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domenica 1 marzo 2026

SANREMO, L’ETÀ DELL’INNOCENZA (TARDIVA)


 Cronaca di un festival che canta al passato remoto e chiama emozione la nostalgia.


Il Festival di Sanremo quest’anno somigliava a un elegante salotto visto dallo specchietto retrovisore: impeccabile nelle buone maniere, irrimediabilmente superato nei contenuti. Linguaggi levigati, melodie composte, amori che sospirano con disciplina metrica aspettando la rima con “cuore”. Fuori, intanto, una generazione parla in endecasillabi spezzati e basi martellanti: è il rap, che può non piacere ma esiste, ed è presente come un vicino rumoroso che nessuno invita a cena. Negli anni Settanta, quello stesso palco ebbe almeno l’audacia di far entrare i capelli lunghi e le chitarre elettriche; accolse la canzone d’autore e conobbe perfino il gesto estremo di Luigi Tenco, che preferì il silenzio definitivo alla banalità. 

Oggi la banalità, più prudente, vince ai punti.
Salvo rare eccezioni, i testi hanno riscoperto la mamma.
 Non la tragica Medea né la spregiudicata Clitennestra, ma l’eterna Agnese dei I promessi sposi: paziente, consolatoria, sempre pronta con il fazzoletto.
 Dal palco la si celebra come un bene rifugio; dalla platea i figli, debitamente commossi, restituiscono devozione. 
È il trionfo dell’affetto garantito, del sentimento a chilometro zero. Nulla di più rassicurante, nulla di più stucchevole.
 Al Teatro Ariston non è accaduto nulla, e lo si è chiamato sobrietà. Nessuna crepa, nessun eccesso, nessuna sorpresa: la festa perfetta per chi teme le feste. Si è pronunciata la parola “emozione” con zelo liturgico, come se bastasse nominarla per evocarla.
 Ma l’emozione, come l’ironia, detesta i palinsesti. Sanremo continua a cantare; il presente, semplicemente.


sabato 28 febbraio 2026

ASSOLUTAMENTE, PAROLA SOVRANA

 


CORSIVO



Un avverbio totale che invade conversazioni, televisioni e chat, trasformando l’enfasi in surrogato del pensiero e il volume in argomento.


Se volessimo redigere un inventario delle superstizioni linguistiche contemporanee, “assolutamente” meriterebbe una voce a sé, magari in grassetto e con nota di allarme. 
Non è più un avverbio: è una protesi morale, un oggetto contundente, un talismano agitato contro la complessità. 
L’abuso è trasversale, ma in politica diventa industria pesante. 
Non circola: esonda. Tracima. Cola dai banchi parlamentari come lava di certezza preventiva.

Giorgia Meloni ne fa un uso industriale: “assolutamente” diventa vernice impermeabile stesa su capriole sintattiche e congiuntivi maltrattati. L’effetto è una dichiarazione blindata, anche quando il contenuto resta in libera interpretazione. Matteo Salvini lo usa come una mitraglia lessicale. Il blocco navale? “Assolutamente!” La sicurezza? “Assolutamente!”. 
Qualunque cosa diventa bersaglio di quell’avverbio sparato a raffica: sui migranti da respingere, assolutamente! Sul diritto di dire minchiate? Assolutamente! Dalla sua bocca rimbalza, fa rumore, produce eco. Il significato è facoltativo. 

Elly Schlein ne fa un uso acrobatico: lo adopera come Tarzan la liana. “Troverete l’accordo con i Cinque Stelle?” — “Assolutamente.” 
Diventa ponte sospeso tra due vaghezze: da una parte il campo largo, dall’altra l’unità progressista, nel mezzo un fraseggio che si avvita con disinvoltura.

 E i Cinque Stelle? L’eco restituisce un “assolssolutamente”, balbuzie enfatica che tradisce l’ansia di affermare prima di chiarire.
In questo teatro dell’assoluto, l’avverbio è scudo e trampolino.
 Copre crepe logiche, permette di atterrare in piedi — o di sembrarlo. 

Il risultato è una politica che suona granitica e risulta friabile. L’elettore si abitua alla sentenza, non alla dimostrazione. 
Intanto il lessico si restringe, la sintassi si piega, il dubbio si ritira come marea stanca. 

Così “assolutamente” diventa l’epitaffio preventivo di ogni discussione: promette totalità, consegna semplificazione. Assolutamente.

 

venerdì 27 febbraio 2026

SMART & EASY INGLESE FACILE

 



Frasi utili quotidiane

Frasi che devi sapere:


  • Thank you → Grazie
  • Please → Per favore
  • Sorry → Scusa
  • Excuse me → Mi scusi / Permesso
  • Can you help me? → Puoi aiutarmi?



🧠 Come chiedi un caffè?

👉 Can I have a coffee, please?



giovedì 26 febbraio 2026

Tom Waits



 Tom Waits nasce nel 1949 in California. Luogo adatto a fabbricare illusioni. Lui, invece, preferisce fabbricare disincanto.

Fa il cantautore, il compositore, l’attore. In sostanza: racconta storie. Non quelle edificanti. Quelle vere, che di solito si tengono lontane dalla buona educazione. Negli anni Settanta canta di bar, insonnia e amori che finiscono prima di cominciare. Sembra un pianista capitato lì per sbaglio e rimasto per necessità.
La voce non è bella. È convincente. Pare passata su carta vetrata e poi lasciata sotto la pioggia. Non seduce: persuade.
Negli anni Ottanta cambia musica. Letteralmente. Abbandona le mezze tinte e sceglie il ferro, la ruggine, il rumore. Fa suonare ciò che gli altri butterebbero via. È un talento raro: trasformare lo scarto in stile.
Vince premi. Entra nei templi ufficiali del rock. Ma resta un irregolare. Non appartiene alla musica di consumo: è musica che consuma.
È un artista di culto. Il che significa che non lo si ascolta per compagnia. Lo si ascolta per compagnia quando la compagnia non c’è.

Hold On

Il brano comincia con un cartello fuori città: promessa di gloria a buon mercato. L’America ama incoraggiare; mantenere è facoltativo.
Lei parte da Monte Rio “come una pallottola”. Differenza notevole: la pallottola sa dove va. Lei va in California, che è più un’idea che un luogo. Occhi di carbone, luna dorata, capelli al vento: quando il futuro è incerto, almeno l’illuminazione è buona.
Poi il consiglio: non voltarti, vai avanti, Jim. È l’antica ricetta contro i rimpianti. “Hold on” non garantisce successo. Suggerisce soltanto di restare in piedi — possibilmente tenendo la mano di qualcuno.

Hold On  [Traduzione italiana]

"Hanno appeso un cartello fuori dalla città
Se sei all'altezza, non sarai dimenticato
Così, lei lasciò Monte Rio ragazzo
Proprio come una pallottola lascia un fucile
Con gli occhi color carbone e i fianchi della Monroe
Andò e fece quel viaggio in California
Beh, la luna era dorata, i suoi
capelli come il vento
lei ha detto non guardarti indietro
vai solo avanti Jim
Oh devi tenere duro, tenere duro
Devi tenere duro
Prendi la mia mano, sono proprio qui
devi tenere duro"...
VIDEO segui il link : 


GIUSTIZIALISMO A TEMPO DETERMINATO

 


Dalle invettive di piazza ai prudenti ripensamenti: il consueto dietrofront dei giustizialisti d’ogni stagione.



Matteo Salvini ha un talento riconoscibile: arrivare prima dei fatti. A Voghera, il 20 luglio 2021, l’assessore Massimo Adriatici uccise Youns El Boussettaoui durante un alterco in piazza. 
La cronaca era ancora in costruzione e già la sentenza politica era servita: legittima difesa, senza sfumature.
 Poi sono arrivate le indagini, il processo, la condanna in primo grado per eccesso colposo. E il tono è cambiato: dall’assoluto alla “fiducia nella magistratura”. Più che una marcia indietro, un cambio di registro.

A Rogoredo il copione si ripete: “senza se e senza ma”. Ma i dettagli, ostinati, arrivano sempre. E l’inflessibile diventa garantista: “chi sbaglia paga, in divisa il doppio”. Non una smentita, piuttosto un aggiustamento di volume. 
Come certi video che scompaiono dai social dopo aver alimentato l’indignazione.

Il laboratorio perfetto resta Bibbiano: bambini trasformati in vessilli, accuse scolpite prima dei fatti, il marchio dei “ladri di bambini” agitato nei comizi. Non fu un assolo. Luigi Di Maio, allora al governo, partecipò al fervore accusatorio; Giorgia Meloni, dall’opposizione, presidiava le proteste con cartelli e parole di fuoco. Poi, con il ridimensionarsi dell’impianto e il moltiplicarsi delle assoluzioni, i protagonisti di quella stagione polemica smontarono le tende senza un’autocritica proporzionata al clamore iniziale. Parlare subito, controllare dopo. Finché la realtà presenta il conto. Poi si cambia spartito e si riparte. Alla prossima.

LUDOPATIA , IL KILLER SILENZIOSO DELLA MENTE


 di AG RIZZO *

Sotto la superficie di un passatempo innocuo si nasconde una delle dipendenze più devastanti e, paradossalmente, meno comprese: la ludopatia (o Gioco d’Azzardo Patologico). Come medico, vedo ogni giorno le cicatrici invisibili di questa patologia, spesso soffocata dal silenzio e dalla vergogna.


Se un tempo per giocare serviva recarsi fisicamente in una sala, oggi la rete ha abbattuto ogni barriera. Lo smartphone è diventato un casinò h24. La disponibilità costante, l’illusione di controllo fornita dagli algoritmi e l’uso di valuta virtuale (che anestetizza la percezione della perdita reale) hanno reso la rete il volano principale della patologia, colpendo fasce d'età sempre più giovani.

Come Diagnosticarla e "Smascherare" il ludopatico 


Il ludopatico è, per necessità di sopravvivenza del vizio, un mentitore seriale. Smascherarlo richiede attenzione a segnali specifici:

Irritabilità e distacco: Nervosismo ingiustificato quando non può connettersi o giocare.

Gestione del denaro opaca: Sparizioni di piccole somme, richieste di prestiti per "emergenze" vaghe, o eccessiva segretezza sui conti bancari.

Alterazione del tempo: Ore trascorse isolati con lo smartphone, con un calo drastico della produttività o dell'interesse verso gli affetti.


La buona notizia è che si può guarire. 

La terapia d’elezione è quella cognitivo-comportamentale, spesso associata a gruppi di auto-mutuo aiuto (come i Giocatori Anonimi). 

In alcuni casi, è necessario un supporto farmacologico per gestire l'impulsività. Fondamentale è anche il tutoraggio economico: la famiglia deve assumere il controllo delle finanze del paziente per rimuovere la "materia prima" della dipendenza.


Non è un vizio, è una malattia. 

Riconoscerla è il primo passo per smettere di perdere, non solo soldi, ma la propria vita.


Individuare la ludopatia non è semplice perché non offre segni fisici evidenti , come gli occhi rossi o l'eloquio strascicato. 

È una patologia del comportamento che si nutre di segretezza.


Ecco i segnali d'allarme suddivisi per aree, utili per capire se una persona cara è scivolata nel tunnel:

1. Segnali Psicologici e Comportamentali

• Pensiero Fisso: La persona appare costantemente distratta. Discute spesso di quote, scommesse o "sistemi", mostrando un interesse ossessivo per i risultati sportivi o l'estrazione dei numeri.

• Irritabilità da Astinenza: Manifesta rabbia, ansia o estrema tensione quando cerca di smettere o quando non può controllare i propri dispositivi.

• Il "Chase" (Inseguimento della perdita): È il segnale cardine. Dopo aver perso, il soggetto torna a giocare immediatamente per "recuperare", convinto che la fortuna debba girare.

2. Segnali Legati al Denaro

• Richieste di Prestiti: Spiegazioni vaghe per ammanchi di denaro (bollette dimenticate, riparazioni auto fantomatiche).

• Segretezza Finanziaria: Improvvisa gelosia per la propria posta, estratti conto nascosti o cambio delle password dei conti online.

• Vendita di Oggetti: Sparizione inspiegabile di piccoli preziosi, dispositivi elettronici o altri beni di valore in casa.

3. La Rete delle Menzogne

• Menzogne Sistematiche: Il ludopatico mente sull'entità delle perdite e sul tempo trascorso a giocare.

• Assenteismo: Ritardi al lavoro o a scuola, o sparizioni di diverse ore giustificate con scuse poco plausibili.

4. Cambiamenti nello Stile di Vita

• Alterazione del Sonno: Spesso i ludopatici giocano di notte, quando nessuno può controllarli, con conseguente stanchezza cronica durante il giorno.

• Isolamento Sociale: Abbandono di hobby, sport e amicizie storiche per dedicare ogni momento libero al gioco, specialmente se online.


Se riconosci tre o più di questi segnali, è fondamentale non affrontare la persona  con tono accusatorio (che lo spingerebbe a mentire ulteriormente), ma solo con ferma preoccupazione.


*




SMART&EASY INGLESE FACILE Articoli: A / An




 Articoli: A / An

Si usa A davanti a consonante:

a book

a car


Si usa AN davanti a suono vocalico:

an apple

an orange

an hour (la H non si pronuncia!)


🧠 È corretto dire “a apple”?

👉 No! Si dice an apple




MESSINA: IL TRAM E LA FILOSOFIA CHE VERRÀ

 


a cura di Roberto Barbera*

Un finanziamento intercettato, cantieri avviati e una città che ora deve scegliere la propria visione.

C’è da riconoscerlo con civile franchezza: l’ATM di Messina ha saputo attraversare con passo sicuro la non breve trafila ministeriale del Trasporto Rapido di Massa, presentando al MIT un progetto di riqualificazione della linea tranviaria che ha ottenuto circa 30 milioni di euro di contributo statale in conto capitale. La pratica, istruita dagli uffici tecnici dell’azienda e del Comune, è stata ammessa nell’ambito dell’avviso nazionale dedicato alle infrastrutture urbane sostenibili. Chapeau! I lavori, avviati il 17 marzo 2025, risultano formalmente in linea con il cronoprogramma. Resta tuttavia auspicabile — per amor di chiarezza più che di polemica — una rendicontazione puntuale dei SAL: percentuale effettiva delle opere eseguite, importi liquidati, somme residue e saldo finale. Le città moderne non temono i numeri; li pubblicano.

Non era affatto scritto nelle stelle. In un Paese dove i progetti talvolta si annunciano con squilli di tromba e si dissolvono con discrezione monastica, qui la competenza tecnica ha prodotto un risultato concreto. Ora, però, il merito amministrativo deve diventare responsabilità politica. Chiunque vinca le elezioni non potrà limitarsi a tagliare nastri con forbici lucenti, ma dovrà assumersi l’onere di collocare quest’opera dentro una visione coerente di città, affinché il tram non resti un episodio fortunato bensì l’incipit di una trasformazione ordinata.

Perché il punto vero non è soltanto completare una linea, ma governare la città che quella linea ridisegna. Se si guarda a Milano o Bologna, si scorgono alcuni capisaldi degni di imitazione: integrazione tariffaria autentica tra mezzi diversi; priorità semaforica e corsie protette senza esitazioni; intermodalità con parcheggi scambiatori e ciclabilità; comunicazione digitale trasparente e servizio misurabile. In una parola: sistema. Questa è la nuova filosofia di città di cui tanto si discorre e che ancora non si vede delineata con chiarezza. Senza filosofia, il tram resta un oggetto elegante che attraversa la città; con una filosofia, diventa la spina dorsale che la sostiene. E le città, come gli uomini, camminano meglio quando hanno una schiena dritta.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.




IMPIANTO DI MILI. L'ECOLOGIA DELLA CONVENIENZA

  L'impianto di Mili ha autorizzazioni, fondi PNRR e appalto aggiudicato. Scurria lo scopre a sei settimane dal voto.  Marcello Scurria,...