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sabato 7 marzo 2026

ADESSO SONO I GIUDICI LE BESTIE NERE

 


La premier insorge sulla “famiglia nel bosco”, ma i tribunali – con imperdonabile ostinazione – continuano a leggere i fascicoli prima dei tweet.


Ci sono momenti nella vita pubblica di una nazione in cui il silenzio sarebbe una forma superiore di eloquenza. Non è, evidentemente, una disciplina molto praticata. 
Così accade che, davanti alla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si sia dichiarata “senza parole”. 
Il che, come spesso accade in politica, non ha impedito che ne producesse parecchie.

Secondo la premier, la decisione del Tribunale per i minorenni - decisione dei giudici non degli odiati Pm - dell’Aquila di separare temporaneamente la madre dai figli rappresenterebbe l’ennesimo trauma inflitto ai bambini, frutto di una “assurda concatenazione di decisioni” dal sospetto sapore ideologico. 
È curioso come, nel dibattito contemporaneo, l’ideologia sia sempre la colpa degli altri: una fragranza acre che proviene immancabilmente dalla stanza accanto. Il collegio presieduto dalla giudice Cecilia Angrisano, con una prosa meno epica ma più incline alla noiosa disciplina dei fatti, ha sostenuto invece che la presenza costante della madre risultasse gravemente ostativa agli interventi educativi e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo dei minori. Una motivazione che possiede quella fastidiosa qualità dei documenti: la testarda inclinazione a esistere.

Dalle relazioni emerge una madre persuasa che la sillabazione e il calcolo numerico possano attendere la benevolenza dei sette anni, quando — dopo adeguate frequentazioni con la natura — il cervello, pare, si aprirebbe finalmente alla conoscenza. 
Una teoria pedagogica affascinante, se non fosse per quella piccola e ingombrante circostanza che la legge italiana continua a considerare l’istruzione un diritto, e perfino un obbligo.
Ma nella narrazione politica questi dettagli scoloriscono. Il punto, ci viene detto, è che “i figli non sono dello Stato”. Un’affermazione solenne che nessuno ha davvero pronunciato per negarle. 
Lo Stato, infatti, non ha mai rivendicato una maternità collettiva: si limita, con un certo scrupolo, a intervenire quando sospetta che i minori non stiano proprio benissimo dove sono.
Nel frattempo la vicenda si trasforma, come accade spesso, in un dramma morale ad alta spendibilità retorica. I tribunali leggono relazioni, gli operatori parlano di percorsi educativi, gli psicologi di equilibri affettivi. La politica, invece, legge i sondaggi. 
E mentre i bambini attendono di capire dove dormiranno la settimana prossima, il Paese discute se la giustizia debba occuparsi dei minori o limitarsi a chiedere scusa per averlo fatto.



giovedì 5 marzo 2026

LA BOLLETTA DI HORMUZ

CORSIVO


 Dalla cucina di una famiglia siciliana alla geopolitica del petrolio: quando il Medio Oriente arriva direttamente nella pentola.

Immaginate una famiglia siciliana qualunque: sera, cucina accesa, il sugo che borbotta. Un gesto domestico elementare: girare la manopola del gas. Solo che oggi quella fiamma azzurra compie un viaggio assai più lungo di quanto sembri. Prima di arrivare sotto la pentola passa idealmente dallo Stretto di Hormuz, stretto davvero solo di nome: da lì transita una fetta decisiva dell’energia mondiale. Così accade che, quando la geopolitica starnutisce, la cucina italiana prenda l’influenza.

Dal 2021 i rincari energetici hanno fatto lievitare tutto: bollette, carburanti, trasporti, pane, pasta, perfino il pesce del mercato. Per una famiglia media siciliana significa circa 2.000 euro l’anno in più. 
Non è solo il gas: è il forno che paga energia cara, il camion che trasporta il cibo, il supermercato che aggiusta il cartellino con zelo quasi artistico. Moltiplicate per due milioni di famiglie e l’isola perde circa 4 miliardi di potere d’acquisto l’anno. 
Una discreta porzione di PIL evaporata nella casseruola.
Su scala nazionale la cifra diventa più elegante e più tragica: oltre 50 miliardi sottratti alle tasche degli italiani. Nel frattempo la politica rassicura con l’aplomb del maggiordomo inglese mentre brucia la casa: niente allarmismi, tutto sotto controllo.
 Lo stesso tono con cui si minimizzano i dazi per non disturbare Washington. Curioso nazionalismo: quello che difende la patria con la premura di non contrariare nessuno.
Morale: la globalizzazione non è un concetto astratto. 
È la bolletta. E, come tutte le bollette, arriva sempre puntuale.

EUROPA, L'INIZIO DELLA FINE

 


Dalla frattura interna sull’Iran alla rinascita di assi militari come quello franco-britannico: l’Unione Europea si dissolve mentre tornano alleanze, sovranismi e vecchi equilibri di potenza.

C’è un momento, nelle vicende delle nazioni, in cui le istituzioni continuano formalmente a esistere ma hanno già cessato di vivere. 
È la fase che gli storici chiamano con pudore “transizione” e che i contemporanei faticano a riconoscere. L’Unione Europea sembra esservi entrata con discrezione quasi britannica.
 Il caso della Spagna di Pedro Sánchez, isolata per aver detto un semplice “no” alla guerra, è rivelatore: non tanto per la posizione di Madrid, quanto per il silenzio degli altri. 
Non esiste più una politica estera europea, ma una sommatoria di prudenziali calcoli nazionali. E quando un’unione smette di reagire come tale, significa che il processo di disgregazione è già iniziato.

La frattura non corre più tra Occidente e Oriente, come durante la Guerra fredda, ma dentro lo stesso Occidente. Una crepa infra-occidentale che ricorda, con inquietante puntualità storica, l’Europa di fine Ottocento: 
Stati sovrani, sospettosi gli uni degli altri, legati non da un progetto comune ma da alleanze militari difensive. 
Non contro un nemico lontano, bensì contro le forze centrifughe dello stesso quadrante geopolitico. 
Non a caso riaffiora l’asse franco-britannico fondato bsulla deterrenza nucleare, attorno al quale si stringono i Paesi del Nord e quelli affacciati sul confine russo. 
Un sistema di sicurezza che guarda sì al tradizionale avversario di Mosca, ma sempre più anche al nuovo interlocutore-rivale: l’alleato americano e i suoi sostenitori sovranisti nel continente.
Il passo successivo, se la storia conserva una sua ironica coerenza, sarà il ritorno alle monete nazionali e a cartelli economico-militari, come nei manuali di storia del primo Novecento. 

E quando la competizione economica si fa disperata, la politica — insegnano i secoli europei — finisce spesso per affidarsi ai cannoni. I fallimenti finanziari degli Stati, con l’Italia candidata naturale e la Francia non troppo lontana, potrebbero diventare il detonatore di un caos occidentale. Intanto, sul fianco destro del continente, Vladimir Putin osserva con pazienza russa dove potrà spingersi l’ombra della sua influenza, forse fin dove un tempo arrivò l’Armata Rossa. Più a Oriente, la Cina attende con millenario aplomb che il corpo europeo passi nel fiume della storia. Ai sovranisti europei che hanno fatto il lavoro per il sovranista più sovranista di tutti, 
Donald Trump — bisogna riconoscerlo — l’impresa è riuscita: l’Europa è stata disarticolata, prossima alla morienza. Chapeau. La storia, però, non applaude mai a lungo. 
E spesso presenta il conto.

mercoledì 4 marzo 2026

MESSINA: UNA MOBILITÀ CHE RENDE



 a cura di Roberto Barbera*

Investimenti pubblici, disciplina urbana e sostenibilità economica: il trasporto non è un costo, ma una misura di civiltà.


La trasformazione di ATM Messina non è stata un prodigio, ma un’operazione contabile riuscita: € 55.619.632 dal PNRR (Missione 2, Componente 2, DM 134/2022) per 78 autobus elettrici e infrastrutture; circa € 79 milioni complessivi per l’ammodernamento della flotta; € 4,5 milioni dal PN Metro Plus 2021-2027 per l’efficientamento energetico della sede; una programmazione fino al 2034 che sfiora € 159,4 milioni. La flotta è cresciuta oltre i duecento mezzi urbani, con una quota elettrica significativa e un’età media drasticamente ridotta. Non è retorica: sono cifre impegnative che chiedono risultati altrettanto concreti.

Una dotazione simile impone organizzazione. I mezzi devono circolare con regolarità, il personale deve essere adeguato ai turni e agli obiettivi di servizio, la manutenzione non può diventare variabile secondaria. L’utile che l’azienda legittimamente deve perseguire è condizione di autonomia e serietà: stare nel mercato con le proprie gambe significa non gravare sulla collettività, ma contribuire al suo equilibrio. Il riferimento a modelli industriali solidi suggerisce che rigore gestionale e missione pubblica non sono termini in conflitto, ma alleati naturali.
Questo nuovo modello di business richiede anche un nuovo modello di relazioni sindacali. Compito dell’azienda è elevare il confronto dal piccolo cabotaggio quotidiano alla strategia complessiva: compartecipazione agli obiettivi, condivisione delle scelte industriali, responsabilità comune sui risultati. Non cogestione, che è parente prossima del clientelismo, ma sindacati all’altezza del ruolo, capaci di misurarsi con piani industriali e indicatori di performance. Il cambio di passo non può essere unilaterale: è un patto di maturità.

Infine la città. Se ATM deve esserne l’asse portante, il traffico deve riconoscerlo. Le aree pedonali del centro reclamano decoro e coerenza; la sosta selvaggia nei parcheggi e agli estremi degli incroci deve finire, perché mette a rischio pedoni, ciclisti e automobilisti. Le corsie preferenziali devono essere tali non solo sulla carta, e la vigilanza municipale deve garantire presenza costante. Meno auto inutili significano meno incidenti e meno costi sanitari: ogni sinistro evitato è spesa pubblica risparmiata, produttività recuperata, salute preservata. È qui che l’utile aziendale si coniuga con quello sociale. Una mobilità ordinata produce ordine economico. E l’ordine, quando è frutto di buona amministrazione, non è austerità: è ricchezza condivisa.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

martedì 3 marzo 2026

IL NECROLOGIO NON FA RIVOLUZIONE



 Cadono i capi, restano i regimi.

Non si dovrebbe mai gioire della morte di un uomo, neppure quando quell’uomo si chiama Ali Khamenei e ha passato una vita a predicare martirio altrui con prudente distanza personale. Tuttavia i necrologi dedicati al vecchio ayatollah scorrono con la dolcezza di una vendetta postuma: il teocrate che per decenni ha trasformato l’Iran in una caserma mistica e il Medio Oriente in un laboratorio di destabilizzazione finisce finalmente nell’archivio dei tiranni. La sua condanna se l’era firmata da solo il 7 ottobre 2023, quando il pogrom di Hamas – salutato a Teheran come una riscossa islamica – ha invece prodotto l’effetto opposto: Israele ha reagito, gli equilibri regionali si sono ricompattati e il lungo domino delle milizie sciite ha cominciato a cadere.
Israele e Arabia Saudita hanno colto l’occasione e, con qualche telefonata ben piazzata, hanno convinto Donald Trump a entrare nella partita. 

L’operazione è riuscita: il vertice della Repubblica islamica è stato decapitato e il principale nemico regionale è stato colpito. Quanto ai missili che i Pasdaran continuano a sparare in giro per il quartiere, vengono archiviati come inconvenienti di percorso. Trump, dal canto suo, rivendica il successo con la consueta modestia imperiale: ha eliminato il capo di un regime che grida “morte all’America”. Peccato che, morto lui, la folla continui a gridarlo con identica convinzione.

Il punto è che Trump immagina la politica internazionale come un reality: si elimina il protagonista e si promuove il vice. È il modello Caracas — sostituire il dittatore con il suo vice più presentabile e chiamarlo cambiamento. Ma l’Iran non è il Venezuela, e gli ayatollah non sono burocrati tropicali pronti a cambiare casacca per sopravvivere. Qui il rischio non è la democrazia, bensì un regime dei Pasdaran ancora più feroce. Il necrologio di Khamenei può anche essere un balsamo per il mondo civile; scambiarlo per l’inizio della libertà iraniana, invece, è un lusso che solo un ingenuo — o Donald Trump — può permettersi.


PIANETA GIUSTIZIA



  *CHI È L'AVVOCATO FRANCO COPPI CHE HA FATTO ASSOLVERE BERLUSCONI USANDO SOLO IL DIRITTO*

Allievo e assistente di Giuliano Vassalli e di Angelo Raffaele Latagliata, è professore ordinario dal 1975. Dopo aver insegnato all'università di Teramo e in quella di Perugia, dal 1990 al 2011 è ordinario di Diritto penale presso l'Università di Roma "La Sapienza". È professore emerito dal 2011. Nel corso della sua lunghissima carriera da avvocato è stato il difensore di moltissimi imputati famosi, al centro dei principali processi italiani. Il suo assistito più noto, almeno quanto Berlusconi, è stato Giulio Andreotti nel processo per mafia, che lanciò anche una sua giovane collaboratrice di studio, oggi presidente della commissione Giustizia al Senato, Giulia Bongiorno.

Negli anni il suo nome è stato affiancato ad Antonio Fazio nello scandalo della banca Antonveneta, al generale Vito Miceli per il tentato golpe Borghese, a Gianni De Gennaro per i fatti del G8 di Genova e i pestaggi alla scuola Diaz, l’assistente Bruno Romano nell’omicidio Marta Russo e la ThyssenKrupp nel processo per il rogo delle acciaierie di Torino. 

Tra i principali casi di cronaca nera, sua è stata anche la difesa di parte civile nel processo per l’omicidio di Marco Vannini, dell’imputato Raniero Brusco nel processo per il delitto di via Poma e di Sabrina Misseri nel caso dell’omicidio di Avetrana. Recentemente è stato anche il difensore di Luca Traini per l'attentato di Macerata e di Pietro Genovese, il figlio del regista Antonio Genovese accusato di omicidio stradale per l’investimento di due ragazze in Corso Francia a Roma.

Per sua stessa ammissione in una delle rare interviste, ha spiegato che «Gli espisodi di cronaca nera sono quelli che decisamente mi affascinano di più. In aula riesci a percepire certi movimenti dell’animo umano, come agisce in determinati frangenti, cosa lo motiva. Ho passato tutta la vita nei tribunali e posso dire tranquillamente che è una gabbia di matti».

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L'ARTE DI PAGARE TRE VOLTE PER SEMBRARE INNOCENTI



CORSIVO 

 

Cronaca semiseria di un ministro che, per sfuggire al sospetto, si autoflagella con ricevuta fiscale mentre il mondo brucia.


Accade che, mentre il globo scricchiola sotto la più torva crisi geopolitica del secolo – quella che nei salotti 
televisivi si pronuncia con voce grave e mento proteso – la Repubblica Italiana concentri le sue migliori energie in un rovello di alta filosofia istituzionale: il volo di Stato che ha ricondotto a Roma il ministro Guido Crosetto.
 Il ministro si trovava a Dubai, Emirati Arabi Uniti. Se vi fosse giunto per ragioni di Stato con famiglia al seguito o per ragioni familiari con affari di stato annessi, resta questione degna di un seminario sul nulla amministrativo. Abbiamo provato a ricostruire la dinamica, ma dopo una quarantina di secondi di indagine la noia cia ha letteralmente sfinito. Sta di fatto che gli spazi aerei si sono chiusi come saracinesche in tempo di tumulti e da Dubai non è decollato più nulla. 

Il ministro e i suoi congiunti inchiodati al suolo. Poiché incombeva – giova ribadirlo – la più grave crisi geopolitica del secolo, è parso opportuno riavere il titolare della Difesa al suo posto, cioè a Roma, dove le crisi si amministrano con maggior decoro. 
Egli è dunque rientrato con un velivolo dell’Esercito. Da solo. Senza famiglia. 
Non stava bene rimpatriare i parenti e lasciare indietro gli altri italiani. 
Meglio, allora, lasciare indietro tutti: parenti e sconosciuti, in nome di un’eguaglianza repubblicana declinata nella forma più austera. Tutti uguali, tutti ugualmente bloccati.

Ma la cautela non conosce mezze misure. Per evitare polemiche populiste, il ministro ha adottato una cautela altrettanto populista, anzi triplicata. Si è pagato il volo. Non solo: ha comunicato di averlo pagato tre volte la tariffa ordinaria, come in una moderna indulgenza laica. Così il ministro della Difesa, nel pieno della più grave crisi geopolitica del secolo, vola su un aereo militare ma in assetto da contribuente penitente.
 Carta di credito contro ala tricolore, ricevuta contro sospetto. 
E se persino un ministro reputato serio, per sottrarsi all’accusa di privilegio, si consegna alla liturgia dell’autoflagellazione contabile, come i grillini con gli scontrini, allora la resa può dirsi proclamata.
 Non tanto agli ayatollah, che almeno dispongono di una teologia coerente, quanto al tribunale permanente del sospetto, dove l’unica assoluzione possibile passa per il pagamento triplo e la pubblica confessione con allegata fattura.


 

OCCHETTO, LA BOLOGNINA E I SUOI PRIMI 90 ANNI

di GIISEPPE LOMBARDO 


 Occhetto comprese prima di altri che il mondo su cui si era edificata l’identità del Partito Comunista Italiano stava finendo. 

Con la svolta della Bolognina, che portò alla nascita del Partito Democratico della Sinistra, non cercò un maquillage politico, ma tentò una rifondazione culturale nel segno del socialismo europeo: provò a traghettare la sinistra italiana dentro la modernità, sottraendola alla nostalgia e all’irrilevanza.

La storia gli consegnò il ruolo ingrato di chi smonta una casa senza poter abitare quella nuova. La sconfitta del 1994 contro Silvio Berlusconi fissò nell’immaginario l’idea di un leader fragile, quando in realtà era stato un dirigente consapevole della profondità della frattura storica che attraversava il Paese. Venne trattato come un arnese della Prima Repubblica quando fu tra i primi ad anticiparne la fine.

A sinistra, nell'immaginario collettivo, Enrico Berlinguer resta il simbolo etico di una sinistra che resisteva; Occhetto, sottovalutato e offeso, è stato l’interprete di una sinistra che cambiava. E il cambiamento, spesso, non genera consenso ma solitudine.

 

Oggi compie 90 anni. Qui lo si ricorda sempre con affetto.

NUOVO DECRETO SULLE OCCUPAZIONI ABUSIVE

 di G. IACONO •  La normativa introdotta dal Decreto Sicurezza 2025, ha creato una procedura accelerata per gli sgomberi. L'intervento i...