Cronaca di un festival che canta al passato remoto e chiama emozione la nostalgia.
Il Festival di Sanremo quest’anno somigliava a un elegante salotto visto dallo specchietto retrovisore: impeccabile nelle buone maniere, irrimediabilmente superato nei contenuti. Linguaggi levigati, melodie composte, amori che sospirano con disciplina metrica aspettando la rima con “cuore”. Fuori, intanto, una generazione parla in endecasillabi spezzati e basi martellanti: è il rap, che può non piacere ma esiste, ed è presente come un vicino rumoroso che nessuno invita a cena. Negli anni Settanta, quello stesso palco ebbe almeno l’audacia di far entrare i capelli lunghi e le chitarre elettriche; accolse la canzone d’autore e conobbe perfino il gesto estremo di Luigi Tenco, che preferì il silenzio definitivo alla banalità.
Oggi la banalità, più prudente, vince ai punti.
Salvo rare eccezioni, i testi hanno riscoperto la mamma.
Non la tragica Medea né la spregiudicata Clitennestra, ma l’eterna Agnese dei I promessi sposi: paziente, consolatoria, sempre pronta con il fazzoletto.
Dal palco la si celebra come un bene rifugio; dalla platea i figli, debitamente commossi, restituiscono devozione.
È il trionfo dell’affetto garantito, del sentimento a chilometro zero. Nulla di più rassicurante, nulla di più stucchevole.
Al Teatro Ariston non è accaduto nulla, e lo si è chiamato sobrietà. Nessuna crepa, nessun eccesso, nessuna sorpresa: la festa perfetta per chi teme le feste. Si è pronunciata la parola “emozione” con zelo liturgico, come se bastasse nominarla per evocarla.
Ma l’emozione, come l’ironia, detesta i palinsesti. Sanremo continua a cantare; il presente, semplicemente.