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giovedì 28 maggio 2026

I GIOVANI? PAGATE VOI, GRAZIE

 



a cura di Anna Lombardo


Il Pnrr prometteva futuro alle nuove generazioni. In Sicilia — e a Messina in particolare — ha mantenuto fede solo ai creditori.



Esiste un modo tutto italiano di amare i giovani senza occuparsene. Si chiama retorica, e in Sicilia ha radici particolarmente profonde. Il Pnrr era uno strumento per ridurre le diseguaglianze generazionali. Parole bellissime. In Sicilia le parole bellissime vengono pronunciate con convinzione e archiviate come le fotografie dei matrimoni finiti male. I fondi per la dispersione scolastica sono stati distribuiti a pioggia — espressione che da noi assume un significato quasi meteorologico: qualcosa che bagna tutto senza irrigare niente. A Messina, dove migliaia di ragazzi siedono in classe senza capire, senza sperare e senza che nessuno se ne preoccupi — quella che gli esperti chiamano dispersione implicita, distinta dall'abbandono formale — si è continuato a parlare di hub del Mediterraneo. I Neet sono cresciuti in silenzio. Spariscono — verso il nprd Italia o in Europa, dove qualcuno finge di aver bisogno di loro.


Il Pnrr prevedeva che almeno il trenta per cento della nuova occupazione andasse a giovani e donne. Una quota modesta, e tuttavia disattesa. In Sicilia — dove il tasso di occupazione femminile è il più basso d'Europa, dove si nasce femmina e si impara che il destino prevede il matrimonio o l'emigrazione — il messaggio è rimasto invariato: arrangiatevi, ma con grazia. Le giovani donne messinesi dei ceti più fragili sono il gruppo più numeroso tra chi ha abbandonato tutto: formazione, lavoro, l'idea di un futuro negoziabile. Conteggiate nei rapporti, citate nei convegni. Poi lasciate al loro modello di genere d'antan.


Il Pnrr, per la parte che andrà rimborsata, non è un regalo: è un prestito. Quei giovani a cui non sono state date scuole migliori né lavoro stabile si ritroveranno a ripagare un debito contratto per investimenti che non li hanno riguardati. Beffati due volte: prima si nega loro il futuro, poi si presenta il conto. In Sicilia, dove le promesse hanno la consistenza dell'acqua sul marmo, questa beffa ha qualcosa di antico. Si chiama come si è sempre chiamata: abbandono. Con la sola differenza che stavolta è stato finanziato dall'Europa.


mercoledì 27 maggio 2026

DENTRO LA SCATOLA NERA DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE .

 




DOBBIAMO CAPIRE COME FUNZIONANO LE MACCHINE , PRIMA CHE LE MACCHINE DECIDANO  PER NOI 


L’interpretabilità dell’intelligenza artificiale non è una questione tecnica da lasciare ai ricercatori. È una scelta di civiltà su chi detiene il controllo del futuro.


Immaginate di affidare la vostra diagnosi medica a un medico che non sa spiegarvi perché ha raggiunto quella conclusione. 


Non per reticenza, non per arroganza, semplicemente perché non lo sa. 

Il processo che lo ha portato alla risposta è, per lui stesso, opaco. Questo non è un esperimento mentale distopico. 

È la realtà quotidiana dei sistemi di intelligenza artificiale che già oggi influenzano decisioni in ospedali, tribunali, banche e governi di mezzo mondo.


L’interpretabilità , cioè la capacità di comprendere come e perché un modello di IA produce un determinato output , è diventata una delle frontiere più urgenti del dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale. 

Mentre l’attenzione collettiva si concentra sulla creatività delle macchine, sui posti di lavoro a rischio e sui diritti d’autore, una domanda più fondamentale rimane spesso inascoltata: sappiamo davvero cosa succede dentro questi sistemi?


I modelli linguistici di ultima generazione sono costruiti su miliardi di parametri: connessioni numeriche che si attivano in sequenze complesse per produrre testo, codice, analisi e decisioni. Nessun essere umano ha mai “letto” l’interno di questi sistemi nel senso in cui un ingegnere può leggere un circuito elettrico. I ricercatori osservano ingressi e uscite, formulano ipotesi, conducono esperimenti. Ma il meccanismo profondo resta in larga parte sconosciuto anche a chi lo ha costruito.


Questo non sarebbe necessariamente un problema se la posta in gioco rimanesse bassa. 

Quando un algoritmo di raccomandazione ci suggerisce un film sbagliato, il danno è trascurabile. 

Ma l’intelligenza artificiale si è già insinuata in ambiti dove gli errori possono avere conseguenze gravi: sanità, giustizia, credito, sicurezza, istruzione.


Un sistema opaco può discriminare senza che nessuno riesca subito a capirlo. Può penalizzare certi gruppi sociali, rafforzare pregiudizi esistenti, prendere decisioni apparentemente razionali ma fondate su correlazioni distorte. E quando non sappiamo perché una macchina decide in un certo modo, diventa difficile correggerla.


C’è poi una questione ancora più sottile. 

Un sistema può apparire perfettamente allineato con i valori umani durante i test e tuttavia funzionare secondo logiche interne che non comprendiamo. 

Può imparare a sembrare affidabile senza esserlo davvero. 

Può produrre risposte rassicuranti non perché “capisca” ciò che è giusto, ma perché ha imparato che quel comportamento viene premiato.


Per dirla in modo semplice: come distinguiamo un’intelligenza artificiale che si comporta bene perché segue davvero criteri corretti da una che ha soltanto imparato a imitare il comportamento desiderato? Senza strumenti di interpretabilità, questa distinzione resta oscura.


Ed è proprio qui che il problema diventa urgente. Più i sistemi diventano capaci, più la loro opacità diventa rischiosa. Non basta che una macchina funzioni. Dobbiamo poter capire perché funziona, quando sbaglia e in che modo può essere corretta.


La capacità dei sistemi di intelligenza artificiale cresce a un ritmo impressionante. Ogni nuova generazione di modelli introduce abilità inattese, comportamenti emergenti, possibilità che fino a poco tempo prima sembravano lontane. 

La nostra comprensione, però, non avanza sempre alla stessa velocità.


È come costruire aerei sempre più potenti mentre si sta ancora imparando a progettare il cruscotto. 

Finché gli aerei sono piccoli e lenti, il rischio può sembrare accettabile. Ma quando diventano veloci, complessi e centrali per la società, volare senza strumenti affidabili diventa irresponsabile.


L’interpretabilità è proprio questo: il cruscotto dell’intelligenza artificiale. Senza di essa possiamo osservare la rotta, ma non comprendere davvero il motore. Possiamo vedere il risultato, ma non controllare pienamente il processo.


La politica dell’opacità


Il tema non riguarda solo gli ingegneri. Riguarda la democrazia.


Un sistema opaco è un sistema difficile da contestare. 

Se un algoritmo nega un prestito, rifiuta una candidatura, segnala una persona come “a rischio” o influenza una decisione giudiziaria, il cittadino dovrebbe avere il diritto di sapere perché. 

Ma se nessuno è in grado di fornire una spiegazione comprensibile, quel diritto diventa una promessa vuota.


L’opacità tecnica può trasformarsi in opacità politica. 

Le decisioni automatizzate rischiano di diventare autorità senza volto; non discutibili, non verificabili, non pienamente responsabili. E una società democratica non può accettare che scelte fondamentali vengano delegate a sistemi che non possono essere interrogati.


Cisa fare ? 

La risposta non può essere soltanto tecnica. Servono investimenti pubblici nella ricerca sull’interpretabilità, indipendenti dagli interessi commerciali delle grandi aziende tecnologiche. Servono regole chiare per le applicazioni ad alto impatto. Servono standard minimi di spiegabilità, verifiche esterne, audit indipendenti.


Ma serve anche una cultura diversa dell’intelligenza artificiale. 

Non dovremmo considerare la comprensione interna dei modelli un dettaglio secondario, un lusso accademico o un ostacolo all’innovazione. Dovremmo considerarla un requisito essenziale.


L’innovazione senza controllo non è progresso: è delega cieca.


L’interpretabilità non è una questione tecnica di nicchia. 

È la condizione necessaria per costruire un rapporto maturo tra esseri umani e macchine intelligenti. 

Senza di essa, non stiamo guidando il futuro. Lo stiamo subendo.

martedì 26 maggio 2026

CACIO ALL'ARGENTIERA

 

Ovvero: Il formaggio che ingannava i vicini — e aveva pure ragione.


Storia

C'è, a Palermo, la Via dell'Argenteria lungo la quale vivevano gli argentieri: artigiani rispettabili che il vicinato credeva benestanti. Si supponeva che chi lavorasse l'argento avesse anche i mezzi per permetterselo. Supporre è gratuito, e per questo è così popolare. La realtà era diversa. Gli argentieri erano poveri nel senso pratico e quotidiano: il coniglio alla cacciatora non era alla loro portata. Ora, il coniglio alla cacciatora ha un profumo che attraversa i muri e arriva alle narici del vicinato come un telegramma aromatico. Un argentiere — di cui la storia non ha conservato il nome, ma che immagino con i baffi e un'aria soddisfatta — ebbe un'idea. Prese del caciocavallo, lo fece soffriggere con aglio, aceto e origano. Il profumo che ne uscì era identico a quello del coniglio. I vicini annusarono, approvarono, e trassero le proprie conclusioni. L'argentiere rise. Non sappiamo se da solo o in compagnia: entrambe le versioni hanno il loro fascino.

Ingredienti e Procedimento

Quattro fette di caciocavallo spesse un centimetro — o quanto la vostra coscienza consente. Uno spicchio d'aglio, olio extravergine, aceto di vino bianco, origano, sale, pepe. È tutto. Chi sente il bisogno di aggiungere qualcosa è pregato di resistere. Si scalda l'olio, si aggiunge l'aglio intero — così lo si può togliere dopo, quando ha svolto il suo compito e rischia di farsi notare troppo. L'aglio è come certi personaggi secondari nei romanzi: essenziale nella prima parte, ingombrante nella seconda. Quando è dorato, si toglie. Si adagiano le fette a fuoco medio, senza toccarle, finché non si forma la crosticina — la ricompensa morale di chi sa aspettare. Si girano, si sfuma con l'aceto — la padella sfrigola con entusiasmo e il profumo sale verso i vicini, puntuale come sempre. Origano, pepe, e si serve subito: caldo, filante, su pane casereccio tostato con pomodorini ciliegini e un filo d'olio.

Mantiade

«In cucina come nella vita: chi non ha la fantasia non ha nulla — chi ce l'ha, ha già il pranzo pronto.»



domenica 24 maggio 2026

IL VALORE DELL’UOMO E PERCHÉ LA SECONDA FORMULA DI KANT PARLA AL NOSTRO PRESENTE


di AG Rizzo 

 IL SUPERAMENTO DELLA STRUMENTALIZZAZIONE E LA COSTRUZIONE DELLA PROPRIA DIGNITÀ 

Nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785), Immanuel Kant scrive una delle frasi più rivoluzionarie della storia del pensiero occidentale: «Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo».

Con questo principio, il filosofo tedesco formula il secondo imperativo categorico, spostando il focus della morale sulla dignità intrinseca di ogni essere umano. Ma cosa significa, concretamente, non ridurre l'altro a un semplice "mezzo"?


Nella vita quotidiana utilizziamo continuamente gli altri per soddisfare i nostri bisogni: ci serviamo del panettiere per avere il pane, del medico per curarci, del collega per portare a termine un progetto. Kant non condanna questa interazione interpersonale; l'avverbio chiave della sua massima è infatti «sempre anche».


L'errore morale si consuma quando l'altro viene ridotto esclusivamente a uno strumento, a un oggetto per il nostro profitto o per il nostro piacere. 

Riconoscere l'essere umano come «fine in sé» significa accettare che ogni persona possiede un valore assoluto e indipendente dalla sua utilità pratica.


Un aspetto spesso trascurato della formula kantiana è il dovere verso «la tua persona». Kant ci ricorda che non abbiamo il diritto di strumentalizzare nemmeno noi stessi.


Vendere la propria dignità, accettare lo sfruttamento,  o annullare la propria identità per compiacere gli altri, sono violazioni del principio morale tanto quanto il calpestare il prossimo. 

Rispetto degli altri e rispetto di sé viaggiano sulla stessa linea d'onda.


A distanza di secoli, l'imperativo kantiano risuona con straordinaria urgenza nelle dinamiche della società moderna:

Nel lavoro con la condanna degli algoritmi che riducono i lavoratori a puri dati di produttività.

Nel digitale contrastando la logica dei social network, dove gli utenti diventano merce di scambio per i dati pubblicitari.

Nell'economia con il rifiuto dei modelli globali che antepongono il profitto finanziario alla salute e ai diritti delle comunità.

In politica con la piena subordinazione dell’azione politica  al diritto e alla morale universale


L'eredità di Kant è un invito radicale all'empatia razionale. 

Trattare l'umanità come fine significa guardare chi abbiamo di fronte non come un ostacolo o un gradino per il nostro successo, ma come un intero universo di diritti, desideri e valori inviolabili. 

DYLAN SUONA, GIUDA PAGA TUTTO

 


Il vecchio Bob compie gli anni e qualcuno, ancora una volta, vorrebbe tagliargli i cavi.


C'è una scena che vale un romanzo. Newport, 1965. Pete Seeger — eroe della canzone di lotta, profeta del banjo e della coscienza popolare — agita le mani nell'aria come un esorcista mancato, perché quel ragazzo di Duluth ha portato sul palco una band elettrica e sta facendo tremare le assi del festival folk più austero d'America. Seeger avrebbe voluto tagliargli i cavi. Non lo fece. E il rock'n'roll nacque anche da quel gesto trattenuto, da quell'ascia che non cadde. Morale della storia: i cavi non vanno mai tagliati. Vanno ascoltati finché fanno male.

L'anno dopo, Manchester. Un signore del pubblico urla Judas verso il palco. Dylan incassa, aspetta, poi si gira verso la band con quella faccia da funerale texano che ha sempre avuto e dice: Play it fuckin' loud. La risposta più elegante che il Novecento musicale abbia prodotto. Non un'arringa, non un manifesto, non una lettera aperta ai compagni. Solo un volume alzato al massimo e Like a Rolling Stone che sfonda il soffitto della Free Trade Hall come una granata. I traditi erano lì ad aspettarsi una ballata acustica e invece si sono beccati il futuro in faccia. Capita, quando si scambiano i profeti per i traditori.
Bob Dylan compie oggi — era il 24 maggio 1941, Duluth, Minnesota, un posto che sembra inventato da Steinbeck — ottantacinque anni in questo pezzo e molti di più nella realtà. Il «Neverending Tour» gira ancora, la giacca da vecchio cowboy texano è quella giusta, il blues elettrico è scontroso come sempre. Mentre altri invecchiano tentando di sembrare giovani, lui invecchia come se non gliene importasse niente, che è l'unico modo dignitoso di farlo. Cold Irons Bound, versione dal vivo, registrata per un film che nessuno ha visto: quattro minuti di sporco glorioso. Tanti auguri, vecchio Bob. E a chi voleva tagliarti i cavi: non ci siete riusciti allora, non ci riuscirete adesso.


Like A  Stone
Brano di Bob Dylan ‧ 1965


sabato 23 maggio 2026

TANTO RUMORE PER NULLA



F.AVA


 Tre anni e mezzo di decreti-tampone, riforme naufragate e record di longevità: il governo più longevo della Repubblica consegna alla storia il curriculum di un saltimbanco. 

Il governo Meloni ha raggiunto un primato degno di nota: 131 decreti legge, tanti quanti i disegni di legge ordinari. Un'equazione perfetta, quasi artistica, che fotografa con precisione chirurgica la filosofia di un esecutivo che ha confuso l'urgenza con la governance. Mark Twain osservava che la differenza tra la parola giusta e quella quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola. Ebbene, questo governo ha governato a lucciole: bagliori intermittenti, molto rumore, nessuna luce stabile. Il premierato è tramontato, l'autonomia differenziata è stata bocciata dalla Corte costituzionale, la riforma della giustizia giace in un cassetto. Tre anni e mezzo, una legislatura intera a disposizione, e il risultato è un catalogo di cantieri aperti che nessuno ha intenzione di chiudere.

C'è qualcosa di straordinariamente comico — nel senso più alto del termine — nel fatto che il governo che si vantava di voler durare per riformare abbia invece durato senza riformare. L'ossessione per il record di longevità si è trasformata in una trappola elegante: più si rimaneva in sella, più diventava evidente che non si sapeva dove andare. I decreti d'urgenza si sono moltiplicati come conigli — sicurezza, immigrazione, accise, autotrasporto — ciascuno presentato come risposta a un'emergenza, ciascuno destinato a non cambiare nulla di strutturale. Nel frattempo il Parlamento, sommerso da leggi di conversione da concludere entro sessanta giorni, non riusciva a trovare il tempo per legiferare davvero. Una macchina che correva velocissima restando ferma.

Resta un anno e mezzo. Abbastanza per invertire la rotta, se esistesse la volontà. I temi ci sono: fine vita, governance Rai, energia nucleare. Ma il timore fondato è che altri decreti-tampone, la querelle sulla legge elettorale e le manovre di bilancio inglobino quel che resta della legislatura. E così il governo più longevo della storia repubblicana consegnerà ai posteri un'eredità paradossale: aver dimostrato, con encomiabile coerenza, che si può occupare il potere per anni senza mai davvero esercitarlo.


FLACCOMIO MESSINA

 


BARONIE COL CODICE FISCALE

 

di AG Rizzo 


La riforma Bernini semplifica il reclutamento universitario: meno burocrazia, meno trasparenza, meno merito. Il candidato ideale ha già la scrivania. 

La riforma Bernini arriva presentata come una grande operazione di modernizzazione: meno burocrazia, procedure più snelle, tempi più rapidi. Tutto bellissimo, se non fosse che tradotta dal burocratese all'italiano corrente la promessa suona diversamente — meno controlli, meno trasparenza, meno merito. Il baricentro si sposta sulle singole università, che gestiscono la selezione in un'unica fase: il candidato carica i titoli su una piattaforma ministeriale, il Ministero prende nota con la solennità di chi firma una ricevuta, e poi la partita vera si gioca nei corridoi del dipartimento, dove certi equilibri hanno la solidità del tufo e l'elasticità dello zero. Abbiamo installato una telecamera all'ingresso del teatro, ma la commedia si recita dietro le quinte.

Il problema, naturalmente, non è chi giudica. È chi scrive il bando. Chi disegna il profilo del candidato ideale con la precisione sartoriale di chi ha già il modello in mente — "filologia comparata del bottone nel tardo pomeriggio", tre pubblicazioni, un dottorato e un ufficio al terzo piano. Il concorso esiste, i verbali esistono, la commissione esiste, le dichiarazioni di imparzialità esistono. Esiste tutto, tranne la competizione. È una messa laica del merito, celebrata con grande scrupolo liturgico davanti a una platea che conosce già il nome del santo da canonizzare. Alla Capria avrebbe detto che è un paese dove le forme si rispettano con tanto maggiore solennità quanto più la sostanza è già stata altrove consumata.

Eppure tutto questo si chiama riforma coraggiosa. Il coraggio sarebbe fare l'opposto: concorsi aperti, bandi che non siano ritratti del candidato già scelto, giovani ricercatori trattati come risorsa e non come manodopera a termine. Invece no. I precari continuano a pubblicare, insegnare, aspettare — e alla fine scoprono che il posto era già assegnato prima che aprissero il bando. Le parole cambiano: autonomia, semplificazione, efficienza. La sostanza no. È solo un modo più elegante per dire che vince chi era già dentro.

Alì Terme in festa per Maria Ausiliatrice: una comunità unita tra fede, devozione e tradizione

 di Carmelo Tringali  Si sono conclusi sabato scorso ad  Alì Terme  i solenni festeggiamenti in onore di  Maria Ausiliatrice , un appuntamen...