Cerca nel blog

sabato 23 maggio 2026

MELAGGIUSTI MESSINA

 


KABUL, LE BAMBINE E LA NOSTRA VERGOGNA

 



a cura di Anna Lombardo

Spose bambine e rimpatri forzati: così l'Occidente completa il tradimento.



Il governo talebano ha appena emanato un regolamento sul diritto di famiglia che legalizza ciò che la barbarie praticava già nell'ombra: il matrimonio di bambine. Trentuno articoli, pubblicati nella Gazzetta ufficiale con l'approvazione del leader Hibatullah Akhundzada, che codificano in forma di legge l'acquisto di una femmina. L'articolo 7 stabilisce che il silenzio di una ragazza vergine dopo la pubertà possa valere come consenso alle nozze. Il silenzio come consenso: una formula giuridica che è già, di per sé, una violenza. Secondo stime riportate dal Guardian, da quando i talebani hanno vietato l'istruzione femminile, circa il settanta per cento delle donne afghane è stata costretta a matrimoni precoci o forzati. Ci sono momenti nella storia in cui ci si vergogna di essere uomini. Questo è uno di quelli.


Eppure questa vergogna non nasce oggi, e non nasce a Kabul. Nasce nei corridoi di Doha, dove nel 2020 gli Stati Uniti, Presidente al primo mandato Donald Trump,  negoziarono la resa con i talebani senza porre come condizione vincolante la tutela dei diritti delle donne. Nasce il 15 agosto 2021, quando l'esercito americano si dissolse nel nulla. Non fu un crollo improvviso: fu una scelta deliberata, un abbandono pianificato. Si era combattuta una guerra, si erano spesi duemila miliardi di dollari. Poi si è fuggiti, lasciando sul campo non solo armi e mezzi, ma un intero popolo. È questa la cifra morale dell'avventura occidentale in Afghanistan: il cinismo di chi agita i valori come bandiere di convenienza e li ammaina quando costano troppo.


Oggi quel cinismo indossa un abito nuovo. L'Europa tratta con i talebani per rimpatriare gli afghani fuggiti nel 2021 — le stesse persone che cercavano di salvarsi da ciò che noi stessi avevamo contribuito a scatenare. I sovranisti di ogni latitudine sventolano la bandiera della remigrazione come se rimandare indietro una donna in Afghanistan fosse un atto di ordine pubblico e non una condanna. Indignarsi per una legge che legalizza il matrimonio-stupro delle bambine e contemporaneamente deportare famiglie verso quel sistema: questo è il paradosso criminale in cui l'Occidente ha scelto di vivere. La comunità internazionale esprime "grave preoccupazione" — formula diplomatica che equivale, nella sostanza, al silenzio. E il silenzio, come ci insegna l'articolo 7 della nuova legge talebana, può sempre essere interpretato come consenso.


mercoledì 20 maggio 2026

IL PARCHEGGIO COME ALIBI: OVVERO, COME SPIEGARE MALE L'ECONOMIA

 


Quando la politica incontra il commercio e si fa del male a entrambi. Stavolta tocca ai parcheggi.

C'è qualcosa di commovente, nella politica meridionale, nella capacità di resuscitare argomenti già confutati con la freschezza di chi li espone per la prima volta. Marcello Scurria — candidato sindaco di Messina, uomo di mondo, si dice, persona informata dei fatti — ha pensato bene di conquistare il commercio cittadino promettendo buoni sconto sui parcheggi. Cento euro di rimborso sulle strisce blu, come se i centri storici muoiano per colpa dei parcometri e non per la lenta erosione demografica, per l'ecommerce che recapita tutto a domicilio, per i centri commerciali periferici che offrono tutto sotto uno stesso tetto riscaldato. Il candidato ha solleticato il commerciante dal cervello involuto — quello che crede che la doppia fila sotto il negozio sia un indicatore di prosperità — ignorando che le più autorevoli ricerche europee sulla mobilità urbana dimostrano esattamente il contrario: dove si pedonalizza, il fatturato sale. A Lille, a Madrid, in quattordici città spagnole, nelle quarantacinque esperienze nordamericane: più pedoni uguale più consumi. Non è ideologia, è aritmetica commerciale.

Il paradosso è che proprio le organizzazioni di categoria più evolute — quelle che leggono Confcommercio e non solo l'umore del fornitore di caffè — sono arrivate da tempo a queste conclusioni. Chiedono marciapiedi più larghi, arredo urbano dignitoso, eventi, attrattività, non corsie preferenziali per le Jeep Cherokee. Scurria sceglie invece di cavalcare il primitivismo della bottega inferocita, quella che ogni lunedì incolpa il sindaco per gli incassi del sabato. Il voto del commerciante arrabbiato vale quanto quello del commerciante illuminato. Ma la scelta dice qualcosa sulla qualità del programma sottostante, ammesso che esista.

Le saracinesche si abbassano da Berlino a Palermo, da Londra a Catanzaro, per ragioni che nessun sindaco controlla e nessun buono parcheggio potrà mai invertire. Il commercio al dettaglio perdeva quote a due cifre per anno nel confronto col digitale ben prima che qualsiasi amministratore locale mettesse mano a un parcometro. Attribuire alla politica locale un fenomeno strutturale globale è come accusare il manutentore dei lampioni per un'eclissi solare. Suggestivo, pittoresco, e completamente fuori fuoco. Ma tant'è: siamo in campagna elettorale, e certi argomenti viaggiano meglio dei fatti. ♓


IL BARBIERE NON SI RITAGLIA

 CORSIVO




N.B.: Lillo Valvieri non sa di questa iniziativa. L'ho presa io, immaginando le parole che avrebbe potuto scrivere lui. Non perché condivida le sue proposte — che francamente non ho compreso, come del resto quelle dei suoi avversari — ma perché mi ha indignato la conventio ad excludendum operata ai suoi danni dalla Gazzetta del Sud. Il candidato più povero di mezzi e di relazioni merita lo stesso spazio degli altri. Almeno questo.


Permettetemi di presentarmi: Lillo Valvieri, barbiere. Non nel senso figurato con cui certi politici di lungo corso si definiscono «artigiani del consenso» — loro che il consenso lo comprano al chilo nei circoli di partito. Nel senso letterale: forbici, specchio, rasoio. Ho tagliato i capelli a questa città per decenni, e so riconoscere quando qualcuno ti taglia fuori. Come ha fatto la «Gazzetta» con quella foto che ritrae quattro candidati a sindaco — Scurria, Russo, Basile, Sciacca — e io non ci sono. Assente. Evaporato. Come se la mia lista non esistesse. Mi chiedo: forse perché dietro di me non c'è un partito con la sua sezione, una famiglia con la sua clientela, un club con i suoi soci? Forse perché sono il figlio di nessuno, e in questa città i figli di nessuno si sistemano fuori dalla foto?

Sia chiaro: ho scelto di non andare al convegno di Confindustria. Non mi piace sedere al tavolo di chi decide in anticipo chi conta e chi no. Scurria con le sue relazioni, Russo col suo partito, Basile col biliardino dell'eredità dei cinque anni appena trascorsi: tutti e tre figli riconosciuti di famiglie, correnti, conventicole. La politica messinese è questo da sempre — un condominio di potere dove i posti auto sono già assegnati. «Più pilu pi tutti» era il programma non scritto, l'anima vera di ogni coalizione che si è avvicendata in questa città. 

Ebbene: io resto fuori dalla porta, e lo rivendico. Non ho ministri che sbarcano allo Stretto per farsi fotografare sul lungomare. Non ho segretari nazionali che mi coprono le spalle né gruppi di pressione che mi aprono i portoni. Ho qualcosa che loro, con tutto il loro apparato, non riescono a comprare: la faccia pulita di chi non deve un favore a nessuno. Camminare a testa alta, in questa città, è già un programma politico. E il 25 maggio, quando i messinesi entreranno nella cabina elettorale, forse si ricorderanno che c'era anche uno — uno solo — che non chiedeva niente in cambio. Solo il voto di chi è stanco di essere governato da chi li considera, da sempre, figliastri.

Caro Ponzio Aquila, ti sei guadagnato un posto nella storia perché hai avuto il coraggio di non alzarti in piedi davanti a Giulio Cesare, quando tutti gli chinavano la testa. Anche oggi, con questo corsivo scritto a difesa di chi non ha potenti alle spalle, mi vendichi delle prepotenze dei forti. Grazie.


martedì 19 maggio 2026

SANITÀ MALATA DI CORRUZIONE. 65 MODI PER DERUBARE CHI È PIÙ FRAGILE



 Immaginate di aspettare mesi per una visita oncologica. Nel frattempo, qualcun altro ,  con le giuste conoscenze o il portafoglio giusto , passa avanti. 

Non è fantascienza. 

È una delle 65 forme di frode e abuso mappate dalla Fondazione Gimbe nel suo ultimo, durissimo report presentato all’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Il quadro è impietoso. 

Frodi, abusi e corruzione in sanità non sono episodi isolati, ma distorsioni che , attraversano l’intera filiera del Servizio Sanitario Nazionale, erodono risorse pubbliche, sovvertono le priorità di accesso alle cure, riducono la qualità dell’assistenza.  


Lo dice Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe. E le parole pesano perché la realtà è veramente pesante . 

Ci sono 70 miliardi nel mirino. 

I numeri fanno impressione. 

ANAC ha stimato che il 25% del valore complessivo dei contratti pubblici , pari a 70,5 miliardi di euro , riguarda gli affidamenti in sanità per farmaci, dispositivi medici, apparecchiature sanitarie, servizi come pulizia, ristorazione, vigilanza.  

Settanta miliardi di euro. 

L’intera area è potenzialmente esposta alla corruzione. Non un’anomalia, una sistematica vulnerabilità.

L’Italia offre un terreno particolarmente favorevole ed infatti il Transparency International Corruption Perceptions Index 2025 assegna al nostro Paese un punteggio di 53 su 100, collocandolo al 19° posto tra i Paesi UE e al 52° a livello globale, in peggioramento rispetto all’anno precedente. 


Non solo reati, perché la zona grigia che fa più paura nel report  di Gimbe,  non parla solo di tangenti e manette. 

Accanto ai reati e agli illeciti amministrativi esiste una vasta area grigia di pratiche molto diffuse e spesso tollerate che, pur restando fuori dal perimetro giudiziario, sottraggono risorse al SSN riducendo la capacità del sistema di garantire servizi efficaci ed equi. 


Anomalie negli appalti, liste d’attesa truccate, favoritismi nelle nomine, accreditamenti opachi. 

Condotte che pesano soprattutto per la normalizzazione sociale dei piccoli abusi quotidiani, spesso accompagnata dal silenzio di chi dovrebbe denunciare. 


Quando una prestazione passa davanti non per bisogno clinico, ma per denaro, relazioni o interessi, non si crea solo una corsia preferenziale, ma si sovverte il principio che deve guidare il SSN, cioè curare prima chi ne ha più bisogno. 

E colpisce sempre i più deboli. 

Frodi e abusi compromettono qualità e sicurezza delle cure, peggiorano l’accessibilità ai servizi e alimentano la sfiducia nelle istituzioni. E colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione, ampliando le diseguaglianze sociali e territoriali. 

La proposta è la creazione di un Osservatorio nazionale,  fatta da Gimbe,  su frodi e abusi in sanità in grado di integrare flussi informativi sanitari, amministrativi e giudiziari, il rafforzamento della capacità predittiva dei controlli tramite indicatori di rischio e strumenti di AI, una più rigorosa gestione dei conflitti di interesse e la protezione del whistleblowing. 

Ma Nino Cartabellotta lancia anche un monito politico sottolineando come combattere sprechi e corruzione non può e non deve diventare il pretesto per tagliare ulteriormente il finanziamento alla sanità pubblica. 

Il SSN va difeso, non smantellato.


La salute viene definita dalla Costituzione  come diritto fondamentale, aggettivo, questo, utilizzato solo ed esclusivamente relativamente alla salute.

Art. 32 : “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”

I FUOCHI D'ARTIFICIO DI FINE CAMPAGNA ELETTORALE



 Tra slogan e ospiti illustri, Antonella Russo chiude la campagna con annunci generosi e conti distratti: molto scintillio, poca chiarezza su chi debba pagare il conto.


Esiste, nella retorica elettorale italiana, una figura ricorrente: la proposta vetrina. Seducente quanto basta per conquistare i titoli, vaga quel tanto da non poter essere smentita, costosa al punto da risultare difficilmente realizzabile. Antonella Russo, candidata del centrosinistra, ne ha offerto un esempio con due eventi e due ospiti di peso. Il primo, con il senatore Antonio Nicita, ha presentato il ddl “Messina, Porta del Mediterraneo”: un masterplan da 650 milioni a un miliardo di euro, con decontribuzione triennale e un’Agenzia di governance unitaria. L’idea di fondo non è sbagliata: Messina paga da decenni la servitù dello Stretto senza adeguate compensazioni. Ma il nodo resta sempre lo stesso: le coperture finanziarie. I fondi evocati — FSC, Piano complementare, TEN-T — sono già vincolati e ogni riallocazione significa sottrarre risorse ad altri territori del Mezzogiorno.

Il capitolo più popolare è quello del traghettamento gratuito. Funziona bene nei comunicati, molto meno nei bilanci. La pendolarità sullo Stretto vale tra i 14 e i 18 milioni l’anno: soldi che oggi finiscono a Caronte & Tourist, agli aliscafi e a Bluferries. Se il servizio diventasse gratuito, qualcuno dovrebbe coprire quel mancato incasso. E quel qualcuno, in assenza di accordi miracolosi con i privati, sarebbe il settore pubblico. Tradotto: i contribuenti. Gli stessi a cui, nello stesso momento, si propone di alleggerire il peso delle cartelle esattoriali, riducendo ulteriormente le entrate comunali.

Il secondo appuntamento, con Roberto Speranza, ha riportato al centro sanità pubblica e medicina di prossimità. Temi importanti, ma sui quali un sindaco ha margini molto limitati: la gestione sanitaria dipende infatti da ASP e Regione. Ai Comuni restano i servizi socio-sanitari, che però richiedono risorse proprie. Qui emerge la contraddizione politica: promettere più welfare mentre si riducono le entrate attraverso la rottamazione delle cartelle, stimata tra gli 8 e i 15 milioni annui in meno per Palazzo Zanca. In campagna elettorale si può promettere tutto. Più difficile è spiegare come far quadrare i conti. ♓

IL CERVELLO VIVE IN SIMBIOSI CON L’ INTESTINO E INVECCHIA INSIEME A LUI


di AG Rizzo*

 Uno studio pubblicato su Nature cambia tutto quello che pensavamo sul declino cognitivo


Perchè alcune persone rimangono lucidissime a cent’anni, mentre altre perdono la memoria già a sessanta? 

La risposta, sorprendente, potrebbe non stare nel cervello. 

Potrebbe stare nell’intestino.

Un nuovo studio condotto da ricercatori di Stanford Medicine e dell’Arc Institute di Palo Alto, pubblicato su Nature, ha identificato un legame diretto tra i batteri intestinali e il declino cognitivo legato all’invecchiamento.  


Come spiega Christoph Thaiss, autore senior della ricerca, la tempistica con cui perdiamo la memoria «non è programmata», ma modulata dall’organismo e l’intestino sembra svolgere un ruolo chiave. 


Con l’invecchiamento, il microbioma intestinale cambia, favorendo alcune specie batteriche rispetto ad altre.  

In particolare, proliferano batteri come Parabacteroides goldsteinii, che producono acidi grassi a catena media capaci di innescare una risposta infiammatoria nelle cellule immunitarie dell’intestino. 


Questa infiammazione silenziosa fa poi qualcosa di devastante: ostacola il funzionamento del nervo vago, la grande “autostrada” biologica che collega intestino e cervello. 

Il risultato? L’ippocampo , la nostra centralina della memoria , riceve meno segnali, riduce la neurogenesi e le performance cognitive calano. 

Nei test, i topi giovani esposti al microbioma di topi anziani hanno registrato risultati peggiori nei test di memoria e di orientamento spaziale, come il riconoscimento di oggetti nuovi o l’uscita da un labirinto. 


La scoperta più emozionante non è il danno. È che il danno si può invertire. 


Stimolando elettricamente il nervo vago , una tecnica già approvata dalla FDA per epilessia e depressione , i ricercatori hanno ripristinato le funzioni mnemoniche nei topi anziani, riportandole a livelli giovanili. 


Anche gli antibiotici, azzerando il microbioma alterato, hanno prodotto effetti simili.

Attraverso l’asse intestino-cervello, i batteri producono molecole che influenzano infiammazione, neurotrasmettitori e plasticità sinaptica. 

Mantenere un microbiota equilibrato potrebbe diventare una strategia chiave per rallentare il declino cognitivo. 

Cosa possiamo fare oggi

Se il profilo intestinale inizia a cambiare in modo riconoscibile già nella mezza età, dieta, movimento, uso prudente di antibiotici e controllo delle malattie metaboliche diventano interventi da leggere in anticipo.  La prevenzione non parte quando la fragilità è già evidente. Parte quando il sistema comincia a perdere resilienza , spesso già tra i 55 e i 65 anni.

I prebiotici , sostanze contenute in alcuni alimenti che promuovono la crescita di batteri benefici , si sono rivelati in grado di cambiare composizione e funzione del microbiota, con riduzione dei comportamenti simili all’ansia e miglioramento delle attività cognitive. 


Siamo ancora ai primi passi per l’uomo, infatti gli studi sono ancora in corso per capire se gli stessi meccanismi osservati nei topi siano presenti anche nell’uomo, con l’obiettivo finale di sviluppare terapie capaci di proteggere la memoria agendo sull’asse intestino-cervello.  Ma la direzione è chiara e rivoluzionaria: il cervello non è un’isola. 

È connesso, influenzato, nutrito , o danneggiato , da ciò che accade molto più in basso.

Prenderci cura dell’intestino, oggi, potrebbe significare proteggere chi saremo domani.

*


lunedì 18 maggio 2026

I GIOVANI, I SOLDI E IL ROMANZO CHE NON SI SCRIVE

 





a cura di Anna Lombardo

Un paese che esporta talenti e importa luoghi comuni sembra aver smarrito persino la voglia di specchiarsi.


C'è qualcosa di commovente nell'Italia che si stupisce di perdere i propri figli migliori. Come una madre che prepara ogni giorno una minestra pessima e poi resta meravigliata quando i ragazzi escono a cena fuori. La ricetta è nota: paghe a tre mesi, contratti a singhiozzo, raccomandazioni come valuta corrente. Bertrand Russell sosteneva che il sistema è sano quando il raccomandato non vale niente. Quando invece chi ha talento deve mendicare una protezione, il sistema non è malato: è morto e non lo sa. Negli Stati Uniti la qualità della vita è insopportabile, ma lo stipendio arriva. In Italia è ottima, purché tu non abbia bisogno di vivere davvero.


La politica parla d'altro. Parla di invasioni e identità da custodire come porcellane di famiglia, ignorando che la vera emigrazione silenziosa non viene dal Mediterraneo ma va verso di esso, con una valigia e una laurea. I giovani riflessivi sono delusi — non da un partito in particolare, che i partiti deluse già i loro nonni — ma da una politica senza progettualità, ferma all'idealità come un orologio rotto che ha ragione due volte al giorno. Al referendum si sono mossi, sì, ma perché non si votava per qualcuno: si votava contro qualcosa, che è il gesto più nobile e anche il più disperato.

E la cultura arranca. La musica di strada racconta la crudeltà del reale con una franchezza che certi libri non si permettono, troppo impegnati a essere equidistanti e pedagogici. La criminalità organizzata colonizza i social con competenza che le istituzioni si sognano. I romanzi storici restano nei cassetti come promesse rinviate per l'urgenza della ferita. Si potrebbe cambiare qualcosa con le leve giuste. Ma chi le leve le ha ottenute non sa a cosa servono, e chi saprebbe usarle preferisce — saggiamente — continuare a scrivere.


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...