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mercoledì 18 febbraio 2026

ANIME MORTE E IL COMPRATORE DI ANIME MORTE: SATIRA ANTE LITTERAM DI UN'EUROPA UGUALE DA EST A OVEST

 


a cura di E. L. M. Irali

Dalla Russia zarista al Sud borbonico,

un traffico di “anime” smaschera il potere.
Ieri, oggi e , temiamo , anche domani.

Ci sono idee che non invecchiano. Una è quella di fare affari con i morti. In "Le anime morte" Gogol’ mette in scena un truffatore che compra servi defunti ancora registrati nei censimenti: un capolavoro di assurdità amministrativa che diventa ritratto spietato della Russia zarista. 
Tra proprietari grotteschi e funzionari ciechi, la satira si fa metafisica: il vero fantasma è la coscienza civile.

Un secolo dopo, D’Arrigo riapre il banco e cambia scenario. Ne "Il Compratore di anime morte" le “anime” si vendono nel Sud preunitario, tra principi in rovina e leggi scritte con l’inchiostro dell’ambiguità. L’aria è teatrale, storica, impastata di lingua e ironia; ma il meccanismo resta lo stesso: basta una norma confusa perché i morti rendano quanto i vivi.

Non è copia, è staffetta. Gogol’ inventa l’ingranaggio, D’Arrigo lo riaccorda su un’altra scena.
 E il risultato è sorprendentemente attuale: burocrazie miopi, opportunismi instancabili, sistemi che inciampano nelle proprie carte.
 Leggerli insieme significa scoprire che l’Europa, da est a ovest, sa cambiare bandiere ma non sempre vizi. Ieri, oggi e , con un sorriso amaro, domani.

BLUES AD ALTO VOLTAGGIO: HARMAN & TAYLOR, CORDE, FIATO E TEMPESTA


 di MICHELE LOTTA 


Tra un’armonica incandescente e una chitarra che piange come se avesse perso il bus, incontriamo James Harman, il texano dell’anima del blues che trasformava ogni nota in un sorso di whiskey. Nato con l’armonica in mano e un destino deciso a tirare il blues fuori dalla Mississippi Delta fino ai litorali californiani, Harman ha collezionato album come "Those Dangerous Gentlemen e Black & White", facendo sembrare ogni traccia un duello tra cuore e corda vocale. La sua James Harman Band era come una tavolata di amici al bar: tutti suonavano forte, ma nessuno parlava troppo — le armoniche parlavano per loro. In  foto lo affianca il grande Mick Taylor in una storica jam session, il british boy che scoprì presto che non bastava suonare la chitarra se non potevi farla piangere, ridere e sospirare nello stesso secondo. Dopo una carriera nei Rolling Stones dove ha impreziosito classici memorabili, Taylor ha deciso che l’etichetta “rockstar” gli stava stretta e ha abbracciato un blues più riflessivo: nel suo album solista il suono è come un whisky servito in vecchi bicchieri di cristallo, ogni assolo un elegante slancio verso l’infinito.

 Nel 1991, in una di quelle date che suonano come una battuta di spirito, il chitarrista inglese e l’armonicista americano si ritrovarono sullo stesso palco, incastrando vinili e armoniche — un incontro casuale ma degno di una commedia musicale: lui con le corde, lui con l’armonica, e il pubblico sospeso tra lacrime e risate. In fondo, i loro rispettivi dischi migliori sono come due capitoli diversi della stessa storia: uno parla d’amore, l’altro di perdite, entrambi con una tazza di ironia e un cuore che batte al ritmo del blues



MESSINA, LE PARTECIPATE COME COSTELLAZIONE DEL POTERE

 



a cura di Roberto Barbera*

Dimettersi per servire è sempre un atto nobile. Purché si chiarisca chi si serve e quale disegno si custodisce con tanta premura.

C’è, a Messina, una pedagogia silenziosa del potere che si dispiega nelle pieghe dell’amministrazione quotidiana. Gli amministratori delle partecipate che lasciano l’incarico per candidarsi al Consiglio comunale non compiono soltanto un atto dovuto: trasformano l’esperienza gestionale in capitale politico, la prossimità ai servizi in consenso organizzato. È un’arte paziente, che matura nei corridoi dove il bisogno incontra la decisione. E quando giunge l’ora delle liste, quel patrimonio relazionale viene tesaurizzato e speso per rinsaldare la compagine che governa la città, secondo una logica di continuità più che di avventura.

Al centro di questa architettura sta il sindaco, l’avvocato Federico Basile, figura di amministratore metodico, cresciuto dentro una scuola politica esigente e temprato da un’esperienza ormai consolidata. La sua cifra non è il gesto teatrale ma la tenuta: una fedeltà priva di incrinature al proprio mentore, l’onorevole Cateno De Luca, che ne ha accompagnato l’ascesa e continua a orientarne l’orizzonte. In questa dialettica di luce riflessa e luce restituita, Basile incarna la stabilità operosa, il garante di un metodo che intreccia disciplina amministrativa e coesione politica.

Così il Comune appare come una holding sobria e accentrata, con le partecipate a orbitare come satelliti funzionali, ciascuno portatore di consenso diffuso. La strategia è lineare: consolidare Messina per proiettare altrove la propria forza gravitazionale. Ogni candidatura che germoglia da quell’universo gestionale è un tassello di una scacchiera più ampia, dove la fedeltà diventa infrastruttura e la continuità si fa progetto. Non è l’improvvisazione a dettare il passo, ma una lenta, tenace costruzione di potere: due carriere che scorrono parallele e convergenti, quella di De Luca verso la presidenza della Regione Siciliana, antico sogno custodito con ostinazione, e quella del suo sindaco-messaggero proiettata verso il Parlamento nazionale. Scommettiamo che alle prossime elezioni Basile si presenterà con la fascia tricolore ancora sul petto, pronto a consegnarla, subito dopo, al successore designato? Il nome, per ora, resta sospeso nell’aria dello Stretto. Lo sapremo solo vivendo.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico._


MELONI E L'ARTE DEL NÌ

 


Tra Washington e Berlino la premier affina l’equilibrismo costituzionale, pontiera senza fiume, osservatrice di tutto e decisora di niente

Nell’ora delle scelte irrevocabili Giorgia Meloni afferra il manuale del perfetto equilibrista e si colloca nel punto esatto in cui nessuno può accusarla d’essere caduta: il centro del nulla.
 Andare da Donald Trump per il Board of Peace? Sì, ma solo come osservatrice, ché la Costituzione veglia. Non andare? Forse. Mandare un emissario? Nì, sublime avverbio della contemporaneità.
Dire sì significa urtare l’Europa che, dopo i rimbrotti anti-MAGA di Friedrich Merz a Monaco, riscopre improvvisi ardori nucleari in asse con Parigi e Londra. Dire no, però, equivarrebbe a scontentare Washington, che non ama i tiepidi se non quando sono docili. Così la premier pratica la scienza del “forse” elevato a sistema di governo.

A turno, il vicepremier Antonio Tajani appare e scompare come particella quantistica. Andrà lui? Forse. Si accomoderà tra autocrati assortiti? Forse no. In Farnesina i biglietti restano in uno stato di sospensione metafisica. 
Lo scudo è la risoluzione 2803 dell’Onu; l’imbarazzo, i no cortesi dei grandi europei (perfino il Vaticano si astiene). Tajani elenca presenze consolatorie – Cipro, Romania, Slovacchia – come fossero prove ontologiche dell’esistenza dell’Europa. “Non siamo ai margini”, proclama, mentre disegna con il compasso il centro del bordo.

Nelle chat di governo si attende un WhatsApp da Berlino: se Merz non va, non si va; ma se non manda nessuno, mandar qualcuno diventa eccesso di zelo. Intanto il ministro Guido Crosetto rassicura: l’ombrello migliore resta quello americano, non si cambia copertura in caso di pioggia atlantica. 
E la premier? Pontiera senza fiume, custode di un’etichetta che non ha ancora prodotto conseguenze, difende il ponte immaginario tra le due sponde. Non con Trump contro l’Europa, né con l’Europa contro Trump: con entrambi, ma solo un poco. 
Così, nella terra di nessuno che ella stessa ha cartografato, il capolavoro politico diventa un esercizio di calligrafia: impeccabile, elegante, indeciso.

martedì 17 febbraio 2026

FRA BRUXELLES E WASHINGTON LA BUSSOLA DI MELONI IMPAZZISCE

 


Da qualche giorno non sappiamo se l’Italia sia un avamposto nordafricano con vista Mediterraneo, una dependance svagata dell’Unione o una dépendance in franchising degli Stati Uniti. 

La faccenda sarebbe comica se non fosse patriottica, nel senso domestico del termine: si sta a prua finché conviene, poi si scopre che anche la poppa offre panorami struggenti. Così la premier oscilla fra Friedrich Merz e Donald Trump come un metronomo in cerca di spartito. 

A Monaco si discuteva di deterrenza atomica e di riarmi dal retrogusto novecentesco, e lei era ad Addis Abeba, scelta che ricorda quei personaggi di romanzo che mancano sempre la scena madre per poter dire, con candore, d’essere stati altrove. 

L’arte dell’assenza è una forma superiore di presenza, purché nessuno chieda: presente a che cosa?


Del resto, la cifra del governo è militare: ordine in caserma, saluto ai mercati, deferenza ai graduati di Bruxelles, carezze allo spread che da mostro usuraio diventa compagno di bevute. 
Il sergente mette in riga i sottoposti e poi attende il generale, perché l’eroismo consiste nello scegliere il vincitore quando ha già vinto. I nemici di ieri sono gli amici di domani: basta cambiare mostrina.
 Così l’Europa è matrigna finché non è matrice, Washington è padrone finché non è partner, e l’Ucraina si sostiene con prudenza contabile: soldi sì, soldati no, coscienza sì, conseguenze no. 
È il patriottismo all’italiana, elastico e reversibile, che promette fedeltà alla bandiera purché la bandiera indichi dove tira il vento.

 E quando il vento cambierà, cambierà anche la fedeltà, con impeccabile disciplina da sergente in cerca di comandante.

MERAVIGLIA IN ITALIA . Carpinone: l'Elettrificazione del Nulla e il Miracolo dei 10 Chilometri

 



Signore e signori, fermate tutto e avvisate Elon Musk, perché la conquista dello spazio può attendere;  il Molise ha appena conquistato il tempo


Dopo un’attesa che ha visto l’ascesa e la caduta di imperi, due guerre mondiali e l’ ananas sulla pizza, a Carpinone è arrivato il treno. 

E non un treno qualunque, ma quello elettrico a velicità fotonica (o quasi)


Per coprire i circa 10 chilometri che separano Isernia da Carpinone, il sistema ferroviario ci ha messo "solo" qualche anno di lavori e un secolo abbondante di riflessione filosofica. Se la matematica non è un’opinione (ma in Molise le opinioni contano più della gravità), siamo davanti a un progresso che viaggia alla velocità di una lumaca col colpo della strega.

L’arrivo del convoglio il 19 gennaio 2026 è stato celebrato con fuochi d’artificio e banda musicale


Un entusiasmo comprensibile: per gli abitanti, vedere un oggetto  su rotaie è un’esperienza mistica paragonabile all'avvistamento di un UFO, ma con meno probabilità di rapimento alieno (gli alieni, si sa, temono le coincidenze di Trenitalia).


Un’opera da record

La stazione era stata inaugurata nel 1897. Da allora, il concetto di "prossimamente" ha assunto sfumature epiche. I lavori di elettrificazione, partiti nel 2020, hanno richiesto sei anni per una tratta che un maratoneta della domenica coprirebbe in meno di un'ora, comprese le soste per i selfie.


"È un momento storico," dicono le autorità. Ed è vero: è talmente storico che i primi passeggeri pare abbiano trovato a bordo giornali che annunciavano l'attentato di Sarajevo.


Mentre il mondo sperimenta il teletrasporto e i treni a levitazione magnetica, il Molise si gode l'ebbrezza della corrente elettrica nei cavi. Un passo avanti gigante per l’uomo, un piccolo trotto per la Regione che, coerente con la sua natura, continua a dimostrare che per arrivare ovunque, la cosa più importante è non avere fretta. 


CLAUDIA CONTE, LA RETE INVISIBILE

  CORSIVO Il Viminale come salotto buono: entra in punta di piedi, esce con le chiavi di casa. C'è un'arte antica e misconosciuta, n...