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mercoledì 1 aprile 2026

NUOVO DECRETO SULLE OCCUPAZIONI ABUSIVE



 di G. IACONO • 

La normativa introdotta dal Decreto Sicurezza 2025, ha creato una procedura accelerata per gli sgomberi. L'intervento immediato è consentito quando:

- l'immobile occupato è l'unica abitazione del denunciante. In questo caso la polizia giudiziaria (forze dell'ordine) interviene subito, verifica l'arbitrarietà dell'occupante e ordina il rilascio immediato reintegrando il proprietario nel possesso;

- sussistono violenza, minaccia o raggiri. L'occupazione abusiva è punita con la reclusione da 3 a 7 anni; quindi la polizia giudiziaria può intervenire rapidamente per fermare il resto in corso;

- la vittima è persona incapace (per età o infermità). In questo caso il reato è perseguibile d'ufficio, quindi l'intervento non richiede la querela di parte.

QUANDO SERVE L'AUTORIZZAZIONE DEL PUBBLICO MINISTERO

Se l'immobile non è l'unica abitazione del denunciante (es. seconda casa, Immobile ereditato, appartamento sfitto):

- non può sgomberarlo da solo e di sua iniziativa;

- deve attendere un decreto del giudice su richiesta del Pubblico Ministero. Il giudice verificati i presupposti può emettere un provvedimento di restituzione dell'immobile che sarà poi eseguito con l'ausilio della forza pubblica.

QUANDO SI PROCEDE VIE CIVILI.

Se non ricorrono i presupposti penali, il proprietario può attivare l'azione di reintegrazione nel possesso (art. 1168 c.c.). In caso di mancato rilascio, interviene l'ufficiale giudiziario con la forza pubblica.

COSA NON È CONSENTITO AL PROPRIETARIO.

- Non è possibile cacciare gli occupanti da soli, salvo casi limitatissimi di "tutela immediata del possesso" nelle prime ore dell'occupazione e senza uso di violenza;

- qualsiasi intervento autonomo perché rischia di configurare reati come l'esercizio arbitrario celle proprie ragioni.

LINEE OPERATIVE DEL MINISTERO DELL'INTERNO.

Una circolare del Ministero dell'interno, richiama le Prefetture e le forze dell'ordine a:

- prevenire le occupazioni;

- intervenire tempestivamente;

- coordinare gli sgomberi per evitare rischi per l'Ordine Pubblico.


* Generale CC 

HORMUZ, LA GUERRA CHE SCOTTA

 


F. A.

Trump scopre che certe battaglie si perdono anche vincendole.

C'è un momento preciso in cui un presidente americano smette di fare la guerra e inizia a spiegarla. Donald Trump lo ha raggiunto su Truth, con un consiglio agli alleati sullo Stretto di Hormuz che vale come epitaffio dell'intera operazione Epic Fury: «Andate nello stretto, prendetevelo e basta». Tradotto: arrangiatevi. La guerra in Iran ha prodotto fin qui un cambio di regime che non ha cambiato niente: alla Guida suprema Khamenei è succeduto un altro Khamenei, il figlio Mojtaba. I pasdaran controllano ancora il territorio, i missili continuano a cadere nella regione, una petroliera kuwaitiana con 800mila barili è andata in fiamme nel porto di Dubai, e lo Stretto rimane chiuso — ora con pedaggio, per iniziativa del Parlamento di Teheran, che ha trasformato il blocco in dogana. L'uranio arricchito, obiettivo dichiarato dell'operazione, è «sepolto così in profondità che sarà molto difficile rimuoverlo», ammette Trump, dimenticando di aver sostenuto il contrario fino a ieri. 

Pete Hegseth ricompare in conferenza stampa dopo due settimane di silenzio per annunciare che «i prossimi giorni sono decisivi» — formula che, applicata ogni settimana, perde progressivamente di significato. «Nel frattempo negozieremo con le bombe», aggiunge, con la disinvoltura lessicale di chi confonde la diplomazia con l'artiglieria. Francia e Gran Bretagna si sono rifiutate di partecipare alle operazioni; Spagna e Italia hanno negato le basi. «Ce ne ricorderemo», avverte Trump, collezionando nemici con la stessa energia con cui un tempo collezionava alleati. La Nato «è terribile, tutti sono terribili»: un'analisi geopolitica che Milton Friedman avrebbe forse riformulato diversamente. Il prezzo reale della guerra si misura al distributore: il petrolio ha riportato la benzina americana a 4 dollari al gallone, soglia psicologica che nel 2022 contribuì all'erosione del consenso democratico e che ora minaccia quello repubblicano. La Casa Bianca rassicura che i prezzi «torneranno ai livelli più bassi» a conflitto concluso. Il problema è che il conflitto non si conclude. 

E nel frattempo l'Onu avverte che la crisi energetica potrebbe contrarre le economie arabe del sei per cento — danni collaterali che nessuna conferenza stampa del Pentagono saprà risarcire. Resta la domanda che Washington fatica a formulare: come si esce da una guerra che non si può vincere senza sembrare di averla persa? Trump ha già la risposta, anche se non la pronuncia ancora: si scaricano le grane sugli alleati, si dichiara la vittoria e si cambia argomento. Non sarebbe la prima volta. Ma stavolta lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso, l'ayatollah avrà un erede, e qualcuno dovrà pur pagare il conto. Probabilmente, come sempre, chi non era seduto al tavolo quando le decisioni venivano prese.

martedì 31 marzo 2026

LA CITTÀ LINEARE




di G Garufi 

Il comprensorio ionico si può identificare in due macroaree: l’area che va da Scaletta Zanclea a Sant’Alessio Siculo e l’area che va da Letojanni a Fiumefreddo passando da Mazzeo e Giardini. 

La mia riflessione riguarda il tratto da Scaletta Zanclea a Sant’Alessio. Tale porzione di costa è omogenea dal punto di visto territoriale, culturale, economico, storico, architettonico, urbanistico, paesaggistico, ed ho cominciato a ragionare, non da ora, sul tema dello sviluppo della riviera ionica in termini unitari ed elaborato una idea di città proiettata nel futuro.

La sua particolare conformazione orografica, che ha determinato uno sviluppo lineare lungo la direttrice nord-sud rappresentata dalla SS 114 e dalla Ferrovia, della lunghezza di circa 20 Km ed una profondità media del tessuto urbano di circa 200-250 mt , è diventato il maggiore punto di forza per l’elaborazione dell’idea della Città Lineare.

I centri urbani posti lungo la costa ionica, ad esclusione di Itala e Scaletta Zanclea, hanno quattro principali vie di comunicazione: i lungomare, la statale 114, la ferrovia, l’autostrada A18 ME-CT, che corrono paralleli alla costa, distanti fra loro circa 80-100 mt. Sono in attuazione i lavori di spostamento a monte con raddoppio dell’attuale tracciato ferroviario.

L’idea di sviluppo dell’area urbana rappresentata da questo continuum è quella di rendere progressivamente i centri urbani costieri interamente aree pedonali o aree a traffico limitato, spostando il traffico gommato privato su altre direttrici, in particolare sull’attuale tracciato ferroviario e sull’autostrada, da riclassificare da Classe A a classe B tale da renderla la tangenziale della città metropolitana.

La realizzazione degli svincoli di cantiere di Nizza di Sicilia e di Santa Teresa di Riva vanno in questa direzione e alla fine dei lavori dovranno essere mantenuti e regolarizzati.

In quest’ottica è necessario anche lo svincolo di Itala-Scaletta.

I benefici sarebbero quelli già sperimentati e studiati nelle altre comunità carfree. 

L’inquinamento atmosferico e sonoro, la congestione del traffico, gli incidenti stradali, la difficoltà di penetrazione dovuta alla inadeguatezza della SS 114 sarebbero prossimi allo zero con il vantaggio, non trascurabile, della facilità nell’organizzazione del trasporto pubblico locale, del clima e dell’enorme impatto mediatico che una città di questo tipo e di queste dimensioni avrebbe a livello internazionale, favorendo l’attrattività di investimenti sia pubblici che privati.

L’impegno di risorse territoriali per l’attuazione del progetto sarebbero minime, in quanto si sfrutterebbe quasi esclusivamente l’esistente. 

I lungomare esistenti, adeguatamente collegati fra loro, potrebbero diventerebbero tutte aree pedonali e piste ciclabili, facilmente utilizzabili da tutti in quanto la riviera ionica è praticamente pianeggiante e l’utilizzo della bicicletta, privata o in servizio di bike sharing, sarebbe fortemente incentivato.

Il settore che ne potrebbe trarre i maggiori benefici è il settore turistico; benefici di carattere funzionale ed economico ne avrebbero le abitazioni che attualmente affacciano sulla ferrovia; beneficio ne avrebbero i terreni che non avrebbero più il vincolo della distanza dal tracciato ferroviario; beneficio ne avrebbero le Municipalità che avrebbero a disposizione importanti spazi sia liberi che costruiti (le ex stazioni) .

Bus elettrici farebbero la spola fra Scaletta Zanclea e S. Alessio, con un percorso circolare, orario ed antiorario, nella SS 114 e nella nuova viabilità realizzata nell’attuale linea ferrata, servendo anche le nuove stazioni e fermate ferroviarie, consentendo così ai cittadini e ai pendolari di non dovere utilizzare mezzi propri per raggiungerle.

Naturalmente le FS dovranno mantenere o potenziare il numero dei convogli passeggeri nella tratta Siracusa-Catania-Messina in modo da garantire un adeguato ed efficace trasporto pubblico.

La viabilità fra Itala ed Alì Terme rimarrebbe sull’attuale SS 114, destinando il tratto ferroviario, della lunghezza di circa 3 Km, a pista ciclabile e pedonale, consentendo il transito solo ai bus- pulmini elettrici e alle biciclette, consentendo l’utilizzo della spiaggia a residenti e turisti. 

La spiaggia ed il mare da capo Alì e Itala è stata definita una delle spiagge più belle della Sicilia e attualmente è quasi impossibile accedervi se non dal mare o da un angusto sottopasso ferroviario.

La viabilità, in direzione Catania, da Alì Terme fino a Sant’Alessio si sposterebbe, in senso unico, sul tracciato ferroviario. Le dimensioni della piastra ferroviaria sarebbero sufficienti al doppio senso di circolazione, ma in alcuni punti e soprappassi e nella galleria Bagni ad Alì Terme non raggiungono le dimensioni minime per il doppio senso di circolazione ma comunque tali da garantire un senso di marcia anche a mezzi pesanti e cassonati. 

I sottopassi ferroviari nei centri urbani hanno dimensioni tali che non consentono il passaggio di mezzi più grandi di un’automobile. La trasformazione in rotabile della linea ferrata consentirà di innalzare ed ampliare l’impalcato per permettere anche a mezzi più grandi (pulman, camion ecc) il transito verso le zone a monte della ferrovia.

Per ultimo, ma non ultimo in termini di importanza, è la possibilità di utilizzare la nuova viabilità come via di fuga e di soccorso nel caso di eventi calamitosi come purtroppo ci ha insegnato la recente storia. 

Il ciclone Harry è l’ultimo evento atmosferico estremo in ordine di tempo che ha mostrato chiaramente quanto fragile sia il nostro territorio e quanto importante e necessaria è una viabilità alternativa che, con spesa relativamente modesta e tempi celeri, può essere realizzata nell’attuale sede ferroviaria.

L’alternativa alla trasformazione dell’attuale sede ferroviaria a strada carrabile e ciclo-pedonale è quella di mantenere l’attuale ferrovia.

Cosa cambierebbe rispetto all’attuale? Niente. Anzi, a mio avviso, si peggiorerebbe di molto la nostra condizione.

Chi dovrebbe gestire il trasporto ferroviario? Un novello consorzio dei comuni? Perché sicuramente le FS non garantirebbero un duplicato del servizio.

Ed i costi di gestione e manutenzione della linea ferrata e dei mezzi? 

Non sono da paragonare a quelli di un pulmino elettrico da 20 posti!

Il mantenimento dell’attuale ferrovia non ci invoglierà a cambiare le nostre abitudini a prendere la macchina per spostarci o per andare a Messina o Catania o nei paesi viciniori.

Quale motivo o comodità o convenienza i cittadini della riviera ionica avrebbero in più rispetto ad oggi per utilizzare la stessa ferrovia per spostarsi?

Per quale motivo i pendolari o gli studenti o gli utenti saltuari avrebbero enormi difficoltà ad utilizzare la nuova ferrovia per raggiungere il posto di lavoro o di studio o per andare, per esempio, all’aeroporto di Catania?

Per quale motivo i cittadini di Scaletta e di Itala dovrebbero continuare ad essere penalizzati dalla mancanza di un affaccio a mare?

Per quale motivo si dovrebbe impedire ai cittadini dei comuni costieri di utilizzare i propri lungomare (o il vecchio tracciato) come isole pedonali o a traffico limitato? 

L’unico soggetto ad avere consistenti benefici è Webuilt che potrebbe spendere le risorse destinate alle opere compensative ad altro o addirittura non spenderli.

JONNY ADAMS CANTA DOC POMUS: QUANDO LA VOCE SA TUTTO

 


New Orleans in corpo e anima: l'ultimo grande signore del R&B

Laten John Adams Jr. nacque a New Orleans il 5 gennaio 1932, primo di dieci figli, in una città che produceva musicisti come il Mississippi produce alluvioni: abbondantemente, inevitabilmente e con effetti duraturi. Lasciò la scuola a quindici anni, come si conveniva a chi aveva cose più urgenti da fare — cantare, per esempio. Cominciò col Gospel, naturalmente, con i Soul Revivers e i Consolators di Bessie Griffin, perché a New Orleans ogni grande voce profana passa prima dal Signore, che funge da agente artistico involontario. Fu la sua vicina di casa Dorothy LaBostrie — la stessa signora che aveva ripulito Tutti Frutti per Little Richard — a scoprirlo mentre cantava in appartamento e a convincerlo che il mondo secolare aveva bisogno di lui. Aveva ragione. New Orleans gli cucì addosso un soprannome solo, ma perfetto: The Tan Nightingale, l'usignolo nero. Una voce sola; nessun altro appellativo necessario.

Johnny Adams Sings Doc Pomus: The Real Me (Rounder Records, 1991) è un incontro tra due mondi che avrebbero dovuto trovarsi prima. Doc Pomus — Jerome Felder per l'anagrafe, newyorkese, poeta del dolore quotidiano — aveva scritto per Drifters, Elvis, Ray Charles, con la precisione chirurgica di chi sa che le parole devono reggere il peso di qualunque voce. Adams le abita con la naturalezza di chi è tornato a casa. Al pianoforte c'è Dr. John, Mac Rebennack, che di Adams fu produttore fin dai primissimi passi e che qui siede agli ottantotto tasti come un vecchio complice. La chitarra è di Duke Robillard. Il risultato è New Orleans pura: lussuosa, malinconica, irresistibile.
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lunedì 30 marzo 2026

LA POST VERITÀ DI PAESE



 Strategia elettorale del candidato 

Sulle bacheche di Facebook e nei gruppi WhatsApp, la narrazione digitale trasforma il vicino di casa in un nemico pubblico o in un messia. 

La tecnica è sottile, si lanciano "esche" fatte di mezze verità o screenshot decontestualizzati.


L'algoritmo dei social aggrega i sostenitori dello stesso candidato, creando una bolla dove la bugia viene validata dal "mi piace" del cugino o dell’amico d’infanzia.


Non si contesta più il programma, ma si attacca la moralità privata. 

Un post anonimo o un profilo fake possono innalzare lo scontro e demonizzare l’avversario e dipingerlo quasi come un delinquente abituale . 


La narrazione digitale ha esasperato l'ipocrisia del consenso

Se in piazza si mantiene una facciata di cortesia (il classico "rispetto" siciliano), online si scatena la guerriglia. 

Questo sdoppiamento crea un clima di paranoia, laddove il candidato non sa più se il "like" ricevuto sia sincero o una strategia di spionaggio del clan avversario.


La vera mistificazione digitale sta nel far passare l'interesse privato per una battaglia di libertà. 

Il post "indignato" per una buca o un lampione spento è quasi sempre il paravento per un favore negato o una pretesa non soddisfatta.


Le promesse non vengono più sussurrate solo all'orecchio, ma viaggiano su vocali di WhatsApp che diventano virali. 

Il piccolo cabotaggio si modernizza. Si promettono attenzioni digitali, visibilità o si alimentano paure collettive create ad arte. 


Il risultato è una democrazia ridotta a uno scontro tra tifoserie digitali, dove lo sviluppo del territorio resta una voce fuori campo, spenta dal rumore di fondo di notifiche e insulti.

Il rischio più grande è l'assuefazione. 


Crescere in un ambiente dove la mistificazione ha sempre la meglio sulla verità porta i giovani a credere che l'opportunismo sia l'unica forma di intelligenza possibile

Si cristallizza l'idea che per ottenere un diritto si debba passare per un favore, mediato da un post o da un silenzio compiacente sui social.

Invece di essere il motore del cambiamento, la narrazione digitale nei piccoli centri rischia di diventare la gabbia dorata che trattiene i giovani in un eterno presente, dove cambiano le piattaforme (da Facebook a TikTok o Telegram), ma non cambiano i padroni del vapore.


Esiste però un'altra faccia della medaglia. Una parte della gioventù viene arruolata come "fanteria digitale" dai candidati più anziani. 

Questi giovani diventano i gestori delle pagine social, i creatori di meme denigratori o i diffusori di messaggi vocali manipolatori.


Per molti giovani, la narrazione digitale fatta di colpi bassi e ipocrisie produce un effetto di rigetto. 

Vedere la bacheca Facebook del proprio paese trasformata in un ring di bassissimo profilo porta a una conclusione cinica: "La politica è una cosa sporca".


L’astensionismo consapevole non è pigrizia, ma una scelta di igiene mentale. 

Il giovane elettore percepisce che il dibattito non riguarda il suo futuro (lavoro, infrastrutture, innovazione), ma la spartizione di piccoli residui di potere locale.


Chi ha competenze e sogni,  spesso , smette di lottare localmente e cerca di andare altrove.  La psicologia del "piccolo cabotaggio" soffoca il merito, spingendo le menti migliori a cercare contesti dove il programma conti più del cognome.


La contronarrazione deve trasformare la trasparenza in un atto rivoluzionario e la competenza in un elemento di fascino, quasi "pop".


Invece di assoldare "picciotti digitali", bisogna creare una rete di volontari entusiasti. 

Persone che non diffondono fango, ma condividono speranza. 


La forza di un messaggio autentico è che non ha bisogno di essere spinto da profili fake; 

Il messaggio autentico si muove sulla fiducia reale tra le persone.

IL LIBERALISMO EREDITARIO

 CORSIVO 

Forza Italia levita, i Berlusconi manovrano nell'ombra, Meloni governa: e la rivoluzione liberale resta un ordine senza esecutori.


C'è qualcosa di profondamente berlusconiano — e dunque di profondamente italiano — nel fatto che la rivoluzione liberale dipenda ancora dall'umore di una famiglia. Marina Berlusconi si affaccia sul partito del padre e Forza Italia levita come pasta madre: sfiora la doppia cifra, ruba decimali ai Fratelli d'Italia, si comporta da forza viva anziché da comitato funebre permanente. Tre anni fa nessuno avrebbe scommesso su questa resurrezione. La purga di Gasparri, sostituito dalla Craxi con mossa che profuma di regolamento di conti, viene salutata come alba di un nuovo corso.

Per scalzare Meloni, Marina e Pier Silvio dovrebbero scendere in campo e rischiare. Ma hanno aziende, concessioni televisive, partecipazioni bancarie: un patrimonio che non si espone alle ritorsioni del potere. Né Marina accetterebbe il rango di numero due. Ergo: servono prestanome. Tajani non entusiasma — è dire poco. Gli eredi lo considerano un «sottone», termine che evoca docilità ai voleri della premier. Quante volte gli hanno chiesto di sventolare con baldanza le bandiere liberali. Inutilmente: Antonio è la flemma fatta carne, e per giunta ha romanizzato il partito col consuocero Barelli alla guida dei deputati, difeso con minaccia di dimissioni annessa.

Morale: Tajani è intoccabile come un paracarro, e l'onta è ricaduta sul povero Gasparri, colpevole di non essere abbastanza pugnace — dopo che la Ronzulli era stata rimossa perché lo era troppo. Il liberalismo non si costruisce con minuetti: esige posizioni nette su diritti, economia, politica estera — cose difficili dentro una coalizione dove distinguersi è peccato. Il bipolarismo muscoloso inventato da Silvio non lascia spazio a terze forze liberal-democratiche — chiedere a Calenda, che con Marina si è visto e sentito senza produrre nulla. Aleggia un interrogativo atroce: è possibile fondare una forza liberale perché l'ha ordinato un padrone?


IL TRE PER CENTO E IL DESTINO

 


Quando un decimale vale più di un mandato.


C'è un numero che, nella geometria del potere, possiede la strana virtù di diventare ossessione: il tre. Non la Trinità, non i moschettieri, ma il 3% — quella soglia di deficit sul PIL oltre la quale l'Italia scivola fuori dalla grazia europea e dentro le forche caudine del Patto di stabilità. Finché il governo si mantiene al di qua di quella cifra, la prossima legge di bilancio può assumere il tono festoso che la politica gradisce: tagli alle tasse, bonus distribuiti con generosità quasi natalizia. Oltre, non c'è trippa per gatti

Il guaio è che i conti rifatti restituiscono un 3,1%. Un decimale, si dirà. Ma in politica come in medicina, è spesso il decimale a fare la diagnosi. La guerra voluta da Trump e Netanyahu in Iran ha già i suoi effetti: le imprese cominciano a chiudere, le bollette a salire, e il governo scopre di avere meno risorse proprio quando ne servirebbe di più. Si aggiunga che all'amico americano è stata promessa una spesa militare pari al — ecco che ritorna, implacabile — 3% del PIL. Senza rientrare nella soglia, si paga il prezzo del nostro debito pubblico, che la congiuntura sta provvedendo a rendere nuovamente scomodo.

Meloni si trova dunque davanti a una di quelle situazioni che i manuali chiamano "dilemma" e che la vita chiama, più semplicemente, trappola. Può violare il Patto di stabilità che ha firmato. Può sconfessare Trump. Può presentarsi agli elettori con una manovra priva di regali, rischiando la sconfitta. Oppure — soluzione elegante nei modi, cinica nella sostanza — può provocare una crisi e andare a votare prima che i nodi vengano al pettine. È la tattica più antica della politica italiana: quando non sai come pagare il conto, cambia ristorante. 

LO SPETTACOLO DEL POPOLO SOVRANO

 

Conte e Schlein scoprono il popolo sovrano: voi diteci chi siamo e cosa vogliamo, noi provvederemo a crederci.


 Lunedì scorso, mentre gli exit poll distillavano la loro ebbrezza televisiva, Giuseppe Conte ha riscoperto le primarie di coalizione con l'entusiasmo di chi ritrova un ombrello creduto perduto. Anche Elly Schlein, sia detto con la dovuta tenerezza, ha avvertito un certo languorino. Conte, naturalmente, lo sentiva più forte: è l'uomo che alle ultime primarie interne del Movimento — una competizione dove settantasette candidati si sono dissolti nell'aria come zucchero a velo, lasciando infine la scelta tra lui e il vuoto — ha trionfato con l'ottantotto per cento. Ragguardevole, si ammette, anche il dodici raccolto dal niente.

La Schlein è una figura più simpatica, e il suo caso ha qualcosa di vagamente surreale: segretaria di un partito che segretaria non la voleva, imposta dall'esterno agli apparati interni come un mobile d'antiquariato in un ufficio moderno. Lunedì sera, interpellati in diretta su La7, i due si sono rivolti al popolo sovrano con accenti da pastorale laica. Conte, indice teso verso la telecamera, sembrava Guido Angeli di Aiazzone redivivo: verremo da te, e da te, e da te. Diteci le vostre priorità, le vostre urgenze — voi indicate, noi eseguiamo. La Schlein, più candida, ha quasi sussurrato: non abbandonateci, portateci verso l'orizzonte. C'era, nella scena, una certa grandiosità involontaria.

Eccolo dunque, il populismo in stato puro: non demagogia ruspante né peronismo d'accatto, ma la sua forma più raffinata, quella in cui la leadership si conserva rinunciando alla leadership. Le primarie — istituto rubacchiato al modello americano e mai davvero addomesticato — funzionano, storicamente, solo quando sono finte: i plebisciti per Veltroni e Prodi docent. Quando sono vere, diventano guerra civile. Ma il punto è più profondo: una coalizione che chiede agli elettori di sceglierle un capo ammette implicitamente di non averne uno, e una coalizione senza idee né guida non è una proposta politica, è un questionario. La democrazia autentica dice: abbiamo un leader, abbiamo un'idea, convincetevi e votate. Quella che abbiamo visto lunedì sera dice: aiutateci a capire chi siamo. È una domanda legittima. Ma di solito la si pone al proprio analista, non al corpo elettorale. ♓

MESSINA 2026: BESTIARIO ELETTORALE

 



Bérenger contro tutti. Ma con classe.

C'è un personaggio nel teatro di Eugène Ionesco che resiste. Mentre attorno a lui tutti cedono, si imbestialiscono, diventano rinoceronti — lui resta uomo, testardo, goffo, magnificamente solo. Si chiama Bérenger, e la sua grandezza non sta nell'eloquenza né nel programma: sta nel rifiuto viscerale, quasi biologico, di conformarsi. Lillo Valvieri, parrucchiere di via Garibaldi e candidato sindaco con lista omonima, è il Bérenger di questa campagna elettorale — con in più un piano urbanistico degno di un emirato del Golfo. Grattacieli sulla Falce, eliporti, parcheggi multipiano, una zona turistica spinta fino a Gazzi: poco importa che quelle aree non siano di competenza comunale, perché «i sindaci possono sedersi ai tavoli giusti». La vaghezza geografica degli obiettivi non scalfisce la fermezza delle intenzioni. E quando gli chiedono di chi si ispiri, la risposta è un sigillo e un epitaffio insieme: «Non mi ispiro a nessuno, neanche a Gandhi. Io sono Lillo Valvieri».

Attorno a lui, il palcoscenico è affollato di figure letterarie che non sanno di esserlo. Federico Basile è il Gervais di Maupassant — il funzionario capace ed educato che ha sublimato la ruvidezza del maestro in forma socialmente presentabile. La tecnica senza il fuoco originario, il laboratorio senza la fiamma. Marcello  Scurria è Julien Sorel de Il rosso e il nero — ma senza il romanticismo giovanile. Stendhal sapeva che l'ideologia è spesso un vestito che si cambia secondo la stagione del potere: Julien sceglie il rosso o il nero a seconda di dove sta il sole, e Scurria conosce bene i punti cardinali. Antonella Russo è Donna Elvira del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte — la nobildonna che avanza con un solo voto di scarto alle spalle, sapendo benissimo che metà del coro preferisce stare a guardare. Fedele a una causa che altri tradiscono allegramente, canta la sua aria con la dignità di chi sa la verità e la proclama lo stesso.

Bérenger, alla fine del dramma ioneschiano, rimane solo sul palco e grida che non si arrenderà. Valvieri congeda il pubblico televisivo con la stessa incrollabile certezza, mentre nel suo salone di via Garibaldi le firme si raccolgono e i clienti — annota soddisfatto — sono persino aumentati da quando si è candidato. I rinoceronti hanno i loro palazzi, le loro coalizioni, i loro tavoli giusti. Lui ha le forbici, il popolo e nessun bisogno di pubblicità. Ionesco aveva capito una cosa che i potenti dimenticano sempre: alla fine, l'ultimo uomo in piedi è sempre quello che sembrava il più improbabile.

domenica 29 marzo 2026

IL BIVIO DELLA SOCIETÀ MODERNA , CUSTODIRE LE RADICI O REINVENTARE I VALORI?

 




Ormai da parecchio tempo si assiste ad una costante pressione culturale trasversale, che tende di fatto a sovvertire il concetto di valori, ove si intende una armonica ed intramontabile somma di elementi educativi, comportamentali, culturali, antropologici ed anche in parte religiosi e/o legati al credo, che oggi sono affievoliti ed in parte smarriti in nome di una presunta evoluzione della società, del politicamente corretto, della tolleranza, dell'uguaglianza e dell’accoglienza, ove tutto ciò, di fatto, si confonde e si tramuta con la totale perdita di elementi portanti di un assetto sociale, quale quello che ci contraddistingue, costruito in secoli di storia.

Questo pericoloso fenomeno contrappone in modo viscerale tutti gli strati sociali e le espressioni culturali più variegate, costituendo un forte elemento divisivo e di contrapposizione degli schieramenti politici.

Nel condividere i principi anzidetti, una democrazia, un popolo, non può compiere il fatale errore di rimuovere le proprie origini fondative, ma queste necessitano, senza dismetterle, semplicemente una nuova e più evoluta coniugazione in funzione dell’evoluzione di una società ormai globalizzata, ove devono trovano asilo anche nuove e diverse espressioni culturali.


GESTITI DAGLI ALGORITMI CHE SOTTOMETTONO LE COSCIENZE E DISTRUGGONO LA DEMOCRAZIA

 

di AGR 

PERCHÈ IMPEGNARSI È UN DOVERE 

Siamo stanchi. Lo capisco. Antropologicamente parlando, il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Di fronte a una crisi perenne , crollo dei valori, incertezze globali, rumore assordante di guerre senza fine , la reazione evolutiva più naturale è il ritiro, chiudersi nel proprio guscio e delegare ad altri la gestione della Cosa Pubblica . 

Ma c'è una verità cruda che dobbiamo guardare in faccia: la democrazia non è uno stato di natura

È una fragile anomalia cognitiva e sociale che richiede una manutenzione feroce.

Oggi, stiamo appaltando questa manutenzione. A chi? Agli algoritmi.


Viviamo nell'illusione che la tecnologia possa organizzare la complessità al posto nostro. Stiamo scivolando in una pigrizia civica dove la nostra indignazione è pre confezionata da feed guidati dall'Intelligenza artificiale , programmati per polarizzarci e tenerci incollati agli schermi, non per farci pensare. 


Ci illudiamo di partecipare semplicemente cliccando "condividi", mentre i luoghi decisionali reali si svuotano.

Ecco perché difendere la democrazia oggi, a qualsiasi età, non è più un semplice rito civico o una retorica vuota. 

È un obbligo morale e di sopravvivenza.


L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario: elabora dati a velocità inaudite, ma non comprende l'etica. 

Ottimizza processi, ma non prova empatia. Se smettiamo di partecipare fisicamente alle istituzioni, dai consigli comunali di quartiere fino ai parlamenti, lasciamo un vuoto. 


E la storia ci insegna che il vuoto viene sempre riempito dai più prepotenti, oggi armati di bot e deepfake capaci di manipolare il consenso.


Non importa se hai 18 o 80 anni. I giovani devono portare l'urgenza di un futuro da riscrivere, i più anziani la memoria di quanto sangue costa perdere la libertà. 

Impegnarsi oggi significa rivendicare il nostro ruolo di esseri umani coscienti. 

Significa usare l'IA come alleato per decifrare problemi complessi, ma tenendo saldamente in mano il timone della bussola morale.


Non possiamo delegare l'anima della nostra società a una rete neurale artificiale . 


La democrazia è attrito, compromesso, ascolto empatico e presenza fisica. 

Usciamo dalla bolla digitale e riprendiamoci i nostri spazi istituzionali. 

Altrimenti, smetteremo di essere cittadini, per ridurci a semplici "utenti" gestiti da un codice.



sabato 28 marzo 2026

RADIO CAROLINE SUL 199




 “Questa è Radio Caroline sul 199,

  la vostra stazione musicale

  24 ore su 24”

a mezzogiorno del 28 marzo 1964,

Chris Moore e Simon Dee,

annunciano l’inizio delle trasmissioni

dalla MV Caroline, da una nave al largo delle coste dell’Essex, a sudest dell’Inghilterra. La prima canzone che venne mandata in onda fu

“Not Fade Away” dei Rolling Stones,

Erano cominciate le trasmissioni di quella che sarebbe diventata una delle prime “radio pirata” del mondo, la più famosa, la cui storia ha ispirato il celebre film

“I Love Radio Rock”.

#RadioCaroline #pillolerock




AUTOBUS E DEBITI: CONFRONTO TRA BOLOGNA E MESSINA

 


a cura di Roberto Barbera*

Il trasporto pubblico non si autofinanzia mai. La differenza è tutta in come si assorbono le perdite: a Bologna si programmano, a Messina si subiscono.



C’è un equivoco duro a morire: che il trasporto pubblico debba mantenersi da solo. Non accade a Bologna, non accade altrove. A TPER — Trasporto Passeggeri Emilia-Romagna — il disavanzo annuo (nell’ordine di decine di milioni) non viene “tappato” a posteriori, ma assorbito a monte. Come? Con un contratto di servizio: Regione ed enti locali stabiliscono quanto costa il servizio e coprono ex ante la quota che i biglietti non potranno mai garantire. Il deficit, quindi, non si trasforma in debito perché è già finanziato. Non c’è accumulo: c’è previsione. Il bilancio resta in equilibrio perché il contributo pubblico è strutturale, certo e continuativo.

A Messina è accaduto l’opposto. La vecchia ATM Messina produceva perdite che non venivano coperte stabilmente, ma rinviate. Il Comune interveniva in ritardo o in modo insufficiente, trasformando il disavanzo operativo in debito. È così che si è arrivati a oltre 100 milioni di esposizione: non per un singolo errore, ma per una somma di squilibri mai riassorbiti. Qui il deficit non era programmato: era lasciato crescere. E quando un disavanzo si accumula, smette di essere gestione e diventa crisi.
Il punto è tutto qui: Bologna paga ogni anno quello che deve pagare, Messina ha smesso di pagarlo per anni. Nel primo caso il denaro pubblico è una componente del sistema; nel secondo diventa un inseguimento affannoso. Non è una differenza contabile, ma politica: decidere prima quanto costa il servizio o scoprirlo dopo, quando ormai è fuori controllo.

Se Messina vuole davvero rientrare in gioco, deve cambiare il momento in cui interviene. Non più dopo, ma prima. Serve un contratto di servizio reale, finanziamenti certi e vincolati, controllo rigoroso dei costi e recupero dei ricavi. In una parola: trasformare il deficit in una variabile governata, non in una sorpresa annuale. Perché il trasporto pubblico non smetterà mai di costare. Ma può smettere di travolgere.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

venerdì 27 marzo 2026

Elezioni amministrative e il “ CONSENSO IN SALDO “ , dove il voto ha un nome e un debito.


 

di AGR 

Le piccole vere dinamiche delle elezioni di paese


Le amministrative, nei piccoli centri, non sono mai state un’epica battaglia per il futuro. 

Più spesso somigliano a un mercatino rionale: niente proclami solenni, ma sguardi d’intesa, pacche sulle spalle, conti aperti da saldare. 

Il voto non si conquista, si coltiva. Come un orto. 

E come ogni orto, ha i suoi padroni.


“Per il bene del paese”, dicono tutti, con la stessa intonazione di chi ordina un cornetto al bar. 

È una formula di cortesia, un intercalare. Il resto è sottotraccia: famiglie più o meno numerose che fanno blocco, amicizie che pesano più dei programmi, piccoli favori promessi in cambio di fedeltà. 

Un lavoro stagionale di relazioni, più che di idee.


Qui il candidato non è un leader, è un mediatore e , spesso , nasconde ambizioni legittime  dietro presunti dictat di piccoli gruppi di improbabili sostenitori. 

Tiene insieme equilibri fragili, distribuisce rassicurazioni come caramelle. 

Non guida, accompagna. 

Spesso nemmeno sceglie, viene scelto. Spinto in avanti da un titolo,  “ Signor Sindaco”, che suona meglio 

degli oneri che comporta. 


E quando parla, lo fa per riempire il silenzio, non per cambiarlo.

I programmi? Una scenografia da libro dei sogni . 

Pagine piene di verbi al futuro che nessuno leggerà davvero. 

Il teatro elettorale ha le sue battute fisse, i suoi tempi, le sue strette di mano infinite. 

Si promette tutto, sapendo che quasi nulla verrà chiesto con precisione . 


Eppure, sotto questa superficie translucida e dimessa, si muove una realtà più nitida determinata dai piccoli interessi che si intrecciano e si proteggono, che si riconoscono al volo. 

Non c’è cattiveria, spesso. 

Solo un realismo antico, quasi domestico. Ognuno tira il filo che conosce, e il bene collettivo resta una parola buona per i manifesti.


Alla fine, resta l’impressione di una politica senza pathos e senza slancio, ma profondamente umana. 

Imperfetta, contrattata, subdola, intrisa  di furbizia, a volte sfacciata. 

Spesso la manifestazione di un disagio interiore che non consente di collocare  la realtà collettiva ad un livello molto più importante del minuscolo interesse personale. 

L’egoismo soggettivo travolge l’altruismo del bene comune .  

Ma alla fine , a sbagliare sono sempre “ gli altri “! 

Noi no , noi siamo sempre nel giusto; noi non sbagliamo mai , noi siamo sempre esemplarmente onesti ,  senza imperfezioni , sempre corretti , perché , noi, siamo assolutamente convinti di essere , sempre , dalla parte giusta della Storia . 

NUOVO DECRETO SULLE OCCUPAZIONI ABUSIVE

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