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mercoledì 12 agosto 2026

ATM, UN AMORE IMPOSSIBILE






Lettera aperta al presidente di un'azienda che ci ama a orari alterni, quando l'autobus decide di passare. 


Gentile Presidente,
Avv. PIETRO CAMI

Le scrivo da cittadino che ancora crede nella resurrezione dei mezzi pubblici, benché la fede, a Messina, si eserciti soprattutto alla fermata, guardando l'orizzonte come naufraghi in attesa di una nave che forse è affondata già nel 2003.
L'ATM di Messina non è un'azienda di trasporti: è un'entità metafisica. Esiste, in teoria, come esistono i numeri primi oltre il miliardo — nessuno li ha mai visti, ma i matematici giurano che ci sono. Così i suoi autobus: annunciati dalle paline elettroniche con l'ottimismo di un oroscopo, "arrivo tra 4 minuti", e i quattro minuti si allungano fino a diventare quaranta, poi ottanta, poi un concetto filosofico più vicino all'eternità che alla tabella oraria.

Ho visto pensionati invecchiare alla fermata di via Garibaldi aspettando la linea 28, e li ho visti tornare a casa più saggi, ma non più trasportati. Ho visto turisti tedeschi, abituati a treni che arrivano al secondo, guardare la palina con lo sguardo di chi assiste a un miracolo mancato. Ho visto io stesso, Presidente, sviluppare una relazione sentimentale complicata con l'app aziendale, che mi promette mezzi fantasma con la stessa disinvoltura con cui certi amanti promettono di richiamare.
Eppure io non sono qui per insultarla. Sono qui per aiutarla, con la generosità di chi ha ancora un misero brandello di fiducia nel servizio pubblico. 

Ecco la mia proposta, Presidente: si prenda una settimana. A spese sue, sia chiaro - non vorrei che i contribuenti pagassero anche questo. E vada a Parma. O a Piacenza. O, se vuole strafare, a Bologna. Salga su un autobus qualunque, a un orario qualunque, e osservi con i suoi occhi cosa significa una linea che passa quando dice di passare, un bigliettaio che sa che esiste, una città che si è convinta che il trasporto pubblico non sia un atto di fede ma un servizio. Torni poi a Messina e ci racconti cosa ha visto, magari con la stessa faccia stupita di chi scopre che l'acqua calda esisteva già. Noi l'aspettiamo, Presidente. Con la pazienza che solo gli utenti dell'ATM sanno ancora praticare.

Con rispetto, e con qualche chilometro di attesa alle spalle,

B. R. 



IL RAGAZZO DEL MISSISSIPPI CHE IMPARÒ A PIANGERE CANTANDO

 


Blues e soul nello stesso respiro: se ne va il ragazzo del Mississippi che insegnò al genere a resistere.


Il 4 agosto 2005 si spegneva Little Milton, al secolo James Milton Campbell Jr., nato a Inverness, Mississippi, il 7 settembre 1934. Cresciuto tra i campi di cotone e le radio che di notte captavano il blues di Memphis, imparò la chitarra osservando i bluesman itineranti che attraversavano il Delta come sciamani con la valigia di cartone. Fu B.B. King (Riley B. King, 1925-2015, nato a Berclair, Mississippi. Chitarrista e cantante, tra i padri fondatori del blues elettrico moderno. Famoso per il vibrato sottile e per "Lucille", il nome che dava a tutte le sue chitarre. Una delle più grandi influenze sulla chitarra blues del Novecento), a segnare il suo stile senza mai diventarne fotocopia, aggiungendoci una vena soul che B.B. non aveva. La sua voce aveva la stessa consistenza del suo tempo: ruvida quando serviva, morbida quando bastava una carezza. Cantava il blues come chi ha ancora la terra sotto le unghie, ma lo vestiva con gli arrangiamenti fiatistici della soul music, costruendo un ponte tra due mondi che si guardavano con sospetto.

Un catalogo che tiene insieme Sun, Chess e Stax

La discografia di Little Milton è un attraversamento delle etichette che hanno scritto la storia della musica nera americana: cominciò su Sun Records a Memphis, passò per la Bobbin Records, approdò infine su Checker, sussidiaria della leggendaria Chess di Chicago, dove costruì la sua stagione più fertile negli anni Sessanta. Fu proprio in quegli anni, tra il declino del blues classico e la nascita del soul elettrico, che Milton trovò la sua cifra: dischi che oggi si ascoltano come manuali di equilibrio fra chitarra sporca e arrangiamenti lucidi. Negli anni Settanta si trasferì alla Stax di Memphis, tempio della soul music del Sud, contribuendo - insieme a pochi altri - a tenere in vita un genere che il mercato dava già per spacciato.



"We're Gonna Make It", l'inno che sembrava d'amore

Il suo pezzo più noto resta "We're Gonna Make It", 1965, l'unico vero ingresso di Milton nella Top 40 e numero uno per tre settimane nella classifica R&B. Nato come canzone d'amore su una coppia che attraversa le difficoltà, fu adottato dal movimento per i diritti civili come inno di resistenza, negli anni delle marce da Selma a Montgomery. Una canzone piccola diventata, per caso e per necessità, molto più grande di sé.

We're Gonna Make It https://share.google/PP5suLAUcTbAKT50v


sabato 8 agosto 2026

CAMPO LAVROV, SOGNO CONTIANO

 CORSIVO 


Se l'avvocato del popolo dovesse vincere le eventuali primarie, la coalizione farebbe bene a cambiare insegna: sarebbe solo più onesto.

Non è cronaca, è pronostico: se Giuseppe Conte dovesse imporsi alle primarie del campo largo, la coalizione farebbe bene a cambiare targa. Non più "campo largo", locuzione ormai vuota come un salvadanaio rotto, ma "Campo Lavrov", che almeno avrebbe il pregio della sincerità. È tutto legittimo, sia chiaro: in democrazia un partito può scegliere di stare dove vuole, anche a est di dove crede di stare. Il problema non è la scelta, è l'etichetta che resta appesa fuori mentre dentro cambia la merce. Il campo largo nacque largo di promesse, sta diventando stretto di idee, e Conte, va detto, ci ha messo del suo con pazienza da sarto. 

Qui però casca l'asino, o meglio casca l'aritmetica. Si continua a ragionare come se un'alleanza fosse un'addizione: metti insieme riformisti, pacifisti, ambientalisti, post-comunisti pentiti e post-comunisti non pentiti, sommi i voti e ottieni un partito. Due metà non fanno un intero: fanno un condominio dove nessuno paga le spese comuni. Sommare sigle non sposta un voto: l'elettore non è una calcolatrice, vuole coerenza, non un collage. Schlein-Conte senza un rigo sull'estero è un bluff con lo smoking: eleganza fuori, niente dentro. E risparmiateci il "ma la destra ha Salvini zar-dipendente e Meloni a stelle e strisce": gareggiare a chi è più confuso e più cameriere non è un programma, è un derby tra maggiordomi allo sbaraglio.

Elly Schlein lo sa, e per questo insegue invece di guidare: chi rincorre il proprio elettorato finisce per adottarne il linguaggio, e chi adotta il linguaggio dell'avversario ne ha già riconosciuto l'egemonia. Il gregge, si sa, non sceglie il pastore: lo eredita. E così, tra un gazebo e l'altro, il campo largo rischia di scoprirsi non largo ma stretto, non plurale ma allineato, non europeo ma soltanto neutrale per convenienza. Se sarà davvero Campo Lavrov, almeno il nome avrà il merito di non mentire più.

giovedì 6 agosto 2026

LE PRIMARIE, O IL PARADOSSO DI CHI HA RAGIONE PER LE RAGIONI SBAGLIATE



 Giuseppe Conte rivendica il diritto delle primarie a scegliere una linea politica, non solo un volto. Ha ragione sul metodo. Il problema, per il centrosinistra, è tutto il resto. 


C'è qualcosa di squisitamente comico nel vedere un intero campo politico costretto a dare ragione a chi considera, a vario titolo, un problema. È quanto accade al Partito Democratico con Giuseppe Conte, che dalle parti di Asiago ha pronunciato una banale ovvietà istituzionale - le primarie servono a scegliere una direzione politica, non solo un nome da mettere in un santino - scatenando l'imbarazzo generale. Che un'affermazione così elementare debba passare per un atto di coraggio la dice lunga su quanto, in certi ambienti, la logica sia diventata un optional negoziabile, un po' come la coerenza: si tira fuori nelle interviste, si ripone accuratamente nel cassetto al momento delle alleanze.

Il Pd, va detto, si trova in una posizione tutta sua: vuole le primarie, ma le vuole dopo aver già scritto il programma, trasformandole in un curioso concorso di recitazione tra candidati chiamati a interpretare un copione altrui con la maggiore convinzione possibile. È la stessa differenza che passa tra scegliere un percorso e scegliere chi lo racconterà meglio: nel primo caso si decide, nel secondo si organizza un casting. Che sia proprio Conte, di tutte le persone possibili, a doverlo ricordare al centrosinistra è un dettaglio che meriterebbe una nota a margine nei manuali di ironia della storia.

Resta il vero nodo, quello che nessun comunicato sul congedo parentale può sciogliere: si può costruire un'alleanza progressista con chi, sull'Ucraina e sull'Europa, sostiene posizioni indistinguibili da quelle della destra più oltranzista? La risposta onesta la conoscono tutti, compresi quelli che continuano a non darla. E in fondo, se un aforisma può riassumere la vicenda, è che in politica come nella vita la sincerità è spesso l'unica cosa che non si può permettere chi ha già deciso di restare uniti a ogni costo. ♓


FRANCESCO GUCCINI CANTASTORIE DI DEMOCRAZIA




 

DEMENZA E ALZHEIMER , È TUTTO A CARICO DEL SSN ( Codacons)



 recente giurisprudenza (tra cui la Corte di Cassazione e la Corte d'Appello di Milano) confermano che, per i malati di Alzheimer e demenza grave in RSA, l'intera retta e le cure assistenziali ad alta integrazione sanitaria devono essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale. 

Il Principi Giuridico e Sanitario

Cure inscindibili: Quando l'assistenza al paziente non è solo alberghiera ma richiede cure sanitarie continue e legate a patologie neurodegenerative, la quota di compartecipazione chiesta alle famiglie non è dovuta. 

Riferimenti di legge: L'articolo 32 della Costituzione e il DPCM del 14 febbraio 2001 stabiliscono la totale gratuità a carico del SSN per le prestazioni sanitarie integrate. 

Azione legale: Le famiglie possono bloccare i pagamenti futuri e richiedere il rimborso delle somme versate indebitamente negli ultimi anni.

Cosa Fare Secondo il Codacons

Verificare la cartella clinica: Accertarsi che il grado di demenza o Alzheimer sia in fase avanzata con necessità di trattamenti sanitari continuativi. 

Contattare l'associazione: È possibile rivolgersi alle sedi territoriali del Codacons Lombardia o simili sportelli regionali per avviare le richieste di rimborso e contestare i pagamenti richiesti da ASL e strutture. 

Attivare vertenze legali: Spesso occorre presentare ricorso formale o agire in sede civile poiché le ASL non applicano l'esenzione in via automatica.

COME ERAVAMO, E IL LUNGO SILENZIO PRIMA DEL CIAK



 Tra la Messina che generò un festival capace di rivaleggiare con Venezia e quella che oggi prova a riaccenderne la fiamma, sono passati decenni di silenzio. Vale la pena chiedersi cosa sia successo.

 

C'è una fotografia mentale che i messinesi di una certa età custodiscono senza nemmeno saperlo: la terrazza sullo Stretto dell'Irrera Mare, le luci di un cinema che sembrava non dover finire mai, il nome della città accostato, senza soggezione, a quello di Venezia. Era il 1955, e bastò l'intuizione di un manipolo di cinefili per trasformare l'agosto messinese in una finestra sul mondo. Bastarono pochi anni perché quella finestra si allargasse fino a Taormina, fino al Teatro Antico dove Antonioni inquadrò Monica Vitti contro l'Etna, dove Alberto Sordi improvvisava battute col pubblico come fosse casa sua, dove nel 1990 si ritrovarono insieme, sullo stesso palco, i mostri sacri della commedia all'italiana. Non era folklore. Era una città che si sentiva, legittimamente, parte del discorso internazionale sul cinema.

Poi, di quella stagione, è rimasto poco più di un ricordo sbiadito nei ritagli di giornale. Non è mai stato un crollo improvviso - le grandi eredità raramente muoiono di colpo - ma un'erosione lenta, fatta di sale chiuse, di manifestazioni trasferite altrove, di un rapporto con la cultura che la città ha progressivamente smesso di considerare una priorità. È il silenzio più difficile da raccontare, perché non ha una data, non ha un colpevole, non fa notizia: è semplicemente l'assenza che si deposita anno dopo anno, finché ci si accorge che una generazione intera è cresciuta senza sapere che quella terrazza, quell'Etna, quei nomi facevano parte della propria storia, non di un aneddoto altrui. In quel vuoto, però, qualcuno ha continuato silenziosamente a lavorare. Ninni Panzera, per oltre trent'anni alla guida organizzativa di Taormina Arte e artefice, a Messina, della Saletta Milani e del primo Messina Film Festival, è stato forse l'ultimo custode di quella memoria viva, uno che il cinema lo teneva in piedi senza mai cercare i riflettori per sé. Se n'è andato da poche settimane, e la città lo ha capito solo ora, con il ritardo tipico di chi si accorge del valore di una cosa quando la perde.

È in questo scarto - tra ciò che siamo stati e ciò che abbiamo lasciato scivolare via - che va letta la Rassegna appena conclusa, con i suoi premi, i suoi ospiti, il suo pubblico tornato a riempire l'Agorà dello Stretto e la Multisala Apollo. Non è, e sarebbe ingeneroso pretenderlo, la restaurazione di un'epoca che non tornerà: mancano i mezzi, mancano le condizioni economiche di allora, manca persino l'innocenza di una città che si scopriva capitale del cinema quasi per caso. Ma è un segnale, ed è onesto riconoscerlo come tale: la prova che un'eredità sepolta sotto decenni di distrazione può ancora essere dissotterrata, se qualcuno ha voglia di scavare. Il premio dedicato alla memoria di Panzera, consegnato alla figlia dalle mani di un premio Oscar, non è solo un tributo: è la dichiarazione implicita che questa città sa ancora, quando vuole, riconoscere chi ha lavorato per lei in silenzio. Resta da capire se questo sarà un episodio isolato o l'inizio di qualcosa di continuo. La storia di Messina, in materia di cultura, insegna a diffidare degli entusiasmi di un'unica edizione. Ma insegna anche che le città, come le persone, possono ricordarsi all'improvviso di essere state importanti e decidere, con un po' di ritardo, di tornare a esserlo. 


mercoledì 5 agosto 2026

LA SUPERCAZZOLA DEL CAMPO LARGO

CORSIVO 


 Pranzo di lavoro, cena di rinvio.

Ci sono fidanzamenti che si tengono in piedi solo evitando di parlarsi, e l'ultima cena tra Schlein e Conte è la prova provata che l'arte della coppia scoppiata sta tutta nel clima disteso da comunicato stampa: ci si vede, si sorride, si dice che va tutto bene, e poi si torna a casa più distanti di prima, ognuno convinto di aver ceduto e nessuno di aver ottenuto niente. È il fidanzamento di "Sapore di mare" trasferito dall'ombrellone al cenacolo romano: la biondina, stavolta, si chiama Safe, e il vile di turno preferisce non nominarla proprio, sperando che l'innamorata di turno non se ne accorga — un tradimento all'amanuense, per pochi intimi e un solo acronimo taciuto.

Perché la vera trovata di questa stagione non è la cena, è la mozione senza acronimo: un capolavoro di finto silenzio diplomatico, in cui pur di dirsi d'accordo si toglie dal testo la parola che genera il disaccordo, come quei matrimoni in cui si smette di litigare sui soldi semplicemente smettendo di parlare di soldi. Dove la politica non arriva, arriva l'ellissi: e così il campo largo, invece di trovare una linea, trova un modo elegante per non averne una.

Ma la vera cartina di tornasole, quella che le cene distese non riescono a nascondere, è la legge Tortora (istituire una giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari, nel nome di Enzo Tortora). Lì, dove bastava dire sì a un valore che dovrebbe stare sopra ogni tattica, il campo ha scelto l'astensione di gruppo, la fuga travestita da equidistanza, con la scusa che "non siamo stati coinvolti" - la stessa scusa, per intenderci, di chi si nasconde sotto il letto quando arriva la madre e poi giura di non aver sentito niente. E allora aspettiamo che a settembre, davanti al mare in secca dei sondaggi, qualcuno si accorga che un'alleanza che vive di clausole di salvaguardia sulle proprie divisioni non è una coalizione: è una convivenza forzata in attesa che scada l'affitto. Bonelli intanto è già in Brasile, e sospetto sappia benissimo perché ha fatto le valigie prima degli altri. 

MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...