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venerdì 27 marzo 2026

I NIPOTI SALVANO LA REPUBBLICA

 


 
 _Quando i giovani votano come i nonni._ 


Il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, sull'istituzione dell'Alta Corte disciplinare, due CSM distinti e la modifica di ben sette articoli della Costituzione si è concluso il 23 marzo 2026 con la vittoria del No al 54%. I giovani hanno votato — e hanno votato sì alla Costituzione, cioè no alla riforma. La "Generazione Z" ha partecipato in massa — 67% — e per il 58,5% ha scelto il No. Nella fascia 18-34 anni il No raggiunge il 61,1%. I boomer sono stati l'unica fascia in cui il Sì ha prevalso, di misura: 50,7% contro 49,3%. Quasi sette laureati su dieci hanno votato No: là dove si studia si riconosce il valore di ciò che si rischia di perdere. I nipoti difendono ciò che i padri hanno dilapidato — grandi consumatori di risorse, moltiplicatori del debito pubblico, artefici di una politica mediocre che si illude di poter rimettere le lancette all'indietro: in politica con le velleità imperiali, in economia con l'emigrazione forzata dei figli, nei diritti civili con la loro silenziosa erosione. Quegli stessi diritti che la Costituzione sancisce con precisione: l'articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro, il 3 garantisce pari dignità senza distinzione di sesso o razza, l'11 ripudia la guerra. Una generazione col vuoto in testa che lo trasmette alla società a partire dalla madre di tutte le leggi.

La Sicilia conferma il quadro e lo fa con numeri netti. Ha registrato la partecipazione più bassa d'Italia — il 46,13% — eppure il No ha vinto con nettezza: 60,98% contro 39,02%. Il paradosso è solo apparente: chi non è andato a votare ha scelto l'astensione come protesta passiva; chi è andato ha scelto il No come resistenza attiva. Palermo guida con il 68,93%, seguita da Enna, Siracusa, Catania, Ragusa, Trapani e settima Messina con il 58,85%. Nessuna provincia ha ceduto. Il 61,6% siciliano ha superato la forza elettorale del centrosinistra e del M5S messi insieme: il voto ha pescato ovunque, tra i delusi, tra gli astensionisti recuperati, persino tra elettori moderati che di solito guardano altrove.

Mao Zedong esortò i giovani a "bombardare il quartier generale" per tenerlo sotto il controllo vigile dei cittadini. I giovani siciliani, col loro voto, hanno lanciato un segnale simile: non una bomba, ma un atto di presenza. I nonni, che quella Carta la videro nascere dalla cenere della dittatura, hanno riconosciuto nei nipoti la stessa determinazione. I padri boomer, nel mezzo, hanno preferito il comodo silenzio del Sì. Meno male che ci sono i giovani. 

Chaka Khan





Chaka Khan


Settantatré anni, dieci Grammy, otto generi: Chaka Khan è ancora la voce che nessuno ha saputo imitare.


 "Woman of Fire" — e non è solo un nome.
Nata Yvette Marie Stevens il 23 marzo 1953 a Chicago, ha costruito una carriera di oltre cinquant'anni che ha attraversato funk, soul, R&B, jazz e pop. 

La svolta arriva nei primi anni '70 con i Rufus, quando Stevie Wonder scrive appositamente per lei Tell Me Something Good: il brano scala le classifiche e vince il primo Grammy. Con il gruppo incide una serie di album tutti certificati platino, imponendosi come voce dominante del funk americano.

Nel 1978 inizia la carriera solista. I'm Every Woman, scritto da Ashford & Simpson, diventa un inno e uno dei pezzi più iconici della sua discografia. Nel 1984 arriva il colpo di genio: prima artista R&B ad avere un crossover con un rapper, con la cover di I Feel for You di Prince — synth, voce viscerale e il rap di Melle Mel in un unico brano rivoluzionario. 

Dieci Grammy su ventidue candidature, la rara capacità di cantare in otto generi musicali diversi, ventidue album, dieci singoli al numero uno in Billboard. Aretha Franklin l'ha definita «una vocalist di prim'ordine, unica nel suo genere». Nel 2023 è entrata nella Rock and Roll Hall of Fame con il premio alla Eccellenza Musicale. 
Settantatré anni portati come solo chi ha bruciato davvero puo' permettersi.
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mercoledì 25 marzo 2026

IL VOTO È UNA COSA SERIA. ANCHE QUANDO NON LO SEMBRA


 

a cura di E. L. M. Irali

Saramago ci avverte: chi non vota non si astiene dal potere, lo regala.


José Saramago appartiene a quella stirpe di scrittori che il destino riserva alle nazioni piccole e tormentate: nato nel 1922 ad Azinhaga da una famiglia di contadini, divenne uno dei massimi narratori del Novecento e nel 1998 ricevette il Nobel. Cresciuto sotto l'ombra lunga di Salazar, ne portò i segni per tutta la vita — il sospetto verso il potere, la diffidenza verso le istituzioni, un anarchismo dolce ma tenace. Il suo stile è inconfondibile: periodi lunghissimi, dialoghi senza virgolette, come se la voce del narratore e quella dei personaggi si mescolassero in un unico fiume carsico. Scrisse Cecità nel 1995; nel 2004, già ottantaduenne e stabilitosi a Lanzarote in orgoglioso esilio, ne scrisse il seguito ideale.

Il romanzo è semplice nell'impianto, devastante nelle implicazioni. In una capitale senza nome, in un paese senza nome, il giorno delle elezioni l'ottantatré per cento dei cittadini deposita nell'urna una scheda bianca. Non per ignoranza: per scelta deliberata, silenziosa, compatta. Il governo reagisce con la sola grammatica che conosce — lo stato d'emergenza, la caccia al capro espiatorio, il ricorso sistematico alla menzogna di stato. La popolazione, abbandonata a sé stessa, non si dissolve nel caos: continua a lavorare, a spartire il pane, a vivere con una dignità che sbugiarda ogni giustificazione del potere. La scheda bianca non è nichilismo, argomenta Saramago: è lucidità. È il rifiuto di fingere che il re sia vestito quando la nudità è plateale.

Tutto molto bello, naturalmente. Peccato che nella vita vera l'astensionismo non abbia mai assomigliato a una protesta filosofica: assomiglia, più prosaicamente, a un pisolino nel giorno sbagliato. Chi resta a casa lascia il campo a chi invece si presenta, puntuale e convinto, con le proprie certezze ben lucide. Le democrazie non crollano: si svuotano, piano piano, con la complicità silenziosa di chi trovava altre cose da fare. Saramago scrisse un libro magnifico; resta il sospetto che i suoi lettori più distratti ne abbiano frainteso la morale.

UN COLTELLO A TREDICI ANNI. ANATOMIA DI UN GRIDO SENZA VOCE

 


a cura di Anna Lombardo


Quando il silenzio diventa lama.


C'è un momento, nella vita di un ragazzo, in cui la parola sembra troppo piccola per contenere quello che brucia dentro. Non lo sa spiegare, lui. Lo sente e basta, come una fiamma che nessuno gli ha insegnato a nominare. E allora la mano fa ciò che la bocca non riesce: parla, a modo suo, con un gesto che non ammette replica.


Trescore Balneario. Un nome che suona di provincia tranquilla, di pomeriggi in bicicletta e campanili. Invece: un coltello, un corridoio scolastico, tredici anni. Sarebbe rassicurante — e ipocrita — parlare di mostro, di famiglia disfunzionale, di videogiochi violenti. La realtà è più silenziosa e più difficile da guardare in faccia. Quella parte del cervello che dovrebbe dirti fermati, aspetta, pensa — a tredici anni non è ancora pronta. Le emozioni sono già tutte lì, prepotenti, che premono. La testa non riesce a stare dietro al cuore. E poi c'è il resto: sentirsi rifiutato, ridicolizzato, invisibile. Cose che a quell'età fanno un male fisico, anche se non si riesce a dirlo. 


Nessuno gli ha mai messo in mano un libro, nessuno si è seduto accanto a lui per una di quelle conversazioni un po' scomode che richiedono tempo e pazienza. Nessuno ha imparato a leggere i suoi silenzi — che erano già una domanda, se solo qualcuno avesse avuto voglia di ascoltarla. E lui non sapeva che si può stare malissimo e raccontarlo. Che la rabbia non deve per forza diventare un gesto. La scuola potrebbe essere quella porta. Ma è stanca, sottofinanziata, oberata. I servizi esistono, certo — con liste d'attesa che trasformano ogni urgenza in burocrazia. Le famiglie fanno del loro meglio in un mondo che non prevede manuali d'uso. Nessuno è colpevole di tutto. Ma forse siamo tutti un po' colpevoli del silenzio. Ciò che è accaduto a Trescore non è la storia di un ragazzo cattivo. È la storia di un ragazzo a cui nessuno ha dato abbastanza parole. E le parole non dette, si sa, prima o poi trovano un'altra forma.

Spesso tagliente.


NORDIO, OVVERO L'ARTE DI RESTARE SENZA ESSERCI

 CORSIVO


Il Guardasigilli che sopravvive a se stesso.

 
C'è una scena che sintetizza meglio di qualsiasi editoriale il tramonto politico di Carlo Nordio: il ministro della Giustizia che arranca in aula per il Question time, risponde a cinque interrogazioni con la solerzia di un impiegato comunale all'ultima settimana prima della pensione, e se ne va senza concedere una sola parola ai giornalisti. Niente latinorum, niente citazioni churchilliane, niente di quel garantismo d'accatto che per due anni aveva ammantato di cultura il più anodino dei ministeri. L'ex magistrato intellettuale — quello che si era candidato a riformare la giustizia italiana con la foga di un novello Montesquieu — ha scoperto nel giro di un referendum che il popolo, sovrano capriccioso, preferisce fidarsi delle toghe piuttosto che del governo che le voleva separare. Meditava le dimissioni, pare. Lo ha fermato la Meloni con il piglio di chi non può permettersi un'altra casella vuota a un anno dal voto. E così Nordio è rimasto: non dimissionato, non rilanciato, semplicemente... imbalsamato, come quei ministri di fine legislatura che occupano la poltrona con la dignitosa rassegnazione di un reperto museale in attesa di catalogazione.

Quel che resta di Nordio è un bilancio che farebbe impallidire anche il più creativo degli spin doctor: cinquanta nuovi reati firmati dal campione del garantismo, carceri al record di sovraffollamento, un'epidemia di suicidi tra i detenuti, e — ciliegina amara — la notizia da Bruxelles che l'abrogazione dell'abuso d'ufficio, fiore all'occhiello della sua stagione riformatrice, va riscritta perché l'Europa non gradisce. Il ministro che doveva alleggerire il codice penale si ritrova costretto a un passo indietro persino su quello. Intanto Bartolozzi è andata, Delmastro è andato, e sul ministero aleggia l'ombra tutelare di Mantovano, che supervisiona i dossier rimasti come un primario che non si fida del tirocinante. Tra i corridoi di via Arenula circola già il nome di Sara Kelany come prossima figura di garanzia: avvocata, deputata in commissione Affari costituzionali, esperta di immigrazione, Sorella d'Italia della prima ora — una di quelle militanti temprate nei decenni in cui il partito era piccolo e feroce, non ancora ingrassato dal potere. Competente nelle materie giuridiche quanto basta, e soprattutto dotata della virtù più rara e preziosa nell'ecosistema meloniano: sa stare zitta quando serve. Qualità che, alla luce degli ultimi mesi di via Arenula, suona quasi come un lusso rivoluzionario. Nordio, che di Churchill citava tutto tranne la capacità di dimettersi con stile, chiuderà la sua esperienza da ministro quando la chiuderanno anche gli altri: tra un annetto, con passo stanco e grimaldelli appesi al petto come medaglie di una guerra persa.


LA SANTA ABDICA

 


F. A.

 Il governo si libera del suo ingombro più costoso.

C'è un momento, nella vita politica italiana, in cui il potere smette di essere una questione di principi e diventa una trattativa sul prezzo dell'uscita. Quel momento ha un nome, stavolta: Daniela Santanchè. Per ventiquattr'ore la ministra del Turismo ha resistito con la cocciutaggine di chi sa di avere qualcosa da vendere, barricata nel suo ministero mentre il governo le crollava intorno con la grazia di un ponteggio mal montato. Poi, come sempre accade in Italia, è arrivata la lettera. Non le dimissioni di una sconfitta, ma il conto presentato da chi ha perso la partita senza tuttavia rinunciare all'ultima mossa: «Obbedisco», ha scritto alla premier, con quel tono da martire laica che in questo paese garantisce almeno una ricompensa e, nei casi fortunati, una ricandidatura.

Giorgia Meloni aveva deciso, con il pragmatismo di chi governa sapendo che i sentimenti sono un lusso della campagna elettorale. Il referendum sulla giustizia, naufragato, aveva aperto una crepa; Delmastro e Bartolozzi erano già caduti; restava la Santanchè, a processo per falso in bilancio e indagata per bancarotta, ostinatamente convinta che le proprie vicende giudiziarie non avessero nulla a che fare col voto. La premier l'ha smentita con una telefonata, poi con un comunicato — gesto inusuale e perciò brutale — e infine con il silenzio. A fare da pontiere è stato Ignazio La Russa, vecchio amico della «Pitonessa», ultimo ad avere ancora credito presso di lei in un partito che l'aveva già sepolta da mesi. È lui che l'ha convinta: non c'era più agibilità, il rapporto con Meloni si era rotto, inutile continuare.

Restano, a vicenda chiusa, le domande che in Italia non si fanno mai ad alta voce. Santanchè non è il tipo che cede senza ottenere nulla; le voci su una trattativa, su future ricandidature, su ruoli promessi in cambio del passo indietro, circolano nei corridoi con quella discrezione che in realtà è pubblicità travestita. La stilettata finale della lettera — «sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri» — suona meno come un congedo che come una cambiale lasciata sul tavolo. Meloni ha il suo repulisti. Santanchè ha il suo epilogo. E l'Italia ha un altro capitolo di quella commedia nazionale in cui nessuno perde davvero, purché si trovi il modo di fargliela pagare agli altri.


AUTOBUS PUNTUALI...SULLA CARTA: IL PARADOSSO DELLE TABELLE IMPOSSIBILI

 


a cura di Roberto Barbera*


Tra traffico bloccato e orari irreali, gli autisti pagano ritardi che non causano.


Gli autobus restano inchiodati nel traffico di via Catania, le tabelle di marcia saltano come promesse elettorali e i servizi si sfilacciano sotto gli occhi dei cittadini. Fin qui nulla di nuovo, se non fosse che, nel copione, l’unico chiamato a rispondere è proprio l’autista. A lui si chiede puntualità svizzera in una città che offre, generosamente, condizioni da labirinto cretese. Il problema è semplice e insieme grottesco: le tabelle di marcia spesso non tengono conto del traffico reale, dei cantieri permanenti e delle deviazioni improvvise. Così l’autista parte già in ritardo “tecnico”, accumula minuti come un collezionista e si ritrova a inseguire un orario che esiste solo sulla carta. 

Nel frattempo deve garantire sicurezza, assistenza ai passeggeri e rispetto delle fermate, mentre fuori regna il caos. Il paradosso finale è degno della migliore satira: oltre a guidare in condizioni critiche, l’autista deve anche superare verifiche di servizio basate su parametri spesso scollegati dalla realtà. È un po’ come chiedere a un marinaio di rispettare l’orario d’arrivo ignorando il mare in tempesta. Ma qui il mare è di asfalto, e la tempesta è quotidiana.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

NUOVO DECRETO SULLE OCCUPAZIONI ABUSIVE

 di G. IACONO •  La normativa introdotta dal Decreto Sicurezza 2025, ha creato una procedura accelerata per gli sgomberi. L'intervento i...