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venerdì 27 marzo 2026
I NIPOTI SALVANO LA REPUBBLICA
Chaka Khan
Chaka Khan
mercoledì 25 marzo 2026
IL VOTO È UNA COSA SERIA. ANCHE QUANDO NON LO SEMBRA
UN COLTELLO A TREDICI ANNI. ANATOMIA DI UN GRIDO SENZA VOCE
a cura di Anna Lombardo
Quando il silenzio diventa lama.
C'è un momento, nella vita di un ragazzo, in cui la parola sembra troppo piccola per contenere quello che brucia dentro. Non lo sa spiegare, lui. Lo sente e basta, come una fiamma che nessuno gli ha insegnato a nominare. E allora la mano fa ciò che la bocca non riesce: parla, a modo suo, con un gesto che non ammette replica.
Trescore Balneario. Un nome che suona di provincia tranquilla, di pomeriggi in bicicletta e campanili. Invece: un coltello, un corridoio scolastico, tredici anni. Sarebbe rassicurante — e ipocrita — parlare di mostro, di famiglia disfunzionale, di videogiochi violenti. La realtà è più silenziosa e più difficile da guardare in faccia. Quella parte del cervello che dovrebbe dirti fermati, aspetta, pensa — a tredici anni non è ancora pronta. Le emozioni sono già tutte lì, prepotenti, che premono. La testa non riesce a stare dietro al cuore. E poi c'è il resto: sentirsi rifiutato, ridicolizzato, invisibile. Cose che a quell'età fanno un male fisico, anche se non si riesce a dirlo.
Nessuno gli ha mai messo in mano un libro, nessuno si è seduto accanto a lui per una di quelle conversazioni un po' scomode che richiedono tempo e pazienza. Nessuno ha imparato a leggere i suoi silenzi — che erano già una domanda, se solo qualcuno avesse avuto voglia di ascoltarla. E lui non sapeva che si può stare malissimo e raccontarlo. Che la rabbia non deve per forza diventare un gesto. La scuola potrebbe essere quella porta. Ma è stanca, sottofinanziata, oberata. I servizi esistono, certo — con liste d'attesa che trasformano ogni urgenza in burocrazia. Le famiglie fanno del loro meglio in un mondo che non prevede manuali d'uso. Nessuno è colpevole di tutto. Ma forse siamo tutti un po' colpevoli del silenzio. Ciò che è accaduto a Trescore non è la storia di un ragazzo cattivo. È la storia di un ragazzo a cui nessuno ha dato abbastanza parole. E le parole non dette, si sa, prima o poi trovano un'altra forma.
Spesso tagliente.
NORDIO, OVVERO L'ARTE DI RESTARE SENZA ESSERCI
CORSIVO
LA SANTA ABDICA
F. A.
Il governo si libera del suo ingombro più costoso.
C'è un momento, nella vita politica italiana, in cui il potere smette di essere una questione di principi e diventa una trattativa sul prezzo dell'uscita. Quel momento ha un nome, stavolta: Daniela Santanchè. Per ventiquattr'ore la ministra del Turismo ha resistito con la cocciutaggine di chi sa di avere qualcosa da vendere, barricata nel suo ministero mentre il governo le crollava intorno con la grazia di un ponteggio mal montato. Poi, come sempre accade in Italia, è arrivata la lettera. Non le dimissioni di una sconfitta, ma il conto presentato da chi ha perso la partita senza tuttavia rinunciare all'ultima mossa: «Obbedisco», ha scritto alla premier, con quel tono da martire laica che in questo paese garantisce almeno una ricompensa e, nei casi fortunati, una ricandidatura.
Giorgia Meloni aveva deciso, con il pragmatismo di chi governa sapendo che i sentimenti sono un lusso della campagna elettorale. Il referendum sulla giustizia, naufragato, aveva aperto una crepa; Delmastro e Bartolozzi erano già caduti; restava la Santanchè, a processo per falso in bilancio e indagata per bancarotta, ostinatamente convinta che le proprie vicende giudiziarie non avessero nulla a che fare col voto. La premier l'ha smentita con una telefonata, poi con un comunicato — gesto inusuale e perciò brutale — e infine con il silenzio. A fare da pontiere è stato Ignazio La Russa, vecchio amico della «Pitonessa», ultimo ad avere ancora credito presso di lei in un partito che l'aveva già sepolta da mesi. È lui che l'ha convinta: non c'era più agibilità, il rapporto con Meloni si era rotto, inutile continuare.
Restano, a vicenda chiusa, le domande che in Italia non si fanno mai ad alta voce. Santanchè non è il tipo che cede senza ottenere nulla; le voci su una trattativa, su future ricandidature, su ruoli promessi in cambio del passo indietro, circolano nei corridoi con quella discrezione che in realtà è pubblicità travestita. La stilettata finale della lettera — «sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri» — suona meno come un congedo che come una cambiale lasciata sul tavolo. Meloni ha il suo repulisti. Santanchè ha il suo epilogo. E l'Italia ha un altro capitolo di quella commedia nazionale in cui nessuno perde davvero, purché si trovi il modo di fargliela pagare agli altri.
AUTOBUS PUNTUALI...SULLA CARTA: IL PARADOSSO DELLE TABELLE IMPOSSIBILI
a cura di Roberto Barbera*
martedì 24 marzo 2026
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