Cerca nel blog

sabato 23 maggio 2026

BARONIE COL CODICE FISCALE

 

di AG Rizzo 


La riforma Bernini semplifica il reclutamento universitario: meno burocrazia, meno trasparenza, meno merito. Il candidato ideale ha già la scrivania. 

La riforma Bernini arriva presentata come una grande operazione di modernizzazione: meno burocrazia, procedure più snelle, tempi più rapidi. Tutto bellissimo, se non fosse che tradotta dal burocratese all'italiano corrente la promessa suona diversamente — meno controlli, meno trasparenza, meno merito. Il baricentro si sposta sulle singole università, che gestiscono la selezione in un'unica fase: il candidato carica i titoli su una piattaforma ministeriale, il Ministero prende nota con la solennità di chi firma una ricevuta, e poi la partita vera si gioca nei corridoi del dipartimento, dove certi equilibri hanno la solidità del tufo e l'elasticità dello zero. Abbiamo installato una telecamera all'ingresso del teatro, ma la commedia si recita dietro le quinte.

Il problema, naturalmente, non è chi giudica. È chi scrive il bando. Chi disegna il profilo del candidato ideale con la precisione sartoriale di chi ha già il modello in mente — "filologia comparata del bottone nel tardo pomeriggio", tre pubblicazioni, un dottorato e un ufficio al terzo piano. Il concorso esiste, i verbali esistono, la commissione esiste, le dichiarazioni di imparzialità esistono. Esiste tutto, tranne la competizione. È una messa laica del merito, celebrata con grande scrupolo liturgico davanti a una platea che conosce già il nome del santo da canonizzare. Alla Capria avrebbe detto che è un paese dove le forme si rispettano con tanto maggiore solennità quanto più la sostanza è già stata altrove consumata.

Eppure tutto questo si chiama riforma coraggiosa. Il coraggio sarebbe fare l'opposto: concorsi aperti, bandi che non siano ritratti del candidato già scelto, giovani ricercatori trattati come risorsa e non come manodopera a termine. Invece no. I precari continuano a pubblicare, insegnare, aspettare — e alla fine scoprono che il posto era già assegnato prima che aprissero il bando. Le parole cambiano: autonomia, semplificazione, efficienza. La sostanza no. È solo un modo più elegante per dire che vince chi era già dentro.

CIAO CARLIN, GRAZIE


Con Carlo Petrini se ne va il più grande seminatore di utopie del nostro tempo — e il cibo non sarà mai più solo nutrimento.
C'era un uomo a Bra, nel Cuneese, che aveva capito una cosa semplice e rivoluzionaria: che il cibo non è merce, è identità. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, scomparso il 21 maggio a 76 anni, non ha inventato la gastronomia — l'ha restituita alla sua dimensione più vera, quella politica e umana. Con lui la cucina è diventata laboratorio culturale, il mercato contadino un atto di resistenza civile. Quando nel 1986 fondò Slow Food in risposta all'apertura di un McDonald's ai piedi della Scalinata di Trinità dei Monti, non stava difendendo il gusto: stava difendendo una civiltà. La sua filosofia — cibo buono, pulito e giusto per tutti — era un manifesto antropologico che metteva al centro la dignità di chi la terra la lavora, la semina, la rispetta.

Terra Madre, la rete internazionale nata nel 2004, è stata la sua opera più generosa: dare voce alle comunità del cibo di tutto il pianeta, dai pastori della Sardegna ai coltivatori di quinoa delle Ande, dai produttori di cacao africani ai vignaioli naturali della Sicilia. Un'Internazionale contadina fondata sulla fraternità. Petrini aveva capito che i piccoli agricoltori, schiacciati dalla concorrenza dei prodotti OGM e dalla grande distribuzione, non avevano bisogno solo di sussidi: avevano bisogno di cultura e di riconoscimento. E che questa narrazione doveva cominciare dalle scuole primarie, insegnando che il rispetto della terra non è folklore rurale ma identità umana universale.

Noi — Giovanni, Roberto, Antonio — abbiamo scelto il cibo come passione e come racconto. Lo dobbiamo anche a lui. A quella voce piemontese ruvida e calorosa che sapeva trasformare un piatto di tajarin in una lezione di ecologia, e una visita al mercato contadino in un atto d'amore verso il pianeta. Petrini ci ha insegnato che scrivere di cibo significa scrivere di giustizia, di territorio, di relazioni umane. Che la cucina di tradizione non è nostalgia, è resistenza. Chi semina utopia, raccoglie realtà: lo diceva lui, e lo ha dimostrato con ogni anno della sua vita. Ciao Carlin — la terra che hai difeso ti è grata.


Roberto Antonuccio
Antonio De Luca
Giovanni Mantio



CENTOTTANTACINQUE MILIONI DI BUONE INTENZIONI



 Centottantacinque milioni di crediti inesigibili, ventitré anni di morosità accumulata: la rottamazione-quinquies arriva a Messina come una pace fiscale che chiude i conti col passato — ma non con la storia.


In ventitré anni, il Comune di Messina ha affidato all'Agenzia delle Entrate centottantacinque milioni di crediti che non riusciva a riscuotere. Adesso li condona. Si chiama rottamazione-quinquies: paghi il dovuto, ti azzerano sanzioni e interessi, e facciamo finta che vent'anni di rincorsa non siano mai accaduti. Tributi non pagati, contravvenzioni ignorate, rette scolastiche dimenticate. Pragmatico. Purché si capisca cosa si guadagna e cosa si perde. Un esempio. Un cittadino che nel 2010 non ha pagato mille euro di IMU si trova oggi con un debito di milleottocento euro, gonfiato da interessi e sanzioni. Con la rottamazione paga i mille originari e il resto svanisce. Buono per lui. Ma quegli ottocento euro di differenza sono entrate che il Comune aveva iscritto a bilancio. Non è una perdita contabile in senso stretto — i crediti erano già svalutati — ma è una rinuncia definitiva. Moltiplicata per migliaia di posizioni debitorie, la cifra smette di essere trascurabile.

Messina è in piano di riequilibrio, sotto la vigilanza della Corte dei Conti. La rottamazione trasforma crediti teorici in denaro reale — e cento incassati valgono più di centocinquanta sperati. Il problema è il timing: i pagamenti a rate non coincidono con le scadenze del piano. Il commissario Mattei dovrà dimostrare, numeri alla mano, che l'operazione non altera il percorso di risanamento. Come si è arrivati a centottantacinque milioni di crediti inesigibili? In ventitré anni di ordinaria amministrazione, cambi di giunta, proclami di rigore e stagioni di clemenza. La rottamazione è un'ammissione collettiva di fallimento — del debitore che non ha pagato, del creditore che non ha riscosso. Il commissario non ha colpe. Il consiglio comunale che voterà l'adesione, invece, rappresenta la continuità politica di quella storia. La rottamazione chiude i conti col passato. Riaprirli con onestà sarebbe igiene democratica — che nessuna norma fiscale può sostituire. ♓

MELAGGIUSTI MESSINA

 


KABUL, LE BAMBINE E LA NOSTRA VERGOGNA

 



a cura di Anna Lombardo

Spose bambine e rimpatri forzati: così l'Occidente completa il tradimento.



Il governo talebano ha appena emanato un regolamento sul diritto di famiglia che legalizza ciò che la barbarie praticava già nell'ombra: il matrimonio di bambine. Trentuno articoli, pubblicati nella Gazzetta ufficiale con l'approvazione del leader Hibatullah Akhundzada, che codificano in forma di legge l'acquisto di una femmina. L'articolo 7 stabilisce che il silenzio di una ragazza vergine dopo la pubertà possa valere come consenso alle nozze. Il silenzio come consenso: una formula giuridica che è già, di per sé, una violenza. Secondo stime riportate dal Guardian, da quando i talebani hanno vietato l'istruzione femminile, circa il settanta per cento delle donne afghane è stata costretta a matrimoni precoci o forzati. Ci sono momenti nella storia in cui ci si vergogna di essere uomini. Questo è uno di quelli.


Eppure questa vergogna non nasce oggi, e non nasce a Kabul. Nasce nei corridoi di Doha, dove nel 2020 gli Stati Uniti, Presidente al primo mandato Donald Trump,  negoziarono la resa con i talebani senza porre come condizione vincolante la tutela dei diritti delle donne. Nasce il 15 agosto 2021, quando l'esercito americano si dissolse nel nulla. Non fu un crollo improvviso: fu una scelta deliberata, un abbandono pianificato. Si era combattuta una guerra, si erano spesi duemila miliardi di dollari. Poi si è fuggiti, lasciando sul campo non solo armi e mezzi, ma un intero popolo. È questa la cifra morale dell'avventura occidentale in Afghanistan: il cinismo di chi agita i valori come bandiere di convenienza e li ammaina quando costano troppo.


Oggi quel cinismo indossa un abito nuovo. L'Europa tratta con i talebani per rimpatriare gli afghani fuggiti nel 2021 — le stesse persone che cercavano di salvarsi da ciò che noi stessi avevamo contribuito a scatenare. I sovranisti di ogni latitudine sventolano la bandiera della remigrazione come se rimandare indietro una donna in Afghanistan fosse un atto di ordine pubblico e non una condanna. Indignarsi per una legge che legalizza il matrimonio-stupro delle bambine e contemporaneamente deportare famiglie verso quel sistema: questo è il paradosso criminale in cui l'Occidente ha scelto di vivere. La comunità internazionale esprime "grave preoccupazione" — formula diplomatica che equivale, nella sostanza, al silenzio. E il silenzio, come ci insegna l'articolo 7 della nuova legge talebana, può sempre essere interpretato come consenso.


mercoledì 20 maggio 2026

IL PARCHEGGIO COME ALIBI: OVVERO, COME SPIEGARE MALE L'ECONOMIA

 


Quando la politica incontra il commercio e si fa del male a entrambi. Stavolta tocca ai parcheggi.

C'è qualcosa di commovente, nella politica meridionale, nella capacità di resuscitare argomenti già confutati con la freschezza di chi li espone per la prima volta. Marcello Scurria — candidato sindaco di Messina, uomo di mondo, si dice, persona informata dei fatti — ha pensato bene di conquistare il commercio cittadino promettendo buoni sconto sui parcheggi. Cento euro di rimborso sulle strisce blu, come se i centri storici muoiano per colpa dei parcometri e non per la lenta erosione demografica, per l'ecommerce che recapita tutto a domicilio, per i centri commerciali periferici che offrono tutto sotto uno stesso tetto riscaldato. Il candidato ha solleticato il commerciante dal cervello involuto — quello che crede che la doppia fila sotto il negozio sia un indicatore di prosperità — ignorando che le più autorevoli ricerche europee sulla mobilità urbana dimostrano esattamente il contrario: dove si pedonalizza, il fatturato sale. A Lille, a Madrid, in quattordici città spagnole, nelle quarantacinque esperienze nordamericane: più pedoni uguale più consumi. Non è ideologia, è aritmetica commerciale.

Il paradosso è che proprio le organizzazioni di categoria più evolute — quelle che leggono Confcommercio e non solo l'umore del fornitore di caffè — sono arrivate da tempo a queste conclusioni. Chiedono marciapiedi più larghi, arredo urbano dignitoso, eventi, attrattività, non corsie preferenziali per le Jeep Cherokee. Scurria sceglie invece di cavalcare il primitivismo della bottega inferocita, quella che ogni lunedì incolpa il sindaco per gli incassi del sabato. Il voto del commerciante arrabbiato vale quanto quello del commerciante illuminato. Ma la scelta dice qualcosa sulla qualità del programma sottostante, ammesso che esista.

Le saracinesche si abbassano da Berlino a Palermo, da Londra a Catanzaro, per ragioni che nessun sindaco controlla e nessun buono parcheggio potrà mai invertire. Il commercio al dettaglio perdeva quote a due cifre per anno nel confronto col digitale ben prima che qualsiasi amministratore locale mettesse mano a un parcometro. Attribuire alla politica locale un fenomeno strutturale globale è come accusare il manutentore dei lampioni per un'eclissi solare. Suggestivo, pittoresco, e completamente fuori fuoco. Ma tant'è: siamo in campagna elettorale, e certi argomenti viaggiano meglio dei fatti. ♓


IL BARBIERE NON SI RITAGLIA

 CORSIVO




N.B.: Lillo Valvieri non sa di questa iniziativa. L'ho presa io, immaginando le parole che avrebbe potuto scrivere lui. Non perché condivida le sue proposte — che francamente non ho compreso, come del resto quelle dei suoi avversari — ma perché mi ha indignato la conventio ad excludendum operata ai suoi danni dalla Gazzetta del Sud. Il candidato più povero di mezzi e di relazioni merita lo stesso spazio degli altri. Almeno questo.


Permettetemi di presentarmi: Lillo Valvieri, barbiere. Non nel senso figurato con cui certi politici di lungo corso si definiscono «artigiani del consenso» — loro che il consenso lo comprano al chilo nei circoli di partito. Nel senso letterale: forbici, specchio, rasoio. Ho tagliato i capelli a questa città per decenni, e so riconoscere quando qualcuno ti taglia fuori. Come ha fatto la «Gazzetta» con quella foto che ritrae quattro candidati a sindaco — Scurria, Russo, Basile, Sciacca — e io non ci sono. Assente. Evaporato. Come se la mia lista non esistesse. Mi chiedo: forse perché dietro di me non c'è un partito con la sua sezione, una famiglia con la sua clientela, un club con i suoi soci? Forse perché sono il figlio di nessuno, e in questa città i figli di nessuno si sistemano fuori dalla foto?

Sia chiaro: ho scelto di non andare al convegno di Confindustria. Non mi piace sedere al tavolo di chi decide in anticipo chi conta e chi no. Scurria con le sue relazioni, Russo col suo partito, Basile col biliardino dell'eredità dei cinque anni appena trascorsi: tutti e tre figli riconosciuti di famiglie, correnti, conventicole. La politica messinese è questo da sempre — un condominio di potere dove i posti auto sono già assegnati. «Più pilu pi tutti» era il programma non scritto, l'anima vera di ogni coalizione che si è avvicendata in questa città. 

Ebbene: io resto fuori dalla porta, e lo rivendico. Non ho ministri che sbarcano allo Stretto per farsi fotografare sul lungomare. Non ho segretari nazionali che mi coprono le spalle né gruppi di pressione che mi aprono i portoni. Ho qualcosa che loro, con tutto il loro apparato, non riescono a comprare: la faccia pulita di chi non deve un favore a nessuno. Camminare a testa alta, in questa città, è già un programma politico. E il 25 maggio, quando i messinesi entreranno nella cabina elettorale, forse si ricorderanno che c'era anche uno — uno solo — che non chiedeva niente in cambio. Solo il voto di chi è stanco di essere governato da chi li considera, da sempre, figliastri.

Caro Ponzio Aquila, ti sei guadagnato un posto nella storia perché hai avuto il coraggio di non alzarti in piedi davanti a Giulio Cesare, quando tutti gli chinavano la testa. Anche oggi, con questo corsivo scritto a difesa di chi non ha potenti alle spalle, mi vendichi delle prepotenze dei forti. Grazie.


martedì 19 maggio 2026

SANITÀ MALATA DI CORRUZIONE. 65 MODI PER DERUBARE CHI È PIÙ FRAGILE



 Immaginate di aspettare mesi per una visita oncologica. Nel frattempo, qualcun altro ,  con le giuste conoscenze o il portafoglio giusto , passa avanti. 

Non è fantascienza. 

È una delle 65 forme di frode e abuso mappate dalla Fondazione Gimbe nel suo ultimo, durissimo report presentato all’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Il quadro è impietoso. 

Frodi, abusi e corruzione in sanità non sono episodi isolati, ma distorsioni che , attraversano l’intera filiera del Servizio Sanitario Nazionale, erodono risorse pubbliche, sovvertono le priorità di accesso alle cure, riducono la qualità dell’assistenza.  


Lo dice Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe. E le parole pesano perché la realtà è veramente pesante . 

Ci sono 70 miliardi nel mirino. 

I numeri fanno impressione. 

ANAC ha stimato che il 25% del valore complessivo dei contratti pubblici , pari a 70,5 miliardi di euro , riguarda gli affidamenti in sanità per farmaci, dispositivi medici, apparecchiature sanitarie, servizi come pulizia, ristorazione, vigilanza.  

Settanta miliardi di euro. 

L’intera area è potenzialmente esposta alla corruzione. Non un’anomalia, una sistematica vulnerabilità.

L’Italia offre un terreno particolarmente favorevole ed infatti il Transparency International Corruption Perceptions Index 2025 assegna al nostro Paese un punteggio di 53 su 100, collocandolo al 19° posto tra i Paesi UE e al 52° a livello globale, in peggioramento rispetto all’anno precedente. 


Non solo reati, perché la zona grigia che fa più paura nel report  di Gimbe,  non parla solo di tangenti e manette. 

Accanto ai reati e agli illeciti amministrativi esiste una vasta area grigia di pratiche molto diffuse e spesso tollerate che, pur restando fuori dal perimetro giudiziario, sottraggono risorse al SSN riducendo la capacità del sistema di garantire servizi efficaci ed equi. 


Anomalie negli appalti, liste d’attesa truccate, favoritismi nelle nomine, accreditamenti opachi. 

Condotte che pesano soprattutto per la normalizzazione sociale dei piccoli abusi quotidiani, spesso accompagnata dal silenzio di chi dovrebbe denunciare. 


Quando una prestazione passa davanti non per bisogno clinico, ma per denaro, relazioni o interessi, non si crea solo una corsia preferenziale, ma si sovverte il principio che deve guidare il SSN, cioè curare prima chi ne ha più bisogno. 

E colpisce sempre i più deboli. 

Frodi e abusi compromettono qualità e sicurezza delle cure, peggiorano l’accessibilità ai servizi e alimentano la sfiducia nelle istituzioni. E colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione, ampliando le diseguaglianze sociali e territoriali. 

La proposta è la creazione di un Osservatorio nazionale,  fatta da Gimbe,  su frodi e abusi in sanità in grado di integrare flussi informativi sanitari, amministrativi e giudiziari, il rafforzamento della capacità predittiva dei controlli tramite indicatori di rischio e strumenti di AI, una più rigorosa gestione dei conflitti di interesse e la protezione del whistleblowing. 

Ma Nino Cartabellotta lancia anche un monito politico sottolineando come combattere sprechi e corruzione non può e non deve diventare il pretesto per tagliare ulteriormente il finanziamento alla sanità pubblica. 

Il SSN va difeso, non smantellato.


La salute viene definita dalla Costituzione  come diritto fondamentale, aggettivo, questo, utilizzato solo ed esclusivamente relativamente alla salute.

Art. 32 : “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”

Alì Terme in festa per Maria Ausiliatrice: una comunità unita tra fede, devozione e tradizione

 di Carmelo Tringali  Si sono conclusi sabato scorso ad  Alì Terme  i solenni festeggiamenti in onore di  Maria Ausiliatrice , un appuntamen...