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martedì 21 luglio 2026

IL GIUSTIZIERE DELLA GRINZANE

 CORSIVO 


Il caso Roggero, da tragedia a farsa, ha riattivato il partito dei “venticelli”: gli esperti del nulla che, come nel poliziottesco pecoreccio anni Settanta, scambiano la giustizia per un film di Er Monnezza e la realtà per il loro bar sport digitale.  

Negli anni Settanta, uno come Mario Roggero avrebbe avuto la faccia scolpita di Charles Bronson e il cipiglio di chi, al bar, ascolta Er Monnezza filosofeggiare sulla legge mentre Bombolo-Venticello - quello che parlava a raffica e scoreggiava a tempo - spiegava il diritto penale come fosse la ricetta della carbonara. Oggi, invece, Roggero non ispira film: ispira thread Facebook, che è il poliziottesco dei poveri, dove gli avventori non hanno neanche bisogno di Bombolo per dire sciocchezze, gli basta la connessione. Il gioielliere di Grinzane Cavour, due morti e un ferito durante una rapina, è diventato il nuovo santo laico della destra securitaria: patrono dei “meglio Far West che processo”, protettore dei talk show, martire della legittima difesa “a sentimento”. Una beatificazione istantanea, con tanto di raccolte fondi, petizioni e suppliche al Quirinale, come se la grazia fosse un gratta e vinci.

Il copione è sempre quello: il cittadino esasperato, la legge che “non ti tutela”, la maggioranza silenziosa che mugugna come Bombolo quando gli rubano il motorino. E poi loro: i nuovi caratteristi del poliziottesco politico — Vannacci, Salvini, e in ultimo la premier Meloni — che rincorrono il caso Roggero come fosse un reboot di “Roma a mano armata”. La trama è semplice: trasformare un fatto tragico in un gadget identitario, un’icona da merchandising politico. Non importa che lo Stato di diritto dica altro: basta che la pancia dica “spara, Mario, spara”. E la pancia, si sa, non è mai stata un organo particolarmente raffinato. Chissà che qualche regista non ci stia già pensando: “Grinzane Cavour: la legge non basta”. Con Tarantino che strizza l’occhio e Tomas Milian che, dall’alto, scuote la testa: “A regà, ma davvero ve siete ridotti a fa’ i poliziotteschi su TikTok?”

sabato 18 luglio 2026

LETTERA APERTA A UN GIOIELLIERE CHE SI CREDE STATISTA

 CORSIVO


Caro gioielliere,

mi permetta di chiamarla così, con affetto quasi paesano, visto che ormai la conosce meglio di noi anche chi non ha mai comprato un anello in vita sua. Lei si è costituito, l'altro giorno, con l'aria di chi rende un favore allo Stato più che riceverne una condanna. Bel gesto. Quasi commovente, se non fosse che nel mezzo ci sono due uomini morti, dei quali, mi corregga se sbaglio, si parla ormai meno di quanto si parli della sua, di coscienza.

Già, la coscienza. Lei ce l'ha a posto, dice. E fin qui, sia chiaro, nessuno le contesta il diritto di dormire sonni tranquilli: è una faccenda privata, tra lei e il cuscino. Il problema nasce quando la coscienza privata pretende di dare lezioni alla coscienza pubblica, e si permette - le do atto, con un coraggio che ai tempi nostri chiameremmo sfrontatezza - di suggerire al Capo dello Stato dove mettere la mano. Ai miei tempi, per molto meno, si finiva sui libri di storia come esempio di cattiva educazione istituzionale. Ai tempi suoi, pare, si finisce candidati.

E che schiera, caro gioielliere, che ha saputo mettere insieme! C'è chi la difende parlando d'altro, con quella prudenza tipica di chi vuole il vantaggio senza la responsabilità. C'è chi vorrebbe portarla in lista, come si porta un trofeo di caccia. C'è perfino un sottosegretario alla Giustizia - alla Giustizia, si badi - che invece di occuparsi della sua condanna si occupa di rimproverare chi gliela ricorda. Fossi in lei, un pensierino sulla Provvidenza me lo farei: raramente un condannato ha trovato tanti avvocati gratuiti e così ben pettinati.

Il Quirinale, nel frattempo, ha fatto una cosa che ai suoi sostenitori sembra un affronto e a me sembra, semplicemente, il suo mestiere: ha chiesto di vedere le carte prima di firmare. Lei la chiama ostruzione. Io, che sono vecchio e affezionato alle parole vecchie, la chiamo ancora Costituzione.

Suo, Ponzio Aquila.


giovedì 16 luglio 2026

PAOLO BORSELLINO

 19 LUGLIO 

  • Agostino Catalano
  • Walter Eddie Cosina
  • Vincenzo Li Muli
  • Claudio Traina
  • Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio) 


mercoledì 15 luglio 2026

PALERMO E LA REPUBBLICA DEI GRADI DI PERICOLO

 


Palermo ventiquattresima in classifica, prima nei pensieri della premier: la geografia del rischio secondo Palazzo Chigi.

Palermo trema, dunque, e la premier vola giù a portare la buona novella: arriva l'Esercito. Non i vigili, non gli assistenti sociali, non un piano per i quartieri dimenticati: le mostrine. È la vecchia liturgia italiana, quella per cui un problema si misura non in cause ma in decibel, e la sicurezza si fabbrica meglio con una foto in divisa che con un bilancio comunale. Peccato che la classifica, quella vera, dica altro: Palermo sta ventiquattresima, migliorata di tre posti sull'anno prima. Ma si sa, ai piani alti la statistica è come l'oroscopo: si consulta solo se conferma quel che si voleva dire comunque.

E allora la domanda, cara Presidente, sorge spontanea come le primule a marzo: se il ventiquattresimo posto di Palermo merita le camionette, che si farà con chi sta peggio? Manderemo i caschi blu a Milano, che il primato nero se lo tiene da anni con signorile costanza? O forse no: perché il Nord si racconta diversamente, con pudore, mentre Palermo resta il palcoscenico ideale per il repertorio delle grandi rassicurazioni muscolari. Nel frattempo i furti d'auto crescono ovunque, ma quello non fa notizia: non si vede, non si fotografa, non si sfila. Governare per simboli costa meno che governare per numeri e, infatti, ça va sans dire, si preferisce sempre il primo mestiere.


TERRA SOSPETTA, MARE SOSPETTO: SUL CAMPO SPORTIVO C'È LA NOTIZIA, C'È L'IPOTESI DI REATO, MA NESSUNO SE NE CURA.

 


Liquami che non risparmiano nessuno, arsenico che resta sospeso: ad Alì Terme il mare e la terra pongono le stesse domande.


Il mare, si sa, non porta soltanto le correnti: porta anche le responsabilità, e a quanto pare le deposita sempre altrove. Le scie di liquami avvistate nelle acque di Nizza di Sicilia non risparmiano i Comuni limitrofi, Alì Terme compreso, dal momento che il depuratore consortile di contrada Piana serve proprio i tre centri insieme. Il sindaco nizzardo Briguglio ha già la spiegazione pronta: non siamo noi, sono le correnti marine, l'impianto funziona, l'Asp è stata allertata. Restano, sullo sfondo, un depuratore degli anni Ottanta e un finanziamento regionale di oltre quattro milioni di euro che, tra gare d'appalto e buone intenzioni, promette lavori concreti non prima di ottobre mentre l'estate, con il suo carico di bagnanti, non aspetta i cronoprogrammi.

Ma è proprio ad Alì Terme che la vicenda si sdoppia e perde ogni tono bonario: al sospetto sulle acque si affianca quello, ben più serio, sulla terra. Sull'area dell'ex campo sportivo è stata rimossa terra sospetta di contaminazione da arsenico, in un silenzio istituzionale interrotto solo da un'ordinanza di divieto d'accesso e da un post del sindaco che ne rivendica l'esistenza mentre l'area resta, di fatto, terreno di passaggio quotidiano per chi vi ormeggia barche e vi lavora. Se davvero siamo di fronte a una notizia di reato, come sembra suggerire la stessa reiterazione del divieto, resta da capire perché articoli di stampa, interrogazioni consiliari e mesi di attenzione pubblica non abbiano ancora prodotto un fascicolo, un'indagine, una risposta da parte delle autorità competenti. Il mare, come le coscienze, ha una capacità sorprendente di restituire tutto, prima o poi. ♓

martedì 14 luglio 2026

La prevenzione , purtroppo , è diventata una roba da ricchi



di AG Rizzo * 

 Ci diciamo sempre che "la salute non ha prezzo". 

Una frase bellissima, perfetta per le frasi dei baci perugina , che però si infrange rovinosamente contro la vetrata di un Cup o lo schermo del bancomat. 

Perché la verità, cruda e spietata, è che nel 2024 la prevenzione oncologica in Italia ha un prezzo eccome. E milioni di italiani non possono più permetterselo.


Parliamo di numeri, quelli che fanno male. L'anno scorso, oltre 7,6 milioni di persone sono rimaste tagliate fuori dai programmi di screening oncologico "gratuiti" del nostro caro Servizio Sanitario Nazionale. 


“ Gratuiti", esatto. 

Quel concetto stupendo per cui lo Stato ti invita a fare un controllo salvavita, ma poi, tra liste d'attesa bibliche e disorganizzazione, ti costringe implicitamente a strisciare la carta di credito nel settore privato. O peggio, a rinunciare.


E a furia di rinunciare, il conto si paga in vite umane. 

Il bilancio di questa disfatta silenziosa è pesantissimo: oltre 50.300 tumori e lesioni pre-cancerose sono passati inosservati


Più di cinquantamila bombe a orologeria che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare e disinnescare in tempo, permettendo cure tempestive, meno invasive, salvifiche. Invece, chiudendo i consultori o allungando i tempi, abbiamo semplicemente lasciato che il tempo giocasse a favore del cancro.

L'analisi della Fondazione GIMBE ci sbatte in faccia un'Italia spaccata. 

Una Repubblica fondata sul "dipende da dove nasci", con un Mezzogiorno lasciato in affanno cronico. 

L'articolo 32 della Costituzione, quello che tutela la salute come "fondamentale diritto", evidentemente in certe Regioni è considerato solo un cordiale suggerimento.

Ma c'è un altro dato che brucia ed è la scarsissima adesione. 

Si presenta ai controlli solo una persona su due per gli screening della mammella e della cervice uterina, e addirittura una su tre per il colon-retto.

Perché la gente non ci va? Disinformazione? Paura? Certo. 

Ma c'è un elefante nella stanza di cui la politica non ama parlare ed è l'angoscia economica

Quando lottare per arrivare a fine mese è il tuo lavoro a tempo pieno, la prevenzione diventa un lusso mentale e materiale. Subentra un pensiero strisciante e amaro: "Se mi trovano qualcosa, poi come faccio? Chi mi paga se perdo giorni di lavoro? 

Come mi pago la risonanza di controllo che l'SSN mi fisserà nel duemilamai?"

È qui che il dito puntato contro "chi non si fa controllare" deve abbassarsi. 

Non possiamo fare la morale sulle mancate diagnosi senza vedere le macerie sociali in cui le persone sopravvivono. 

Non si può chiedere a una persona che affoga nei debiti di preoccuparsi di prenotare la mammografia.

Ammalarsi non può diventare una colpa per chi non ha i soldi per prevenire, né salvarsi la vita può dipendere dal CAP di residenza o dalla fascia ISEE. 

Abbiamo almeno 50.300 motivi per indignarci, e 7,6 milioni di persone a cui un Paese civile dovrebbe, prima di tutto, chiedere scusa.


*


LA CASTA SI TRAVESTE, NON SI DIMETTE



 In Sicilia gli enti inutili non chiudono mai: cambiano casacca e riaprono con un altro nome.

C'è chi rottama gli enti inutili e chi li restaura, con la stessa cura con cui si restaura un mobile antico: si cambiano le gambe, la vernice, il nome, e si lascia intatto il tarlo. Il senatore Nino Germanà la chiama "restituzione del potere ai cittadini". Noi lo chiameremo trasloco: la casta cambia indirizzo, non abitudini. Le ex Province morirono nel 2014, giustiziate dalla riforma Delrio, e da allora vivono una vita da fantasma: consigli senza voto popolare, presidenti eletti dai sindaci, bilanci che nessuno legge e tutti pagano. Ora la Lega vuole restituire loro l'elezione diretta. Bella parola, "restituire". Come se i Liberi consorzi fossero un giardino pubblico sottratto al popolo da un ladro, e non - come sono davvero - una scatola vuota, buona solo a ospitare poltrone.

E chi la occuperà, quella scatola? Non i cittadini, che voteranno una tantum. La occuperanno i partiti: avranno finalmente un piano B per i trombati delle regionali, un vivaio per i futuri assessori, una sala d'attesa stipendiata per chi non ce l'ha fatta altrove. Lo chiameranno "decentramento". Sarà, come sempre, moltiplicazione. Germanà dice che la Regione "fa fatica" a gestire certe competenze. Verissimo. Ma la cura di un'amministrazione che non funziona non è mai stata, nella storia della Repubblica, crearne un'altra identica accanto. È come non riuscire a svuotare la vasca e decidere di aprire un secondo rubinetto, magari dorato. La sinistra, aggiunge il senatore, predica il decentramento e razzola diversamente. Vero anche questo. Ma tra chi predica male e razzola peggio, e chi vuole solo cambiare il nome del razzolare, la differenza è di sartoria, non di sostanza. Gli enti inutili, in Sicilia, non muoiono mai: cambiano casacca, come i consiglieri a ogni tornata, e tornano sempre più affamati di prima, con la scusa buona che li ha fatti nascere ogni volta: più vicini al territorio, più lontani dalle tasche vuote dei cittadini. ♓

lunedì 13 luglio 2026

SCURRIA E L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI RITROVARSI SOLO

 


Quando la coalizione scappa sul carro del vincitore, resta chi ha il coraggio di dire no.

Messina attendeva una seduta tranquilla, una di quelle in cui il Consiglio comunale ratifica ciò che è già stato apparecchiato altrove. La delibera sulle Commissioni permanenti sembrava il più innocuo dei passaggi. E invece, nel pomeriggio, la sala si è trasformata in un piccolo laboratorio di viltà politica: cinque ore di tensioni, imbarazzi, silenzi pesanti. A rompere l’incantesimo non è stata la maggioranza di Basile Federico, compatta e muta come un ufficio stipendi, ma Marcello Scurria, che ha scoperto l’insostenibile leggerezza di ritrovarsi solo. Solo perché ha detto no. Solo perché ha osato disturbare il manovratore. La sua coalizione di centro destra si è spaventata. Sono saliti sul carro del vincitore con l’ansia di garantirsi un posticino per i prossimi cinque anni: tengono famiglia, il mutuo pesa, l’auto nuova costa, e l’inflazione - si sa - rende gli uomini liberi dagli impegni di coalizione. Meglio non rischiare, meglio non parlare, meglio non opporsi. Così Scurria è rimasto solo. 

Il PD, invece, ha fatto ciò che raramente fa: ha scelto la politica. Non il gioco delle tre carte, non il baratto delle presidenze, non la ricerca di una sedia in più. Ha capito che, se l’unico a opporsi era Scurria, lasciarlo solo avrebbe trasformato il Consiglio in un passacarte. Così i democratici hanno deciso di sostenerlo: non per amore dell’avvocato, ma per amore della dialettica. Una maggioranza senza opposizione degna diventa indegna essa stessa.

E qui la storia offre la sua metafora più tagliente. Tiberio Claudio Nerone non fu ricordato grande perché fu grande: fu un imperatore feroce, nepotista, incapace di difendere i confini. La sua grandezza postuma deriva dal suo oppositore, Publio Cornelio Tacito, che ne raccontò le ombre con tale lucidità da renderlo immortale. Così, nel piccolo teatro messinese, la dignità del Consiglio non l’ha salvata la maggioranza: l’ha salvata il dissenso di un uomo solo. Con tutti i suoi zigzag, con tutta la sua ondivaghità da globe trotter della politica cittadina, Scurria è stato l’unico a ricordare che la democrazia vive di frizioni, non di automatismi. E che, talvolta, basta un no per far politica mentre gli altri contano le sedie. 


QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

  Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto. Si racconta, tra i pesc...