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lunedì 30 marzo 2026

MESSINA 2026: BESTIARIO ELETTORALE

 



Bérenger contro tutti. Ma con classe.

C'è un personaggio nel teatro di Eugène Ionesco che resiste. Mentre attorno a lui tutti cedono, si imbestialiscono, diventano rinoceronti — lui resta uomo, testardo, goffo, magnificamente solo. Si chiama Bérenger, e la sua grandezza non sta nell'eloquenza né nel programma: sta nel rifiuto viscerale, quasi biologico, di conformarsi. Lillo Valvieri, parrucchiere di via Garibaldi e candidato sindaco con lista omonima, è il Bérenger di questa campagna elettorale — con in più un piano urbanistico degno di un emirato del Golfo. Grattacieli sulla Falce, eliporti, parcheggi multipiano, una zona turistica spinta fino a Gazzi: poco importa che quelle aree non siano di competenza comunale, perché «i sindaci possono sedersi ai tavoli giusti». La vaghezza geografica degli obiettivi non scalfisce la fermezza delle intenzioni. E quando gli chiedono di chi si ispiri, la risposta è un sigillo e un epitaffio insieme: «Non mi ispiro a nessuno, neanche a Gandhi. Io sono Lillo Valvieri».

Attorno a lui, il palcoscenico è affollato di figure letterarie che non sanno di esserlo. Federico Basile è il Gervais di Maupassant — il funzionario capace ed educato che ha sublimato la ruvidezza del maestro in forma socialmente presentabile. La tecnica senza il fuoco originario, il laboratorio senza la fiamma. Marcello  Scurria è Julien Sorel de Il rosso e il nero — ma senza il romanticismo giovanile. Stendhal sapeva che l'ideologia è spesso un vestito che si cambia secondo la stagione del potere: Julien sceglie il rosso o il nero a seconda di dove sta il sole, e Scurria conosce bene i punti cardinali. Antonella Russo è Donna Elvira del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte — la nobildonna che avanza con un solo voto di scarto alle spalle, sapendo benissimo che metà del coro preferisce stare a guardare. Fedele a una causa che altri tradiscono allegramente, canta la sua aria con la dignità di chi sa la verità e la proclama lo stesso.

Bérenger, alla fine del dramma ioneschiano, rimane solo sul palco e grida che non si arrenderà. Valvieri congeda il pubblico televisivo con la stessa incrollabile certezza, mentre nel suo salone di via Garibaldi le firme si raccolgono e i clienti — annota soddisfatto — sono persino aumentati da quando si è candidato. I rinoceronti hanno i loro palazzi, le loro coalizioni, i loro tavoli giusti. Lui ha le forbici, il popolo e nessun bisogno di pubblicità. Ionesco aveva capito una cosa che i potenti dimenticano sempre: alla fine, l'ultimo uomo in piedi è sempre quello che sembrava il più improbabile.

domenica 29 marzo 2026

IL BIVIO DELLA SOCIETÀ MODERNA , CUSTODIRE LE RADICI O REINVENTARE I VALORI?

 




Ormai da parecchio tempo si assiste ad una costante pressione culturale trasversale, che tende di fatto a sovvertire il concetto di valori, ove si intende una armonica ed intramontabile somma di elementi educativi, comportamentali, culturali, antropologici ed anche in parte religiosi e/o legati al credo, che oggi sono affievoliti ed in parte smarriti in nome di una presunta evoluzione della società, del politicamente corretto, della tolleranza, dell'uguaglianza e dell’accoglienza, ove tutto ciò, di fatto, si confonde e si tramuta con la totale perdita di elementi portanti di un assetto sociale, quale quello che ci contraddistingue, costruito in secoli di storia.

Questo pericoloso fenomeno contrappone in modo viscerale tutti gli strati sociali e le espressioni culturali più variegate, costituendo un forte elemento divisivo e di contrapposizione degli schieramenti politici.

Nel condividere i principi anzidetti, una democrazia, un popolo, non può compiere il fatale errore di rimuovere le proprie origini fondative, ma queste necessitano, senza dismetterle, semplicemente una nuova e più evoluta coniugazione in funzione dell’evoluzione di una società ormai globalizzata, ove devono trovano asilo anche nuove e diverse espressioni culturali.


GESTITI DAGLI ALGORITMI CHE SOTTOMETTONO LE COSCIENZE E DISTRUGGONO LA DEMOCRAZIA

 

di AGR 

PERCHÈ IMPEGNARSI È UN DOVERE 

Siamo stanchi. Lo capisco. Antropologicamente parlando, il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Di fronte a una crisi perenne , crollo dei valori, incertezze globali, rumore assordante di guerre senza fine , la reazione evolutiva più naturale è il ritiro, chiudersi nel proprio guscio e delegare ad altri la gestione della Cosa Pubblica . 

Ma c'è una verità cruda che dobbiamo guardare in faccia: la democrazia non è uno stato di natura

È una fragile anomalia cognitiva e sociale che richiede una manutenzione feroce.

Oggi, stiamo appaltando questa manutenzione. A chi? Agli algoritmi.


Viviamo nell'illusione che la tecnologia possa organizzare la complessità al posto nostro. Stiamo scivolando in una pigrizia civica dove la nostra indignazione è pre confezionata da feed guidati dall'Intelligenza artificiale , programmati per polarizzarci e tenerci incollati agli schermi, non per farci pensare. 


Ci illudiamo di partecipare semplicemente cliccando "condividi", mentre i luoghi decisionali reali si svuotano.

Ecco perché difendere la democrazia oggi, a qualsiasi età, non è più un semplice rito civico o una retorica vuota. 

È un obbligo morale e di sopravvivenza.


L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario: elabora dati a velocità inaudite, ma non comprende l'etica. 

Ottimizza processi, ma non prova empatia. Se smettiamo di partecipare fisicamente alle istituzioni, dai consigli comunali di quartiere fino ai parlamenti, lasciamo un vuoto. 


E la storia ci insegna che il vuoto viene sempre riempito dai più prepotenti, oggi armati di bot e deepfake capaci di manipolare il consenso.


Non importa se hai 18 o 80 anni. I giovani devono portare l'urgenza di un futuro da riscrivere, i più anziani la memoria di quanto sangue costa perdere la libertà. 

Impegnarsi oggi significa rivendicare il nostro ruolo di esseri umani coscienti. 

Significa usare l'IA come alleato per decifrare problemi complessi, ma tenendo saldamente in mano il timone della bussola morale.


Non possiamo delegare l'anima della nostra società a una rete neurale artificiale . 


La democrazia è attrito, compromesso, ascolto empatico e presenza fisica. 

Usciamo dalla bolla digitale e riprendiamoci i nostri spazi istituzionali. 

Altrimenti, smetteremo di essere cittadini, per ridurci a semplici "utenti" gestiti da un codice.



sabato 28 marzo 2026

RADIO CAROLINE SUL 199




 “Questa è Radio Caroline sul 199,

  la vostra stazione musicale

  24 ore su 24”

a mezzogiorno del 28 marzo 1964,

Chris Moore e Simon Dee,

annunciano l’inizio delle trasmissioni

dalla MV Caroline, da una nave al largo delle coste dell’Essex, a sudest dell’Inghilterra. La prima canzone che venne mandata in onda fu

“Not Fade Away” dei Rolling Stones,

Erano cominciate le trasmissioni di quella che sarebbe diventata una delle prime “radio pirata” del mondo, la più famosa, la cui storia ha ispirato il celebre film

“I Love Radio Rock”.

#RadioCaroline #pillolerock




AUTOBUS E DEBITI: CONFRONTO TRA BOLOGNA E MESSINA

 


a cura di Roberto Barbera*

Il trasporto pubblico non si autofinanzia mai. La differenza è tutta in come si assorbono le perdite: a Bologna si programmano, a Messina si subiscono.



C’è un equivoco duro a morire: che il trasporto pubblico debba mantenersi da solo. Non accade a Bologna, non accade altrove. A TPER — Trasporto Passeggeri Emilia-Romagna — il disavanzo annuo (nell’ordine di decine di milioni) non viene “tappato” a posteriori, ma assorbito a monte. Come? Con un contratto di servizio: Regione ed enti locali stabiliscono quanto costa il servizio e coprono ex ante la quota che i biglietti non potranno mai garantire. Il deficit, quindi, non si trasforma in debito perché è già finanziato. Non c’è accumulo: c’è previsione. Il bilancio resta in equilibrio perché il contributo pubblico è strutturale, certo e continuativo.

A Messina è accaduto l’opposto. La vecchia ATM Messina produceva perdite che non venivano coperte stabilmente, ma rinviate. Il Comune interveniva in ritardo o in modo insufficiente, trasformando il disavanzo operativo in debito. È così che si è arrivati a oltre 100 milioni di esposizione: non per un singolo errore, ma per una somma di squilibri mai riassorbiti. Qui il deficit non era programmato: era lasciato crescere. E quando un disavanzo si accumula, smette di essere gestione e diventa crisi.
Il punto è tutto qui: Bologna paga ogni anno quello che deve pagare, Messina ha smesso di pagarlo per anni. Nel primo caso il denaro pubblico è una componente del sistema; nel secondo diventa un inseguimento affannoso. Non è una differenza contabile, ma politica: decidere prima quanto costa il servizio o scoprirlo dopo, quando ormai è fuori controllo.

Se Messina vuole davvero rientrare in gioco, deve cambiare il momento in cui interviene. Non più dopo, ma prima. Serve un contratto di servizio reale, finanziamenti certi e vincolati, controllo rigoroso dei costi e recupero dei ricavi. In una parola: trasformare il deficit in una variabile governata, non in una sorpresa annuale. Perché il trasporto pubblico non smetterà mai di costare. Ma può smettere di travolgere.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

venerdì 27 marzo 2026

Elezioni amministrative e il “ CONSENSO IN SALDO “ , dove il voto ha un nome e un debito.


 

di AGR 

Le piccole vere dinamiche delle elezioni di paese


Le amministrative, nei piccoli centri, non sono mai state un’epica battaglia per il futuro. 

Più spesso somigliano a un mercatino rionale: niente proclami solenni, ma sguardi d’intesa, pacche sulle spalle, conti aperti da saldare. 

Il voto non si conquista, si coltiva. Come un orto. 

E come ogni orto, ha i suoi padroni.


“Per il bene del paese”, dicono tutti, con la stessa intonazione di chi ordina un cornetto al bar. 

È una formula di cortesia, un intercalare. Il resto è sottotraccia: famiglie più o meno numerose che fanno blocco, amicizie che pesano più dei programmi, piccoli favori promessi in cambio di fedeltà. 

Un lavoro stagionale di relazioni, più che di idee.


Qui il candidato non è un leader, è un mediatore e , spesso , nasconde ambizioni legittime  dietro presunti dictat di piccoli gruppi di improbabili sostenitori. 

Tiene insieme equilibri fragili, distribuisce rassicurazioni come caramelle. 

Non guida, accompagna. 

Spesso nemmeno sceglie, viene scelto. Spinto in avanti da un titolo,  “ Signor Sindaco”, che suona meglio 

degli oneri che comporta. 


E quando parla, lo fa per riempire il silenzio, non per cambiarlo.

I programmi? Una scenografia da libro dei sogni . 

Pagine piene di verbi al futuro che nessuno leggerà davvero. 

Il teatro elettorale ha le sue battute fisse, i suoi tempi, le sue strette di mano infinite. 

Si promette tutto, sapendo che quasi nulla verrà chiesto con precisione . 


Eppure, sotto questa superficie translucida e dimessa, si muove una realtà più nitida determinata dai piccoli interessi che si intrecciano e si proteggono, che si riconoscono al volo. 

Non c’è cattiveria, spesso. 

Solo un realismo antico, quasi domestico. Ognuno tira il filo che conosce, e il bene collettivo resta una parola buona per i manifesti.


Alla fine, resta l’impressione di una politica senza pathos e senza slancio, ma profondamente umana. 

Imperfetta, contrattata, subdola, intrisa  di furbizia, a volte sfacciata. 

Spesso la manifestazione di un disagio interiore che non consente di collocare  la realtà collettiva ad un livello molto più importante del minuscolo interesse personale. 

L’egoismo soggettivo travolge l’altruismo del bene comune .  

Ma alla fine , a sbagliare sono sempre “ gli altri “! 

Noi no , noi siamo sempre nel giusto; noi non sbagliamo mai , noi siamo sempre esemplarmente onesti ,  senza imperfezioni , sempre corretti , perché , noi, siamo assolutamente convinti di essere , sempre , dalla parte giusta della Storia . 

I NIPOTI SALVANO LA REPUBBLICA

 


 
 _Quando i giovani votano come i nonni._ 


Il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, sull'istituzione dell'Alta Corte disciplinare, due CSM distinti e la modifica di ben sette articoli della Costituzione si è concluso il 23 marzo 2026 con la vittoria del No al 54%. I giovani hanno votato — e hanno votato sì alla Costituzione, cioè no alla riforma. La "Generazione Z" ha partecipato in massa — 67% — e per il 58,5% ha scelto il No. Nella fascia 18-34 anni il No raggiunge il 61,1%. I boomer sono stati l'unica fascia in cui il Sì ha prevalso, di misura: 50,7% contro 49,3%. Quasi sette laureati su dieci hanno votato No: là dove si studia si riconosce il valore di ciò che si rischia di perdere. I nipoti difendono ciò che i padri hanno dilapidato — grandi consumatori di risorse, moltiplicatori del debito pubblico, artefici di una politica mediocre che si illude di poter rimettere le lancette all'indietro: in politica con le velleità imperiali, in economia con l'emigrazione forzata dei figli, nei diritti civili con la loro silenziosa erosione. Quegli stessi diritti che la Costituzione sancisce con precisione: l'articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro, il 3 garantisce pari dignità senza distinzione di sesso o razza, l'11 ripudia la guerra. Una generazione col vuoto in testa che lo trasmette alla società a partire dalla madre di tutte le leggi.

La Sicilia conferma il quadro e lo fa con numeri netti. Ha registrato la partecipazione più bassa d'Italia — il 46,13% — eppure il No ha vinto con nettezza: 60,98% contro 39,02%. Il paradosso è solo apparente: chi non è andato a votare ha scelto l'astensione come protesta passiva; chi è andato ha scelto il No come resistenza attiva. Palermo guida con il 68,93%, seguita da Enna, Siracusa, Catania, Ragusa, Trapani e settima Messina con il 58,85%. Nessuna provincia ha ceduto. Il 61,6% siciliano ha superato la forza elettorale del centrosinistra e del M5S messi insieme: il voto ha pescato ovunque, tra i delusi, tra gli astensionisti recuperati, persino tra elettori moderati che di solito guardano altrove.

Mao Zedong esortò i giovani a "bombardare il quartier generale" per tenerlo sotto il controllo vigile dei cittadini. I giovani siciliani, col loro voto, hanno lanciato un segnale simile: non una bomba, ma un atto di presenza. I nonni, che quella Carta la videro nascere dalla cenere della dittatura, hanno riconosciuto nei nipoti la stessa determinazione. I padri boomer, nel mezzo, hanno preferito il comodo silenzio del Sì. Meno male che ci sono i giovani. 

Chaka Khan





Chaka Khan


Settantatré anni, dieci Grammy, otto generi: Chaka Khan è ancora la voce che nessuno ha saputo imitare.


 "Woman of Fire" — e non è solo un nome.
Nata Yvette Marie Stevens il 23 marzo 1953 a Chicago, ha costruito una carriera di oltre cinquant'anni che ha attraversato funk, soul, R&B, jazz e pop. 

La svolta arriva nei primi anni '70 con i Rufus, quando Stevie Wonder scrive appositamente per lei Tell Me Something Good: il brano scala le classifiche e vince il primo Grammy. Con il gruppo incide una serie di album tutti certificati platino, imponendosi come voce dominante del funk americano.

Nel 1978 inizia la carriera solista. I'm Every Woman, scritto da Ashford & Simpson, diventa un inno e uno dei pezzi più iconici della sua discografia. Nel 1984 arriva il colpo di genio: prima artista R&B ad avere un crossover con un rapper, con la cover di I Feel for You di Prince — synth, voce viscerale e il rap di Melle Mel in un unico brano rivoluzionario. 

Dieci Grammy su ventidue candidature, la rara capacità di cantare in otto generi musicali diversi, ventidue album, dieci singoli al numero uno in Billboard. Aretha Franklin l'ha definita «una vocalist di prim'ordine, unica nel suo genere». Nel 2023 è entrata nella Rock and Roll Hall of Fame con il premio alla Eccellenza Musicale. 
Settantatré anni portati come solo chi ha bruciato davvero puo' permettersi.
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