Cerca nel blog

sabato 14 marzo 2026

LA DESTRA E LA CULTURA: UN CASTELLO DI SABBIA A RIVA

 CORSIVO


Venezia doveva essere la capitale dell'egemonia culturale. È diventata la capitale delle sue contraddizioni. 

C'è una tenerezza quasi infantile nel guardare la destra italiana che tenta l'egemonia culturale con la stessa grazia con cui un bambino costruisce castelli di sabbia a riva , laboriosissimo, convintissimo, ignaro dell'onda. 
Venezia era il piano: allineamento perfetto di governo, regione e comune, una geometria del potere così compatta da sembrare disegnata da uno di quei funzionari che scambiano l'organigramma per la storia. Si è piazzato Pietrangelo Buttafuoco intellettuale vero, rarità zoologica in quell'ambiente come il tartufo bianco in una mensa aziendale  e si è sistemata alla Fenice una Venezi imposta dall'alto con la delicatezza di un siluro, affidata a un Colabianchi che di fronte all'ordine romano ha obbedito con quella tempestiva ottusità che è il vero talento della burocrazia militante. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, o almeno degli occhi che ancora reggono lo spettacolo.

Perché il castello, come da copione, è già bagnato. Buttafuoco pecca di autonomia , vizio intollerabile, quasi di sinistra  e riapre il padiglione putiniano come se governare la cultura significasse, bizzarramente, fare scelte culturali. Colabianchi pecca di servilismo totale e trasforma la Fenice in un bivacco, suscitando una resistenza corale che nemmeno Verdi avrebbe orchestrato meglio. 
Due errori opposti, una sola incapacità: quella di una classe dirigente che ha più poltrone da distribuire che teste capaci di occuparle, più enfasi sull'egemonia che cognizione di cosa sia. La destra non sa ancora che destra vuole essere ,moderata o ultrà, europea o trumpiana, tolkieniana o evoliana, con l'Ucraina o con i cortigiani dello zar , e nel frattempo litiga con sé stessa in laguna. Chiamarla fascismo è un complimento postumo che non merita.
 Questo è dilettantismo, e il dilettantismo, a differenza del fascismo, non fa nemmeno paura.presidente della Biennale, è uomo che la sinistra cataloga da entomologo: intellettuale di destra, di estrema destra, come se la collocazione del pensiero ne determinasse il valore. Classificazione che rivela più chi la formula che chi ne è oggetto. 
L'ingegno non chiede passaporto: conta dove arriva, non da dove parte. E quello di Buttafuoco arriva lontano , fastidiosamente lontano, anche per chi gli sta, nominalmente, dalla stessa parte.


I BAMBINI NON VOTANO

 


a cura di Anna Lombardo

 

 Il decreto Caivano e l'arte italiana di punire i fragili per rassicurare i forti.


V'è una particolare specie di crudeltà — raffinata, quasi inconsapevole, come certa brutalità dei salotti — che consiste nel legiferare sui bambini senza minimamente pensare a loro. L'Italia ne offre in questo periodo esempi così abbondanti da risultare quasi didattici. Il decreto Caivano, quella creatura normativa partorita nel novembre 2023 con la solennità riservata alle grandi visioni e la profondità intellettuale di un titolo di telegiornale, prevedeva sanzioni per i genitori i cui figli non frequentassero la scuola. Scopo dichiarato: l'autorevolezza. Effetto reale: dirigenti scolastici che segnalano alle forze dell'ordine ragazzini che non escono di casa perché l'ansia sociale ha reso il portone scolastico alto quanto una muraglia, e madri che aprono la porta a poliziotti venuti a verificare perché loro figlio — che fino a sei mesi prima prendeva ottime valutazioni — ora non riesce più ad alzarsi dal letto. Il ritiro sociale maschile è ormai, per diffusione, l'equivalente dei disturbi alimentari nelle ragazze. Ma i disturbi alimentari, almeno, fanno più simpatia elettorale.


Perché è di questo che si tratta, alla fine, con quella trasparenza che solo il cinismo praticato senza ironia può raggiungere: di voti. I minori non votano, e questa è la loro unica, imperdonabile colpa civica. Ogni fatto di cronaca diventa così il pretesto per una mossa securitaria, ogni ragazzo disperato il fondale scenografico di una conferenza stampa. Gli stessi politici che hanno voluto il decreto Caivano si dichiarano ora scandalizzati dalla magistratura minorile che interviene sui genitori del bosco — come se la coerenza fosse un lusso riservato a chi non deve inseguire il ciclo delle notizie. La giustizia minorile italiana è tra le più avanzate al mondo, studiata all'estero come si studiano le cose rare e preziose. Trattarla come un ostacolo burocratico alla fermezza è un esercizio che dice molto su chi governa e nulla di buono. Almeno, come si suggerisce con pazienza da più parti, si abbia l'onestà di ammettere che certe leggi si fanno per raccogliere consenso, non per proteggere i bambini. Nel bosco come nelle città, i fragili attendono. Gli adulti, nel frattempo, sono molto occupati con sé stessi.


VOTATE SÌ, SE VOLETE I GIUDICI IN GINOCCHIO



 La riforma Nordio spiegata a chi non ha ancora capito cosa si vuole davvero riformare.


C'è una certa eleganza involontaria nel fatto che una riforma presentata come necessaria per migliorare la giustizia italiana non contenga una sola norma che riguardi la giustizia italiana nella sua esperienza quotidiana: i tribunali che arrancano, i processi che durano quanto regni medievali, l'accesso alla legge riservato in pratica a chi può permettersi avvocati all'altezza. Di tutto questo la legge Nordio non si occupa, con la coerenza di chi va dal medico per un'appendicite e si sente prescrivere un cambio di pettinatura. Ciò che la riforma fa, invece, è intervenire sul bilanciamento dei poteri con la delicatezza di chi riarredasse casa altrui di notte: separare le carriere di giudici e pubblici ministeri — già di fatto separate, visto che il passaggio da una all'altra riguarda meno dell'uno per cento dei magistrati — spaccare il Consiglio Superiore della Magistratura in due tronconi e affiancarvi una nuova Alta Corte disciplinare, triplicando costi e strutture senza che nessuno abbia ancora spiegato con quale beneficio per il cittadino comune, quello che aspetta diciotto mesi per una visita ortopedica e non ha mai incrociato nella vita un magistrato requirente.

Il capolavoro, tuttavia, è il sorteggio. La riforma prevede che i componenti dei nuovi CSM vengano estratti a sorte tra i magistrati, in luogo dell'elezione oggi vigente — sistema che vale, si badi, per gli ordini degli avvocati, per i consigli dei medici, per Confindustria, per le associazioni bancarie, per chiunque abbia un organo di rappresentanza degno di questo nome. Per la magistratura, no: il sorteggio, presentato come rimedio alle correnti interne, non abolisce affatto le correnti — che essendo espressione di libertà di pensiero non possono per definizione essere abolite — ma elimina la garanzia democratica con cui i magistrati scelgono i propri rappresentanti, sostituendola con l'alea. Nel frattempo, la quota cosiddetta laica, quella di nomina politica, verrebbe selezionata da liste già confezionate dalla maggioranza parlamentare: sorteggio puro per i magistrati, scelta accurata per la politica. Una simmetria rivelatrice. A completare il quadro, il governo ha già annunciato che, in caso di vittoria del Sì, la polizia giudiziaria verrebbe sottratta alla direzione dei pubblici ministeri per essere ricondotta sotto l'esecutivo — il che, tradotto, significa che chi indaga risponderebbe a chi potrebbe essere indagato. Dettaglio non trascurabile.

Votare No, il 22 e 23 marzo, è un atto di memoria oltre che di ragione. La magistratura italiana ha pagato in vite umane il prezzo della propria indipendenza: Falcone e Borsellino, che pure erano favorevoli a certe riforme processuali, vedevano nella separazione delle carriere esattamente il rischio che oggi si materializza, ovvero la subordinazione della funzione requirente al potere politico. Il referendum è senza quorum: qualunque sia l'affluenza, il risultato sarà valido. Questo significa che l'astensione non è neutralità ma complicità silenziosa. La riforma modifica sette articoli della Costituzione con i voti della sola maggioranza, senza confronto con le opposizioni, senza urgenza che la giustifichi, con l'unica fretta di chi sa che il tempo lavora contro di lui. Di fronte a una manovra tanto scoperta nei mezzi quanto nei fini, la risposta più semplice resta la migliore: presentarsi, prendere la scheda, scrivere No. Con la tranquillità di chi sa da che parte stare.


mercoledì 11 marzo 2026

I DIRITTI DEI BAMBINI NON SONO UNA BANDIERA POLITICA




a cura di Anna Lombardo


Dalla vicenda della "famiglia nel bosco" riemerge una verità spesso dimenticata: la tutela dei miniri viene prima delle polemiche.


Nel rumore delle polemiche, la voce più fragile rischia sempre di perdersi: quella dei bambini. Eppure è proprio da lì che dovrebbe cominciare ogni ragionamento civile. Il diritto dei minori a crescere in un ambiente sano, a ricevere istruzione, cure e relazioni sociali non è un’opinione: è sancito dalle leggi di tutti i paesi democratici e da convenzioni internazionali che mettono al centro la loro dignità e il loro futuro.

Da decenni i tribunali e i servizi sociali intervengono, spesso nel silenzio, per proteggere i più piccoli da contesti di violenza domestica, degrado, abbandono o conflitti familiari devastanti. Migliaia di decisioni giudiziarie – quasi sempre lontane dai riflettori – hanno cercato di garantire ai bambini qualcosa di semplice e fondamentale: serenità, scuola, relazioni con altri coetanei, la possibilità di crescere dentro una società che li accolga.


La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” nasce da un fatto concreto: un avvelenamento da funghi che portò l’intero nucleo familiare in ospedale. Curati e salvati, i genitori e i figli entrarono così nello sguardo delle istituzioni. Da quel momento le indagini rivelarono uno stile di vita segnato da isolamento estremo e condizioni giudicate incompatibili con lo sviluppo dei minori. Da lì cominciò l’intervento della magistratura e dei servizi sociali, che da anni seguono la situazione. Eppure oggi, mentre i tecnici lavorano con prudenza e responsabilità, la politica tenta di trasformare questa storia in un simbolo utile alle proprie battaglie sul referendum contro i magistrati. È una tentazione antica: usare casi complessi come armi retoriche. Ma i diritti dei bambini non dovrebbero diventare bandiere. Sono, e restano, il punto più delicato della nostra civiltà.

CAPITALISMO SOTTO RICATTO POLITICO

 


CAPITALISMO SOTTO RICATTO POLITICO



Quando lo Stato punisce un’azienda che difende i propri principi, il libero mercato diventa improvvisamente molto meno libero.


La libertà di un’azienda di agire secondo la volontà dei propri azionisti — e non secondo l’umore del governo di turno — è una delle colonne portanti del capitalismo. Non è un dettaglio tecnico: è la stessa aria che respira la libertà individuale. Dove manca, la crescita ristagna e il progresso diventa un esercizio retorico. Eppure nello scontro con Anthropic l’amministrazione Trump ha sferrato uno degli attacchi più seri a questo principio. Difendere il capitalismo a parole e trattarlo come un optional quando intralcia interessi politici è un curioso paradosso.

I fatti sono semplici. Il Pentagono aveva firmato con Anthropic un contratto per usare il modello di intelligenza artificiale Claude, accettando alcune restrizioni etiche poste dall’azienda. Poi quelle limitazioni sono diventate improvvisamente scomode. Anthropic ha fatto la cosa più semplice: rispettare il contratto. La risposta del governo è stata etichettare l’azienda come “rischio per la catena di approvvigionamento”, scoraggiando di fatto chiunque lavori con la difesa americana dal collaborare con essa. È un metodo che ricorda i sistemi dove la supremazia del partito o del dittatore domina la società. In quei paesi si può essere bravi a copiare innovazioni nate altrove, molto meno a inventarle. L’innovazione prospera dove le imprese rispondono al mercato e agli azionisti, non al potere politico. Il capitalismo, in fondo, o è libertà d’iniziativa o non è. Come ricordava Franklin D. Roosevelt, è un sistema che vive di intraprendenza, proprietà e scambi volontari — ma che muore quando il potere, pubblico o privato, decide di piegare il mercato alla propria volontà. 

LA BIENNALE DEI BUONI SENTIMENTI E DELLE CATTIVE COSCIENZE

 


Quando l'arte diventa campo minato, persino la pace fa paura.

Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, è uomo che la sinistra cataloga da entomologo: intellettuale di destra, di estrema destra, come se la collocazione del pensiero ne determinasse il valore. Classificazione che rivela più chi la formula che chi ne è oggetto. 
L'ingegno non chiede passaporto: conta dove arriva, non da dove parte. E quello di Buttafuoco arriva lontano — fastidiosamente lontano, anche per chi gli sta, nominalmente, dalla stessa parte.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, assente alla presentazione del Padiglione Italia per «improrogabili impegni istituzionali» — formula aurea del funzionario che rosica da lontano — ha trovato tuttavia il tempo di un videomessaggio sibillino. Ha stabilito, con la prosa involuta che è ormai sua cifra, che «l'arte di un'autocrazia è libera soltanto nella misura in cui sia dissidente». 
Frase che suona profonda finché non la si traduce: un pittore russo può esporre solo se odia Putin. Requisito estetico singolare, convenendo che nessuno lo chiede al pittore francese rispetto a Macron.

Buttafuoco ha ringraziato il ministro per il disaccordo — con l'olimpica cortesia di chi ha vinto senza combattere.
 È questa distanza, ha osservato, a certificare l'autonomia di chi da centotrent'anni pratica l'eresia dell'apertura. I censori si interrogano su come si costruisca la pace. Evidentemente non frequentano mostre. 
E faticano a farsi capire — il che, per un ministro della Cultura, è già una forma di autocritica involontaria.

lunedì 9 marzo 2026

IL RISOTTO DI MR. WOOSTER

 






IL RISOTTO DI MR. WOOSTER


Sono sempre io, Roberto Antonuccio — Robertino per mia madre e per Enzuccio, che ha avuto la bontà, o forse l'imprudenza, di affidarmi la cotitolarità di questa rubrica. Custode convinto della cucina siciliana e del suo territorio, ogni tanto mi avventuro oltre lo Stretto. Con risultati, a quanto pare, accettabili. E con questo risotto, lo confesso senza troppa vergogna, cavalco allegramente i miei limiti geografici.

Il nome della ricetta viene da un libro,  L'inimitabile Jeeves, di un maestro dell'umorismo inglese  P. G. Wodehous,  che ho letto in una lunga estate siciliana con la stessa devozione con cui si segue una cottura lenta — Bertie Wooster si ritrova in Normandia, dove un pescatore siciliano emigrato in quei paraggi gli prepara qualcosa di simile a questa ricetta. Un episodio minore, forse. Ma l'idea mi è rimasta, e l'ho adattata a modo mio.

 Il risotto al salmone fresco e affumicato con burrata e lime appartiene a quella categoria di imprese che, affrontate con la dovuta flemma e un brodo di gamberi a portata di mano, sanno tuttavia risolversi in trionfo.

Tutto ha inizio con il salmone fresco, avviato in padella con aglio e vino bianco — il quale evapora con quella silenziosa efficienza che ci si aspetterebbe dal personale di servizio meglio addestrato. Il riso Carnaroli, nel frattempo, viene tostato a secco fino a raggiungere quella lucentezza soddisfatta che è propria delle cose avviate nel modo corretto. Il brodo caldo, vegetale e animato dalle teste di gambero con intuizione degna di nota, entra nella faccenda un mestolo alla volta, senza fretta e senza inutili drammi.
A metà cottura, il salmone già pronto si unisce alla compagnia. Poi, fuori dal fuoco — e questo è il punto in cui la faccenda assume contorni quasi filosofici — intervengono il salmone affumicato, la burrata e il burro ghiacciato, che legano il tutto con una coesione che fa pensare ai migliori sodalizi. Sale, pepe, noce moscata. E in conclusione, la scorza di lime grattugiata: un dettaglio apparentemente frivolo che si rivela, come spesso accade con i dettagli apparentemente frivoli, assolutamente indispensabile.
Il risultato è un piatto che sa di eleganza senza ostentazione — esattamente il tipo di cosa che si vorrebbe trovare ad attenderci dopo una giornata che non è andata, nel complesso, nel verso giusto.

Per due persone di buon senso e appetito:

180 g di riso Carnaroli — 80 g di salmone fresco 
— 50 g di salmone affumicato — 1 burrata piccola (circa 100 g) — burro ghiacciato q.b. — brodo vegetale con teste di gambero — 
1 spicchio d'aglio — vino bianco secco q.b. — olio extravergine d'oliva q.b. — sale, pepe nero e noce moscata q.b. — scorza grattugiata di 1 lime.




domenica 8 marzo 2026

IL TRIONFO DEL NULLA

 CORSIVO 


A sinistra non guidano, non decidono, non scrivono programmi: eppure il vuoto, a volte, è l’arma più spietata contro chi governa.

La sinistra italiana e i Democratici americani condividono oggi un curioso privilegio: l’irrilevanza operativa.
 Non hanno un capo che comandi né un programma che governi; possiedono tuttavia una virtù inattesa, la più moderna fra tutte: l’assenza. 
In un’epoca che idolatra il condottiero muscolare e il tribuno onnipresente, essi praticano invece una forma di politica quasi metafisica: il vuoto.
 Ed ecco il paradosso. Proprio mentre Giorgia Meloni e Donald Trump dominano la scena come attori principali convinti di recitare un dramma epocale, l’opposizione , priva di copione e spesso anche di comparse , comincia a raccogliere dividendi. Negli Stati Uniti il presidente che voleva dominare il mondo rischia la malinconica metamorfosi dell’“anatra zoppa”; in Italia la premier potrebbe inciampare in un referendum che i suoi avversari non hanno nemmeno davvero combattuto. Una vittoria per inerzia: la più umiliante delle sconfitte possibili.   

Il paradosso è quasi elegante nella sua crudeltà. Meloni eccelle nell’arte dello scontro, ma per combattere serve un bersaglio; Trump prospera nel conflitto permanente, ma anche il conflitto richiede qualcuno con cui litigare. Quando dall’altra parte non c’è nessuno, la retorica guerriera resta sospesa come una sciabola agitata nel vuoto. Così la sinistra, forse senza saperlo, pratica la più raffinata delle strategie: l’assenza. Conte e Schlein aspirano entrambi a Palazzo Chigi con ardore più sentimentale che operativo; tuttavia nessuno ha ancora stabilito chi debba provarci davvero, né come deciderlo. 
Il programma, poi, aleggia come un fantasma benevolo: tutti sanno che prima o poi apparirà, ma nessuno ha fretta di incontrarlo. 
Nel frattempo la premier governa, combatte e polemizza in perfetta solitudine. E ogni monologo politico, come ogni monologo teatrale troppo lungo, finisce inevitabilmente per stancare anche gli spettatori più indulgenti.


DEMOCRAZIA 2.0 . PERCHÈ IL FUTURO DEL VOTO PASSA DALLA CONOSCENZA ( E RIGUARDA SOPRATTUTTO I GIOVANI)

  di AGR  C’è una distanza sempre più evidente tra le promesse della politica e la vita concreta delle persone, soprattutto dei giovani. In ...