercato internazionale, continua a bombardare l’Ucraina mentre gli europei non hanno ancora nemmeno deciso in quale città istituire il tribunale dove processarlo? – sono una critica all’Europa «bellissima ma divisa», ma sono soprattutto un appello ad agire prima che sia troppo tardi. Perché gli Stati Uniti non arriveranno a salvare nessuno, e Zelensky è stato il primo a scoprirlo, a spese delle vite dei suoi concittadini.

SICILIA FONDI PER LA RICOSTRUZIONE : FIRMA LA PETIZIONE !

 Mi puoi aiutare firmando questa petizione?

https://c.org/bZszHRF9SQ



giovedì 22 gennaio 2026

TRE CARDINALI IN AMERICA, PER NON PARLARE DEL PAPA




Chicago, San Diego e Newark: le nuove frontiere del coraggio cattolico.


Ebbene sì, mentre i leader europei tremano al solo pensiero di alzare un sopracciglio, i cardinali americani sfoderano la loro corazza morale e si lanciano all’attacco, armati di dichiarazioni congiunte. Non è uno scherzo: Blase Cupich (arcidiocesi di Chicago), Robert McElroy (di San Diego) e Joseph Tobin (arcidiocesi di Newark) hanno messo sul tavolo la carta più letale della diplomazia cattolica — la dignità umana, mica le chiacchiere da summit G20.

Con il coraggio di chi sa di avere alle spalle Papa Leone XIV, che sorride compiaciuto dalla sua biblioteca — i nostri eroi hanno alzato la voce contro Trump e la sua politica estera “rischiosa”, citando Groenlandia, Venezuela e tagli agli aiuti umanitari come se fossero i mostri di turno da abbattere.
E intanto, sul fronte europeo… beh, si direbbe che abbiano tutti preso lezioni di invisibilità: pavidi, a dir poco. Tutti tranne l’eroico erede di De Gaulle, Emmanuel Macron. Che palle, direte voi, ma almeno qualcuno mantiene la coerenza storica.
Morale della favola? Se vuoi vedere qualcuno che ha davvero il fegato di mettere in discussione l’ordine mondiale, non guardare a Bruxelles o Parigi, guarda a Chicago, San Diego e Newark. Dove i cardinali non giocano a Risiko, ma brandiscono la bussola morale come fosse una spada laser.

ZOLFO, PROMESSE E MACERIE

  di AG RIZZO  Opere fantasma, fondi evaporati e sanità tagliata: cronaca di un futuro sottratto alla Costa Ionica. C’è un esercizio di maso...