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sabato 29 novembre 2025

FUGA DA MESSINA , il costo occulto dei viaggi della speranza



 FUGA DA MESSINA , il costo "occulto" dei viaggi della speranza


Il Servizio Sanitario Nazionale, un tempo pilastro di civiltà, sta crollando sotto il peso di decenni di disinvestimenti. 

Se la crisi è sistemica, al Sud assume i contorni di una vera catastrofe umanitaria. La Sicilia rappresenta oggi la "trincea" più dolorosa di questa disfatta: qui il diritto costituzionale alla salute è diventato, nei fatti, un privilegio per pochi. Tra liste d'attesa infinite e "viaggi della speranza", i cittadini sono lasciati soli da istituzioni sorde. Un abbandono che trova il suo epicentro drammatico in strutture che dovrebbero essere d'eccellenza, come il Policlinico Universitario "G. Martino" di Messina, oggi specchio fedele di un sistema al collasso.


Per un cittadino di Messina o della sua provincia, ammalarsi gravemente significa spesso ricevere due diagnosi: quella clinica e quella finanziaria. Nonostante la presenza di un hub universitario come il Policlinico "G. Martino", la sfiducia e le carenze strutturali spingono migliaia di pazienti verso il Nord. È il dramma dei "viaggi della speranza", un esodo silenzioso che svuota non solo le casse della Regione Sicilia tramite la mobilità passiva, ma soprattutto i conti correnti delle famiglie messinesi, costrette a indebitarsi per esercitare un diritto che dovrebbe essere garantito: la salute.


Il disastro siciliano non è una fatalità, ma l'esito di precise responsabilità politiche. La mobilità sanitaria passiva ,ovvero la fuga dei pazienti verso il Nord , è un'emorragia che costa alla Sicilia centinaia di milioni di euro l'anno (si stima un "buco" di circa 247 milioni nel 2024), risorse sottratte ai servizi locali per arricchire le regioni del nord. 

Parallelamente, le Aziende Ospedaliere sono state trasformate in centri di potere gestiti con logiche monocratiche, dove i vertici ,nominati dalla politica , operano spesso senza un reale sistema di accountability. 

In questo scenario, il privato accreditato e le assicurazioni prosperano sulle inefficienze del pubblico, creando un sistema "vampirizzato": chi può pagare salta la fila, chi non può rimane intrappolato in un girone infernale di attese e disservizi.

Per comprendere la gravità della situazione basta guardare dentro le mura del Policlinico di Messina. La struttura vive un’emergenza personale cronica: le sigle sindacali denunciano da tempo carenze strutturali gravissime, con la mancanza di decine di infermieri e operatori socio-sanitari.

Una carenza che ha conseguenze umane devastanti. Emblematico è il caso recente, denunciato dai sindacati, di un'operatrice sanitaria finita al Pronto Soccorso per malore da stress, costretta a turni massacranti di 12 ore consecutive per coprire i buchi in organico. Mentre il personale è allo stremo, reparti strategici come la Terapia Intensiva Neonatale o le Malattie Infettive rischiano il collasso operativo. A farne le spese sono i pazienti. Secondo i dati GIMBE, in Sicilia la percentuale di famiglie che rinuncia alle cure per motivi economici o logistici tocca il 7,2%, quasi il doppio rispetto al Nord.

Il caso Messina dimostra che l'iniezione di fondi, da sola, non basta se il "secchio è bucato". 

La sanità siciliana non ha bisogno di nuove promesse, ma di una rivoluzione nella governance. È indispensabile spezzare il cordone ombelicale tra politica e nomine sanitarie, introducendo criteri di trasparenza e merito, oggi inesistenti. 

Un sistema sanitario che costringe i propri operatori al burnout e i cittadini all'emigrazione forzata non è solo inefficiente, è immorale. Serve un'assunzione di responsabilità collettiva per restituire ai siciliani la dignità di essere curati a casa propria.

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